“Contare i passi verso casa” di Laura Cecacci

Titolo: Contare i passi verso casa 
Autore: Laura Cecacci 
Casa Editrice: Salani Editore 
Collana: Le Stanze 
Data uscita: 9 Giugno 2026 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte. 
La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. 
Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. 
Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. 
Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. 
Nella quarta c’è un Buco Nero. 
Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. 
Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. 
Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili. 

La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza. 
La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via. 
Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema. 
Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni. 
Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro). 
Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi. 

E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma? 
E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni? 
Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente. 
E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata?
Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio. 

Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia. 

Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento. 
Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla. 
Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon. 
Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […] 
Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”

Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine. 

Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero.
Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade. 

E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia. 
Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”. 

<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>>
La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore. 
Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.

Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina. 
Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…

I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.

Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla. 
Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo. 

Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea. 
<<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>>
<<Perchè sei andata via?>>
La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca? 
<<Era depressione?>> 
<<No>> rispondo. 
<<Allora, cosa?>>
Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità. 
<<Era guarigione.>> 
La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè. 
Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>

E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei. 

Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero. 

Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia. 
L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa. 
In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto. 
Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.

Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia. 
Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo. 
Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa. 
Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata.
Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita?
Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?

E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice. 
Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia? 
Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori. 

La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi. 
I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.

C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione.
L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale.
Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.

Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero. 
Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività. 
I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo. 
Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita. 
Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie. 
Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare…
Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!!
Buona lettura 📖!!

“La ragazza senza radici” di Cristina Caboni

Titolo: La ragazza senza radici 
Autore: Cristina Caboni 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Edizione: 2
Data uscita: 22 Ottobre 2024 
Pagine: 288 
Genere: Romanzo contemporaneo 

La figura sovrasta le altre. Un uomo alto e biondo. Lo segue con gli occhi. C’è qualcosa in lui, nel modo in cui cammina, nel modo in cui affronta lo spazio, che l’affascina.
Un ricordo affiora. Un altro uomo. Un altro tempo.
Il cuore prende a batterle forte. 
<<Non è possibile>>, si dice. <<Non è possibile>>, ripete. Eppure, continua a fissare lo sconosciuto che adesso si volta e l’osserva a sua volta. Gli occhi, le labbra sottili, l’espressione grave che in un istante diventa beffarda e derisoria. […]
<<Era lui, Nikolaj. Era mio figlio.>>
Riccardo apre la bocca, poi la chiude. Le sorride. C’è una pena infinita nei suoi occhi.
<<Miranda, tuo figlio è morto.>>

La narrazione si sviluppa nel 2007, tra Sanremo, Nizza e Parigi. La protagonista del libro si chiama Adeline Weber, una ragazza che lavora presso gli archivi del comune di Nizza. 
Adeline era molto brava nel suo lavoro, oltre ad incrociare i dati statistici, si lasciava guidare dalla passione della sua occupazione, al punto da farsi coinvolgere nella vita delle persone che si recavano in comune alla ricerca di un genitore, un figlio o un parente. 
Ma una mattina, si presenta in comune una donna anziana di nome Miranda Gravisi Barbieri, che vuole avere informazioni su un figlio che credeva morto alla nascita. Miranda vive a Sanremo, insieme a suo marito Riccardo, e in occasione del concorso enologico tenuto nella sua proprietà, la donna aveva incrociato lo sguardo di un uomo alto e biondo. Miranda l’ha riconosciuto subito: è Nikolaj, suo figlio. Quando, Miranda aveva partorito era minorenne, non era sposata e aveva dato alla luce un bellissimo bambino di nome Nikolaj. Purtroppo, dopo qualche ora dal parto, le condizioni di salute di Miranda si erano aggravate, tanto da entrare in coma e al suo risveglio, le avevano comunicato che suo figlio Nikolaj, era morto. Da allora, Miranda ha cercato di superare il dolore della morte del figlio, rifugiandosi nella sua tenuta e nella vigna. 
Ma adesso, Miranda vuole conoscere la verità, sente che suo figlio Nikolaj è vivo. Per questo motivo, Miranda si era recata in comune a Nizza, per avere informazioni su suo figlio. 

