“Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro

Titolo: Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista 
Autore: Sara Rattaro 
Casa Editrice: Piemme 
Data uscita: 7 Aprile 2026 
Pagine: 304 
Genere: Romanzo storico 

La mia esistenza è stata tutta così: mentre qualcuno portava via, qualcun altro portava dentro. E in quel continuo alternarsi di mani che tolgono e mani che offrono, io ho imparato la mia prima, grande lezione: si sopravvive. 
Sempre. 
Anche quando vieni al mondo senza una coperta. 
Il mio nome è Teresa, ma chiamatemi <<Chicchì.>>

Con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” la scrittrice Sara Rattaro, dà voce a una delle figure italiane più sorprendenti e dimenticate della storia: Teresa Mattei. 
Teresa Mattei (1921-2013) è nata a Genova da una famiglia antifascista, dalla madre Clara Friedmann e dal padre Ugo Mattei. I Mattei si erano trasferiti vicino a Varese, a causa del lavoro di Ugo. Il padre, era un avvocato e dirigente della Società telefonica Elettrica Ligure-Lombarda, chiamata “LA STELLA”, mentre il fascismo si diffondeva in ogni città italiana. 
Mussolini pretendeva una linea telefonica diretta tra Milano e Roma, per diffondere i suoi ordini il più velocemente possibile. Ma Mattei è sempre stato un uomo con una sua identità e non si era mai piegato a nessuna richiesta, nemmeno a quella di Mussolini. 

Perchè il coraggio, quello vero, non fa rumore e non chiede applausi. 

Teresa cresce con gli insegnamenti e ideali del padre, che spesso, la portano a scontrarsi con i dettami dell’epoca. 
La famiglia Mattei era una famiglia numerosa, composta da sette figli: Camillo e Gianfranco, erano i fratelli maggiori, poi c’era Teresa, Giovanni (Nino), Ida, Andrea e Mario. Secondo la madre Clara, dato che la vita era una sfida continua e dolorosa, aver dato alla luce sette figli, li avrebbe aiutati a sostenersi nel momento del bisogno. 
Quando Teresa aveva compiuto dodici anni, i Mattei furono “costretti” a trasferirsi da Varese a Firenze, precisamente a Bagno Ripoli, per allontanarsi dal controllo del regime fascista. Ugo Mattei, aveva capito che presto sarebbe scoppiata la guerra e Firenze, sarebbe stata la città ideale per la loro famiglia. 
Per Teresa, non fu facile lasciare Masnago, salutare i suoi amici, ma il padre le disse: <<Teresa il mondo va avanti solo perchè qualcuno ha il coraggio di non chinare la testa […] Io quella tessera non la prenderò mai. La mia anima non è in vendita.>> 
Grazie a queste parole, Teresa impara l’importanza di credere nelle proprie idee, di non piegare mai la testa. 
A Bagno Ripoli, i Mattei avevano acquistato una piccola tenuta, che gli avrebbe garantito cibo a sufficienza per sfamare l’intera famiglia. 
Ma la loro casa era aperta a tutte/i coloro che volevano raccontare la propria storia, come Giorgio La Pira, Natalia Ginzburg, Piero Calamandrei, Carlo Levi e Adriano Olivetti. 
E’ anche grazie a questi personaggi e ai loro discorsi, che Teresa Mattei aveva imparato a conoscere il significato della parola “libertà”. 

 

Ogni foglio che usciva da quella vecchia Olivetti, ogni parola battuta con pazienza, era un grido contro il regime. Non c’erano applausi, né testimoni. Solo la speranza che qualcuno, leggendo quelle frasi, si sentisse meno solo. 
Il nostro incendio era divampato e per alimentarlo sarebbe bastato tenere aperta una finestra. 

Tutti in paese sapevano che i Mattei non si allineavano ai dettami del regime, e una notte decisero di usare delle teglie per creare delle matrici, servendosi della macchina da scrivere Olivetti, per stampare volantini provocatori, contrari al fascismo che disperdevano nei luoghi pubblici o nelle cassette postali di Firenze. 
Durante la scuola media, Teresa è obbligata a indossare la divisa delle Giovani Italiane, anche se la detesta, ma ogni mercoledì pomeriggio era libera di vestirsi come voleva per andare nella biblioteca comunale, a perdersi tra le pagine dei libri. 
Ma il fascismo, controllava ogni cosa, dai sistemi di comunicazione, alla scuola e i testi, proibendo ed eliminando molti libri, considerati “sovversivi” e contrari al regime. 
Per questo motivo, Teresa sente crescere dentro di lei, una rabbia cieca nei confronti del fascismo, che si insinuava in ogni cosa. 

Il signor Gori, il bibliotecario, sollevò lo sguardo dal registro. Era un uomo che conosceva i libri e li trattava da amici. […] 
Ma quel giorno, nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Una stanchezza nuova, pesante. 
Guardai sugli scaffali. C’erano troppi spazi vuoti, denti mancanti in una bocca che non poteva più sorridere. 
Rimasi ferma. Mi sembrava di essere caduta in una favola dove il cattivo aveva rubato i libri invece dei bambini. 
<<Signor Gori?>> sussurrai. 
Lui chiuse il libro con calma. Si guardò intorno, temendo che anche i muri potessero spiarci, poi si chinò verso di me. 
<<Li hanno portati via>> disse piano. quasi senza fiato. <<Hanno detto che quei libri non sono in linea con le idee del fascismo.>> 
Il fascismo. Sempre lui. Quella parola la sentivo tutti i giorni ma lì, nella penombra della biblioteca, suonava come un nemico che ti entra in casa di notte. 
<<Ma erano solo libri…>> balbettai, incredula. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse avere paura di parole stampate su una pagina. 
Il signor Gori fece un sorriso triste.
<<I libri insegnano a pensare, Teresa. E chi comanda con la paura, i pensieri liberi non li sopporta.>> 
Quelle parole si incastrarono dentro di me, come spine sottopelle.

Nel maggio del 1938, Teresa dimostra di avere un coraggio fuori dal comune, durante la lezione del professor Santarelli, non riesce a trattenere la sua opinione contraria alla teoria delle razze. Per questo motivo, Teresa venne espulsa da ogni scuola del Regno e grazie a un’amico avvocato di famiglia, dato che la legge lo prevedeva, la ragazza decise di continuare a studiare da privatista. 

<<E’ un delirio…un’assurdità.>> 
Miriam mi guardò. I suoi occhi erano pieni di un misto di paura e gratitudine. L’aula sembrava congelata, imprigionata dalla paura. Eppure, io non potevo restare senza dire nulla. Non quel giorno, non davanti a quella menzogna travestita da lezione. Mi alzai, sentendo il cuore pulsare nelle tempie. 
<<Io esco. Non posso assistere a queste menzogne.>> La mia voce risuonò forte, quasi stonata nella mia stessa testa, ma non mi fermai a pensare. Uscii dall’aula con passo deciso, senza girarmi. 
Pochi minuti dopo, ero già nell’ufficio del preside, che mi guardava con gli occhi freddi, come se stesse osservando un insetto molesto. 
<<Signorina Mattei>> cominciò stringendo le labbra. <<Il suo comportamento è inaccettabile. Lei ha violato il regolamento scolastico e ha mostrato una grave mancanza di rispetto verso i suoi insegnanti.>> 
<<Ho solo espresso la mia opinione.>> Non cedetti. 
<<Non è un’opinione ammessa.>> Il preside si sporse in avanti. 
<<Ma è quella giusta>> gli risposi. 
Sapevo cosa sarebbe successo questa volta. Non l’avrei passata liscia come quel 6 Maggio trascorso in compagnia del bidello. 
Questa volta mi espulsero. Da tutte le scuole del regno. La decisione fu unanime e veloce, come se fossi un’altra pratica da archiviare. 

 

La guerra scoppiò, Mussolini trasmesse in radio il suo discorso autoritario e pieno di speranza. Da quel momento, ogni città aveva i segni della guerra, della distruzione, oltre che della fame. 
E’ così che Teresa diventa per tutti “Chicchì”, la staffetta partigiana che nascondeva i messaggi nell’orlo della gonna. Ogni chilometro che percorreva Teresa, con la sua bicicletta, era un passo verso la libertà, anche se estremamente pericoloso. 
Teresa venne imprigionata, violentata, ma non si è mai piegata al fascismo, dimostrando di essere una grande donna, disposta a resistere per avere la propria libertà. 

Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare via, lontano da quella stanza, ma ogni suono mi risucchiava indietro. Iniziarono a parlare tra loro. Poi a ridere finché uno di loro non si slacciò i pantaloni e si chinò su di me. Avvertii il suo fiato caldo e nauseante sul mio viso. Lui mi schiacciò la testa di lato contro il pavimento come se non mi volesse nemmeno guardare. 
Non fu solo dolore fisico, fu il modo in cui spogliarono la mia umanità, pezzo dopo pezzo. Mi sforzai di respirare, ma sembrava che l’aria stessa fosse stata contaminata, troppo densa e sporca per entrare nei polmoni. 
Mi violentarono in cinque. 
Uno dopo l’altro. 
Tanti modi diversi di andare in pezzi 

Fu come aver perso fiducia nelle proprietà delle cose. Nel salire le scale, nel lavarmi la faccia, nel piegare i vestiti. 
Poi, un giorno spalancai la finestra della mia piccola stanza e un profumo meraviglioso mi riempì le narici, i pensieri di quegli ultimi giorni iniziarono a liberarsi come schegge gelate che si staccano da un ghiacciaio. 
Non ero morta. 
Non mi avevano uccisa. 

Finita la guerra, Teresa viene eletta a solo venticinque anni (la più giovane delle ventuno donne presenti), all’Assemblea Costituente, per scrivere la Carta Costituente. 
Non è stato semplice per Teresa e le altre donne, dimostrare agli uomini il valore di una donna, ma ci riuscì battendosi per l’articolo 3 della Costituzione. 
E’ grazie a Teresa Mattei, se oggi l’articolo 3 si presenta così: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

Imparai. Imparai che per essere ascoltata, non bastava alzare la voce: bisognava restare. Resistere. Anche lì. 
E poi arrivavano i momenti che più amavo: quelli con le altre. 
Ci cercavamo con lo sguardo, come per ricordarci che non eravamo sole. 
<<Teresa, dobbiamo batterci insieme>> Mi disse Nilde Iotti stringendomi il braccio. Lo fece con una forza che cancellava ogni dubbio. <<Se non ora, quando?>> 
Sentii quella stretta scendere fino al cuore. In aula i dibattiti erano colpi secchi, fendenti che tentavano di zittirci. Ci guardavano con sufficienza, con quelle odiose espressioni da padri pronti a metterci in castigo se avessimo disobbedito. 
Ma quando parlavamo, il tono cambiava. Non era più la voce di una sola donna. 
Eravamo un coro. 
Dignità, diritti, parità. 
Ogni parola si alzava più forte della precedente. Ma quello che tutti gli uomini non capivano era che lì, in quel banco, non ero più soltanto la giovane Teresa, ero una delle ventuno donne incaricate di rappresentare tutte le altre italiane.
E lo avrei fatto. A qualunque costo. 

Teresa aveva lottato, insistito per far inserire nell’articolo 3 la parola “di fatto”, per evidenziare che la Repubblica doveva intervenire in modo concreto, onde evitare l’ineguaglianza tra i cittadini. 
Venne redatta la Costituzione e il 2 Giugno 1946, per la prima volta nella storia, alle donne fu concesso di votare al pari degli uomini. 
Un giorno, Teresa, decide di istituire la Giornata Internazionale della Donna e scelse come fiore: la mimosa, povera e resistente, come ogni donna. 
Ogni diritto che abbiamo noi oggi, è stato lottato, combattuto da Teresa Mattei e da molte altre donne, che hanno rischiato la propria vita per difendere i propri ideali. 

