“Le ventisette sveglie di Atena Ferraris” di Alice Basso

Titolo: Le ventisette sveglie di Atena Ferraris 
Autore: Alice Basso 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Data uscita: 21 Gennaio 2025 
Pagine: 368 
Genere: Romanzo giallo

Voi direte: chi è che si dimentica di richiamare il proprio scemo ma pur sempre amato fratello per verificare una cosa importante come che sia ancora in vita?
E io risponderò: io. Moi. Et voilà. 

Perchè la mia memoria funziona così. Posso ricordarmi per tutta la vita, dopo averlo letto una volta a vent’anni, che -che ne so- il formaggio Tilsit è considerato svizzero perchè è stato inventato nel tardo Ottocento da immigrati svizzeri seppur nella città di Tilsit all’epoca appartenente alla Prussia Occidentale, e posso anche dimenticarmi di mangiare, o di avere un appuntamento dal dentista, o appunto di controllare che mio fratello sia vivo. 
Vi sembra roba da pazzi, vero? 
Già. 
Benvenuti nella mia vita. 

La protagonista del libro si chiama Atena Ferraris, una ragazza di trent’anni che vive a Torino. Atena è una ragazza che sembra un po’ “sbandata”, si dimentica ogni cosa e organizza la sua vita impostando ventisette sveglie al giorno, salvo quando il fratello gemello Febo, le chiede richiamarlo dopo un’ora e anche in quel caso, la protagonista imposterà una sveglia per ricordarsi di contattarlo. 
In realtà, Atena è neurodivergente, un tema su cui la scrittrice si sofferma molto e che cerca di sensibilizzare il lettore durante la storia. 
La madre di Atena ha sempre cercato di guidare la figlia, di farle capire il mondo, dato che condivideva con la figlia lo stesso problema. Ma un giorno, la madre aveva avuto un incidente mortale sul lavoro, causando in Atena un vuoto enorme. 
Dalla morte della madre, Atena, oltre ad aver perso la figura nevralgica di un genitore, aveva perso la sua guida, il faro che le spiegava il mondo. 
La scrittrice, durante la storia, non si sofferma molto nel raccontare i dettagli della morte della madre della protagonista, avvenuta dieci anni prima e il lettore rimarrà con un tassello mancante della storia. 

<<Non devi sommergere la gente di informazioni, figlia. Alle persone non piace essere travolte di chiacchiere, o di dati da elaborare.>> […] 
<<Come faccio a sapere quando gli altri pensano che sto dicendo troppe cose?>> 
<<Devi guardare in faccia le persone. Ci sono delle cose che fanno, con gli occhi e con gli angoli della bocca, a volte anche con le mani e coi piedi, che significano che le stai annoiando.>> 
<<E non possono semplicemente dirlo?>> 
<<Hanno paura di offendere.>> 
<<Ma, se tanto lo fanno capire lo stesso con gli occhi e con la faccia, non è uguale, anzi, peggio? Perchè così io rischio comunque di capirlo troppo tardi, e loro nel frattempo di annoiarsi tantissimo!>> 
<<Sai, purtroppo la gente non è sempre logica, Atena>>
<<Non sono brava a guardare in faccia le persone, mamma.>> 

 

Atena è una ragazza diversa dalle altre, veste fuori moda, odia le sorprese, con ventisette sveglie impostate al giorno, per ricordarsi di lavorare, di mangiare, di andare a letto e di smettere di pensare, dato che la sua mente è piena di “voci” che la portano a riflettere ogni secondo della sua vita. 

<<Che tu avessi la testa vuota, Febo, non è una novità per nessuno.>> […]
No, io no. Mai successo. La mia di testa, è sempre stata piena strapiena pienissima di roba. Di correnti: una stanza tutta spifferi che soffiano da ogni direzione e creano vortici e tornadi. Di luci sempre accese e lampeggianti come in un megastore a Natale. Di chiacchiericcio incessante. Di voi. In questo momento siete voi le presenze, le voci nella mia testa, per esempio. Il pubblico a cui sto parlando. Io ho sempre un pubblico che mi commenta dall’interno, che mi accompagna, osserva, distrae, ispira, contesta; che mi sconsiglia e consiglia e dibatte con me e talvolta (spesso) mi critica e mi giudica. Un coro greco portatile intracranico. Non è che senta letteralmente le voci, eh: non sono schizofrenica (almeno credo); penso di avere semplicemente un notevolissimo, costante, turbinoso dibattito interiore. E infatti ho bisogno di tutte queste mie sveglie, scansioni e tabelle di marcia per disciplinare e gestire il caos, come campanelle in una scuola elementare. 
Mi spiego? Nah. Probabilmente no. 
A lungo ho pensato che fosse così per tutti, che fosse roba normale, fino a quando non ho iniziato a sospettare che non lo fosse, ma ci torniamo poi. Però per me, sì, è sempre stato così. E pensavo che lo fosse anche per Febo, che però quel giorno là di un paio d’anni fa piangeva sulla mia spalla perchè aveva scoperto il silenzio. 
Il silenzio nella testa: chissà che bello. 

Atena dirige una rivista online di enigmistica dove ogni gioco, rebus o anagramma ha una soluzione univoca, che la fa sentire al sicuro. 

Mi ha rovinato la partenza della sessione di ricerche per la Wunderkammer, che sarebbe la pagina delle curiosità della <<Gara degli indovini>>. 
(Parentesi: <<La gara degli indovini>> è la mia rivista online, mia proprio, nel senso: la mia attività preferita al mondo. L’ho chiamata così, <<La gara degli indovini>>, perchè oltre a suonare bene è il nome della prima rivista di enigmistica d’Italia, nata proprio in questa città, Torino, nella seconda metà dell’Ottocento. Che a sua volta è la mia epoca preferita -ma ci torno, ci torno dopo, scusate, tendo a divagare, lo so.) 
In pratica: adesso chi si concentra più. Mi ci vuole un’attività sostitutiva più meccanica. Disegnare dei rebus: li ho già inventati, devo solo illustrarli, e quando si tratta di disegnare non faccio fatica a concentrarmi come su quasi tutte le altre cose. Mi sembra una buona idea, quindi mi metto su un caffè. 
Dico quindi perchè la moka è il mio timer per i rebus. Disegnare rebus è una cosa che adoro e che potrei fare per ore, però per la rivista non ha senso che io produca troppi rebus, così per quelli ho sviluppato un tipo speciale di sveglia: quando inizio a disegnare, metto su una moka da due. A fuoco basso, a casa mia, il caffè per salire impiega sette minuti e mezzo, che è proprio il tempo che mi serve per disegnare un rebus. Poi la moka inizia a gorgogliare e io devo per forza alzarmi a spegnere il gas e quella è la fine della sessione. 
Capite, le sveglie potrei sempre ignorarle, la lavatrice che ha finito il ciclo pure […]; il caffè che esonda sul fornello no. 

Ma a scombinare, la tranquillità di Atena sarà proprio il fratello gemello Febo, uno scrittore di romanzi gialli in crisi, che si diverte a sperimentare ogni sport, attività, pericolosa per poi, trascriverlo nei suoi taccuini. 
Questa volta, Febo, si è iscritto a una scuola serale di magia, ed è convinto di aver assistito all’omicidio dell’assistente del mago, una giovane ragazza molto bella, che aveva catturato il suo interesse durante la prima lezione del corso. 
Febo, è convinto che il mago, tra un gioco di prestigio e un’illusione, abbia ammazzato la sua assistente e supplica la sorella, di frequentare insieme a lui, il corso serale di magia per risolvere il mistero. 
Ad Atena non piace sconvolgere la sua routine, non le piace conversare e soprattutto, detesta la confusione, ma ha una capacità fuori dal comune di notare alcuni particolare che le altre persone non riescono a percepire, soprattutto suo fratello Febo. 
Ed è solo per suo fratello, che decide di uscire di casa di sera, per aiutarlo a fare luce sull’accaduto. 
Durante il corso di magia, Atena, conoscerà alcune persone che la porteranno ad “uscire” dal suo equilibrio, evitando di mimetizzarsi tra la gente. 
Ma forse, il corso di magia, si rivelerà fondamentale per Atena, per sbloccarsi definitivamente e mettere in pratica, tutto ciò che la madre le aveva insegnato, perchè essere unici, non significa per forza essere strani. 

<<Febo ha ragione. Perchè non capisco mai niente?>> 
<<Soffiati il naso. Tu capisci tantissime cose. Ci sono cose che capisci meglio degli altri. E’ solo che a volte non coincidono, e hai bisogno di qualcuno che ti faccia da traduttore. Come un dizionario, ecco. A tutti succede di avere bisogno di un dizionario, quando per esempio vanno in un paese straniero.>> 
<<Solo che non sono in un paese straniero, mamma. Ero al parco qua fuori con i nostri compagni di scuola.>> 
<<Le cose si imparano e si aggiustano. Devi solo avere pazienza fino alla prossima occasione.

E’ così che Febo racconta a due ragazzi del corso di magia, ovvero Gemma e Jacopo, i suoi sospetti e formano un gruppo segreto per ritrovare l’assistente del mago. 
Per risolvere il caso, Atena, dovrà abbattere ogni armatura, che aveva eretto per non lasciarsi coinvolgere da qualsiasi sentimento, compreso l’amicizia e l’amore. 
E forse, per la prima volta, Atena capirà il significato della parola “amore”. 
Atena e il simpatico gruppetto, riusciranno a ritrovare l’assistente del mago? 
Che cosa le è accaduto? 
Il mago ha davvero commesso un omicidio? 

So cos’avrebbe detto mamma. Regole: ci vogliono, non c’è niente da fare. Chiare ed efficaci. Da stabilire con gli altri e in primis con noi stessi. Non bisogna vergognarsi di avere bisogno di regole: è così che il mondo va avanti senza esplodere. E’ così che il caos primordiale diventa cosmo. Così decido che è il momento di reinserire delle regole nella mia vita, e di fare ordine almeno dove posso. Limitare i danni. 
<<Jacopo, io apprezzo, davvero, che tu sia convinto che io sia -com’è che dici?- la persona meno noiosa di tua conoscenza, ma la verità è che io, semplicemente, ho qualcosa che non va. Non so neanch’io cosa e non lo dico per sembrare misteriosa e affascinante, in me non credo proprio che ci sia un tubo. Io semplicemente so di non essere come le altre persone. L’ho sempre saputo, ma per un pezzo almeno ho avuto mia madre che mi insegnava come sembrare il più possibile, uh, normale, e ho creduto di poterci riuscire. Meglio per certe cose, peggio per altre, ma tutto sommato di potercela fare. Col manuale d’istruzioni, come piaceva a lei a me.>> 
Mi fermo perchè non sono più sicuro di come andare avanti. O meglio, lo so ma non mi va che non ci siano scappatoie. 
<<Mia madre era un’ingegnera. Era rigorosa, scientifica, ordinata, pratica. Ed era… boh. Come me. Non so che altra definizione esista. Sapeva tutto quello che avevo bisogno di sentirmi insegnare. Lei c’era passata prima e faceva il possibile per mostrarmi la strada. E’ grazie a lei se ho avuto degli amici, un’infanzia e un’adolescenza tutto sommato felici, se mi sono diplomata e laureata. Grazie a lei e a mio padre, che a suo modo è stato il suo perfetto complemento: mio padre è un vero hippie, uno che non ha mai giudicato nessuno, per cui nessuno è strano e la parola “normalità” non ha senso, anzi, se ce l’ha è brutto e noioso. Io e Febo siamo stati fortunati, ad avere una mamma e un papà come loro. Ma con me è stata soprattutto la mamma a fare il grosso.>> 
Pausa. Dai, Atena, hai fatto trenta, fai trentuno, 
<<Poi dieci anni fa è morta. A seguito di un’incidente sul lavoro. […] Proprio lei, che viveva di leggi e di regole, che era attentissima in ogni campo, a cosa fare e cosa non fare, che non si concedeva mai l’impulsività, la perdita di controllo. Hanno detto che era stata colpa sua. Che era in un posto in cui non doveva essere, che aveva infranto delle regole. Io non sono mai riuscita a crederci: è un’incongruenza folle, un buco nel cosmo, mi uccide da allora e cerco di non pensarci mai. […] 
Il fatto è che da allora, da quando è mancata lei, io ho perso il faro. Non ho più nessuno che mi spieghi le cose, che legga il mondo per me, nessuno che mi chiarisca quel che mi succede, che mi faccia da interprete. E lo so, dentro di me lo so che non può essere la norma. Voglio dire, tutti -o quasi- perdono un genitore prima o poi, un riferimento, una guida, ecc… Però io lo vedo che per gli altri non è come me. Io non ho perso solo una mamma: ho perso il filtro che riusciva a mettermi in contatto con il resto del mondo.>>
Prendo fiato. Tutto questo per arrivare a dire che. <<Pietro ha ragione quando dice che se una persona è incasinata non dovrebbe pesare su un’altra persona che è incasinata anche lei. Io non voglio che nessuno si senta costretto a prendere il posto di mia madre. A diventare il mio interprete, anzi, peggio: il mio babysitter. Quindi non posso fare finta di non essere lusingata del tuo interesse verso di me, Jacopo. Mentirei se ti dicessi che mi dà fastidio, o anche solo che mi sia indifferente.>>