Miranda si lasciò abbracciare. Era quello il rimedio per un cuore spezzato: l’amore e gli abbracci. E lei, per fortuna, li aveva entrambi. Così, mise da parte la disperazione che continuava a stringerle la gola, la relegò nel luogo in cui l’aveva confinata anni prima, nel momento in cui aveva deciso di vivere. Continuava a sentirla, naturalmente. Era là, ai limiti della coscienza. Ma ora al dolore profondo e antico della perdita si era unita un’ombra, vischiosa, oscura e gelida; erano l’incertezza, il sospetto e il dubbio che qualcuno le avesse portato via suo figlio. 
Ma perchè? Chi avrebbe potuto farle una cosa tanto crudele? 
Non riusciva a concepire una tale mostruosità. Forse le cose erano andate diversamente. Forse c’era una spiegazione. 
E poi comprese che non le importava. 
Voleva solo ritrovare suo figlio.

E’ così, che Miranda conosce Adeline, che l’aiuterà a trovare suo figlio, lasciandosi trasportare dalla storia del suo passato. Adeline, sa che non dovrebbe assecondare le richieste di Miranda, perchè il passato è passato e va lasciato dov’è. E questo Adeline lo sa bene…
Adeline è cresciuta in una casa famiglia, non ha mai conosciuto i suoi genitori che l’hanno abbandonata appena nata. Non è stato facile per Adeline, ma adesso è una donna realizzata e non deve voltarsi indietro, come continua a ripeterle il suo amico e assistente sociale Damien Martinelle. 

<<Se anche la questione di questo presunto figlio fosse vera, e ho qualche dubbio, cosa avrebbe a che vedere con te?>> 
Adeline battè le palpebre. Perché le faceva quella domanda? Damien conosceva il suo passato, sapeva che era stata abbandonata dalla nascita. Sapeva anche che trovare la sua famiglia d’origine era stato il suo unico obiettivo per molto tempo finché… […]
Per un istante pensò di opporsi, di dare voce all’emozione sorda che la spingeva a ribellarsi a quelle parole. Poi chinò il capo, le dita che si intrecciavano nervosamente. Spinse con la punta della scarpa una pallina, si chinò e la prese in mano stringendola forte. 
Damien aveva ragione. Era tutto vero quello che le aveva detto. 
Il passato non aveva importanza. 
Glielo aveva promesso. Lo aveva giurato quando si era lasciata Parigi alle spalle e aveva iniziato una nuova vita, là a Nizza.

Damien è “l’unica famiglia” di Adeline, per lei è una guida, un faro e un padre. Ma questa volta, Adeline non riesce ad ascoltare le parole di Damien, e decide di aiutare Miranda. In lei, nota la sua stessa emozione, disperazione, lo stesso dolore che prova da quando è nata. 

Eppure, mentre Damien le stava dicendo esattamente quello che lei voleva sentire, qualcosa infondo alla sua anima si era ribellato. Le aveva scalpitato dentro raggiungendo la superficie della volontà: speranza… brillante, profonda e potente. Suo malgrado si era sentita come in passato, mentre, nel buio della notte, circondata dai respiri degli altri bambini, immaginava che presto la sua mamma sarebbe corsa da lei e, dopo averla abbracciata, l’avrebbe riportata a casa. Al luogo a cui apparteneva, dove la sua famiglia l’aspettava. 
Ci aveva creduto così tanto che, non appena ne era stata capace, l’aveva cercata lei stessa, la sua famiglia. Per molto tempo quello era stato il suo unico obiettivo… ecco perchè si era sentita così vicino a Miranda. In lei aveva visto sé stessa. Il medesimo tormento, lo stesso dubbio feroce.

Adeline, da sempre affascinata alla genealogia, inizia a frugare tra vecchi documenti e carte dimenticate alla ricerca di un’indizio, di qualcosa che porti a Nikolaj. Ad aiutarla, sarà proprio il suo ex ragazzo, nonché il suo nuovo capo di nome Juan. 
Sarà l’occasione per Adeline, di analizzare sé stessa, di smettere di vergognarsi del suo passato e di iniziare ad aprirsi… 
Riuscirà Adeline ad accettare il suo passato? 
Riuscirà a raccontare a Juan, che i suoi genitori l’avevano abbandonata?
Riuscirà a trovare Nikolaj? 
Ma Adeline, non sa che ogni famiglia nasconde dei segreti, dei segreti che possono mettere tutto in discussione. 

Quanto potevano essere banali le parole, quanto era immenso e sconfinato ciò che nascondevano. Avrebbe voluto dirgli che le era mancato ogni giorno, che dopo di lui non c’era stato nessun altro con cui avesse voluto trascorrere più di una sera. Voleva dirgli che le dispiaceva per come era andata tra di loro e che con lui era stata felice. Invece si affrettò a prendere le sue cose. Allora sentì un lieve spostamento d’aria seguito dal tonfo della porta che si chiudeva. 
La tentazione di tornare indietro e continuare a parlare con Juan era forte, troppo. Lui ci aveva visto giusto, era stata a un soffio da abbracciarlo. 