Perchè ci sono battaglie che si combattono lontano dai riflettori. E sono quelle che cambiano davvero le cose. Mi lasciai abbracciare da mio marito. C’è una sensazione di completamento nel finire tra le braccia di chi ami. E’ come il calore di un caminetto che riscalda una stanza o il ritrovare la strada di casa.

 

La scrittrice Sara Rattaro, autrice di numerosi romanzi di successo come “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via” (Premio Città di Rieti, 2014), “Niente è come te” (Premio Bancarella 2015). “Splendi più che puoi” (Premio Rapallo Carige, 2016), “L’amore addosso” (Premio Letteraria 2018), “Uomini che restano” (Premio Cimitile 2018), “Andiamo a vedere il giorno, “La giusta distanza”, “Una felicità semplice” e “Io sono Marie Curie”. 
La scrittrice Sara Rattaro torna in libreria con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista”, dando voce a una grande donna, di cui si parla troppo poco: Teresa Mattei. Teresa, non ha mai abbassato la testa, non ha mai scelto la strada più facile, ha sempre scelto la direzione coerente con i suoi principi. 
L’abilità e la bravura della scrittrice Sara Rattaro, sono evidenti sin da subito e dona al lettore la figura di Teresa, descritta minuziosamente, sempre presente e mai distante, vera, piena di passione, ideali, rabbia e paura. 
La storia è strutturata da capitoli brevi, ben documentati e che penetrano nel cuore e nell’anima di ogni lettore. 
I temi trattati sono molteplici: dalla Seconda Guerra Mondiale, ai pregiudizi, all’amicizia, la violenza, i libri, lo studio, la Resistenza, la libertà, i diritti, la Costituzione e la forza delle donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, profondo, intenso, umano, in grado di far catturare i lettori sin dalla prima pagina. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a donargli tratti umani realistici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere una donna forte come Teresa, che con coraggio si è battuta contro il fascismo, per far valere le sue idee.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia incisiva, capace di entrare nell’anima di ogni lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Rattaro per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di approfondire la storia di Teresa Mattei, colei da cui ogni donna deve apprendere molte cose, tra cui il coraggio di non arrendersi. 
Buona lettura 📖!!

“Il vento è un impostore” di Sasha Vasilyuk

Titolo: Il vento è un impostore
Autore: Sasha Vasilyuk
Traduttore: Roberta Scarabelli
Casa Editrice: Garzanti editore
Pagine: 384
Data uscita: 17 Settembre 2024
Genere: Romanzo storico

Non era facile vedere l’uomo con cui era sposata da oltre cinquant’anni diventare più piccolo, più fragile, più imprevedibile. Dopo aver bruciato le sue carte era come se si fosse arreso. […]
Nina provò un senso di sollievo per lo sprazzo di lucidità che ebbe nella Giornata della vittoria, così i pronipoti poterono congratularsi con lui a dovere. Era importante che quella generazione viziata del XXI secolo ricordasse che Efim era un eroe di guerra.

“Il vento è un impostore” è basato su una storia vera, vissuta in prima persona dall’autrice.
Il protagonista del libro è Efim, un uomo nato negli anni Venti del secolo scorso in Unione Sovietica, ha ottant’anni e ha costruito tutta la sua vita intorno a una bugia. Ma adesso, Efim, è anziano e ha l’alzheimer e custodisce il suo segreto in una valigia che nessuno può toccare, soprattutto sua moglie Nina.
Efim è un veterano di guerra, aveva combattuto durante l’intero conflitto ed era riuscito a sopravvivere, insieme al suo amico Nikonov. Efim aveva conosciuto il generale Nikonov al fronte, i due all’inizio non andavano d’accordo, ma la paura, il terrore della guerra, li aveva fatti avvicinare, fino a diventare amici e custodi di un segreto inconfessabile.
Per questo motivo, Nikonov aveva deciso di isolarsi da tutto e da tutti, per evitare di dover costruire un rapporto basato sulla menzogna. Invece il protagonista, si era innamorato di Nina, una bellissima ragazza, con cui condivideva la passione e gli studi per la geologia.
E’ così che Efim si era sposato con Nina e avevano avuto dei bellissimi figli, orgogliosi di avere come padre, un veterano di guerra.

Sto dicendo che finché proviamo anche solo un briciolo di vergogna, mentire è la nostra unica alternativa.

Efim si lasciò cadere giù dal vagone del treno sul terreno fradicio. Si sentiva stordito. Dopo essere stato costretto per due giorni a restare in piedi pigiato, le gambe non gli obbedivano più. Ma le guardie stavano già urlando <<Schnell!!>>, mentre i loro cani ringhiavano. Si rialzò a fatica, aggrappandosi a Ivan, e guardò il cielo luminoso del mattino strizzando gli occhi e riempiendosi i polmoni dell’odore della pioggia che doveva avere appena smesso di cadere, della terra bagnata, dell’erba. Non sapeva cosa li aspettasse lì, ma almeno erano scesi da quel treno soffocante e se n’erano andati dal campo di Tilsit, con il suo enorme spiazzo sabbioso circondato da filo spinato, dove migliaia di loro avevano dormito in piedi sotto la pioggia, mentre il vento freddo del Baltico penetrava nelle loro uniformi. Quando il convoglio si svuotò ed Efim capì, senza bisogno di guardare, che sul pavimento ruvido dei vagoni bestiame erano rimasti solo cadaveri, si rese conto di trovarsi in mezzo a un mare esausto e sudicio di capelli lunghi e stracci putridi: centinaia di soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali feriti. Sembravano i vecchi vagabondi che vedeva a casa durante la carestia. Secondo i volantini infilati dai tedeschi nel loro vagone, Stalin aveva emesso l’ordine numero 270, in base al quale Efim e il resto degli uomini dovevano essere considerati <<disertori malvagi le cui famiglie sono soggette all’arresto per la violazione di un giuramento e tradimento della loro patria.>> L’ordine elencava ciò che avevano omesso di fare: <<combattere con abnegazione fino all’ultimo, proteggere il materiale bellico come la pupilla dei loro occhi, sfondare le retrovie delle truppe nemiche, sconfiggere i cani fascisti.>>

Ma adesso Efim è anziano, stanco di dover mentire a sua moglie Nina, ai suoi figli e nipoti, tutti credono che lui sia un eroe, un eroe che è riuscito a sopravvivere alla guerra.
Ogni giorno, Efim, si domanda cosa farebbero i suoi famigliari se sapessero del segreto che nasconde da anni… Un segreto celato nella valigia, che Efim vuole distruggere, nessuno deve conoscere chi era veramente.
Efim era un giovane ebreo, che ha dovuto rinnegare sé stesso per sopravvivere alla guerra, una guerra che in lui ha causato una cicatrice profonda e che non si rimarginerà mai.
Ma adesso, Efim sente che è giunta l’ora della verità, il periodo più brutto e buio della sua vita, è scritto in una lettera che adesso sua moglie Nina ha tra le mani…
Quale era il segreto di Efim?
Quale era la sua storia?
Lasciatevi travolgere dalla storia vera di Efim, un uomo che è riuscito a salvarsi dalla Seconda Guerra Mondiale, rinnegando sé stesso, fingendo di non essere ebreo per sopravvivere.

Un giardiniere arrivò e iniziò a potare le rose lungo il viale principale. Ben presto, sull’asfalto se ne ammucchiarono parecchie. Il loro profumo dolciastro riempiva l’aria. Mentre Efim guardava i cumuli di petali rossi e spine condannati intorno a sè, capì che la sua unica speranza era dire al KGB tutta la verità che poteva condividere e in cambio chiedere -anzi, implorare- che non ne facessero parola con la sua famiglia.
Una cosa era che le autorità sapessero chi era lui veramente, un’altro vedere la sua vergogna riflessa negli occhi della sua famiglia.

La giornalista e opinionista delle principali testate giornalistiche americane Sasha Vasilyuk, esordisce con “Il vento è un impostore”, ispirato alla storia del nonno, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale.
“Il vento è un impostore” racconta un aspetto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, per non dimenticare il passato e dare voce ai sopravvissuti che hanno subito ogni tipo di violenza, da quella fisica a quella psicologica.
I temi trattati sono l’identità, la famiglia, la miseria, i segreti, il terrore, il perdono, la violenza, la Seconda Guerra Mondiale, l’amore, l’amicizia e i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti degli ebrei.
Lo stile di scrittura è scorrevole, intenso, poetico, con salti temporali, che permettono alla scrittrice Sasha di utilizzare la tecnica “circolare”, iniziando e chiudendo la storia ai giorni nostri.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle abilità della scrittrice di raccontare la storia con la giusta dose di umanità e sensibilità.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia vera, ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, dal punto di vista russo-ucraino. Consiglio questo libro a chi desidera tuffarsi nel passato, vi sembrerà di sentire la fame, il terrore che ha provato il protagonista Efim.
Lasciatevi travolgere dalla scrittura travolgente e magistrale di Sasha, per non dimenticare la storia, oggi più che mai!!
Buona lettura

“L’archivio dei destini” di Gaëlle Nohant

Titolo: L’archivio dei destini 
Autore: Gaëlle Nohant 
Traduttore: Luigi Maria Sponzilli 
Casa Editrice: Neri Pozza 
Collana: I narratori delle tavole 
Data uscita: 23 Gennaio 2024 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

In fondo al parco, i moderni edifici ospitano decine di chilometri di archivi e di raccoglitori, lungo i quali si potrebbe procedere per ore senza udire le grida e i silenzi che racchiudono. Ci vuole un orecchio fine e una mano paziente. Bisogna sapere cosa si cerca ed essere pronti a trovare ciò che si era smesso di cercare. 
Irène è sempre emozionata nel vedere la targa discreta degli Archivi di Arolsen. Salendo quelle scale per la prima volta, aveva letto solo le parole <<International Tracing Service>>, senza sapere cosa significassero. 
Allora era solo una ragazzina espatriata per spirito d’indipendenza, ma poi era rimasta per amore, per seguire il fidanzato in una regione contornata da foreste, in cui avrebbe dovuto fare ricorso a tanta buona volontà per essere accettata, senza mai riuscirci del tutto. Alla fine, quel luogo era diventato in qualche modo casa sua. Nemmeno quando l’amore l’aveva abbandonata, e lei si era trasferita ai margini della città con un figlio diviso fra due famiglie, aveva preso in considerazione l’idea di andarsene. Perchè ogni volta che sale quelle scale, si sente al proprio posto. Incaricata di una missione che la trascende e la giustifica. 
Il primo giorno, è stato l’odore a colpirla. Quella mescolanza di muffa, carta ingiallita, inchiostro di fotocopiatrice e caffè freddo. Prima di rendersene conto, ha respirato il mistero custodito fra quelle mura, in quegli innumerevoli cassetti, in quei raccoglitori chiusi in fretta al suo passaggio. 

Questo romanzo prende spunto dagli archivi sulla persecuzione nazista, situati a Bad Arolsen, nel cuore della Germania. 
La protagonista del libro si chiama Irène, di origini francesi, ma vive a Bad Arolsen in Germania. Irène si è separata qualche anno fa, dal marito Wilhelm, figlio di un tedesco che aveva commesso atti deplorevoli. Irène, non ha mai sopportato il passato del suocero, soprattutto, perchè dal 1990, lei lavorava nell’unico centro di documentazione dove, dalla fine della guerra, si conducono ricerche sul destino delle vittime del regime nazista. 
Il vecchio capo Odermatt, un signore distinto e rigoroso, proibiva a tutti i suoi dipendenti di divulgare qualsiasi informazione avesse a che fare con il centro, nessuna persona esterna, ad eccezione dei dipendenti, poteva consultare gli archivi storici. 
E’ così che Irène, per anni ha tenuto segreto il suo lavoro al marito e ai suoceri. Ma da quando Odermatt aveva lasciato il centro, le cose erano cambiate, grazie al nuovo capo Charlotte Rousseau. Charlotte, è una donna determinata che ha rivoluzionato il centro, rendendo accessibile ogni documento, facendo visitare gli archivi agli studenti. 
Da quando Irène aveva comunicato al marito e ai suoceri il suo lavoro, i rapporti con Wilhelm si erano deteriorati, fino ad arrivare alla separazione. 
Irène è soddisfatta del suo lavoro, per lei, quegli archivi sono la sua seconda casa e non riuscirebbe mai a privarsi del centro, anche se questo significa, portarsi a casa il lavoro, come gli fa notare suo figlio Hanno. Hanno è l’unica cosa bella del matrimonio tra lei e Wilhelm, Hanno è un ragazzo intelligente, bello, che studia e vive a Gottinga. 
Anni fa, Irène, aveva trovato sul giornale uno strano annuncio di lavoro che l’aveva incuriosita e spinta a rispondere. E’ così che Irène aveva conosciuto Eva Volmann, una giovane donna che lavorava al centro da quando era stato concepito dalle potenze alleate, che avevano previsto che terminata la guerra, il mondo si sarebbe trovato di fronte a milioni di scomparsi di cui indagare le sorti. 