L’autrice  da mezzo milione di copie vendute, Alice Basso, dopo aver fatto sognare i suoi lettori con le avventure di Vania Sara e Anita Bo, torna in libreria con una nuova protagonista: Atena Ferraris. 
Con “Le ventisette sveglie di Atena Ferraris”, la scrittrice racconta le fragilità delle persone, ma anche la forza che custodiamo segretamente dentro di noi. 
I temi trattati sono le abitudini, l’enigmistica, la morte, i rapporti tra genitori e fratelli, le fragilità, la diversità, l’amore e l’amicizia. 
Lo stile di scrittura è abbastanza scorrevole, a tratti macchinoso, costituito da frasi brevi, spezzate, con capitoli dedicati ai dialoghi tra la protagonista e la madre, con cui cercava di farle conoscere il mondo e le sue fragilità. 
I protagonisti sono strutturati nel complesso bene, anche se a mio avviso, manca qualcosa che faccia avvicinare ogni lettore ai personaggi, da identificarsi in Atena, Febo ecc…
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia basata sulle fragilità, sulle diversità che contraddistinguono Atena e che portano il lettore a riflettere su alcune parole come “diversità”, “normale” e “strano”. 
Rispetto ai libri precedenti, il lettore troverà una protagonista e una storia completamente diversa, in cui il tema del giallo risulta forzato e poco dinamico. 
Personalmente, ho apprezzato l’intento della scrittrice di voler dare “giustizia” a chi soffre di disturbi mentali, ma purtroppo non è riuscita a far entrare Atena e gli altri personaggi all’interno del mio cuore, mi auguro che nel successivo libro riesca a svilupparla meglio dal punto di vista descrittivo ed umano. 
Buona lettura 📚📚!!

“Un padre bugiardo” di Maria Luisa Mosele

Titolo: Un padre bugiardo 
Autore: Maria Luisa Mosele 
Casa Editrice: Morellini Editore 
Pagine: 216 
Data uscita: 30 Gennaio 2026 
Genere: Narrativa su famiglia e relazioni 

Avevo diciotto anni quando mi chiusi per sempre la porta alle spalle. Nitido il ricordo di quel giorno. La memoria ha cristallizzato la mia immagine di ragazza che fugge senza voltarsi indietro. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire il profumo delle rose in giardino. Le avevo sfiorate solo un attimo prima di andarmene per sempre. 
Ma a un tratto, ecco che il tempo si ferma. Un incidente, come un colpo d’accetta, tronca con un taglio netto il mio presente e, all’improvviso, ripiombo nel passato. 
Quel passato, che credevo di avere seppellito per sempre dentro di me, inaspettatamente, ritorna così, un giorno per caso. 

La protagonista del libro si chiama Sofia Sartori, una ragazza che dieci anni prima, aveva rivoluzionato completamente la sua vita, lasciando il “porto” sicuro della casa dei genitori e un lavoro in banca per proseguire con gli studi all’Università di Padova, dove si trovava la vecchia zia. Non è stato semplice per Sofia, lasciare Cerrina Monferrato, il luogo della sua infanzia, lasciare la madre Enza, da cui aveva ereditato i capelli, gli occhi e ogni tratto, ma il padre Adelio non le aveva lasciato nessuna alternativa. 

<<Sofia, sai bene come la penso, ma fai sempre finta di non sapere. Sono studi inutili, che non offrono nessun futuro. Te l’ho ripetuto mille volte. Cosa farai dopo? Starai in mezzo ai drogati o a gente fuori di testa? Una Sartori? Scordatelo.>>
Si fermò, come per prendere un respiro e sembrò improvvisamente addolcirsi, prima di continuare: <<Ma benedetta figlia, vuoi ragionare? Dopo la maturità c’è un posto in banca che ti aspetta. Io e zio Tullio ci daremo da fare per sistemarti. Non ci mancano certo le conoscenze giuste. Sono già d’accordo con mio fratello. Tu pensa a prendere un buon voto alla maturità. Al resto pensiamo noi. E fatti passare i grilli per la testa. Tanto non avrai mai il mio permesso.>> […] 
Invece si limitò a rispondere a testa bassa: <<Io non voglio lavorare in banca.>>
E subito aggiunse: <<Potrei frequentare Magistero a Padova. Ti prego, papà!>> E alzò la testa per guardarlo negli occhi.
La reazione violenta fu immediata:<<Tu sei pazza! Una ragazza da sola in una città sconosciuta! Ma in che razza di mondo viviamo?>>
<<Ma non ci sono mica solo io. In tantissimi si spostano. Padova raccoglie studenti da ogni regione d’Italia! Mi sono informata>> osò replicare.
<<Non mi interessa cosa fanno gli altri. A me interessa quello che fai tu. E tu non ci vai!>> gridò con tono perentorio, mentre paonazzo in volto, colpiva il tavolo con un pugno.  

Adelio è un padre severo, autoritario e aveva già deciso per la figlia il suo futuro: un posto in banca, che gli avrebbe garantito un futuro solido, certo. Sofia, dopo aver superato a pieni voti la maturità, aveva supplicato il padre di poter studiare Psicologia presso l’Università di Padova, dove si trovava la zia (sorella di Adelio), ma il padre era stato categorico: se fosse uscita da quella porta, Sofia non sarebbe più potuta tornare a casa, dimenticando di avere due genitori. 
E’ così, che Sofia, aveva oltrepassato la porta di casa per respirare la propria libertà e lasciarsi guidare dal destino. 

Aveva rinunciato all’agio di una vita comoda per la sua libertà.

Libertà… Accarezzando il suono dolce di quella parola si aprì uno spiraglio di luce su un nuovo orizzonte: l’Università!

Ma a distanza di dieci anni, in un’estate afosa come quella del 1985, Sofia riceva una telefonata che sconvolgerà ogni cosa: i genitori sono morti in un incidente stradale. 
Sofia non riesce a credere alle parole del poliziotto, che durante la chiamata le aveva comunicato la scomparsa dei genitori. 

Neppure quando sento pronunciare il mio cognome mi arrendo. Certo, sono una Sartori, rispondo, ma sono figlia unica. Ci dev’essere un’errore. Insisto. 
Continuo a non capire. O forse, non voglio capire. E’ a questo punto che Adelio Sartori risorge dall’abisso temporale in cui era sepolto e come un masso cade su di me travolgendomi. Mi schiaccia e non posso muovermi. Anche le mascelle sono serrate. Le mille domande muoiono in gola. Ma dall’altra parte il tono si fa sempre più alto. 
Allora, d’un fiato, sputo fuori quel nome, lo ripeto come un disco incantato e chiedo di ripetermelo ancora e poi ancora. Quando il suono agghiacciante “Audi ribaltata” mi colpisce, le gambe non mi reggono più. 

 

Dopo dieci anni di lontananza e silenzio, Sofia è costretta a tornare nella casa d’infanzia a Cerrina Monferrato, dove troverà segreti sepolti e verità nascoste. 
E’ così che durante la narrazione, il lettore avrà modo di conoscere le dinamiche della famiglia Sartori… appassionandosi alla storia e scoprendo alcuni segreti di un padre bugiardo. 
Nella casa della sua infanzia, Sofia rivive i ricordi della sua fanciullezza, fino al giorno dell’addio. 
Sofia fruga tra le carte dei suoi genitori, vuole sapere, come mai erano in macchina… forse, avevano deciso di andare a trovarla a Padova? Tra i documenti dei genitori, Sofia scopre movimenti bancari misteriosi, lettere segrete e un passato che non aveva mai conosciuto. 
Chi era davvero suo padre? 
Cosa nascondevano quegli anni di rancore e incomprensione? 
Dove andavano i suoi genitori? 

Mentre già vedo in lontananza le colline del Monferrato, domande su domande si accavallano, ma una, in particolare, attanaglia il mio cervello, bombardandolo senza sosta: dove stavano andando in quel caldo giorno di luglio i miei genitori? Perchè è successo? Perchè proprio a loro? Di chi è stata la colpa? Cosa è accaduto prima dell’urto, prima che l’eternità li rapisse? 
Forse viaggiavano in silenzio. […] 
Forse si sono lasciati così, con le solite parole ripetute per anni, sempre le stesse, fino alla morte. Chissà… 
Chissà com’è andata veramente.

La scrittrice Maria Luisa Mosele, dopo aver pubblicato diverse antologie, torna in libreria con “Un padre bugiardo”, un viaggio nella memoria familiare, dove l’amore e l’orgoglio si intrecciano in un nodo che solo la verità potrà sciogliere. 
I temi trattati sono la famiglia, l’abuso di alcool, la marina, la verità, i conflitti generazionali, il perdono e la libertà, il dono più prezioso che dobbiamo proteggere e custodire ogni giorno. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, diretto e veloce da leggere. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di aver descritto fisicamente e psicologicamente ogni personaggio.
Consiglio questo libro a tutte/i quelli che hanno bisogno di leggere un libro incentrato sui conflitti generazionali e sul rapporto, spesso difficile con i propri genitori. 
A quanti di voi, è capitato di aver litigato con i propri genitori? 
A quanti di voi, è capitato di aver avuto un padre autoritario che limitava la propria libertà? 
Se anche a voi, come la protagonista, avete avuto un padre come Adelio, sono sicura che riuscirete ad identificarvi in Sofia e vi spingerà a riflettere sul rapporto con i vostri genitori. 
Ringrazio la scrittrice Maria Luisa Mosele, per avermi inviato la copia cartacea del suo libro che mi ha permesso di riflettere sui conflitti generazionali e i rapporti con i genitori. 
Buona lettura 📚📚!!

“Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…” di Laurie Gilmore

Titolo: Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…
Autore: Laurie Gilmore 
Traduttore: Laura Mastroddi 
Casa Editrice: Newton Compton Editori 
Collana: Anagramma 
Edizione: 2 
Data uscita: 10 Febbraio 2026 
Pagine: 288 
Genere: Romanzo rosa 

Gli prese le mani tra le sue guastate, avvolgendolo nel suo calore. <<Così va meglio?>> 
Molto meglio, ma non era solo per via delle mani. Annie si era avvicinata e tutte le cose che non aveva mai notato di lei erano proprio lì. Il suo grazioso nasino all’insù, l’arco di cupido del carnoso labbro superiore, quel lieve rossore sulle guance. Alcune ciocche di capelli biondi erano sfuggite dal cappello e lui provò lo strano impulso di sistemargliele dietro l’orecchio. 
Annie era carina. 
Davvero molto carina. 
Che diavolo gli era preso? Come si faceva a guardare una persona per tredici anni senza rendersi conto che era così bella? […] 
Voleva baciare quella bocca che un tempo non faceva altro che storcersi con disapprovazione in sua presenza, e che al momento sembrava così attraente e dolce, appena sollevata agli angoli, come se Annie fosse divertita da lui. 