Adeline si voltò, il cuore in subbuglio. Lui la guardava come se le leggesse dentro, come se riuscisse a vedere le parti che lei cercava disperatamente di nascondere, di riportare all’ordine, di ridurre al silenzio.

La scrittrice Cristina Caboni, dopo l’incredibile successo del libro “Il sentiero dei profumi”, un bestseller venduto in tutto il mondo, adorato dai lettori e dalla stampa, che ha conquistato la vetta delle classifiche italiane e straniere, torna in libreria con “La ragazza senza radici”. 
“La ragazza senza radici” racconta una storia emozionante, intensa, molto commuovente, incentrata sul passato e sulle proprie radici, che definiscono e determinano ciò che siamo. Questo, vale anche per la protagonista Adeline, che si sente diversa e smarrita, perchè non conosce le sue radici. 
La scrittrice Cristina Caboni con “La ragazza senza radici”, torna ad emozionare i suoi lettori, con una nuova storia emozionante e profonda. 
I temi trattati sono le relazioni, l’amore, il passato, la casa famiglia, la morte, il vino e la vigna, l’amicizia, la famiglia, il senso di abbandono, la Seconda guerra mondiale, il nazionalismo e le radici, che determinano chi siamo. 

Adeline si irrigidì. Aveva fatto delle ricerche, sapeva che dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti italiani erano stati cacciati dall’Istria e i loro averi confiscati e nazionalizzati. Sapeva anche che i genitori di Miranda erano scomparsi. […]
<<C’era chi credeva davvero nel nazionalismo, nella proprietà collettiva, e poi c’era chi desiderava unicamente vendicarsi e non solo dei torti subiti: era gente violenta, per incorrere nella loro rabbia bastava portare un nome diverso. Appartenere a un’etnia differente[…]
Le persone tendono a riunirsi in gruppi omogenei, si sentono al sicuro all’interno di quei confini, e così facendo escludono gli altri. E’ facile, in seguito, incolparli delle proprie miserie. Comodo, no? […]
Quella gente… non li dimenticherò mai. 
Arrivarono con dei carri e trasportarono all’interno della mia casa dei miei genitori, i loro mobili. C’erano donne che si contendevano gli abiti di mia madre, si pavoneggiavano con i suoi gioielli. […]
Ero furiosa, io… non so cosa mi prese, ma iniziai a urlare, a strappare loro ciò che avevano rubato.

La narrazione è in terza persona, in cui quasi ogni capitolo viene raccontato dalla protagonista Adeline, ma sono presenti anche dei capitoli narrati da Miranda. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, appassionante, profondo, emozionante e commuovente, che evidenziano le relazioni (da quelle familiari, a quelle amorose e d’ amicizia), ma anche le radici profonde di ognuno di noi. 
Ho apprezzato molto, l’idea della scrittrice di inserire all’inizio di ogni capitolo, delle frasi inerenti alla storia e ad alcune curiosità sul vino. 

Tutto possiede un’anima, ne è convinta. Nel caso del vino si tratta di una serie di elementi che si combinano nel terroir, un insieme di fattori ambientali e umani che interagiscono determinando la sua unicità. Chi pensa che il vino sia una semplice bevanda ottenuta dalla fermentazione del succo d’uva si inganna. E’ ben altro: identità, tradizione, natura, abilità. Ma soprattutto mistero. 
Perchè tocca l’anima e la conduce in luoghi inesplorati, dove tutto è possibile. 

Grazie a Miranda, il lettore esplorerà anche il mondo affascinante del vino, della coltivazione della vite, che fanno da sfondo alla storia, una storia che racconta di tutti noi, perchè tutti siamo un intreccio di relazioni, legami familiari e affettivi. 
I personaggi sono strutturati bene, molto profondi ed emozionanti, come la storia raccontata dalla protagonista Adeline, in grado di entrare nel cuore del lettore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano un romanzo profondo, emozionante ed intenso, incentrato sulle radici e sulla famiglia. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che vogliono perdersi nella coltivazione della vite, vi sembrerà di sentire il profumo del vino “speciale” che Miranda ha regalato ad Adeline, un vino pregiato che riposa sul fondale sabbioso del mare, cullato dalle onde. 
Lasciatevi travolgere dalla scrittura delicata di Cristina Caboni… non ve ne pentirete!!
Buona lettura 📚📚!!