Quell’istituto era nato dalla preveggenza delle potenze alleate. Prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, aveva capito che la pace sarebbe stata raggiunta al prezzo non solo di decine di milioni di morti, ma anche di milioni di profughi e di scomparsi. Sparato l’ultimo colpo di artiglieria, avrebbero dovuto ritrovare tutte quelle persone e aiutarle a tornare a casa. Nonché stabilire la sorte di quelli che non sarebbero più riusciti a reperire. 

Irène e Eva diventano sin da subito amiche, due donne indipendenti che amano il proprio lavoro. Ma Eva è ebea e porta sul braccio, il numero che le era stato assegnato al campo di concentramento. Irène non ha mai voluto indagare, chiedere a Eva cosa aveva subito in quegli anni di prigionia, ma adesso che la sua amica non c’è più, a causa di un brutto male, Irène si sente in colpa di non aver avuto il coraggio di conoscere la storia di quella donna. 

Solo quando Eva si era rimboccata le maniche per approfittare degli ultimi raggi di sole Irène aveva notato i numeri sul suo avambraccio, e aveva distolto lo sguardo per non ferirla. 
Ma Eva se n’era accorta e aveva risposto alla sua muta domanda:<<Aushwitz. Mi hanno preso tutto, ma non la vita.>>
Colta di sorpresa, Irène era rimasta senza parole. E forse la sua guida non si aspettava alcuna risposta, perchè aveva fatto un ultimo tiro di sigaretta e aveva buttato il mozzicone. 
Per anni, del passato di Eva non si era più parlato. Irène non riesce a perdonarselo. A lungo si è detta che la sua amica preferiva il silenzio. E quando ha capito che quel silenzio non mirava a proteggere Eva, era troppo tardi. 
Ogni volta che pensa a lei, o pensa quanto le manca, è troppo tardi. 

Irène aveva imparato il suo lavoro da Eva, le aveva mostrato ogni angolo di quegli archivi pieni di documenti. Irène ha una vera vocazione nel suo lavoro, è molto meticolosa e al limite dell’ossessione, riesce a ricucire ogni filo tagliato dalla furia di Hitler, cercando le tracce di coloro che non sono più tornati, e ogni giorno si lascia assorbire dalle montagne di carte sulla loro vita e soprattutto sulla loro morte. 
Ma nell’autunno del 2016, Charlotte Rousseau, affida a Irène un compito molto particolare: restituire alle famiglie i migliaia di oggetti presenti nel centro, rinvenuti nei campi di concentramento. Ogni oggetto che si trova nel centro nasconde un segreto, una storia che Irène deve scoprire per dare voce a tutte/i coloro che avevano subito atti di violenza inaudita. 

Quando sono partiti per questo lungo viaggio verso l’ignoto, hanno portato con sé dei preziosi che non pesavano. I loro documenti d’identità, qualche talismano dal grande valore sentimentale. Ricordi di una vita che speravano di ritrovare intatta dopo l’arresto, la prigione, le torture, il vagone piombato. 
La maggior parte apparteneva ai deportati nei campi di Neuengamme o di Dachau. Politici, asociali, omosessuali, condannati ai lavori forzati. Appena arrivati, le loro cose venivano immagazzinate nel deposito degli effetti personali. Sono pochissimi gli ebrei che hanno avuto questo privilegio. La maggior parte di loro veniva uccisa subito, e tutto quello che possedevano veniva razziato e riciclato dalla macchina di guerra nazista. Perfino i capelli, i denti d’oro, il grasso dei loro cadaveri. 
L’Its ha ereditato quasi quattro mila oggetti all’inizio degli anni ’60. Un migliaio è stato restituito in quel periodo. 
Di un oggetto che aspetta di ritrovare il suo proprietario si dice che è in sofferenza. 
Irène ha la sensazione che la stiano chiamando. Deve sceglierne uno, o farsi scegliere. 

E’ così che Irène decide di iniziare la sua ricerca, da un Pierrot di stoffa, che aveva dei numeri scritti sul ventre. 
A chi apparteneva quel Pierrot? 
Che cosa gli è successo? 
Come si è sentito, quel bambino/a quando i nazisti gli/le hanno strappato quel peluche? 
Irène si lascia travolgere da quel Pierrot, dalla storia che nasconde dietro, rivelando ai lettori una vicenda emozionante, piena di umanità. 
Oltre a Pierrot, Irène ritrova un vecchio medaglione con la Vergine e un fazzoletto ricamato, che nascondono un passato oscuro, una storia che deve essere conosciuta dai discendenti. 
Irène sa che ogni oggetto è il simbolo di un corpo che non c’è più, ed è convinta, come il suo capo Charlotte, che restituendo ogni cosa, gli scomparsi ritroveranno posto tra i vivi. 
Grazie a questa ricerca, Irène incontrerà persone che l’aiuteranno, si ritroverà a viaggiare da Lublino a Varsavia, ma anche a Parigi e Berlino. 
Riuscirà Irène a dare voce a ogni storia nascosta negli oggetti presenti nel centro? 

La scrittrice Gaëlle Nohant con “L’archivio dei destini”, vincitore del Gran Prix Lire Magazine litéraire 2023, racconta una storia poco conosciuta tra gli archivi di Bad Arolsen, pieni di documenti, fotografie e oggetti che nascondono segreti e storie. 
I temi trattati sono i campi di concentramento, il progetto Lebensborn (un’associazione nazista creata da Himmler, allo scopo di accelerare la creazione di una razza ariana dominante), i Desaparecidos, il matrimonio, l’amicizia, le discriminazioni, la Seconda Guerra Mondiale e gli archivi di Bad Arolsen, che custodiscono milioni di documenti e oggetti delle vittime del nazismo. 
Lo stile di scrittura è intenso, sublime, scorrevole, emozionante e pieno di umanità, la scrittrice Gaëlle Nohant, dona ai lettori un romanzo unico, ricco di intensità emotiva. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi menzionati nella storia. 
Ogni capitolo presente nel libro, ha un nome, che racconta il passato, la storia della persona coinvolta.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro potente, pieno di umanità, ambientato ai giorni nostri ma che cerca di ricostruire il passato di chi è stato deportato nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere meglio gli archivi di Bad Arolsen, dove sono conservati milioni di documenti delle vittime del nazismo. 
A voi piacerebbe visitare l’archivio di Bad Arolsen? 
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“Controcanto di Natale” di Federica Bosco

Titolo: Controcanto di Natale 
Autore: Federica Bosco 
Casa Editrice: Newton Compton Editori 
Collana: Anagramma 
Data uscita: 25 Novembre 2025 
Pagine: 192 
Genere: Romanzo rosa 

<<Si… ehm… è solo che volevo chiederle…dato che è la Vigilia di Natale… un paio d’ore di permesso per andare a prendere mia figlia all’aeroporto. Sa, mio marito si sente poco bene e…>> 
La fisso senza espressione. 
Le parole “Vigilia di Natale” mi infastidiscono come quando il tizio davanti a me al casello non arriva al pulsante del biglietto e deve scendere. Non mi avesse ricordato la feriale ricorrenza glielo avrei anche dato, il permesso, ma siccome detesto questo periodo dell’anno e tutto quello che si porta appresso, cioè auguri, regali e lassismo, non ci penso proprio.
E dire che credevo di essere stato chiaro: ai miei impiegati ho vietato addobbi, albero e rinfreschi, proprio per evitare perdite di tempo, di cui avrei altrimenti decurtato l’equivalente dal loro bonus. 

Il protagonista del libro si chiama Filippo, un uomo di cinquant’anni, CEO di un’importante multinazionale dello shopping online. 
A Filippo non interessa nulla, se non il profitto e disprezza tutto ciò che profuma di affetto, festa e tradizione, soprattutto detesta il Natale. Ai suoi dipendenti è vietata ogni forma di festeggiamento: dagli auguri, ai brindisi, è proibito fare l’albero in ufficio, attività inutili che gli farebbero perdere tempo e soldi, che decurterebbe dallo stipendio dei suoi impiegati. 
Filippo, è il datore di lavoro che nessuno di noi vorrebbe avere, soprattutto, quando si avvicinano le festività natalizie. Alla Vigilia di Natale, la sua storica segretaria, Lidia, gli aveva chiesto un permesso di qualche ora per andare a prendere la figlia all’aeroporto, dato che il marito stava male, ma a Filippo non interessava che era Natale e gli proibì di assentarsi dall’ufficio. 
Filippo è molto cinico, insofferente, solo, senza amici e l’unica che lo sopporta è Alexa. 

Mentre aspetto che l’ascensore riscenda, mi sento tirare un lembo dei pantaloni. Mi volto e c’è un bambino di quattro anni. La madre lo raggiunge e si scusa. Faccio un cenno con la testa e finalmente l’ascensore arriva, ma purtroppo stavolta non posso impedire che i due salgano con me. 
Saliamo in silenzio ma, quando arriviamo al loro piano, uscendo il bambino mi guarda rancoroso e mi dice: <<Guarda che se non fai il bravo Babbo Natale non ti porta i regali!>> 
<<Ti svelo un segreto>>, gli rispondo, sorridendo, mentre le porte si chiudono: <<Babbo Natale non esiste.>>

Ma a Filippo non interessa, declina anche l’invito di sua sorella Anna per il pranzo di Natale, contento di non dover festeggiare quell’assurda festività. 
La sera della Vigilia di Natale, Filippo, incurante della neve, ordina una pizza, che gli viene consegnata dal fattorino in ritardo e fredda. Anche in quest’occasione, il protagonista si rivela prepotente, cinico, rifiutandosi di pagare il povero fattorino, che aveva sfidato la neve pur di tenersi il lavoro. 
E’ così che Filippo, festeggia la vigilia di Natale con i taralli (omaggio di Trenitalia), una bottiglia di vino e una serie Netflix… ma non tutto va secondo i suoi piani, perchè Filippo riceve una strana chiavetta USB, contenente alcuni filmati di quando lui e sua sorella Anna andavano d’accordo, lui era ancora felice, prima della morte della madre. 

Recupero un vecchio pc che per accendersi impiega almeno mezz’ora e poi, finalmente, la inserisco. La cartella si apre e contiene alcuni video. […] Ne apro uno a caso, ma per mia somma sorpresa non ci sono acrobazie erotiche, bensì un video di me vestito da Zorro che sorrido sdentato alla telecamera di mio padre battendo le manine. Ne apro un altro e ci siamo io e mia sorella al mare che scaviamo una buca sulla riva insieme a nostra madre. Mamma si copre la faccia ridendo appena si accorge di essere ripresa. Eccomi che suono una batteria giocattolo mentre tutti si tappano le orecchie. Ed eccomi di nuovo a Natale, mentre io e mia sorella apriamo i regali. 
Sento una strana sensazione alla bocca dello stomaco. 
Come un magone che sale su. […]
Il video successivo mi colpisce coma una fucilata al cuore. La mamma a letto malata, che saluta e sorride a fatica. Lo avevo fatto io, quel video. Sarebbe mancato poco tempo dopo e volevo un suo ricordo. 