Siete pronti a tornare a Dream Harbor con una nuova incredibile storia d’amore? 
Con “Amori e segreti al Pumpkin Spice Caffè. Un caffellatte speziato può cambiarti la vita”, il primo volume ambientato a Dream Harbor, che ha fatto sognare ad occhi aperti ogni lettore, per la storia d’amore tra Jeanie e Logan. 
Se non hai letto la recensione del primo volume, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2024/11/29/amori-e-segreti-al-pumkin-spice-caffe-un-caffellatte-speziato-puo-cambiarti-la-vita-di-laurie-gilmore/

Il secondo volume “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bon. Basta solo un po’ di zucchero e cannella”, il lettore torna a Dream Harbor per la storia d’amore tra Hazel, la direttrice della libreria “Cinnamon Bon”, e Noah, un marinaio molto sexy, che si è invaghito della libraia. 
Ma se non hai ancora letto la recensione del secondo volume e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: 

https://deborahcarraro97.com/2025/03/28/dolci-misteri-alla-libreria-cinnamon-bun-basta-solo-un-po-di-zucchero-e-cannella-di-laurie-gilmore/

Con il terzo volume “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House. L’amore può sbocciare nei posti più inaspettati…”, Laurie Gilmore ha incantato tutti i lettori con la storia di Archer Bear, uno chef di successo che si trasferisce da Parigi a Dream Harbor, per prendersi cura di Olive, sua figlia. Archer, non potendo occuparsi da solo della figlia, aveva assunto Iris Fraeser come tata… ed è così che tra i due, era nata una bellissima storia d’amore. 
Se non hai letto la recensione del terzo volume e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2025/07/11/nuovi-inizi-a-strawberry-patch-pancake-house-lamore-puo-sbocciare-nei-posti-piu-inaspettati-di-laurie-gilmore/

Con il quarto volume “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…”, il lettore si è ritrovato a trascorrere il Natale a Dream Harbor, un luogo magico e affascinante allo stesso tempo, in cui gli abitanti si sostengono e aiutano, soprattutto nei momenti di difficoltà. Con il quarto volume, il lettore ha potuto sognare con la storia d’amore tra Kira North, una ragazza che si era trasferita da poco dalla Georgia a Dream Harbor, acquistando una fattoria di alberi di Natale e Bennet, il fratello di Jeanie. 
Se non hai ancora letto la recensione del quarto volume, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2026/01/09/una-dolce-magia-a-dream-harbor-un-bacio-sotto-la-neve-puo-cambiare-tutto-di-laurie-gilmore/

Quale sarà la nuova storia d’amore ambientata nella strana cittadina di Dream Harbor? 
Lo so, che siete curiosi… ma vi consiglio di mettervi comodi sul divano e assaporare dei gustosi biscotti al pan di zenzero, speziati, dolci e sorprendenti, proprio come la nuova storia d’amore ambientata a Dream Harbor. 
La protagonista del libro si chiama Annie Andrews, è una ragazza molto dolce, forte e determinata, che si preoccupa di aiutare tutti (o quasi), gli abitanti di Dream Harbor. 
Annie è la proprietaria della pasticceria Gingerbread, con le mani sempre sporche di farina per aver impastato i suoi inimitabili biscotti allo zenzero.
Annie è solare, amica di tutti gli abitanti di Dream Harbor, ad eccezione di Macaulay Sullivan, il classico ragazzo bellissimo, circondato di ragazze sin dal liceo. 
Annie e Mac si battibeccano continuamente per qualsiasi cosa, ma entrambi, sono i testimoni del matrimonio di Jeanie e Logan, i loro più cari amici. 
Annie ha sempre avuto un legame molto stretto e forte con Logan, quasi come se fosse un fratello e non dimentica gli scherzi, le frecciatine che Mac, ai tempi delle elementari, rivolgeva al suo più caro amico. Ma gli anni sono passati, Logan si è lasciato alle spalle gli anni delle elementari e ha perdonato Mac, tanto da volerlo al suo fianco nel giorno più importante della sua vita. 

<<Non c’è niente di complicato. Anzi è tutto piuttosto semplice. Due delle persone a cui vogliamo più bene al mondo stanno per sposarsi. E noi>>, indicò il tavolo degli amici davanti a lei, <<faremo in modo che sia il miglior weekend nuziale di sempre.>> 
<<Perfetto>>, disse Logan. <<Perchè Mac è qui in quanto uno dei miei testimoni. Alcuni di noi si sono lasciati alle spalle la seconda elementare.>>
Annie iniziava ad avere la nausea per tutte le parole che stava ingoiando, ma riuscì a trattenerle per i suoi amici, per il bene di quel matrimonio, non avrebbe detto che per lei la situazione era andata ben oltre la seconda elementare. 
<<Certo>>, disse invece.

Mac ha uno spirito irrequieto, dopo aver trascorso otto anni, in giro per il mondo alla ricerca di sé stesso, è ritornato a Dream Harbor per prendere in gestione il locale del padre, a due passi dalla pasticceria di Annie. 
Durante l’adolescenza, quando Annie e Mac avevano diciannove anni, si erano frequentati per un breve periodo, un mese pieno d’amore e di magia durante il periodo di Natale.
Annie non era come le altre ragazze, non gli erano mai piaciuti gli sportivi come Mac… eppure, chiacchierando con quel ragazzo era rimasta colpita dal suo modo di fare, dalle sue carezze, dalla sua dolcezza e Annie aveva ceduto ai suoi sentimenti. 

Ecco perchè aveva accettato quel bizzarro appuntamento. Per noia. Non per colpa di una disgraziata cotta che aveva per Macaulay Sullivan sin dalla terza media, quando lui era cresciuto di tipo due spanne e aveva smesso di comportarsi da deficiente con gli amici di Annie. […] 
Di norma, Annie non usciva con gli sportivi, soprattutto quelli che si comportavano male con le persone a cui teneva. […] 
Quindi, pur trovando Mac piacevole da guardare, non lo aveva mai considerato uno con cui uscire. Ed era sicura che lui pensasse lo stesso di lei. Perchè ancora una volta, quello non era un filmetto per adolescenti. 
Era strano che fosse lì con lei. 

Ma dopo aver trascorso un mese d’amore, Mac aveva deciso di allontanarsi dalla sua città, da Dream Harbor perchè gli stava troppo stretta. Mac aveva giurato ad Annie che sarebbe tornato dal viaggio dopo un anno. 
Annie ha lasciato che Mac partisse, sapeva cosa significava per lui quel viaggio, la possibilità di capire cosa voler fare della propria vita, “uscendo” dalla gabbia di quella cittadina. 
Ma per alcune ragioni (che scoprirete solo leggendo il libro), Mac non ha rispettato la promessa e Annie si è ritrovata a fare i conti con la delusione di aver creduto alle parole di quel ragazzo.

<<Allora, cosa vorresti fare della tua vita?>> , gli chiese. 
<<Detesto questa domanda.>> 
<<Puoi anche dire che ancora non lo sai.>> 
<<Davvero?>> Tutti gli altri sembrano averne almeno una vaga idea, mentre Mac aveva solo un mezzo progetto di girare il Paese in macchina fin non avesse capito cosa fare. 
<<Certo. Abbiamo solo diciannove anni.>>
<<Disse quella con il business plan perfetto.>> 
Lei ridacchiò e a Mac piacque. Forse troppo. Tutta quella serata gli stava confondendo le idee. Ma Annie gli piaceva. Era l’unica sensazione di cui fosse certo, da molto tempo. 

Per questo motivo, adesso che Mac è rientrato, Annie lo tiene a distanza e non gli concede nessuna opportunità di avvicinarsi a lei, per spiegarsi e chiedere scusa. 
Annie ha sempre cercato di evitare Mac, quando capitava che lo incontrasse per le strade di Dream Harbor, lo ha sempre trattato con freddezza e ostilità. 
Ma adesso, Annie, da brava damigella d’onore e testimone di nozze, deve mettere da parte i sentimenti che prova per Mac e si ritroverà a passare sempre più tempo in compagnia di quel ragazzo, che tanti anni fa le aveva spezzato il cuore. 
Mac decide di approfittare di quest’occasione per chiedere scusa ad Annie, per spiegarle come sono andate realmente le cose. Mac non ha mai dimenticato Annie, ed è tornato a Dream Harbor proprio per lei. Mac è disposto a tutto per riavere quella ragazza al proprio fianco, riuscirà a riconquistarla?
Il lettore si ritroverà tra battute taglienti, tensioni continue e sentimenti mai spenti…
Annie riuscirà a perdonare Mac?
Annie riuscirà a capire che l’uomo che ama odiare potrebbe essere, in fondo la sua anima gemella? 

L’ultima cosa che le restò impressa nella mente, prima di addormentarsi, fu Mac che si infilava nel letto accanto a lei. La strinse a sé, avvolgendola con le braccia. 
<<Stavolta tocca a me fare il cucchiaio grande>>, le sussurrò, e Annie si addormentò con il sorriso sulle labbra. 

<<Certo che ti conosco, Annabelle>>, disse, e lei capì subito di essere in pericolo. Quella era la parte peggiore di tutta la faccenda. Lui la conosceva davvero. Era proprio quello il problema. Mac continuò a sorridere compiaciuto. 
<<Hai lavorato per giorni per rendere questa casetta perfetta, perchè vuoi che sia speciale per le persone a cui vuoi bene. E hai fatto tutto questo mentre preparavi i biscotti di Natale per l’intera città e svolgevi i tuoi compiti di damigella d’onore, che in qualche modo includevano una caccia alla nonna. Se ti conosco bene -e io penso proprio di sì- magari hai anche fatto da babysitter a metà dei tuoi nipoti mentre le tue sorelle compravano i regali di Natale. 
E in ognuno di questi compiti hai messo tutto il tuo cuore. Vuoi che ogni cosa sia perfetta perchè pensi che essere perfetta dimostri alle persone che tieni a loro, e una piccola parte di te crede che ti vorrebbero meno bene se tu non lo fossi.>>
Annie deglutì a fatica. Cavolo. 
Era ciò che si meritava per non avere mai lasciato quella città, per avere frequentato le stesse persone da quando aveva cinque anni, per aver mostrato troppo di sé a quell’uomo quando pensava di non rischiare nulla. […] 
Annie non riusciva a respirare. Le sue parole le avevano letteralmente tolto il fiato. 
<<E so che una parte di te vorrebbe perdonarmi, ma che sei troppo testarda per farlo.>> Davanti agli occhi sgranati di Annie, Mac sfoggiò di nuovo quel sorriso beffardo. Si avvicinò fino a quando il suo fiato le sfiorò le labbra. 
<<Ma per fortuna, io sono altrettanto testardo e non mi sono ancora arreso. La tua piccola confessione di oggi mi ha dato ancora più motivazione. 
Non ho più diciannove anni, Annie, e non lascio le donne insoddisfatte. >>

La scrittrice Laurie Gilmore, conosciuta da tutti i lettori per le sue appassionanti storie d’amore ambientate nella piccola città di Dream Harbor, dopo il successo di “Amori e segreti al Pumpkin Spice Café”, “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bun”, “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House” e “Una dolce magia a Dream Harbor”, torna in libreria con “Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…”
Con “Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…”, il lettore parteciperà al matrimonio di Jeanie e Logan, assisterà alla storia d’amore tra Annie e Mac. 
I temi trattati sono le delusioni amorose, l’adolescenza, le paure, le fragilità, le amicizie, il Natale, la pazienza, il matrimonio, il perdono e l’amore, in grado di cambiare le persone. 
Con questa storia, il lettore imparerà che non tutto è come sembra e che a volte, è necessario allontanarsi dalla propria città per paura di rimanere “incastrati” nei progetti familiari. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice e romantico, con il giusto tocco di spicy, a rendere la storia più piccante e vivace. 
I personaggi sono strutturati molto bene, grazie alle ampie descrizioni fisiche e psicologiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di ritrovare alcuni “vecchi” personaggi dei libri precedenti. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una serie/un libro piacevole da portarsi al mare, in vacanza.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia d’amore dolce come il pan di zenzero: speziato, dolce e sorprendente. 
Non vedo l’ora di conoscere la prossima storia d’amore, ambientata in questa cittadina, a cui mi sono affezionata e che “sento” un po’ mia. 
Vi piacerebbe vivere a Dream Harbor?
Vi piacerebbe trovare un’amore come quello di Annie e Mac?
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📖!!

“Contare i passi verso casa” di Laura Cecacci

Titolo: Contare i passi verso casa 
Autore: Laura Cecacci 
Casa Editrice: Salani Editore 
Collana: Le Stanze 
Data uscita: 9 Giugno 2026 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte. 
La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. 
Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. 
Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. 
Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. 
Nella quarta c’è un Buco Nero. 
Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. 
Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. 
Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili. 

La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza. 
La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via. 
Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema. 
Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni. 
Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro). 
Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi. 

E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma? 
E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni? 
Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente. 
E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata?
Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio. 

Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia. 

Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento. 
Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla. 
Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon. 
Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […] 
Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”

Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine. 

Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero.
Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade. 

E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia. 
Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”. 

<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>>
La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore. 
Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.

Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina. 
Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…

I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.

Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla. 
Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo. 

Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea. 
<<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>>
<<Perchè sei andata via?>>
La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca? 
<<Era depressione?>> 
<<No>> rispondo. 
<<Allora, cosa?>>
Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità. 
<<Era guarigione.>> 
La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè. 
Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>

E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei. 

Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero. 

Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia. 
L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa. 
In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto. 
Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.

Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia. 
Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo. 
Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa. 
Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata.
Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita?
Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?

E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice. 
Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia? 
Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori. 

La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi. 
I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.

C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione.
L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale.
Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.

Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero. 
Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività. 
I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo. 
Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita. 
Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie. 
Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare…
Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!!
Buona lettura 📖!!