E’ così che Filippo si ritrova a pensare al passato, alle scelte fatte che lo hanno portato ad allontanarsi dai familiari e dai suoi amici Luca e Vanessa. Con Luca e Vanessa, avevano sempre condiviso ogni cosa… finché Filippo, non ha deciso di appropriarsi dell’idea di Luca, del sito di shopping online… da allora, la loro amicizia è finita. 
Ma Filippo non ha voglia di pensare al passato, decide di andare sull’app di incontri “Tinder”, dove fa un’improbabile match con una ragazza. 
E’ così che Filippo, invita a casa sua quella sconosciuta e si ritrova davanti una ragazza di nome Laura, che somiglia più a un folletto e si presenta nel suo salotto da rivista con un enorme mastino napoletano di nome Emilio. 

Non ho voglia di parlarne, eppure mi ritrovo a raccontarle cose di cui non mi ricordavo nemmeno più. Le racconto della mia infanzia, della scuola, di quanto la nostra vita fosse semplice e felice, di come eravamo legati, io e mia sorella, prima della malattia di nostra madre, e di come progressivamente, dopo la sua morte, ci siamo allontanati. Le racconto della seconda moglie di mio padre, della rabbia che ho cominciato a covare nel vedere che il ricordo di mamma veniva spezzato via giorno dopo giorno, le foto sparite, la casa ristrutturata in men che non si dica. Mi ritrovo a confessarle che forse è da allora che ho cominciato a evitare quasi scientificamente i sentimenti, convinto che gli altri prima o poi ti feriranno e che è solo una questione di tempo. […] 
Il mio è un monologo lunghissimo, le parole mi escono dalla bocca come fossero state lì ad attendere il loro turno per un’eternità e avessero solo una gran fretta di uscire. […] 
Laura tace, come un rispettoso confessore, ma la sua presenza è un ascolto attivo, potente, che percepisco come un abbraccio e che mi incoraggia ad andare avanti. 
Mi spoglio di tutti i miei peccati, di tutte le cattive azioni, della mia ignoranza, della mia arroganza e presunzione. Della prepotenza da bulletto verso i più deboli, del mio costante sentimento di superiorità, del potere che mi ha dato alla testa inebriandomi come una droga. 

Sarà proprio Laura, una ragazza umile, generosa a fare breccia nel cuore del cinico Filippo. 
Inizia così una corsa contro il tempo per rimediare agli errori, ritrovare chi ha perso e scoprire che il vero regalo di Natale… è l’amore. 
Riuscirà Filippo a ritrovare l’affetto della sua famiglia? 
Riuscirà Filippo a non avere paura di amare? 

<<Filippo, adesso calmati!>> Mi scuote. <<Calmati! Qui non c’è nessun fallito, non c’è niente di irreparabile. Finché siamo vivi abbiamo la possibilità di rimediare ai nostri errori. Credi che io sia stata sempre una sostenitrice della pace e dell’amore? 
Credi che non me ne sia fregata di tutto e tutti finché potevo contare su uno stipendio da favola? Tappandomi il naso, girandomi dall’altra parte? Neanch’io sono senza peccato, però si può cambiare, diventare migliori versioni di noi stessi>> dichiara con piglio da leader. 
<<Non sei cattivo, Filippo, e te lo dico perchè i cattivi veri li ho conosciuti. Tu sei solo uno che si è separato dalla propria natura per non sentire più dolore, ma finché quel dolore lo eviti, non lo affronti, non lo attraversi e lo elabori, la tua vita sarà una continua fuga, una continua distrazione, e credimi, sarai un’infelice.>>

 

La scrittrice Federica Bosco dopo aver pubblicato “Cercasi amore disperatamente”, la serie dell’Angelo (“Innamorata di un’Angelo”, “Il mio Angelo segreto”, “Un amore di angelo” e “un Angelo per sempre”), “Il mio gatto mi detesta”, “Il diario di Sir Thomas” e “Natale con Sir Thomas”, torna in libreria con “Controcanto di Natale”, una favola di Natale ironica e piena di magia, per chi ha smesso di credere nell’amore e per chi non smetterà mai di crederci. 
La scrittrice Federica Bosco con “Controcanto di Natale”, reinterpreta la classica storia “Canto di Natale” in chiave moderna, donando ai lettori una storia semplice e veloce da leggere sul divano, in compagnia di una gustosa cioccolata calda con panna o tisana di Natale. 
I temi trattati sono la sindrome dell’abbandono, le amicizie, i tradimenti, il Natale e l’amore, in grado di trasformare anche un cinico come Filippo. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, delicato e romantico, una lettura veloce e perfetta per il periodo natalizio. 
I personaggi sono strutturati bene, all’inizio ho “odiato” il cinismo del protagonista, ma poi, ho capito che dietro al suo atteggiamento arrogante da snob, c’era una grande paura di soffrire e d’amare. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia romantica, delicata e piena di magia, ambientata nel periodo natalizio con un protagonista snob, arrogante e cinico che detesta il Natale… ma anche Filippo è pronto ad aprire il cuore per far entrare la magia del Natale!!
Buona lettura 📚📚!!

“Il mio nome è Emilia del Valle” di Isabel Allende

Titolo: Il mio nome è Emilia del Valle 
Autore: Isabel Allende 
Traduttore: Elena Liverani 
Casa Editrice: Feltrinelli 
Collana: I narratori 
Data uscita: 20 Maggio 2025 
Pagine: 320 
Genere: Saghe familiari 

Essere donna è un grave limite per aver successo nel mondo in generale, in particolare in una professione quasi totalmente al maschile. 

Isabel Allende torna in libreria con “Il mio nome è Emilia del Valle”, che racconta i fatti realmente accaduti in Cile durante la seconda metà del XIX secolo. 
La protagonista del libro si chiama Emilia del Valle, nata a San Francisco nel 1866, sua madre Molly Walsh, di origini irlandesi era stata sedotta da un cileno mentre stava prendendo i voti per diventare una novizia. Molly Walsh ai tempi, era una ragazza molto ingenua e buona, ed era rimasta affascinata da questo ragazzo cileno appartenente all’alta società, che dopo essersi approfittato della ragazza e dei suoi sentimenti, l’ha abbandonata. Molly Walsh ha dovuto ricostruire completamente la sua vita, ritirandosi dal seminario con in grembo il frutto del suo peccato. E’ così che è nata Emilia del valle, cresciuta nel quartiere umile di Mission District, sotto la guida di Francisco Claro, soprannominato dalla protagonista “Papo”, il padre adottivo e maestro di origini messicane, che aveva sposato Molly Walsh quando era incinta. 
Emilia del Valle è una donna dotata di una mente curiosa e brillante, pronta a sfidare le norme sociali pur di seguire la sua passione per la scrittura. Grazie agli insegnamenti e alla guida del padre adottivo, Emilia inizia sin da ragazzina a scrivere dei romanzi d’avventura utilizzando lo pseudonimo maschile di Brandon J. Price. Dopo qualche anno, Emilia, guidata dall’impulsività e dalla sua passione per la scrittura, si presenta nella redazione del “Daily Examiner” per candidarsi per il ruolo di giornalista. 
Il direttore, inizialmente scocciato dalla sfrontatezza della ragazza, decide di farle scrivere un articolo sull’omicidio di un certo Arnold Cole. Emilia da brava giornalista, intervista la sua fonte e scrive un articolo brillante, innovativo, il primo da giornalista all’interno del Daily Examiner con lo pseudonimo di Brandon J. Price. 
Emilia per dimostrare di essere una giornalista, ha dovuto affrontare i pregiudizi di essere donna, ma la protagonista è una donna controcorrente rispetto all’epoca narrata nel libro e non ha paura di niente, nemmeno di recarsi in Cile come corrispondente di guerra, per raccontare ai lettori la devastante guerra civile del 1891. 
La protagonista, a partire dall’agosto del 1891, inizia il suo lavoro di corrispondente in Cile e assiste alla rovinosa battaglia di Concón, descrivendo i fatti cruenti e sanguinosi senza filtri ai suoi lettori. 
In Cile, Emilia sente il richiamo della terra, che la porta a indagare sulle sue origini, cercando di ricostruire la storia della sua famiglia. 
Con la determinazione, la forza e l’indipendenza di Emilia, il lettore assisterà in prima persona alla straziante guerra del Cile, in cui la morte, il dolore e la distruzione sono l’unico risultato della guerra civile. 
Lasciatevi travolgere dalla storia di Emilia del Valle, una storia d’amore e guerra, ma anche di scoperta e redenzione, raccontata da una giovane donna coraggiosa che non ha paura di sfidare le norme sociali del tempo. 

La scrittrice Isabel Allende, una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola, torna in libreria con “Il mio nome è Emilia del Valle”, che racconta i fatti realmente accaduti in Cile, in particolare la guerra civile avvenuta nel 1891. 
I temi trattati sono la storia e la guerra civile in Civile, il giornalismo, i rapporti con i genitori, gli inganni, la religione e i pregiudizi che una donna doveva subire per essere indipendente. 
Lo stile di scrittura è abbastanza scorrevole in alcuni punti la scrittrice si sofferma a descrivere nei minimi dettagli la guerra civile cilena, appesantendo e rallentando il ritmo narrativo. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle bravura della scrittrice di contestualizzare i personaggi al periodo narrato. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro profondo, storico, emozionante che evidenzia i fatti tragici della guerra cilena del 1891. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro che ha come protagonista una donna forte, intelligente, disposta a sfidare le norme sociali per essere indipendente. 
Buona lettura 📚!!

“Aspettami al Caffè Napoli” di Chiara Gily

Titolo: Aspettami al Caffè Napoli
Autore: Chiara Gily 
Casa Editrice: Mondadori 
Collana: Omnibus 
Data uscita: 18 Marzo 2025 
Pagine: 252 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Arrivo in via dei Mille alle dieci spaccate. Sono venuta a piedi nonostante il caldo, costeggiando i palazzi del centro alla ricerca di un po’ d’ombra. 
Stamattina papà mi ha proposto di fare colazione da lui, in negozio. Nel quartiere il suo caffè è una specie d’istituzione ed è da sempre l’elemento caratteristico della sua bottega. Per questo l’hanno ribattezzata Caffè Napoli. 
Ogni mattina, subito dopo aver aperto, invece di mettere in ordine le vetrine o sistemare la cassa, papà accende il fornello a gas che ha allestito nel retro, e offre una tazzina a chiunque entri, anche se non compra nulla. Lo prepara con la cuccuma e ha un sapore inconfondibile, intenso e morbido, il cui profumo ti entra nelle narici e ti accompagna fino a quando nella tazzina non resta neppure una goccia. 

La protagonista del libro è Lidia Gambardella, vive a Trieste da anni insieme al suo compagno Pietro e lavora come insegnante. Lidia, si era trasferita a Trieste da Napoli molti anni fa, una città che ha sempre amato per la sua allegria e metodicità, ma lei aveva bisogno di rompere ogni schema del passato, lontano dai suoi genitori per trovare la sua strada. 
A Trieste, Lidia, dopo la laurea, ha iniziato a svolgere il lavoro d’insegnante con passione, cercando di trasmettere ai suoi alunni l’entusiasmo della sua materia, trascorrendo ogni sera a cercare dei nuovi libri da poter inserire nella biblioteca scolastica. Ma dopo anni, Lidia non riesce più a provare passione, entusiasmo per il lavoro d’insegnante, e proprio come i suoi alunni, attende il suono della campanella per essere libera e tornare a casa. 