“Bertha Ringer. Il primo viaggio in automobile” di Emilia Covini

Titolo: Bertha Ringer. Il primo viaggio in automobile 
Autore: Emilia Covini 
Casa Editrice: Morellini Editore 
Collana: Femminile singolare 
Data uscita: 21 Novembre 2025 
Pagine: 208 
Genere: Biografia romanzata 

Avevo percorso più di cento chilometri, superato numerose difficoltà e riparato più volte la Numero Tre. Tutto da sola.
Io, Bertha Ringer, ero riuscita a compiere un’impresa che nessun uomo aveva neanche mai pensato di provare. Non riuscivo a smettere di sorridere e avevo un solo desiderio. 
Avrei voluto che Karl fosse lì per poter vedere il suo sguardo stupefatto riempirsi di orgoglio. 

La scrittrice Emilia Covini con “Bertha Ringer. Il primo viaggio in automobile”, ha un grandissimo compito: raccontare la storia di una grande donna, poco conosciuta e posta ai margini di una società prevalentemente maschile, ovvero Bertha Ringer. 
Chi era Bertha Ringer? 
Quanti di voi conoscono la sua storia?
Bertha Ringer viveva nel cuore della Germania alla fine dell’Ottocento, quando le donne erano relegate ai margini della società, e lei, con coraggio, determinazione ed intelligenza, è riuscita ad emergere, dimostrando a tutti il valore di una donna. 
Bertha è nata da una famiglia facoltosa di Pforzheim, nel Granducato di Baden, in Germania. Il padre Karl Friedrich Ringer, era un falegname e la madre, si chiamava Auguste Friederike. 

Mi chino su mia figlia, osservo i suoi lineamenti delicati, le lunghe ciglia, i riccioli biondi. E’ così piccola. Mi chiedo che bambina sarà. Tranquilla come Klara o vivace e irrequieta come Thilde? Chissà se sarà una ribelle come me.
Ripenso al mio rapporto turbolento con mia madre, alle nostre discussioni aspre e snervanti e un velo di tristezza mi avvolge. Se ne è andata l’anno scorso e ora che non c’è più provo una profonda tristezza al pensiero dei nostri litigi e incomprensioni. 
Le volevo bene, gliene ho sempre voluto ma le differenze tra noi erano incolmabili. Lei è sempre vissuta aggrappata al passato, ubbidiente a regole e convenzioni che qualcuno prima di lei aveva stabilito, profondamente certa che la sua posizione di donna non potesse essere diversa da quella di sua madre e di sua nonna prima di lei. 
Io non ho mai creduto che tutto ciò che era stato deciso da degli uomini fosse il meglio per le donne e soprattutto mi sono sempre rifiutata di accettare qualsiasi limitazione o imposizione. 

Bertha ha sempre avuto un ottimo rapporto con il padre, che la sosteneva e cercava di soddisfare ogni sua richiesta. Terminati gli studi necessari a una donna, secondo la consuetudine della società dell’epoca, Bertha avrebbe dovuto dedicarsi alla ricerca del marito; ma lei, non era come le altre ragazze, lei amava studiare e leggere, per questo motivo, chiese al padre di poter proseguire gli studi. Il padre, decise di accontentare le richieste della figlia, assumendo un’istitutrice che si recava in casa per impartire le lezioni a Bertha. 

<<Voglio frequentare il Reuchlin-Gymnasium>>

Mia madre alzò gli occhi al cielo. 
<<Impossibile! Questa è una sciocchezza.>>
Sentii la gola chiudersi e il calore salirmi alle guance.
<<Non è una sciocchezza! Io voglio continuare a studiare!>> 
<<Il fatto che tu lo voglia non conta niente. Le ragazze non possono frequentare il Ginnasio.>> 
<<Perchè?>> 
Il viso di mia madre si distorse in una smorfia e con un gesto di stizza battè il tovagliolo sulla tavola. 
<<Perchè questa è la regola nel Granducato di Baden e in tutta la Prussia. Solo gli studenti maschi proseguono gli studi. E ora basta. Credo proprio che tu debba smetterla con questa fissazione.>> […] 
<<Non è giusto che solo gli uomini possano continuare a studiare. Dovrebbero poterlo fare anche le donne!>> 
<<Scommetto che queste idee vengono da quei libri che leggi!>> 
<<Vengono dal mio desiderio di imparare cose nuove!>> 
<<Ci sono altre cose che puoi imparare. Il ricamo ad esempio.>> […] 
<<A me interessano la storia, le discipline tecniche e scientifiche!>>
<<Le discipline tecniche? Sei una donna, santo cielo. Quello che hai studiato finora può bastare. E, se vuoi, puoi leggere. Perfortuna abbiamo una biblioteca piena di volumi di ogni genere e non mi riferisco ai libri di quella Lewald.>>
<<Leggere non mi basta. Voglio poter studiare.>> […] 
<<Cara Bertha, te ne devi fare una ragione. Una donna non ha bisogno di essere istruita oltre una certa misura. Sono altre le cose a cui si deve dedicare. La gestione della casa, prendersi cura del marito, allevare i figli.>>

Bertha si è sempre interessata alla storia, alle discipline tecniche e scientifiche, dimostrando di avere un’intelligenza fuori dal comune. 
La storia di Bertha si intreccia con quella di Karl Benz, l’unico uomo (ad eccezione del padre,) che l’ha sempre considerata alla pari degli uomini. 
Bertha aveva conosciuto Karl Benz il 27 Giugno 1869, durante un’escursione organizzata dal club “Eintracht”. Karl era salito sulla carrozza di Bertha e della madre, si era presentato come un ingegnere senza soldi, ed aveva iniziato a raccontare le sue idee sulle carrozze che si muovevano senza i cavalli. 

Di una cosa ero certa. Karl Benz non era come gli altri giovanotti che avevo conosciuto fino a quel momento, le nostre serate non erano mai noiose. C’era però qualcosa di ancora più straordinario. Lui non mi cercava per il piacere di avere accanto una giovane donna graziosa. Quell’uomo dalle idee geniali, parlava davvero con me. Mostrava interesse per le mie opinioni, prestava attenzione alle mie osservazioni e rispondeva alle mie domande senza assumere quell’aria di supponenza che aleggiava sempre nelle conversazioni che in precedenza aveva avuto con altri uomini. 
Con lui non mi sentivo una semplice comparsa, non lo ero perché Karl Benz mi dava valore come persona, non mi considerava un essere inferiore, una sciocca donna che non capiva nulla.

Bertha e Karl iniziarono a frequentarsi sempre più assiduamente, lui le raccontava ogni dettaglio tecnico della sua invenzione, proprio come esponeva ad altri uomini. E’così che Bertha si innamora di Karl, con cui condivide la passione per i motori, per l’innovazione tecnologica, in un’epoca in cui le aspirazioni femminili erano severamente limitate. 
Bertha era determinata nel voler sposare Karl Benz, dopo aver convinto il padre, aveva usato la sua dote per investire sulla compagnia del futuro marito. Bertha aveva potuto investire sulla compagnia di Karl, dato che non erano ancora sposati, perchè secondo una legge tedesca dell’epoca, una donna perdeva ogni diritto di agire come investitore. 
Bertha e Karl si sposarono nel 1872, lui finì il suo primo modello di “carrozza senza cavalli” nel 1885, che Bertha chiamò la “Numero Uno”. 

<<Questa è la prima carrozza senza cavalli che hai costruito, quindi Numero Uno.>>
Karl sorrise e mi diede un bacio sulla fronte. 
<<Come vuoi tu, mia cara. >>
Prima di uscire dall’officina mi voltai un’ultima volta, diedi una lunga occhiata alla creazione di mio merito e, senza che lui sentisse, le bisbigliai un augurio. 
<<Benvenuta Numero Uno, sono certa che sarai la prima di una lunga serie.>>

Karl Benz, migliorò la Numero Uno, fino a creare la “Numero Due, ed infine la “Numero Tre”, che noi oggi conosciamo come automobile. 
Nonostante la “Numero Tre” fosse perfetta, nessuno era disposto a compiere un viaggio dimostrativo con quella “strana invenzione”. 
Karl, dopo anni di studi, di sacrifici, era rassegnato all’idea di veder la sua invenzione tra le strade delle città. 
E’ così che Bertha, decide di compiere, di nascosto dal marito, il primo viaggio in automobile, in compagnia dei suoi due figli, Eugen e Richard, perchè era sconveniente che una donna viaggiasse da sola. 
Bertha, il 5 Agosto 1888, all’età di trentanove anni, compie il primo viaggio in automobile insieme ai suoi figli Eugen e Richard, che avevano quindici e tredici anni. 
Non fu un viaggio semplice e nemmeno confortevole, Bertha percorse più di 100 chilometri di strade non asfaltate, ideate per le carrozze trainate da cavalli, senza indicazioni stradali e senza rifornimenti di benzina. Per questo motivo, Bertha si era fermata, molte volte, per comprare in farmacia l’etere di petrolio, un solvente petrolifero che serviva per far funzionare il motore (con una capacità di rifornimento di soli 4,5 litri). 
Durante il viaggio, l’automobile si guastò varie volte, ma Bertha riuscì a risolvere ogni problema, ad esempio, aveva sbloccato l’alimentazione della benzina con il suo fermaglio o aveva usato la giarrettiera come isolante. 
Nonostante alcuni problemi tecnici, Bertha riuscì ad arrivare da Mannheim a Pforzheim, dalla madre, compiendo un viaggio di circa 106 chilometri. 
Il viaggio di Bertha attirò l’attenzione di molti giornalisti, che pubblicarono subito la notizia del viaggio. 
Bertha era orgogliosa di aver mostrato a tutta la Germania (e non solo), l’invenzione straordinaria del marito, dimostrando che la “Numero Tre” era un mezzo di trasporto, che poteva competere con i cavalli o i treni. 
Ma l’opinione pubblica, all’epoca, non menzionava il gesto eroico e rivoluzionario di Bertha, dato che era una donna. Fortunatamente, Karl Benz, un uomo controcorrente, ha sempre evidenziato l’impresa pionieristica della moglie. 
Bertha Ringer, una donna audace, la pioniera che sfidò le convenzioni dell’Ottocento per realizzare un sogno. 

Perchè io, Bertha Ringer, ho compiuto il primo viaggio a lunga tratta con un veicolo a motore. Nessun uomo prima di me l’aveva mai fatto.

La scrittrice Emilia Covini, dopo aver pubblicato “Virginia Apgar. Un’intuizione geniale” (Morellini, 2024), vincitore del premio “Parità di genere” e terzo classificato al Premio Nobokov 2025, torna in libreria con “Bertha Ringer. Il primo viaggio in automobile”. 
Con “Bertha Ringer. Il primo viaggio in automobile”, la scrittrice Emilia Covini ha dato voce a una donna di un’intelligenza straordinaria, che ha compiuto il primo viaggio in automobile sfidando la società dell’Ottocento. 
I temi trattati sono le innovazioni tecnologiche, l’amicizia, i rapporti tra genitori, la società, il matrimonio e le donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, poetico, semplice, costituito da capitoli brevi, diretti ed intensi, da leggere tutti in un fiato. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di aver descritto perfettamente, non solo la protagonista, ma anche il marito Karl Benz, che ha sempre creduto nell’intelligenze e nell’intraprendenza della moglie. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che amano le biografie romanzate su donne del passato che hanno rivoluzionato la storia. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano conoscere Bertha Ringer, una donna intelligente, audace, che merita di essere conosciuta da tutte/i. 
Ringrazio la scrittrice Emilia Covini per avermi inviato la copia cartacea del suo libro, che mi ha permesso di conoscere a fondo la storia di Bertha Ringer, una donna speciale, intelligente che ha sfidato la società dell’Ottocento. 
Buona lettura 📖!!

“Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf” di Martina Tozzi

Titolo: Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf 
Autore: Martina Tozzi 
Casa Editrice: Nua Edizioni 
Data uscita: 23 Gennaio 2026 
Pagine: 452 
Genere: Biografia romanzata 

La famiglia era in realtà più complicata di così, pensò Virginia osservando un piccione che andava a posarsi su uno degli angeli dorati del raffinato baldacchino del principe Alberto. Perchè sì, c’erano loro, i quattro fratelli Stephen: Vanessa, la sua preferita, che adorava senza ritegno, ma della quale era anche costantemente gelosa, che aveva quasi sette anni; Thoby, di cinque anni e mezzo, che Vanessa riveriva in maniera disgustosa; poi lei, Virginia, di quattro anni, e infine Adrian, che in ottobre ne avrebbe tre. Ma sia la mamma che il papà erano vedovi, e a casa c’erano anche i figli della mamma, i ragazzi Duckworth: George e Gerald, di diciotto e sedici anni, che andavano a scuola ed erano grandi, e Stella, che aveva diciassette anni ed era bella, gentile e molto buona. 

“Vita di una falena” è una biografia romanzata, ambientata nell’Inghilterra vittoriana, della scrittrice Virginia Woolf, una donna che ha osato cambiare la letteratura in un mondo che voleva tenerla in silenzio. Ed è proprio, grazie alla penna della scrittrice Martina Tozzi, che Virginia prende vita, fino ad assumere sembianze estremamente realistiche. 
Da dove inizia la sua storia? 
Ma chi era Virginia? 
Il suo nome è Adeline Virginia Stephen, una bambina di quattro anni, che insieme alla sua numerosa famiglia, vive al 22 di Hyde Park Gate a Londra. 
I genitori Leslie Stephen e Julia Jackson, amavano la loro famiglia allargata, composta da Vanessa Stephen (Vanessa Bell), Thoby Stephen, Adrian Stephen e da Virginia Woolf, ma anche dai figli, nati dal precedente matrimonio, come Laura Stephen, George Duckworth, Stella Duckworth e Gerald Duckworth. 
Virginia non è mai riuscita ad andare d’accordo con Laura, figlia di Leslie Stephen e della sua prima moglie Minny Thackeray, forse per via dei suoi problemi di salute mentale, che l’obbligarono a passare gran parte della sua vita in cliniche psichiatriche. 
Stella Duckworth era l’anima della famiglia, la sorella maggiore con un ruolo materno verso le sue sorelle. Stella era molto bella, per questo motivo non poteva uscire da sola, onde evitare situazioni compromettenti dei suoi spasimanti, tra cui Jem, conosciuto da tutti come “Jem il pazzo”. 
Virginia, amava recarsi insieme a Stella e alle sue sorelle, fratelli, ai Kensington Gardens, i giardini per i più piccoli, ubicati vicino all’abitazione dei Stephen. 
Sin da bambina, Virginia ha sempre avuto molti soprannomi: Gini, Ginia, Ginny, bellezza, capra, capretto o Billy la capra. 
Virginia ha sempre avuto un legame molto stretto con sua sorella Vanessa, desiderosa di dimostrare il suo affetto e la sua intelligenza, per questo motivo Virginia era gelosa di sua sorella. 

<<Essere fedeli con i propri ideali è la cosa più importante di tutte, Virginia. Fingendo con gli altri, si finisce per fingere anche con noi stessi e così diventa impossibile non perdersi. E’ come nella lettura, Ginny mia: pensa pure tutto quello che vuoi di qualsiasi testo ti troverai di fronte e non fingere mai, neanche una volta, di ammirare quello che non ti piace.>> 
<<E’ per questo che ti arrabbi quando ci piacciono i personaggi più dei romanzi? Pensi che così non ragioniamo con la nostra testa, ma ci accontentiamo di quello che ha stabilito l’autore?>> 
<<Non ci avevo mai pensato, sai?>> Papà si grattò un momento la fronte. <<Può darsi. Sei una bambina molto intelligente.>>

Sin da bambina, Virginia, sa che da grande diventerà una scrittrice, seguendo le orme di famiglia che da sempre vedevano gli Stephen come scrittori. 
Virginia amava leggere, recarsi nell’immensa biblioteca del padre e scegliere tomi sempre più complicati, in grado di sviluppare in lei, un’osservazione critica.
Il padre Leslie, era orgoglioso che Virginia si dedicasse con passione non solo alla lettura, ma anche alla scrittura, ed era convinto che presto, tutti, avrebbero conosciuto il talento di Virginia. 

Virginia sgattaiolò soddisfatta a mettere il tomo al suo posto, nell’immensa libreria che occupava tutte le pareti della stanza e si interrompeva solo per lasciare posto alle tre grosse finestre, dalle quali si godeva la vista dei tetti di Kensington fino alla chiesa di St Mary Abbot, e al grosso camino, dove scoppiettava allegramente un fuocherello gioioso e sopra il quale campeggiava il ritratto della prima moglie di papà, Minny, timida e dolcissima. Su di loro, un alto soffitto decorato con deliziose travi laccate di giallo. 
<<Dunque come hai trovato questo romanzo?>> domandò papà con grande interesse. 
<<Mi è piaciuto, anche se…>>
<<Anche se? Continua, ti prego.>> 
Ma Virginia esitò perchè sospettava che suo padre amasse molto quel romanzo, e non voleva deluderlo dicendo che certe parti le erano parse proprio noiose. Così si riscosse. 
<<Niente se. Mi è piaciuto e basta.>>
<<Va bene>>, papà annuì, si strinse nelle spalle e poi si alzò con un balzo alla sedia a dondolo. Le si avvicinò.
<<Ogni lettore è diverso e reagisce in modo differente a una storia. Non dire mai che ti è piaciuto un libro che hai trovato mediocre, intesi?>>

Oltre alla passione per la scrittura e la lettura, Virginia, amava inventare storie, che raccontava alla sera ai suoi fratelli e sorelle. 
Virginia e Vanessa, hanno ricevuto un’educazione, un’istruzione diversa da quella di Thoby e degli altri fratelli maschi, a cui era concesso studiare fuori dalle mura domestiche.
Virginia amava ascoltare le lezioni di latino e francese della madre, mentre il padre le insegnava la matematica, ed odiava le lezioni di portamento e ballo della signora Wordsworth. 
Quando Thoby, fu mandato in collegio a Evelyn per studiare, Virginia ebbe modo di riflettere per la prima volta, sulle circostanze che subivano le donne rispetto agli uomini. Virginia si era sempre rispecchiata nel padre, dato che condividevano la passione per la lettura e scrittura, ma quella volta, Virginia capì che il suo essere donna, l’avrebbe portata inevitabilmente a essere diversa dal padre. 

In realtà, Virginia non sarebbe stata felice di andare a scuola, non da sola, senza Nessa. Ma la intrigava l’idea di poter ampliare le proprie conoscenze fuori casa, le sarebbe piaciuto poter studiare di più. La sua routine casalinga di apprendimento iniziava a starle un po’ stretta. C’erano ancora le lezioni di latino e francese con la mamma, la famiglia della mamma aveva degli antenati francesi e lei parlava molto bene la lingua. […] Oltre al francese e al latino, Virginia continuava a studiare la matematica con il papà e a istruirsi da sola, avendo il permesso di leggere ogni testo presente nella biblioteca di famiglia, cosa che faceva con grandissimo piacere. Inoltre, le venivano impartite le conoscenze fondamentali per un’esponente del suo sesso. Doveva disegnare, e per questo lei e Nessa prendevano lezioni dal signor Ebenezer Cook, che ogni volta si complimentava per il tratto di sua sorella ma che era molto gentile anche nei suoi riguardi, cosa che la rendeva felice perchè era sensibile alle lodi. Poi c’erano le lezioni di pianoforte e di canto, con la signora Mills, ma né lei né Vanessa eccellevano in quelle attività e detestavano la loro insegnante. Mai, però, quanto detestavano quella che impartiva loro lezioni di portamento e ballo. Si chiamava signora Wordsworth, ed era già a vedersi terrificante: si vestiva solo di lucente satin nero, aveva un orribile occhio di vetro e portava sempre con sé un pesante bastone di legno, che batteva sul pavimento per ordinare i movimenti delle ragazze. […] 
Ora che Thoby se ne andava di casa per studiare, Virginia per la prima volta si trovò a riflettere sulle differenti circostanze che segnavano la vita delle donne e degli uomini. Sebbene si sentisse molto più affine a suo padre, si rese conto che il suo essere donna l’avrebbe inevitabilmente portata a essere diversa da lui, da grande. 

Ma Virgina non si arrendeva mai, dato che era sicura delle sue capacità, decise di iniziare a scrivere un giornalino familiare, cercando di convincere sua sorella Vanessa a collaborare con lei, facendole creare le illustrazioni. Vanessa, a differenza di Virginia, amava disegnare e sognava di diventare una pittrice, ma aveva paura del giudizio del padre, per questo motivo rifiutò l’offerta della sorella.
Il giornalino familiare diventò l’appuntamento fisso della famiglia e Leslie, era sempre più orgoglioso delle capacità di scrittura di Virginia. 
Ma ben presto, Virginia e la sua famiglia, dovettero fare i conti con la perdita della loro madre. E fu in quell’occasione che per la prima volta, Virginia smise di trovare conforto nella scrittura, rifiutandosi di prendere tra le mani la penna. 
Nel mentre, sua sorella Stella accettò la proposta di matrimonio di Jack e Virginia iniziò ad interrogarsi sul significato della parola “amore” e sul rapporto tra uomini e donne. 
Dopo un periodo di blocco dalla scrittura, Virginia riprese a scrivere, con ancora più voglia di dimostrare a tutti, che anche una donna era in grado di raggiungere gli stessi successi degli uomini. 
Tra lutti, silenzi e regole soffocanti, Virginia e la sorella Vanessa, entrano nel circolo di Bloomsbury e trovano la forza di immaginare una vita diversa, fatta di arte, pensiero libero e scelte audaci. 
Mentre il nuovo secolo è alle porte, Virginia, sente che la letteratura deve aprirsi, deve cambiare radicalmente, ed è così che inizia a pubblicare i suoi libri sotto lo pseudonimo di Virginia Woolf. 

<<Non ti vedi con un uomo al tuo fianco?>> le chiese Violet chinando un po’ la testa per guardarla meglio. 
<<Generalmente, nei rapporti, ecco, preferisco le donne,>> rispose Virginia con semplicità. Ed era così, naturalmente. 
<<Stare in compagnia di una donna è infinitamente -complicato, e non devo sempre pensare a cosa sia appropriato o meno. E poi, mi affascinano terribilmente le loro menti.>> 
Fu felice di sapere che Violet era d’accordo con lei. La loro amicizia prosperava, in quell’estate di calda campagna. 

La scrittrice Martina Tozzi, appassionata di storia, interessata alle figure femminili del passato, torna in libreria con un’autentica biografia romanzata su Virginia Woolf. 
In “Vita di una falena”, la scrittrice Martina, dona una nuova veste a Virginia, attraverso l’eleganza e la cura delle parole, delinea la figura di Virginia in modo autentico, realistico. 
La scrittrice Martina è riuscita ad entrare nella mente di Virginia, sin dalla prima pagina, accompagnando il lettore, passo dopo passo, nella vita della grande scrittrice che ha subito lutti, torti, sfidando la consuetudine sociale che relegava le donne esclusivamente tra le mura domestiche. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, poetico, semplice, diretto, elegante ed emozionante, la scrittrice riesce a dare voce ai personaggi e a Virginia, in modo unico, descrivendo i loro sentimenti, la loro umanità. 
I libri di Martina Tozzi sono pieni di interesse, cultura, di poesia e di arte, di interesse sulle figure femminili della storia. 
I temi trattati sono gli usi della società, l’amore, le differenze sociali tra uomini e donne, l’amicizia, gli abusi, il matrimonio, il rapporto tra sorelle e la passione per la scrittura e l’arte. 
I personaggi sono strutturati molto bene, con descrizioni accurate dell’aspetto fisico ed emotivo, la scrittrice Martina Tozzi è molto attenta a descrivere minuziosamente ogni dettaglio. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro intenso, emozionante, a chi ama leggere le biografie romanzate, pieni di letteratura e di arte… Sono sicura che la penna elegante, poetica di Martina, vi ruberà il cuore e l’anima!
Ringrazio la scrittrice Martina Tozzi per avermi inviato la copia cartacea del suo libro, che mi ha permesso di tuffarmi nell’Inghilterra vittoriana e conoscere Virginia Woolf. 
Buona lettura 📖!!

 

“La rotta delle stelle” di Cristina Caboni

Titolo: La rotta delle stelle
Autore: Cristina Caboni
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Narratori moderni
Data uscita: 21 Ottobre 2025
Pagine: 272
Genere: Romanzo contemporaneo

<<Prima ballerina della Scala, Marigold. Lo sai cosa c’è in gioco.>>
<<Sì.>> Annuì, incatenata al suo sguardo, contagiata dall’espressione sul suo volto, assaporando le sue parole. La sua forza persuasiva.
<<Questa sera cambierà tutto, devi essere pronta.>>
<<Lo so.>>
Le avevano assegnato un ruolo da protagonista nonostante la giovane età e dopo un anno appena di permanenza alla Scala, perchè era la migliore… non era mai accaduto prima. Il suo, le avevano detto, era un talento che si vedeva di rado. Inspirò profondamente. Era quasi in cima, il sogno si stava avverando.”