Poteva dipingerle il cielo, ma lei trovava sempre qualcosa da dire. Negli ultimi tempi, invece, neanche quello. Si limitava a fare spallucce. 
Non che siano mai andati d’amore e d’accordo, credo di non essere mai stata testimone di slanci passionali, ma, chissà perchè, ho sempre pensato che con il mio trasferimento a Trieste si sarebbero riavvicinati. Forse inconsciamente ho scelto di andarmene così lontano proprio per questo. Perché in una casa senza amore si muore un poco alla volta. 
Ho voluto iniziare daccapo, volevo una pagina bianca da riempire a modo mio, dove parole come astio, disistima e rassegnazione fossero vietate. 
Solo di una cosa non potevo privarmi: del mare. E’ sempre stata la mia medicina, mi basta sentire il suo odore e guardare le onde che si infrangono sulla battigia che il magone si attenua. Il mare è capace di cancellare la malinconia come fa con le scritte sulla sabbia. Il motivo per cui ho scelto Trieste è stato questo, perchè davanti al mare le città si assomigliano un po’ tutte. 
Volevo allontanarmi dal dolore, ma non da Napoli. 
E io, questa cosa, non l’ho mai detta a nessuno. 

Ma adesso, Lidia sta tornando nella sua città a Napoli, in occasione del terzo matrimonio di sua cugina con Gregorio. Alice, soprannominata da tutti “Cece”, ha scelto Lidia come damigella d’onore, regalandole un bellissimo vestito eseguito dal sarto Gennaro, conosciuto in tutta Napoli. 
Lidia non ha scuse per evitare le nozze e il suo fidanzato Pietro, (come sempre) non riuscirà ad accompagnarla a Napoli, dato che dovrà partecipare all’ennesimo convegno di lavoro. 
Per Lidia, tornare a Napoli sarà l’occasione per fare chiarezza sui suoi sentimenti, passioni, ma anche per ritrovare alcune amicizie d’infanzia. 
Appena arriva a Napoli, Lidia rimane colpita dalla maestosità della stazione di Napoli Centrale, che non ricordava così bella, e osserva attentamente tutte le persone che la circondano. 
Ad attenderla in stazione, c’è sua cugina Alice che l’accoglie calorosamente con un bel vassoio di frolle. Lidia è molto diversa da Alice, Alice riesce sempre a ottenere ciò che vuole da quando era piccola, ha sempre trovato con facilità degli uomini perfetti, anche grazie al suo bellissimo fisico slanciato. 
Lidia invece, ha qualche chilo di troppo e si sente inadeguata, se paragonata alla perfezione di Alice. 
Ma tra Lidia e Alice, c’è un bellissimo rapporto sin dall’infanzia, tanto che i famigliari le hanno sempre soprannominate “‘e sore cugine”.

Poche persone sono sorprendenti come mia cugina. Un giorno sembra una ragazzina viziata e capricciosa, un altro una donna capace di smuovere il mondo per ottenere quello che vuole. 
Ancora non ci posso credere che abbia piantato il povero Gregorio da solo in viaggio di nozze per starmi vicino. Mi chiedo se una sorella lo avrebbe fatto.
Forse, quando fin da piccole ci hanno chiamato ‘e sore cugine (le cugine-sorelle) intendevano proprio questo: un rapporto più forte della sorellanza. 

Il rapporto tra Lidia e Alice è uno dei temi nevralgici di questo libro, la scrittrice cerca di trasmettere al lettore l’importanza dei legami familiari. 
Oltre ad Alice, Lidia a Napoli avrà modo di rivedere il padre Felice, con cui ha un bellissimo rapporto, addirittura “morboso”, secondo il suo fidanzato Pietro. 
Il padre Felice è una persona molto buona, intelligente e ottimista, proprietario di una bottega in via Carovita, situata nel cuore della città. 
La bottega Caravita, conosciuta da tutti come “Caffè Napoli”, è una vera istituzione nel borgo, un luogo caratteristico, dove è possibile sorseggiare un buon caffè preparato dal signor Felice con la sua cuccuma per 12 tazzine, senza dover obbligatoriamente acquistare qualcosa. 
Il Caffè Napoli è una bottega di rigattiere originale, in cui è possibile trovare vecchi oggetti come pellicce, vestiti antichi, mobili, ma anche quadri meravigliosi, realizzati dal signor Felice. 
Il signor Felice, non ha potuto studiare perchè la propria madre Lidia, aveva deciso la sorte di tutti i suoi figli, a lui era toccato lavorare come garzone nella bottega Caravita, per poter guadagnare i soldi necessari per l’università di suo fratello Gianni. 
Felice ha imparato a poco a poco il mestiere, rifugiandosi in quelle quattro mura, perfette per dipingere i suoi quadri. L’arte per Felice, era la sua passione, il suo modo di vedere il mondo. 

Caffè Napoli, del resto, è famoso in tutto il quartiere, anche se nessuno lo conosce con il suo vero nome. Da fuori può sembrare un anonimo robivecchi con le pareti scrostate, qualche mobile esposto sul marciapiede e l’insegna BOTTEGA CARAVITA ormai illeggibile. All’interno però l’atmosfera è speciale, sembra di essere in quei caffè di una volta, dove darsi appuntamento fra quadri e oggetti antichi per chiacchierare senza fretta, sorseggiando una bella tazzina fumante. Anni fa durante uno dei suoi giri per approvvigionare il negozio, in una casa da sgomberare, papà si era innamorato di una vecchia cuccuma di rame da dodici tazze. 
La figlia della defunta, vedendolo così entusiasta per quell’oggetto che sicuramente lei non avrebbe mai utilizzato gliel’aveva regalata. 
Mamma, appena l’aveva vista, aveva sentenziato: “‘Feli’ siamo già pieni, è roba inutile, e qui non la voglio”, e così lui se l’era portata in bottega. 
Tutto il negozio si era impregnato dell’aroma di caffè, che papà amava triturare da solo con un macinino, bottino di qualche altro suo girovagare.
Altro che “caffè sospeso”, al Caffè Napoli ce n’era sempre uno per tutti. Era vietato entrare di cattivo umore o trafelati, papà faceva calmare chiunque con un sorriso e la sua famosa tazzulella. Il simbolo di quella lentezza era proprio quella caffettiera, ‘a cuccumella ‘e Felice, come ormai veniva soprannominata. 

A Lidia era mancato molto il proprio padre, ed è grazie ad Alice se è ritornata un fine settimana nella sua terra. Il giorno del matrimonio di Alice e Gregorio si avvicina e Lidia sarà una bellissima damigella d’onore, grazie a sua cugina.
Ma dopo il matrimonio, accade un episodio che sconvolgerà la vita di Lidia e dei suoi familiari…
Durante il pranzo del matrimonio, all’improvviso Felice si sente male e dopo il tempestivo aiuto di Gregorio, che è un medico è stato portato d’urgenza in ospedale. 
Lidia sente un vuoto dentro di lei, si sente in colpa per non aver trascorso più tempo con il proprio padre, da quando era tornata a Napoli. 
Non sarà facile per Lidia, affrontare la perdita del proprio padre, l’unica persona che la supportava e amava veramente. Ma è con il dolore, che Lidia ritrova il legame con sua cugina Alice e una “vecchia” amicizia d’infanzia, Francesco. Francesco, adesso è diventato un brillante avvocato, ma quando lui e Lidia erano piccoli, si divertivano a essere una coppia con molti figli. 
Il destino a volte è beffardo e ha in serbo per noi una strada, talvolta faticosa e in salita, ma con una vista meravigliosa. Ed è quello che accade a Lidia, che per caso, incontra Mila, una giovane fotografa che deve ritirare un quadro dipinto da Felice, commissionato da sua madre Adriana per l’anniversario di matrimonio. 
Quel quadro, rappresenta una marina e ha un cielo spettacolare, pieno di sfumature tra il blu e il viola, lo stesso cielo che non convinceva il signor Felice. 

Mi avvolgo nei colori di tutti quei dipinti ed è come se sentissi la carezza di papà. Il mio sguardo si posa infine su un quadro messo su un cavalletto. La sfumatura del cielo è incredibile, tra l’indaco e il blu. Ed è una marina. Mi viene un nodo alla gola fortissimo, sono sicura che è il dipinto di cui non era convinto e che voleva farmi vedere prima di venderlo. Papà era così, rinunciava anche ai soldi se una sua opera non gli piaceva. 
Stavolta, però, faceva male a dubitare di se stesso: è uno dei quadri più belli che abbia mai realizzato.
Ed è pronto per far felice altre persone. Sapere che mio padre continuerà a vivere attraverso la sua arte, nelle case delle persone, mi dà sollievo. 

Accettando i soldi di Mila, Lidia ha accettato automaticamente l’eredità del padre con l’ipoteca del negozio e un grosso debito da estinguere. Lidia è disperata, non sa come risolvere la situazione, ma una sera per caso, prende una decisione:  Caffè Napoli ha bisogno di continuare a vivere. 
E’ così che Lidia, insieme a sua cugina Alice e Mila, trasformano Caffè Napoli, e per fare soldi organizzano una mostra fotografica, vendono vestiti online sul loro sito. 
Lidia è fortunata ad avere accanto persone come Alice, Mila e Francesco, che non esitano nemmeno un istante per aiutarla. 
Ed è così che la bottega che tutti davano per persa si trasforma così nel sogno di tre giovani donne, determinate a farla rinascere dalle macerie. 
Che cosa accadrà? 
Riuscirà Lidia a ritrovare sé stessa e a ripagare i debiti del padre? 
E che cosa accadrà tra lei Pietro e Francesco? 

Non l’ho mai vista così felice, e dice che è il bambino a darle l’energia per lavorare al nostro progetto. Devo ammettere che è bravissima: tutti i corsi di design che ha frequentato nella vita- e che io ho sempre deriso perchè reputavo per gente ricca e annoiata- alla fine sono serviti. Senza tutta la sua preparazione questo posto assomiglierebbe ancora a un deposito di robe vecchie e cianfrusaglie. Ogni tanto il suo fare “comandino” viene fuori ma, se prima mi sarei innervosita, adesso la guardo, con gli occhi della tenerezza. 
Si vede lontano un miglio che ci crede in questa nuova versione di Caffè Napoli. Se sin dall’inizio non ci fosse stato il suo entusiasmo, io avrei mollato. 
Anzi, non avrei neppure cominciato. 
Il merito è anche di Mila. Dispensa consigli, sistema gli oggetti -“scusa ma ho l’occhio fotografico e quando una cosa è storta la devo aggiustare”. Senza contare che grazie al sito che lei ha creato in tempi record, a fine giornata posso contare su un bell’incasso. 
Tutta questa energia nuova è un balsamo sul cuore. 
Non basta a farlo guarire, ma mi aiuta a districare almeno un po’ i nodi che ho dentro. 
Papà c’è ancora in negozio, ma ho voluto cancellare la sua parte remissiva che gli faceva dire di sì a tutto quello che gli offrivano, che pagava più del dovuto e poi non riusciva a rivendere a un prezzo congruo.

La scrittrice e giornalista Chiara Gily, napoletana di nascita e triestina per scelta, ambienta la nuova storia del suo romanzo “Aspettami al Caffè Napoli”, nelle due città che ama. 
“Aspettami al Caffè Napoli” è un romanzo intenso e pieno di calore, ambientato tra i vicoli colorati di Napoli. 
I temi trattati sono la famiglia e le radici, le seconde opportunità, la solidarietà femminile, la morte, il matrimonio, la maternità, l’arte, le passioni, l’amicizia, il tradimento, la rinascita personale, la libertà, la felicità e l’amore. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, caldo e dolce come una bella tazza di caffè ben zuccherato e frizzante come un calice di spritz. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di entrare in empatia e affezionarsi a ognuno di loro. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro piacevole, che scalda il cuore come una buona tazza di caffè. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia basata sui legami familiari, sull’amore, sul destino e sulle seconde possibilità. 
Lasciatevi avvolgere dal profumo intenso del caffè, e preparatevi a leggere una storia profonda ed emozionante!!
Buona lettura 📚📚!!