La protagonista del libro si chiama Marigold Icardi, una giovane danzatrice molto talentosa, prima ballerina della Scala di Milano. Marigold ha la capacità di sentire la musica, di associare a ogni nota un colore; per questo motivo si muove con grazia, sinuosità e delicatezza, ed è la più brava ballerina della Scala.
Marigold è stata scelta per rappresentare l’opera di Giselle, un incarico molto prestigioso e che non ammetteva errori. Lei era Giselle e al suo fianco c’era Oscar, nelle vesti di Loys, un ballerino abile che trasmetteva la sua passione sul palco e insieme avevano frequentato la scuola a Londra.
Marigold e Oscar, lavorando ogni giorno insieme e condividendo la stessa passione per la danza, avevano iniziato a frequentarsi. Marigold sapeva benissimo, che mischiare il lavoro con i sentimenti, era pericoloso, glielo ripeteva continuamente la sua amica e truccatrice Vania, ma lei e Oscar si amavano, ed era proprio grazie al loro amore, che riuscivano a trasmettere al pubblico la passione e le emozioni.

Perfetta? Quante volte aveva usato quella parola? Ossessione, ecco cos’era. Eppure, non era meravigliata. Lo conosceva. Sapeva che la perfezione per lui era fondamentale. Un istante nel quale ogni cosa andava al suo posto: la musica, il movimento, il corpo, il respiro. E allora la danza diveniva pura arte, straordinaria bellezza.
Non era forse quello il loro compito?
<<Sarai la migliore, Marigold, dopo mi ringrazierai e festeggeremo insieme. Io e te, pensaci. Il mondo della danza sarà ai nostri piedi. Ci inviteranno ovunque, scriveremo una nuova pagina di storia.>>
La teneva per le spalle, la fissava. In quel momento si guardò con gli occhi di lui.
Perfetta.
Loro due insieme lo erano.
E allora percepì dentro di sé il cedimento, quell’allentarsi della volontà che precedeva la resa.

Ma la sera della prima teatrale, mentre Marigold era una perfetta Giselle, sentì un dolore insopportabile al ginocchio, un dolore così acuto che la fece cadere all’improvviso durante una piccola pausa tra una scena e l’altra.
Marigold fu portata d’urgenza in ospedale, ma lo spettacolo doveva continuare anche senza di lei, venne sostituita da Elaine, una ragazza scaltra, invidiosa e con poco talento.

Il tempo si dilatò, il mondo perse consistenza. Fu adagiata su una barella, qualcuno le sistemò la testa sopra un cuscino.
<<Tranquilla, tesoro, ci sono io con te.>>
Si aggrappò al braccio di Vania.
<<Oscar>> le chiese. L’amica sorrise, ma non rispose. Marigold lo cercò tra le persone che si erano assiepate intorno per salutarla. Lui era lontano, dietro tutti. Elaine era al suo fianco. Parlavano, le teste vicine.
Finalmente Oscar si accorse di lei. Ma restò dov’era.
<<Devo andare, devo cambiarmi…>>
Marigold intuì le parole più che udirle.
Certo, lo spettacolo doveva continuare. Lei doveva capire, doveva accettare. Oscar aveva perso fin troppo tempo e il secondo atto ormai era imminente. Marigold sapeva come andavano queste cose, non era la prima ballerina che si infortunava. Eppure, ebbe l’impressione che, mentre lui si allontanava, il cuore le si fosse fermato, si fosse spezzato.

Marigold si ritrovò da sola a dover metabolizzare il grave infortunio, una pausa forzata dalla danza che era tutta la sua vita. Marigold pensava che l’uomo che amava, l’avrebbe aiutata e sostenuta, che sarebbe stato al suo fianco in questo momento difficile, ma non fu così, perchè Oscar era convinto che Marigold non aveva voluto fermarsi in tempo, quando la situazione non era così grave.

<<Solo chi sa di non valere nulla teme di perdere tutto. Tu no, Marigold. Tu sai chi sei, cosa sei capace di fare. Sei migliore delle persone che si ostinano a difendere ciò che non gli è mai appartenuto.>>
No che non lo era. Eppure quelle parole franche, quasi brutali, ebbero l’effetto di una doccia gelata. Marigold chinò il capo rincorrendo le briciole sulla tovaglia con la punta del dito.
<<Ero convinta di vivere in una realtà grande e meravigliosa. Pensavo che sarebbe stato così per sempre.>>
Vania annuì. <<Lo so. Ma vedi tesoro, l’unica cosa davvero certa della vita è che tutto cambia.>>

Marigold è sola a Milano, deve trovare al più presto una sistemazione perchè aveva disdetto l’affitto della casa a causa della tournée teatrale in giro per il mondo. Marigold non ha più certezze, non ha più i genitori, morti in un incidente autostradale qualche anno fa, ha solo una persona a cui chiedere aiuto, l’anziano zio Domenico.
Lo zio Domenico vive a Draconia, un piccolo paesino della Sicilia, il luogo in cui è nata e conserva la storia della sua famiglia.
Appena lo zio, sente che la sua adorabile nipote ha bisogno di lui, prende il primo aereo per Milano. E’ così che Domenico convince la nipote a tornare a Draconia, il luogo ideale per rimettersi in forma dopo l’intervento e riflettere.
Immaginatevi un piccolo paesino siciliano affacciato sul mare, caratterizzato da paesaggi pittoreschi e profumi intensi, pieno di miti e leggende che permeano la storia.

Draconia sorgeva a poca distanza da Taormina ed era divisa in due parti, una affacciata sul mare, una più in alto, abbarbicata sulla collina e dominata dalla chiesa barocca in pietra chiara. Un ponte di roccia che aveva tutta l’aria di esserci sempre stato, collegava la città alta alla spiaggia. […]
Osservò il tramonto e per un istante, mentre il sole si immergeva infiammando il blu, tutto si quietò. Era come avvertire il silenzio più profondo, era come quando Desy le indicava le stelle e Marigold aveva l’impressione di rimpicciolire, diventare un granello di polvere dell’universo. E nulla aveva più importanza.
Fu allora che sentì la campana. Era un rintocco lontano, che le entrava dentro, un ritmo dolente, capace di accarezzarle l’anima e di attirarla a sé. Si voltò verso la chiesa alle sue spalle. Strano, non proveniva da lì e non era nemmeno una di quelle registrazioni che si udivano di frequente in città. Il suono si smorzò fino a cessare del tutto, come il vento. I pensieri adagio riacquistarono consistenza. Una nave segnalò il suo passaggio al largo della costa.

Marigold è affascinata dalla storia di Draconia, soprattutto perchè da quando è tornata, sembra sia la sola a sentire il suono di una campana, che pare provenire dal mare.
Marigold si sente fuori posto, anche se a Draconia è stata accolta con affetto dallo zio e da Carmela, che la vizia con i suoi piatti tradizionali.
Marigold continua a pensare alla vita che ha perduto, alle fatiche e rinunce che aveva fatto per tutta la vita, per arrivare a diventare la prima ballerina della Scala. E adesso, che cosa avrebbe fatto?
Lei era nata per danzare, per stare sul palco, ma al momento il tutore non le permetteva di fare nulla.
Ed è proprio a Draconia, che conosce un gruppo di ragazze: Emma, Rosanna, Teresa, Anna, Calogera, Mina, Agata e Grazia, che si vedevano tutti i giorni verso l’alba per passeggiare insieme.
Marigold inizia a prendere parte a queste passeggiate, in compagnia del suo bastone da passeggio, ogni passo rappresentava una piccola vittoria sul tutore.
Insieme alle sue nuove amiche, Marigold si sente pronta a lasciarsi alle spalle il passato e aprire il suo cuore a nuove opportunità e a nuovi amori.
A Draconia, conosce un ragazzo di nome Jonathan Miller, che ama il mare e si occupa di ascoltare il canto delle balene… Jonathan risveglierà in Marigold, emozioni che non aveva mai provato, fino a farle vibrare l’anima.

All’inizio era stata talmente concentrata su sé stessa da non vedere altro; poi, quando aveva creduto che fosse tutto finito, quando non sapeva più chi era, tra le crepe che la ricoprivano era penetrato qualcosa: una carezza, una parola gentile, una sgarbata che l’aveva sconvolta e spronata a reagire.
E lei aveva iniziato a cambiare, o forse semplicemente a crescere.

Grazie alle sue nuove amiche e a Jonathan, Marigold cercherà di indagare sui miti e leggende che dominano Draconia, in particolare è determinata a trovare la campana, che custodisce un segreto della sua famiglia.
Marigold si ritrova in una ricerca che la spingerà a interrogarsi sul senso dell’appartenenza, sul peso dei pregiudizi. Perché a volte, conoscere il passato, porta con sé a verità sconvolgenti che rischiano di rompere ogni equilibrio.
E mentre il sole si alza e il mare riflette i primi bagliori del mattino, Marigold prova a fare pace con i suoi fantasmi e della sua famiglia.
Perchè bisogna aprire il proprio cuore e fare pace con il passato, per lasciarsi andare a nuove opportunità.
Riuscirà Marigold a cancellare i pregiudizi sulla sua famiglia?
Riuscirà Marigold a costruirsi una nuova vita?

Tacque assaporando il momento. Dopo un lungo minuto le parole trovarono da sole la strada. <<Sto ricominciando la mia vita da capo.>>
Era un concetto vago, avrebbe dovuto spiegarsi meglio. In realtà Marigold non sapeva nemmeno perchè glielo stesse raccontando, ma aveva desiderato dirglielo, mostrarsi com’era.
Jonah la guardava, in attesa che lei continuasse.
<<Ero qualcuno, adesso non sono più nulla. Eppure, non mi sono mai sentita tanto viva. Questa sera è stato… non trovo le parole. Sembra che la vita ti risarcisca di quello che ti ha preso.>> […]
<<Credo che tu sia molto coraggiosa, ci vuole una grande forza d’animo per trovare una strada nuova. Quando hai superato un ostacolo il mondo ti fa più paura, ma allo stesso tempo non ha più i confini tanto tenuti.>>
<<Ci sei passato anche tu.>>
<<Credo che sia capitato a tutti di rivalutare le proprie convinzioni. Gli schemi di vita ogni tanto falliscono o richiedono un aggiustamento.>>
Sì, era vero. Era una rotta che aveva bisogno di essere perfezionata. Ma ciò che sorprese davvero Marigold era il fatto che in quei mesi lei aveva creduto di essere al centro del mondo: come se solo lei fosse caduta, come se solo lei fosse stata tradita, come se solo lei avesse perduto ogni cosa. Invece non era speciale, non in quel senso almeno. In un modo o nell’altro le persone sostenevano il peso delle proprie esistenze. E la meraviglia. La gioia. Tutto quel dolore che l’aveva afflitta si stava ritirando un po’ alla volta lasciando uno spazio che adesso era libero, per contenere qualcosa di nuovo.
Cosa ci avrebbe messo dentro dipendeva dalle sue scelte.

La scrittrice Cristina Caboni dopo aver pubblicato numerosi bestseller venduti in tutto il mondo, torna in libreria con una nuova storia fatta di suoni, atmosfere incantevoli, ma anche di sogni infranti e di rinascite.
Con “La rotta delle stelle”, Cristina Caboni conferma di avere una sensibilità fuori dal comune e dona al lettore una storia profonda, umana, rammentando al lettore l’importanza di custodire le proprie radici, anche quando il passato è insidioso, oscuro e traumatico, perchè a volte le risposte alle domande più intime si trovano nei luoghi più impensabili.
I temi trattati sono la danza, la forza delle donne, la famiglia, la guerra, la speranza, il mare, i miti e le leggende, la riscoperta di sé, i tradimenti, ma anche l’amore e l’amicizia che possono curare le cicatrici del cuore.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, emozionante e profondo, ogni capitolo si apre con una citazione che riguarda il mare, l’oceano e le creature che abitano i mari.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni psicologiche e fisiche, che permettono al lettore di affezionarsi non solo alla protagonista Marigold, ma anche all’anziano zio, all’affascinante Jonathan e al simpatico gruppo di donne di Draconia.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro che racconti una storia di rinascita, perchè è proprio quando la vita ti spezza in due, che bisogna trovare la forza di rialzarsi e reagire.
Buona lettura 📖!!


“Single con criceto” di Milena Michiko Flašar

Titolo: Single con criceto
Autore: Milena Michiko Flašar
Traduttore: Monica Peretti
Casa Editrice: Feltrinelli
Collana: Fluo
Data uscita: 11 Febbraio 2025
Genere: Romanzo contemporaneo
Pagine: 272

Ma Punsuke era la persona più importante per me. D’accordo forse persona non era il termine corretto. Lo avevo semplicemente dotato di caratteristiche umane, e poiché lui sembrava non avere niente in contrario, lo trattavo come un mio pari.
Il motivo che mi aveva spinta ad acquistarlo era indicativo di per sé. Non volevo ammetterlo, ma negli ultimi tempi una parte di me aveva sopportato a fatica la continua solitudine. Essere padrona di me stessa era una cosa. Ben diverso, invece, era la paura di dimenticare qualcosa di basilare se non avessi avuto al mio fianco almeno un animale domestico. Esserci per qualcuno. Occuparmi di lui. L’innegabile evidenza, ossia che le noci e i semi che gli porgevo sparivano nelle sua guance, in un certo senso mi dimostrava che ero viva anch’io. […]
Le sue vibrisse mi facevano il solletico. E ciò che avevo tralasciato di fare per tutta la giornata, ridere di cuore, sgorgava da sé.

“Single con criceto” è uno di quei libri, tra gli scaffali della libreria che attira l’attenzione di centinaia di lettori per il titolo accattivante e una copertina ben curata. Ma questo libro è molto di più, affronta temi molto importanti e delicati, in particolare la solitudine, quella viscerale, che ti fa sentire esclusa da tutti, in un mondo che continua ad andare avanti, senza curarsi delle persone.
La protagonista del libro si chiama Takada Suzu, è una ragazza di venticinque anni del segno dello scorpione, è single e sta bene da sola, con il suo criceto Punsuke.
Suzu ha mollato l’università, dopo aver frequentato solo un semestre, e prova un senso di colpa nei confronti della sua famiglia, che continuano a non capire le sue scelte.
Suzu abita in un minuscolo appartamento, situato in un quartiere anonimo di una metropoli giapponese, e riesce a mantenersi grazie al suo lavoro di aiuto cameriera in un famiresu.

I miei passi risuonavano nelle strade che si stavano svuotando. Il quartiere in cui abitavo era relativamente tranquillo. Ci vivevano soprattutto pendolari, che dopo il lavoro tornavano nei loro cubicoli. Si trascinavano stanchi e curvi, e tranne la proverbiale eccezione, il musicista con la chitarra sulle spalle che si esibiva nei locali o la hostess in tiro che a quell’ora si avviava verso il suo bar, tutti quelli che incrociavo sembravano amalgamati in una massa grigia. Gli edifici piuttosto bassi, in parte malandati, esercitavano una pressione aggiuntiva. Come schiacciata sotto un peso diffuso, la massa strisciava verso casa. In ogni modo la festa era altrove […] inutile guardarsi intorno in cerca di divertimenti. […]
Non era esattamente il posto adatto a chi aveva poco più di vent’anni e tutta la vita davanti, ma la vita era anche una questione di soldi.
A portarmi lì era stato l’affitto conveniente.

Il suo motto è “Vivi e lascia vivere”, ereditato dal suo insegnante di ginnastica e su cui si fonda la sua vita. Suzu non ama la socialità, nemmeno a lavoro, si limita a porre poche domande (quelle essenziali).

Vivi e lascia vivere era il mio motto. L’intimità era troppo per me. Raramente confidavo qualcosa che mi toccava da vicino o ero curiosa dei segreti altrui. Non mi interessava saperli. Il rapporto ideale -non importava con chi- a mio parere era quello in cui non di si aspettava troppo l’uno dall’altro. Due parole di tanto in tanto, sul freddo. E su come si sentiva già l’odore della neve, anche se non era ancora caduta. Di più non mi veniva in mente. Appena il discorso scivolava sul personale mi si stringeva la gola. Un tono confidenziale mi provocava la tachicardia. Mi piacevano le cose semplici e senza impegno.

Ultimamente, alla sera Suzu, controllava il sito di incontri, dove si era iscritta qualche anno fa per combattere la solitudine, prima di adottare quel grazioso criceto, che la faceva sentire “viva” e dava un senso alla sua esistenza. E’ così che Suzu, risponderà al messaggio di un certo “Kotaro”, con cui inizierà una breve frequentazione, che terminerà nel peggior dei modi, ovvero con il “ghosting”, un fenomeno sempre più diffuso non solo tra i giovani, in cui si interrompe all’improvviso ogni forma di comunicazione.

Mi venne in mente il termine “ghosting”. A quanto pareva erano in aumento i casi in cui una persona spariva senza preavviso, mollando il partner dalla sera alla mattina. Dopo la totale interruzione dei rapporti, chi veniva “ghostato” si ritrovava a fare i conti con un fantasma, con l’ologramma di qualcuno che svanendo nel nulla, si sottraeva a ogni forma di contatto.

A causa della delusione sentimentale, Suzu si isolerà ancora di più, non recandosi nemmeno al lavoro per una settimana, senza avvisare il datore di lavoro. Al suo rientro, Suzu perderà il posto, a causa della sua incapacità di comunicare e di empatia.
E’ così che Suzu, si ritrova ad inviare curriculum e viene assunta dall’impresa di pulizie del signor Sakai. Ma il signor Sakai, ha un’impresa di pulizie specializzata in casi di kodukusha, ovvero persone sole che muoiono nelle loro case, dove rimangono per giorni.

“Voi siete giovani,” disse il signor Sakai dopo aver versato in parti uguali nei nostri bicchieri il whisky rimasto. “Alla vostra età, se mi avessero parlato della morte sarei fuggito a gambe levate. Cosa vi trattiene su queste sedie?”
Grazie al cielo fu il tizio a rispondere per primo, “La solitudine,” esordì, “è una malattia estremamente diffusa […] il fenomeno del kodukushi è una diretta conseguenza di questa disgregazione. Pertanto, non riguarda solo il singolo individuo. Riguarda tutti noi,” concluse”. […]
“Avete espresso esattamente il mio pensiero. Con circa trenta mila casi di kodukushi all’anno, tendenza in aumento, non è più possibile sottovalutare il problema.
E’ qualcosa che tocca l’intera società, e che tra l’altro abita alla porta accanto.
Conoscete i vostri vicini?”
Deglutimmo distintamente. La domanda era arrivata troppo a bruciapelo.
Il signor Sakai rise:” A giudicare dalla vostra reazione, non li conoscete. Ma vi pregherei di una cortesia personale: cercate di conoscerli. Non dovete essere invadenti, basta che ogni tanto gli chiediate come stanno. Sarebbe già molto per la soluzione del problema.

E’ così che Suzu, scopre che i casi di kodukushi, sono in continuo aumento, soprattutto nelle città globalizzate, in un sistema che fa allontanare le persone le une dalle altre, condannandole alla solitudine.
Il signor Sakai insegnerà a Suzu, non solo il nuovo lavoro, ma la farà riflettere sulla solitudine, sul significato della vita.
E solo allora, Suzu, inizierà a vivere di più, a comunicare con i suoi colleghi e ad affezionarsi ai suoi vicini di casa anziani.
Perchè ognuno di noi ha bisogno di sentirsi importante per qualcuno, anche se quel qualcuno è un animale domestico, come un criceto.

Siamo una società di immaturi. Una miriade di regole stabilisce la condotta che dobbiamo tenere, e le regole, gentili solleciti, se volete, mirano a farci attraversare la vita in maniera il più possibile indenne. Che naturalmente è una cosa positiva. Cerchiamo di pensare agli altri, sul serio. C’è bisogno di dirlo? L’appello ad avere riguardo per il prossimo non è piuttosto il triste canto del cigno della nostra cosiddetta, umanità? “Siete pregati di comportarvi da cittadini civili!”
Non significa forse che non lo siamo?
Tutte fesserie ipocrite! Chi si preoccupa degli altri? La verità è che ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto, e chi non riesce a piazzarsi in pole position ha persona la gara prima ancora che sia iniziata. Ricordatevi queste parole, […] se andiamo avanti così, presto ci ritroveremo dove siamo già stati.
Troppe norme portano alla cieca obbedienza.
E di cosa è capace chi obbedisce ciecamente, ce lo ha insegnato il secolo scorso.

La scrittrice Milena Michiko Flašar dopo aver pubblicato “Il signor Cravatta” ( Einaudi, 2014), torna in libreria con “Single con criceto”, vincitore dell’Evangelischen Buchpreis nel 2024 e finalista dell’Osterreichischer Buchpreis nel 2023.
I temi trattati sono l’amore, il sistema, i siti di incontro, i rapporti famigliari, l’università, il ghosting, la socializzazione, la morte e la solitudine, sempre più presente al giorno d’oggi, dove paradossalmente siamo sempre online tra social network e siti d’incontro, ma in realtà, siamo sempre soli a casa sul divano, in compagnia dei nostri pensieri e di un animale domestico, come la protagonista Suzu.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, riflessivo e a tratti ironico, che rende la storia diversa dalle altre.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di delinearli dal punto di vista fisico e psicologico.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia particolare, incentrata sulla solitudine e sulle relazioni, sono sicura che vi affezionerete a Suzu e al suo dolcissimo criceto!!
Buona lettura 📖!!

“Il vento è un impostore” di Sasha Vasilyuk

Titolo: Il vento è un impostore
Autore: Sasha Vasilyuk
Traduttore: Roberta Scarabelli
Casa Editrice: Garzanti editore
Pagine: 384
Data uscita: 17 Settembre 2024
Genere: Romanzo storico

Non era facile vedere l’uomo con cui era sposata da oltre cinquant’anni diventare più piccolo, più fragile, più imprevedibile. Dopo aver bruciato le sue carte era come se si fosse arreso. […]
Nina provò un senso di sollievo per lo sprazzo di lucidità che ebbe nella Giornata della vittoria, così i pronipoti poterono congratularsi con lui a dovere. Era importante che quella generazione viziata del XXI secolo ricordasse che Efim era un eroe di guerra.

“Il vento è un impostore” è basato su una storia vera, vissuta in prima persona dall’autrice.
Il protagonista del libro è Efim, un uomo nato negli anni Venti del secolo scorso in Unione Sovietica, ha ottant’anni e ha costruito tutta la sua vita intorno a una bugia. Ma adesso, Efim, è anziano e ha l’alzheimer e custodisce il suo segreto in una valigia che nessuno può toccare, soprattutto sua moglie Nina.
Efim è un veterano di guerra, aveva combattuto durante l’intero conflitto ed era riuscito a sopravvivere, insieme al suo amico Nikonov. Efim aveva conosciuto il generale Nikonov al fronte, i due all’inizio non andavano d’accordo, ma la paura, il terrore della guerra, li aveva fatti avvicinare, fino a diventare amici e custodi di un segreto inconfessabile.
Per questo motivo, Nikonov aveva deciso di isolarsi da tutto e da tutti, per evitare di dover costruire un rapporto basato sulla menzogna. Invece il protagonista, si era innamorato di Nina, una bellissima ragazza, con cui condivideva la passione e gli studi per la geologia.
E’ così che Efim si era sposato con Nina e avevano avuto dei bellissimi figli, orgogliosi di avere come padre, un veterano di guerra.

Sto dicendo che finché proviamo anche solo un briciolo di vergogna, mentire è la nostra unica alternativa.

Efim si lasciò cadere giù dal vagone del treno sul terreno fradicio. Si sentiva stordito. Dopo essere stato costretto per due giorni a restare in piedi pigiato, le gambe non gli obbedivano più. Ma le guardie stavano già urlando <<Schnell!!>>, mentre i loro cani ringhiavano. Si rialzò a fatica, aggrappandosi a Ivan, e guardò il cielo luminoso del mattino strizzando gli occhi e riempiendosi i polmoni dell’odore della pioggia che doveva avere appena smesso di cadere, della terra bagnata, dell’erba. Non sapeva cosa li aspettasse lì, ma almeno erano scesi da quel treno soffocante e se n’erano andati dal campo di Tilsit, con il suo enorme spiazzo sabbioso circondato da filo spinato, dove migliaia di loro avevano dormito in piedi sotto la pioggia, mentre il vento freddo del Baltico penetrava nelle loro uniformi. Quando il convoglio si svuotò ed Efim capì, senza bisogno di guardare, che sul pavimento ruvido dei vagoni bestiame erano rimasti solo cadaveri, si rese conto di trovarsi in mezzo a un mare esausto e sudicio di capelli lunghi e stracci putridi: centinaia di soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali feriti. Sembravano i vecchi vagabondi che vedeva a casa durante la carestia. Secondo i volantini infilati dai tedeschi nel loro vagone, Stalin aveva emesso l’ordine numero 270, in base al quale Efim e il resto degli uomini dovevano essere considerati <<disertori malvagi le cui famiglie sono soggette all’arresto per la violazione di un giuramento e tradimento della loro patria.>> L’ordine elencava ciò che avevano omesso di fare: <<combattere con abnegazione fino all’ultimo, proteggere il materiale bellico come la pupilla dei loro occhi, sfondare le retrovie delle truppe nemiche, sconfiggere i cani fascisti.>>

Ma adesso Efim è anziano, stanco di dover mentire a sua moglie Nina, ai suoi figli e nipoti, tutti credono che lui sia un eroe, un eroe che è riuscito a sopravvivere alla guerra.
Ogni giorno, Efim, si domanda cosa farebbero i suoi famigliari se sapessero del segreto che nasconde da anni… Un segreto celato nella valigia, che Efim vuole distruggere, nessuno deve conoscere chi era veramente.
Efim era un giovane ebreo, che ha dovuto rinnegare sé stesso per sopravvivere alla guerra, una guerra che in lui ha causato una cicatrice profonda e che non si rimarginerà mai.
Ma adesso, Efim sente che è giunta l’ora della verità, il periodo più brutto e buio della sua vita, è scritto in una lettera che adesso sua moglie Nina ha tra le mani…
Quale era il segreto di Efim?
Quale era la sua storia?
Lasciatevi travolgere dalla storia vera di Efim, un uomo che è riuscito a salvarsi dalla Seconda Guerra Mondiale, rinnegando sé stesso, fingendo di non essere ebreo per sopravvivere.