“La morte non paga doppio” di Bruno Morchio

Titolo: La morte non paga doppio 
Autore: Bruno Morchio 
Casa Editrice: Rizzoli 
Collana: Nero Rizzoli 
Data uscita: 10 Giugno 2025 
Pagine: 240
Genere: Romanzo giallo 

<<Eh sì, morte non paga doppio.>>
Come un flash, la frase mi catapulta nel sogno del giorno prima. Senza saperlo, Anghel sta giocando con le parole sussurrate da Michelino, la frase pronunciata quando Milca stava per aprire la porta della camera da letto dove, quindici anni fa, ho trovato la mamma in un lago di sangue. 
Non sei contento? La morte paga doppio. 
<<Cosa vuoi dire?>> domando.
<<Anton è morto e nessuno può riportare lui in vita>> attacca, stringendosi nelle spalle e lasciando intendere che si aspetta un mio cenno di assenso. 
<<Lo so.>> 
<<Tu non hai ucciso Anton. […] Perciò puoi avere Alina e fare lei felice. […] Morte paga.>>

Dopo il successo di “La fine è ignota”, libro vincitore del Premio Giorgio Scerbenenco 2023, torna l’investigatore genovese Mariolino Migliaccio. 
Il protagonista Mariolino Migliaccio ha poco più di trent’anni, non è un poliziotto ed è un investigatore privato senza licenza, che riceve i suoi clienti in un bar situato nei carruggi. 
Mariolino conosce ogni angolo di Genova, individua tutti i pregi e i difetti di quella città, che contemporaneamente ama e odia. 

Provo a tendere l’orecchio, con la speranza di afferrare le note del magico violino di Anghel, ma non percepisco altro che il cicalare dei negozianti sulla soglia delle loro botteghe e il ronzio dei veicoli elettrici che raccolgono la aumenta nei carruggi. 
Le bancarelle di piazza Soziglia sono già state allestite, cappelli, borse e sciarpe colorate stanno lì in bella vista, ma non ci sono genovesi né foresti interessati ad acquistarli. Siamo in un periodo morto e la città vecchia può tirare il fiato dopo che torme chiassose di turisti vomitate dalle navi da crociera hanno imperversato nei vicoli durante il ponte dei Santi.

Mariolino è solo, un uomo ai margini, da quando ha perso la madre Wanda Lagomarsino, una prostituta, ammazzata probabilmente da un cliente. Da quel momento, Mariolino si è ritrovato solo, senza soldi e con un obiettivo preciso: trovare chi ha ammazzato sua madre. 
Grazie al suo informatore e amico Anghel, entra in contatto con un veggente, che gli consiglia di cercare una certa “Alice”, un’amica della madre e colei che le aveva procurato l’ultimo cliente. 

Una volta appurato che la Wanda Lagomarsino aveva buoni rapporti con tutti, non era coinvolta in giri criminali, lavorava in proprio senza farsi sfruttare da alcun pappone e non aveva nemici che la volessero morta, il magistrato inquirente ha concluso che si è trattato di un omicidio a sfondo sessuale perpetrato da un sadico la cui identità era destinata a restare sconosciuta. Queste conclusioni hanno determinato di fatto l’archiviazione del “caso”. 
Da quel momento non mi sono dato pace. Trovare l’uomo che mi aveva reso orfano è diventato lo scopo della mia vita. Così, dopo il diploma, non potendo permettermi di iscrivermi all’università, ho deciso di cominciare a lavorare e che il mio lavoro sarebbe stato questo: il detective privato. 

E anche se Mariolino ha perso tutto, possiede un fiuto straordinario, che gli aveva permesso di salvare Liveta, una delle “ragazze” del boss Luigi Il Vecchio. Luigi il Vecchio era una vecchia conoscenza della Wanda,  e nel volume precedente, aveva assoldato Mariolino per ritrovare Liveta. 
E’ così che Mariolino, salva una ragazzina albanese Milca Hoxha, venduta dalla famiglia alla mafia albanese e costretta per anni a prostituirsi e a subire violenze. 
Milca, grazie al protagonista, vive insieme a Soledad Mareira Flores, soprannominata da tutti “Sole”, l’amica ecuadorennia di Mariolino. Milca ha abbandonato per sempre la sua vecchia vita e frequenta il liceo turistico Edoardo Firpo, come tutti/e i/le ragazzi/e della sua età. 

Siamo arrivati alla fermata di San Giorgio e dobbiamo scendere. Usciti dalla metro la luce ci investe violenta. Qui fa meno freddo che in val Bisagno. Sbuchiamo in piazza Raibetta e ho la netta sensazione che entrambi abbiamo paura di approfondire. Se ci mettiamo a scavare chissà cosa potrebbe venir fuori. Siamo due orfani a cui la vita ha indurito il cuore perchè la nostra pelle è troppo sottile per proteggerci dal dolore: quindici anni fa, quando avevo la sua età, sono tornato da scuola e ho trovato mia mamma in un lago di sangue, assassinata da un cliente che non è mai stato identificato, quanto a Milca, i suoi l’hanno venduta per poche centinaia di euro alla mafia albanese. Con gente come noi parlare di sentimenti è come giocare alla roulette russa. 

Una mattina dopo scuola, Milca e Migliaccio si incontrano e la ragazza gli chiede di indagare sulla morte sospetta di Anton Mitrescu, un rumeno morto recentemente, Tutti i giornali e la polizia sono convinti, che Anton sia morto di overdose, ma la moglie Alina Mitrescu, nutre dei dubbi e chiede a Migliaccio di scoprire la verità. 
Mariolino non può tirarsi indietro e decide di “lavorare” gratuitamente per non appesantire le condizioni economiche della vedova rumena, che deve crescere da sola un figlio piccolo di nome Michelino. E’ così, che Mariolino scopre che la scena del crimine è contaminata e nasconde un muro di silenzi dietro cui si intravede un intreccio torbido di speculazioni edilizie, lavoro in nero e minacce. 
Con l’aiuto di un’ispettore scorbutico, Antonio Spaggiari, Migliaccio cerca di scoprire la verità. 
Ma il passato e la cicatrice della perdita della madre ritornano, Mariolino è sempre più determinato a scoprire chi ha ucciso sua madre. 
Tra i carruggi e i quartieri popolari della Superba, si svolge la nuova storia dell’investigatore Migliaccio, un uomo che inciampa, dubita, si sporca le mani ma non smette mai di cercare la verità, anche quando fa male. 

Entropia.

Ci sono nella vita circostanze in cui il cammino che ci aspetta sembra già segnato, tante sono le linee che convergono in uno stesso punto, che risulta difficile immaginare che le cose andranno in un altro modo rispetto all’esito prefigurato. Qualcuno le chiama calcolo delle probabilità, qualcun altro destino.

Lo scrittore, psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio, dopo il successo dei suoi libri con protagonista Bacci Pagano, torna in libreria con “La morte non paga doppio”, una nuova storia ambientata a Genova e con un nuovo protagonista, l’investigatore Mariolino Migliaccio. 
Il lettore, si ritroverà a percorrere i carruggi di Genova insieme al protagonista alla ricerca della verità. 
I temi trattati sono la prostituzione, l’amore, la violenza, la tossicodipendenza, l’amicizia, i pregiudizi, il lavoro in nero, le speculazioni edilizie, la mafia, i sogni, la morte e le cicatrici più profonde. 

<<Non sei contento? La morte paga doppio>> sussurrava Michelino nel sogno.
Ma perchè ho messo in bocca queste parole proprio a lui, un bambino di tre anni? E, soprattutto, come mai esse suonano come un invito ad aprire la porta sull’orrore?
Ho letto da qualche parte che nei sogni il nostro campo visivo si allarga. Secondo quell’articolo, contenuto in un libro raccattato al bookcrossing, durante il sonno allentiamo gli ormeggi del nostro controllo e questo ci permette di accedere a verità che nella veglia tendiamo a censurare. Se il tizio che l’ha scritto -di cui non ricordo il nome- ha ragione, dovrei prendere molto sul serio queste domande. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, pieno di suspence. Ho apprezzato la scelta dello scrittore di inserire alcune parole dialettali genovesi, ma non condivido la scelta di riportare immediatamente la traduzione in italiano perchè rompe il ritmo, il pathos della lettura. In molti libri ambientati a Napoli e non solo, molti scrittori inseriscono parole dialettali ma raramente, riportano le traduzioni in italiano (e se avviene, viene inserita una nota a piè di pagina o alla fine del libro). 
I personaggi sono strutturati bene, dal protagonista ai personaggi secondari, grazie all’impostazione adottata dallo scrittore.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro giallo, pieno di mistero e coinvolgente, ambientato nei carruggi genovesi. 
E’ arrivato il momento di percorrere i carruggi di Genova insieme all’investigatore Mariolino Migliaccio e di scoprire la verità!!
Buona lettura 📚📚!!

“La Giulia dei Morini” di Clara Negro

Titolo: La Giulia dei Morini 
Autore: Clara Negro 
Casa Editrice: Morellini editore 
Collana: Varianti 
Data uscita: 2 Maggio 2025 
Pagine: 455 
Genere: Romanzo storico 

Il Bellingeri le aveva mostrato le regole della tavola e quelle della buona società, Giulia ci passava delle mezz’ore davanti allo specchio a provare saluti e riverenze, inchini e baciamani sulle note secche di qualche vecchia nobildonna. 
Grazie a lui la Morina fu introdotta in una cerchia diversa dalla schiera di personaggi goderecci frequentati fino ad allora, niente più festini di soli uomini, o insieme a donne compiacenti più di lei.
Dopo qualche tempo che si frequentavano il giudice iniziò a portarla a teatro, al ristorante, la scortava all’opera, e, negli ultimi tempi, l’aveva introdotta anche alle feste private della Bologna bene, quella dei nomi altisonanti, e non si curava delle occhiate malevoli di mogli, madri e fidanzate, fossero esse blasonate o no. 
Fu proprio all’opera che il Bellingeri presentò la sua giovane compagna a una vecchia amica: la contessa Elvira Sampieri. 

Il nuovo romanzo storico della scrittrice Clara Negro, è ambientato durante il ventennio fascista tra la Toscana, Genova, Bologna e Sanremo. 
La protagonista del libro di chiama Giulia Corsini, soprannominata da tutti “la Morina”, per via del colore della pelle e dei capelli della famiglia a cui appartiene, (anche se Giulia, ha i capelli biondi). 
La Giulia (così viene chiamata nel libro, con l’articolo davanti al nome proprio, per l’influenza toscana), è la più bella della famiglia Morini, bionda, alta e sottile, dallo spirito ribelle e ambizioso che la porta a commettere azioni sconsiderate per entrare a far parte di una stretta cerchia di nobili. 
La famiglia di Giulia ha origini toscane, il padre Alfredo si è sempre battuto per difendere i suoi ideali, anche a costo di abbandonare il proprio lavoro e le sue origini, insieme alla sua famiglia. 
Giulia e la sua famiglia, composta dalla madre Giovanna, il padre Alfredo, le sue sorelle Ersilia, Adalgisa e Colomba, e i suoi fratelli Moro e Colombo, sono stati costretti a lasciare la Toscana per trasferirsi a Genova, alla Rimessa. Pontedecimo è una frazione di Genova, lontana dal fronte e grazie alle Ferriere, offre agli abitanti numerosi posti di lavoro. 

Come sarà la nostra vita adesso? Una terra nuova, nuova gente, e chissà com’è la loro parlata? La Rimessa, Pontedecimo, Genova, ho sentito quei nomi dall’Alfredo, e mi fanno un po’ paura. Ci sono monti aspri e sassosi dove stiamo andando, nella campagna alle spalle della città, una città lontana dal fronte, ha detto il babbo, ma che dà l’acciaio e il ferro per la guerra. Per questa ragione il lavoro non manca. In quella valle, Polcevera, l’ha chiamata l’Alfredo, ci sono le Ferriere, ferrovie dove c’è bisogno di braccia buone. 