Un giardiniere arrivò e iniziò a potare le rose lungo il viale principale. Ben presto, sull’asfalto se ne ammucchiarono parecchie. Il loro profumo dolciastro riempiva l’aria. Mentre Efim guardava i cumuli di petali rossi e spine condannati intorno a sè, capì che la sua unica speranza era dire al KGB tutta la verità che poteva condividere e in cambio chiedere -anzi, implorare- che non ne facessero parola con la sua famiglia.
Una cosa era che le autorità sapessero chi era lui veramente, un’altro vedere la sua vergogna riflessa negli occhi della sua famiglia.

La giornalista e opinionista delle principali testate giornalistiche americane Sasha Vasilyuk, esordisce con “Il vento è un impostore”, ispirato alla storia del nonno, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale.
“Il vento è un impostore” racconta un aspetto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, per non dimenticare il passato e dare voce ai sopravvissuti che hanno subito ogni tipo di violenza, da quella fisica a quella psicologica.
I temi trattati sono l’identità, la famiglia, la miseria, i segreti, il terrore, il perdono, la violenza, la Seconda Guerra Mondiale, l’amore, l’amicizia e i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti degli ebrei.
Lo stile di scrittura è scorrevole, intenso, poetico, con salti temporali, che permettono alla scrittrice Sasha di utilizzare la tecnica “circolare”, iniziando e chiudendo la storia ai giorni nostri.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle abilità della scrittrice di raccontare la storia con la giusta dose di umanità e sensibilità.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia vera, ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, dal punto di vista russo-ucraino. Consiglio questo libro a chi desidera tuffarsi nel passato, vi sembrerà di sentire la fame, il terrore che ha provato il protagonista Efim.
Lasciatevi travolgere dalla scrittura travolgente e magistrale di Sasha, per non dimenticare la storia, oggi più che mai!!
Buona lettura

“Luisa” di Paola Jacobbi

Titolo: Luisa 
Autore: Paola Jacobbi 
Collana: Romanzi 
Data uscita: 22 Ottobre 2024 
Pagine: 320 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Le venne in mente che i giovani innamorati che si scambiavano i baci avrebbero potuto apprezzare una sorpresa dentro i cioccolatini: un foglietto con una frase d’amore. 

Questo libro racconta la storia della grande donna Luisa Spagnoli, che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana con le sue idee rivoluzionarie per l’epoca. 
La scrittrice Paola Jacobbi dona ai lettori, la prima e unica biografia di Luisa Spagnoli, colei che ha creato la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Il libro racconta la storia di tre donne: Marina, Ida e Luisa, tre generazioni e tre storie che si intrecciano tra loro.
Ida aveva lavorato per Luisa, prima alla Perugina e successivamente alla Luisa Spagnoli, dove si produceva l’angora. Dopo aver lavorato per la signora Spagnoli, Ida e il marito Dino, avevano deciso di andare in Brasile alla ricerca di fortuna. 
Grazie agli insegnamenti di Luisa, Ida in Brasile, aveva aperto un piccolo negozio di bijou e ogni giorno, trascriveva nei quaderni, il periodo in cui aveva lavorato per gli Spagnoli. 
Ed è grazie a questi quaderni, che il lettore conoscerà la terza protagonista di questo libro, Marina, la nipote di Ida. Marina vive in Brasile, lavora in televisione e un giorno, decide di visitare l’Italia per allontanarsi da una situazione opprimente e dolorosa. Marina sente di dover imparare la lingua italiana, sente di voler conoscere la storia di sua nonna Ida, che aveva trascritto nei quaderni. 
E’ così che il lettore avrà modo di conoscere la figura di Luisa Spagnoli, raccontata non solo dalla scrittrice Paola Jacobbi attraverso l’utilizzo della prima persona, ma anche da Ida e Marina. 

La nonna li aveva conservati in una vecchia latta dei biscotti Aymorè, gialla con la scritta rossa, leggermente arrugginita agli angoli. Nella scatola, insieme ai quaderni, si trovavano anche altri effetti personali, ricordini dell’Italia e del Brasile, alla rinfusa. Un paio di foto in bianco e nero di Ida e suo marito Dino. Una di Ida con la figlia in mezzo ai bijou, vestite uguali, con delle tunichette in colori acidi tipo Pucci. Una dell’apertura del negozio Ida Bijou a Ipanema. Un cartellino aziendale dell’Angora Spagnoli di Perugia, datato 1935. Un ritaglio di giornale italiano dove si annunciava la morte di Luisa Spagnoli.

Luisa Spagnoli viveva a Perugia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il padre era un pescivendolo e la madre una casalinga. Luisa è sempre stata una bellissima ragazza, dotata di un’intelligenza unica, di una mente brillante e rivoluzionaria per l’epoca. 
La vita di Luisa cambia nel 1897, anno in cui conoscerà Annibale Spagnoli, che diventerà suo marito. Dopo aver trascorso un breve periodo a Mantova, Luisa aveva deciso di tornare a Perugia, la sua città natale, potendo contare dell’aiuto della madre e della sorella Gemma. 
Mentre Luisa passeggiava in città, insieme al primo figlio Mario, con in grembo il secondo, si ritrova davanti alla confetteria di via Alessi, il luogo in cui qualche anno prima, Annibale aveva acquistato dei buonissimi confetti per la sorella Gemma. 
Grazie a una conoscente, incontrata per caso, Luisa scopre che i proprietari della caffetteria hanno deciso di cedere l’attività. E’ così che la mente di Luisa inizia a vagare, inizia ad esplorare idee nuove, impossibili da fermare: lei e Annibale avrebbero acquistato la confetteria. 
Luisa, dopo aver fatto due conti, chiede aiuto alla cognata Maria, che aveva un negozio di sartoria, per presentare un’offerta ai proprietari della confetteria. 

La visita di Luisa li sorprese. Vedere una donna, per di più in quelle condizioni, presentarsi per parlare d’affari pareva una cosa inconsueta, ma Luisa ci sapeva fare. Aveva modi simpatici e convincenti, inoltre usò la gravidanza a suo favore. 
<<Mio marito e io compreremo il vostro negozio e renderemo onore all’attività>> attaccò. <<Solo devo attendere il ritorno di Annibale e anche l’arrivo del bambino. Ma, nel frattempo, verrò qui a vedere come lavorate.>> E aggiunse:<<Se me lo permettete.>> 
I due coniugi si guardarono in volto, colpiti dalla determinazione di Luisa. Quanti anni avrà avuto? Non molti più di venti. La forza fisica per lavorare ce l’avrebbe avuta, poco ma sicuro: era robusta, aveva le spalle forti, da atleta. Ma lo spirito di sacrificio? E la pazienza? E la delicatezza? Loro ci avevano messo una vita per impadronirsi di certi gesti, per dominare i segreti del mestiere. Aveva fatto la sarta, che ne sapeva dei confetti? […] 
<<Io vi capisco, signori>> disse Luisa indovinando i loro pensieri. <<Non mi conoscete, ma vi prometto che non vi pentirete. Almeno lasciatemi provare, verrò qui a prendere lezioni. Imparerò in fretta, vedrete.>> […] 
Dall’indomani, Luisa si presentò ogni giorno, puntuale. Affiancava il principale lavorante del negozio, Giuseppe Battaglini, un vero maestro nel fare i confetti. Lo osservava memorizzando i gesti e intanto lo assaliva di domande. In capo a una settimana, aveva imparato ogni cosa, in teoria.

I proprietari della confetteria rimangono molto sorpresi dalla forza e determinazione di quella giovane donna, che inizia a frequentare assiduamente il negozio, per imparare dal lavorante Giuseppe Battaglini, l’arte di fare i confetti. Luisa osservava ogni gesto di Battaglini, cercando di memorizzare ogni passaggio e riempiendolo di domande. 
Dopo la nascita del suo secondogenito Armando, Luisa, ebbe modo di applicare la teoria alla pratica e in poco tempo, riuscì a dimostrate a tutti la sua bravura. 
Giorno dopo giorno, la confetteria di via Alessi diventava sempre più importante, da quando era rientrato dal militare Annibale, lui si occupava dei macchinari e Luisa dei dolciumi. 
Luisa impara a gestire ogni situazione e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dato che tutti gli uomini erano al fronte, decide di assumere le loro sorelle, madri e fidanzate. Per la prima volta, le donne hanno modo di dimostrare il loro valore al di fuori delle mura domestiche. 

La guerra aveva reso gli uomini fragili, più che mai consapevoli della propria mortalità, mentre le donne erano diventate importanti: avevano lavorato, si erano impegnate nei servizi d’assistenza come la Croce Rossa, avevano curato ferite e tenuto insieme famiglie, villaggi, comunità. Luisa ricordava di aver letto da qualche parte la frase di una signora istruita, una giornalista che si firmava con lo pseudonimo Donna Paola. Erano parole illuminanti: <<Chi avrebbe mai sognato sino a poco tempo addietro che la guerra, cioè quel complesso di fatti e attività che sembravano i più estranei alle capacità femminili, sarebbe stata di tutti gli eventi della vita nazionale quello che più avrebbe messo in valore il contributo della donna? >>
Proprio così, commentava Luisa. Le loro vicende ne erano la prova. Grazie alle donne, la Perugina era fiorita a dispetto di tutto, come una ginestra che sfida il deserto. 

E’ così che Luisa rivoluziona i dettami dell’epoca, il modo di fare imprenditoria, interessandosi a ogni donna che lavorava per lei, al punto da creare un’asilo interno alla Perugina. 
Gli anni passano e gli Spagnoli entrano in società con i Buitoni, che gli permetterà di fare un salto di qualità. 
Luisa inventa varie creazioni, dalla caramella Rossana alla Banana, fino al Bacio. Quello, che noi consumiamo quasi tutti i giorni e che si regala soprattutto a San Valentino: il Bacio. 
Luisa, in realtà, lo avrebbe voluto chiamare “cazzotto”, per la sua forma a “pugno chiuso”, ma poi aveva deciso di seguire il consiglio di Giovanni Buitoni. 
E’ così che il lettore conoscerà il ritratto di questa grande donna, dotata di una mente brillante che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana.

La scrittrice, giornalista e critica cinematografica, Paola Jacobbi con “Luisa”, vincitore Premio Selezione Bancarella 2025, racconta per la prima volta la storia di Luisa Spagnoli, permettendo ai lettori di far conoscere la figura di questa grande donna, che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana, creando la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Luisa Spagnoli era dotata di una mente brillante e rivoluzionaria, ma anche di un cuore grande e di un’umiltà fuori dal comune. Luisa si è sempre interessata a chi lavorava per lei, creando asili all’interno della Perugina, ma anche corsi per imparare le lingue straniere e non solo, Luisa era convinta che per lavorare bene i lavoratori avessero bisogno di ogni confort. 
I temi trattati sono la Prima Guerra Mondiale, la Seconda Guerra Mondiale, la generosità, l’amicizia, l’amore, le donne, i tradimenti, l’imprenditoria italiana, la moda e i diritti dei lavoratori. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, che delinea perfettamente la figura di Luisa Spagnoli. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di descrivere minuziosamente ogni personaggio, anche quelli secondari. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere la storia di colei che ha rivoluzionato le sorti dell’imprenditoria italiana: Luisa Spagnoli. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere la storia di una donna che è riuscita a inserirsi in una società prettamente maschile, dimostrando a tutti che una donna è in grado di fare tutto, ed è così che è nata la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Lasciatevi travolgere dalle parole di Paola Jacobbi e sedetevi sul divano a leggere “Luisa”, in compagnia di una caramella Rossana o di un Bacio!!
Buona lettura 📚📚!!