Possiamo dividere essenzialmente, la vita della protagonista Giulia, in quattro tappe principali, quattro come le città in cui ha dovuto trasferirsi (Toscana, Genova, Bologna e Sanremo). 
Ogni tappa, mostra con chiarezza lo spirito ribelle della protagonista e il suo desiderio di conquistare le vette più alte della società. A Giulia, non piaceva vivere alla Rimessa, desiderava una vita agiata che le garantisse tutti i comfort. Per questo motivo, proprio durante l’alluvione del novembre del 1921, che ha visto aumentare notevolmente le dimensioni del fiume Polvevera, suo fratello Moro, aveva invitato a casa un uomo di nome Otello Manzi. 
Otello Manzi, come Moro, lavora nelle ferrovie e vive a Bologna, insieme alle sue sorelle Fedelma e Aminta, che lo riveriscono come un Re. 

Odio l’inverno, e l’inverno alla Rimessa mi è insopportabile. Giorno dopo giorno questo posto diventa sempre più triste e squallido. Siamo a novembre e sono ormai due settimane che piove, giorno e notte, senza tregua, tanto che il Polcevera sembra un fiume vero, e non quel rigagnolo che striscia verdastro tra i sassi in estate. Le onde marroni di terra si abbattono contro le murate, e l’acqua ha saltato gli argini in qualche punto lasciando fango e terra sulle strade, buttando alberi spezzati dal vento e ghiaia e rocce contro le porte delle case. 

Otello Manzi anche se è “un uomo fatto e finito”, con il doppio degli anni di Giulia, rimane colpito dalla sua bellezza, tanto da decidere di sposarla. Per Giulia, il matrimonio con Otello, è l’occasione per lasciare la vita “sciatta”, umile della Rimessa, a favore di una nuova vita a Bologna. 

<<Certo che a s’è scistemâ a Morina, a l’ha faeto bên, a saia na scignôa, e sénsa fâ ninte!>>
<<Tanto non l’è mai andato di faticare a quella lì!>>
Le donnette, spettegolando a gruppi, aspettavano che gli sposi uscissero dalla chiesa. Gli uomini che vedevano passare la Giulia, sottile e pallida, fasciata in quell’abituccio di mussola bianca che Giovanna le aveva cucito addosso, avrebbero voluto vestire i panni dell’Otello. 
Di quel giorno alla Morina rimasero negli occhi le lacrime della madre, il pianto dirotto dell’Ersilia e sulla pelle l’abbraccio robusto di Colomba, che le aveva sussurrato all’orecchio, ” il mondo è pieno di gente più furba di te”. 
Era salita sul treno con il marito che la mangiava con gli occhi, con una valigia, il baule del corredo, e una scatola di libri. Erano il regalo della vecchia maestra della Rimessa, la Nerina, ed era merito suo se Giulia sapeva leggere e far di conto.

A Bologna, vivrà insieme alle cognate Fedeltà e Aminta, che le mostreranno un nuovo modo di fare soldi, senza coinvolgere il marito. E’ così che Giulia, partecipa a feste altolocate e conosce delle personalità importanti come nobili decaduti, borghesi arricchiti e donne, mogli invidiose della sua bellezza. 
Giulia fa della bellezza un vero e proprio strumento di potere, in un clima molto difficile e rigido per le donne, viste solo come “mogli” e “madri”, senza poter godere della propria libertà. 

D’altra parte erano gli anni in cui tutti gli uomini avevano il dovere di esibire coraggio e amor di patria, e le donne di figliare e a dare al paese prole sana e numerosa. Erano gli anni dei sogni disillusi, di un’Italia umiliata e povera che raschiava il fondo di un barile già vuoto da un pezzo. Tutti facevano un gran parlare di scioperi e sommosse e scontri fra socialisti e nazionalisti. […]
Le tornò in mente l’Alfredo, sarebbe stato felice delle ribellioni degli operai, orgoglioso di vedere i contadini battersi per il possesso della terra. 
Quello era il momento che suo padre aveva aspettato per tanto tempo: combattere l’autorità e le istituzioni e con la lotta aperta contrastare il fascismo. 

A complicare il clima e la situazione in Italia, si sviluppa il fascismo, un movimento oppressivo guidato da Mussolini, con l’obiettivo di sterminare gli ebrei, ritenuti inferiori ed eliminare qualsiasi persona contraria alle idee del Duce e del Regime. 
Giulia frequenta sempre più assiduamente salotti e feste mondane, entrando nelle grazie della contessa Elvira Sampieri, che le farà conoscere molte persone importanti, anche un nobile di nome Edoardo Belotti. Giulia si innamorerà di Edoardo, mettendo in dubbio la sua vita, i suoi ideali e il matrimonio con l’Otello. 
Ma Bologna, sarà solamente una tappa all’interno della storia, perchè la protagonista e suo marito Otello, si trasferiranno a Sanremo, il luogo in cui la Morina troverà definitivamente la sua strada, sotto le torri del Casinò. 
Un romanzo storico che intreccia magistralmente l’emancipazione femminile, la vita, le passioni e l’identità, ambientato durante il fascismo. 
Lasciatevi travolgere dalla penna sublime di Clara Negro, che vi farà conoscere una donna brillante, ribelle e ambiziosa!

A differenza della magnolia però Giulia non aveva radici che la legassero alla terra. Non ne aveva mai avute. Mai si era sentita parte di un luogo. Tutti i dove che aveva abitato, li aveva trasformati in casa, e altrettanto facilmente li aveva abbandonati senza rimpianti. 
In fondo, abbandonare i luoghi era molto più facile che lasciar indietro una famiglia. 
La Morina aveva fatto anche questo per sopravvivere via da San Giovanni, dalla Rimessa e da Bologna. 

La scrittrice di gialli, genovese Clara Negro, pubblica “La Giulia dei Morini”, in cui la vita della protagonista si intreccia agli avvenimenti storici narrati nel libro. 
I temi trattati sono l’emancipazione femminile, la passione, la libertà, la ricerca d’identità, le maschere, gli ideali, i dialetti italiani, il giudizio degli altri, il fascismo, le amicizie e l’amore. 

Dopo i primi tempi di entusiasmo, aveva capito che tutti lì indossavano una maschera, e forse nascondevano dietro falsi sorrisi e il vuoto dell’anima. Era come muoversi sulla scena di un grande teatro dove ognuno giocava un ruolo che spesso neppure si era scelto, e che forse altri avevano deciso per lui. L’unica cosa vera, concreta era il denaro, a cui tutti agognavano. Lei compresa.
“E che maschera ho scelto di indossare, io?” Sorrise, e delicatamente si passò una mano sul viso.
“Quella della bellezza”, pensò. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, magistrale ed emozionante, in grado di far commuovere il lettore. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni inserite dall’autrice, che permettono al lettore di affezionarsi alla protagonista Giulia, ma anche alla simpatia e spontaneità di  Fedelma e Aminta. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro ambientato durante il fascismo, che tratta con delicatezza l’emancipazione femminile, la ricerca d’identità e le maschere. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano conoscere una protagonista brillante, intelligente, con uno spirito ribelle e ambizioso. 
Buona lettura 📚📚!!

“La ragazza senza radici” di Cristina Caboni

Titolo: La ragazza senza radici 
Autore: Cristina Caboni 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Edizione: 2
Data uscita: 22 Ottobre 2024 
Pagine: 288 
Genere: Romanzo contemporaneo 

La figura sovrasta le altre. Un uomo alto e biondo. Lo segue con gli occhi. C’è qualcosa in lui, nel modo in cui cammina, nel modo in cui affronta lo spazio, che l’affascina.
Un ricordo affiora. Un altro uomo. Un altro tempo.
Il cuore prende a batterle forte. 
<<Non è possibile>>, si dice. <<Non è possibile>>, ripete. Eppure, continua a fissare lo sconosciuto che adesso si volta e l’osserva a sua volta. Gli occhi, le labbra sottili, l’espressione grave che in un istante diventa beffarda e derisoria. […]
<<Era lui, Nikolaj. Era mio figlio.>>
Riccardo apre la bocca, poi la chiude. Le sorride. C’è una pena infinita nei suoi occhi.
<<Miranda, tuo figlio è morto.>>

La narrazione si sviluppa nel 2007, tra Sanremo, Nizza e Parigi. La protagonista del libro si chiama Adeline Weber, una ragazza che lavora presso gli archivi del comune di Nizza. 
Adeline era molto brava nel suo lavoro, oltre ad incrociare i dati statistici, si lasciava guidare dalla passione della sua occupazione, al punto da farsi coinvolgere nella vita delle persone che si recavano in comune alla ricerca di un genitore, un figlio o un parente. 
Ma una mattina, si presenta in comune una donna anziana di nome Miranda Gravisi Barbieri, che vuole avere informazioni su un figlio che credeva morto alla nascita. Miranda vive a Sanremo, insieme a suo marito Riccardo, e in occasione del concorso enologico tenuto nella sua proprietà, la donna aveva incrociato lo sguardo di un uomo alto e biondo. Miranda l’ha riconosciuto subito: è Nikolaj, suo figlio. Quando, Miranda aveva partorito era minorenne, non era sposata e aveva dato alla luce un bellissimo bambino di nome Nikolaj. Purtroppo, dopo qualche ora dal parto, le condizioni di salute di Miranda si erano aggravate, tanto da entrare in coma e al suo risveglio, le avevano comunicato che suo figlio Nikolaj, era morto. Da allora, Miranda ha cercato di superare il dolore della morte del figlio, rifugiandosi nella sua tenuta e nella vigna. 
Ma adesso, Miranda vuole conoscere la verità, sente che suo figlio Nikolaj è vivo. Per questo motivo, Miranda si era recata in comune a Nizza, per avere informazioni su suo figlio. 

Miranda si lasciò abbracciare. Era quello il rimedio per un cuore spezzato: l’amore e gli abbracci. E lei, per fortuna, li aveva entrambi. Così, mise da parte la disperazione che continuava a stringerle la gola, la relegò nel luogo in cui l’aveva confinata anni prima, nel momento in cui aveva deciso di vivere. Continuava a sentirla, naturalmente. Era là, ai limiti della coscienza. Ma ora al dolore profondo e antico della perdita si era unita un’ombra, vischiosa, oscura e gelida; erano l’incertezza, il sospetto e il dubbio che qualcuno le avesse portato via suo figlio. 
Ma perchè? Chi avrebbe potuto farle una cosa tanto crudele? 
Non riusciva a concepire una tale mostruosità. Forse le cose erano andate diversamente. Forse c’era una spiegazione. 
E poi comprese che non le importava. 
Voleva solo ritrovare suo figlio.

E’ così, che Miranda conosce Adeline, che l’aiuterà a trovare suo figlio, lasciandosi trasportare dalla storia del suo passato. Adeline, sa che non dovrebbe assecondare le richieste di Miranda, perchè il passato è passato e va lasciato dov’è. E questo Adeline lo sa bene…
Adeline è cresciuta in una casa famiglia, non ha mai conosciuto i suoi genitori che l’hanno abbandonata appena nata. Non è stato facile per Adeline, ma adesso è una donna realizzata e non deve voltarsi indietro, come continua a ripeterle il suo amico e assistente sociale Damien Martinelle. 

<<Se anche la questione di questo presunto figlio fosse vera, e ho qualche dubbio, cosa avrebbe a che vedere con te?>> 
Adeline battè le palpebre. Perché le faceva quella domanda? Damien conosceva il suo passato, sapeva che era stata abbandonata dalla nascita. Sapeva anche che trovare la sua famiglia d’origine era stato il suo unico obiettivo per molto tempo finché… […]
Per un istante pensò di opporsi, di dare voce all’emozione sorda che la spingeva a ribellarsi a quelle parole. Poi chinò il capo, le dita che si intrecciavano nervosamente. Spinse con la punta della scarpa una pallina, si chinò e la prese in mano stringendola forte. 
Damien aveva ragione. Era tutto vero quello che le aveva detto. 
Il passato non aveva importanza. 
Glielo aveva promesso. Lo aveva giurato quando si era lasciata Parigi alle spalle e aveva iniziato una nuova vita, là a Nizza.

Damien è “l’unica famiglia” di Adeline, per lei è una guida, un faro e un padre. Ma questa volta, Adeline non riesce ad ascoltare le parole di Damien, e decide di aiutare Miranda. In lei, nota la sua stessa emozione, disperazione, lo stesso dolore che prova da quando è nata. 

Eppure, mentre Damien le stava dicendo esattamente quello che lei voleva sentire, qualcosa infondo alla sua anima si era ribellato. Le aveva scalpitato dentro raggiungendo la superficie della volontà: speranza… brillante, profonda e potente. Suo malgrado si era sentita come in passato, mentre, nel buio della notte, circondata dai respiri degli altri bambini, immaginava che presto la sua mamma sarebbe corsa da lei e, dopo averla abbracciata, l’avrebbe riportata a casa. Al luogo a cui apparteneva, dove la sua famiglia l’aspettava. 
Ci aveva creduto così tanto che, non appena ne era stata capace, l’aveva cercata lei stessa, la sua famiglia. Per molto tempo quello era stato il suo unico obiettivo… ecco perchè si era sentita così vicino a Miranda. In lei aveva visto sé stessa. Il medesimo tormento, lo stesso dubbio feroce.

Adeline, da sempre affascinata alla genealogia, inizia a frugare tra vecchi documenti e carte dimenticate alla ricerca di un’indizio, di qualcosa che porti a Nikolaj. Ad aiutarla, sarà proprio il suo ex ragazzo, nonché il suo nuovo capo di nome Juan. 
Sarà l’occasione per Adeline, di analizzare sé stessa, di smettere di vergognarsi del suo passato e di iniziare ad aprirsi… 
Riuscirà Adeline ad accettare il suo passato? 
Riuscirà a raccontare a Juan, che i suoi genitori l’avevano abbandonata?
Riuscirà a trovare Nikolaj? 
Ma Adeline, non sa che ogni famiglia nasconde dei segreti, dei segreti che possono mettere tutto in discussione. 

Quanto potevano essere banali le parole, quanto era immenso e sconfinato ciò che nascondevano. Avrebbe voluto dirgli che le era mancato ogni giorno, che dopo di lui non c’era stato nessun altro con cui avesse voluto trascorrere più di una sera. Voleva dirgli che le dispiaceva per come era andata tra di loro e che con lui era stata felice. Invece si affrettò a prendere le sue cose. Allora sentì un lieve spostamento d’aria seguito dal tonfo della porta che si chiudeva. 
La tentazione di tornare indietro e continuare a parlare con Juan era forte, troppo. Lui ci aveva visto giusto, era stata a un soffio da abbracciarlo. 

Adeline si voltò, il cuore in subbuglio. Lui la guardava come se le leggesse dentro, come se riuscisse a vedere le parti che lei cercava disperatamente di nascondere, di riportare all’ordine, di ridurre al silenzio.

La scrittrice Cristina Caboni, dopo l’incredibile successo del libro “Il sentiero dei profumi”, un bestseller venduto in tutto il mondo, adorato dai lettori e dalla stampa, che ha conquistato la vetta delle classifiche italiane e straniere, torna in libreria con “La ragazza senza radici”. 
“La ragazza senza radici” racconta una storia emozionante, intensa, molto commuovente, incentrata sul passato e sulle proprie radici, che definiscono e determinano ciò che siamo. Questo, vale anche per la protagonista Adeline, che si sente diversa e smarrita, perchè non conosce le sue radici. 
La scrittrice Cristina Caboni con “La ragazza senza radici”, torna ad emozionare i suoi lettori, con una nuova storia emozionante e profonda. 
I temi trattati sono le relazioni, l’amore, il passato, la casa famiglia, la morte, il vino e la vigna, l’amicizia, la famiglia, il senso di abbandono, la Seconda guerra mondiale, il nazionalismo e le radici, che determinano chi siamo. 

Adeline si irrigidì. Aveva fatto delle ricerche, sapeva che dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti italiani erano stati cacciati dall’Istria e i loro averi confiscati e nazionalizzati. Sapeva anche che i genitori di Miranda erano scomparsi. […]
<<C’era chi credeva davvero nel nazionalismo, nella proprietà collettiva, e poi c’era chi desiderava unicamente vendicarsi e non solo dei torti subiti: era gente violenta, per incorrere nella loro rabbia bastava portare un nome diverso. Appartenere a un’etnia differente[…]
Le persone tendono a riunirsi in gruppi omogenei, si sentono al sicuro all’interno di quei confini, e così facendo escludono gli altri. E’ facile, in seguito, incolparli delle proprie miserie. Comodo, no? […]
Quella gente… non li dimenticherò mai. 
Arrivarono con dei carri e trasportarono all’interno della mia casa dei miei genitori, i loro mobili. C’erano donne che si contendevano gli abiti di mia madre, si pavoneggiavano con i suoi gioielli. […]
Ero furiosa, io… non so cosa mi prese, ma iniziai a urlare, a strappare loro ciò che avevano rubato.

La narrazione è in terza persona, in cui quasi ogni capitolo viene raccontato dalla protagonista Adeline, ma sono presenti anche dei capitoli narrati da Miranda. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, appassionante, profondo, emozionante e commuovente, che evidenziano le relazioni (da quelle familiari, a quelle amorose e d’ amicizia), ma anche le radici profonde di ognuno di noi. 
Ho apprezzato molto, l’idea della scrittrice di inserire all’inizio di ogni capitolo, delle frasi inerenti alla storia e ad alcune curiosità sul vino. 

Tutto possiede un’anima, ne è convinta. Nel caso del vino si tratta di una serie di elementi che si combinano nel terroir, un insieme di fattori ambientali e umani che interagiscono determinando la sua unicità. Chi pensa che il vino sia una semplice bevanda ottenuta dalla fermentazione del succo d’uva si inganna. E’ ben altro: identità, tradizione, natura, abilità. Ma soprattutto mistero. 
Perchè tocca l’anima e la conduce in luoghi inesplorati, dove tutto è possibile. 

Grazie a Miranda, il lettore esplorerà anche il mondo affascinante del vino, della coltivazione della vite, che fanno da sfondo alla storia, una storia che racconta di tutti noi, perchè tutti siamo un intreccio di relazioni, legami familiari e affettivi. 
I personaggi sono strutturati bene, molto profondi ed emozionanti, come la storia raccontata dalla protagonista Adeline, in grado di entrare nel cuore del lettore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano un romanzo profondo, emozionante ed intenso, incentrato sulle radici e sulla famiglia. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che vogliono perdersi nella coltivazione della vite, vi sembrerà di sentire il profumo del vino “speciale” che Miranda ha regalato ad Adeline, un vino pregiato che riposa sul fondale sabbioso del mare, cullato dalle onde. 
Lasciatevi travolgere dalla scrittura delicata di Cristina Caboni… non ve ne pentirete!!
Buona lettura 📚📚!!

“L’amica della sposa” di Nicolas Barreau

Titolo: L’amica della sposa 
Autore: Nicolas Barreau 
Traduttore: Monica Pesetti 
Casa Editrice: Feltrinelli 
Collana: I narratori 
Data uscita: 7 Maggio 2024 
Pagine: 192 
Genere: Romanzo rosa 

Ti sembrerà impossibile, ma di recente, mentre riordinavo alcune cose, ho trovato il sacchetto con la sabbia della Dune du Pilat che abbiamo raccolto quell’estate. E all’improvviso mi è sembrato di tenere tra le mani un tesoro prezioso. Non voglio perdere tutto quello che abbiamo vissuto insieme da bambini, da adolescenti e da ragazzi che si credevano i re del mondo, ma in fondo della vita sapevano ancora poco o niente. 
Una cosa però la so: vorrei mettere da parte i vecchi rancori, di cui mi assumo l’intera responsabilità. Vorrei che fossimo di nuovo amici come prima. E penso che per farlo non esista momento migliore del mio matrimonio.

Il protagonista del libro si chiama Jean-Pierre Morel, il proprietario di un cafè littèraire nel Marais, a Parigi. Jean-Pierre è da sempre appassionato alla letteratura e grazie alla nonna (Mamie), riesce a realizzare il suo sogno ed apre il suo cafè littèraire: Café des Poetes. 
Durante un’insolita giornata primaverile di pioggia, Jean-Pierre riceve un invito per un matrimonio, che gli cambierà la vita. Paul, il suo ex migliore amico, colui che non sentiva e vedeva da molti anni, lo s al suonava invitando al suo matrimonio nel Sud della Francia. 
Jean-Pierre e Paul sono sempre stati inseparabili sin dai tempi della scuola; insieme progettavano molte cose, ma hanno sempre avuto gli stessi gusti in fatto di donne. 
Jean-Pierre e Paul sono sempre stati molto diversi, ma insieme si completavano alla perfezione, come una cosa sola. La loro amicizia era un valore aggiunto, trascorrevano tutto il tempo insieme e crescendo, iniziarono ad avere gli stessi gusti in fatto di donne. Ad entrambi, piacevano le ragazze bionde e se all’inizio poteva essere divertente, con il tempo la situazione diventò sempre più complicata, compromettendo definitivamente la loro amicizia. 
Perchè adesso, dopo tutti questi anni, Paul invita Pierre al matrimonio?
Dopo anni, Paul ha capito di aver sbagliato e di essersi comportato male con il suo migliore amico e lo ha invitato al suo matrimonio, perché continua a credere nella loro amicizia. Jean-Pierre decide di partecipare al matrimonio, ma il giorno della festa va tutto storto. 
Ocèan, la sua ex ragazza, si presenta all’improvviso a casa e gli ruba di nascosto l’invito del matrimonio. Come se non bastasse, sua nonna si sloga una caviglia ed è costretto ad accompagnarla al pronto soccorso. 
Jean-Pierre è in ritardo, e nel trambusto della partenza non trova l’invito del matrimonio. Ricorda il nome dello chateau, ma il castello dove si terrà la cerimonia è a Tabanac, Bergerac o Grèzillac? 
Jean-Pierre, cerca di farsi aiutare dalla sorella e seppur in ritardo, arriva al ricevimento.
Jean-Pierre si mimetizza tra gli ospiti e capisce di essere alla festa sbagliata.
Ma è proprio durante questa festa sbagliata, che incontra Juliette, una donna giovane con i capelli rossi che dice tutto quello che le passa per la testa. 
E anche se Juliette non ha i capelli biondi, Jean-Pierre è completamente affascinato da lei e forse una nuova storia d’amore sta per cominciare.

Non dormimmo quella notte.
Eravamo un uomo e una donna che avevano cercato una penna e un fuoco in una stanza al chiaro di luna, come nella vecchia canzone popolare, e per incanto avevano trovato altro. 
Avevamo trovato noi stessi. 

La scrittrice Nicolas Barreau, dopo aver raggiunto il successo internazionale con “Gli ingredienti segreti dell’amore” (2011), pubblica “L’amica della sposa”, rivelando la sua vera identità e raccontando una storia coinvolgente piena di imprevisti, tra decisioni sbagliate e la forza imprevedibile dell’amore vero. 
Con Nicolas Barreau preparatevi ad immergervi nel clima romantico francese. Il lettore si ritroverà a vagare per le strade francesi, ai piedi della maestosa e romantica Torre Eiffel e tra un croissant e un pain au chocolat, nascerà un nuovo amore. 
I temi trattati sono il destino, gli amori sbagliati, i tradimenti, la letteratura e la poesia, l’adolescenza, i sogni, il matrimonio, il colpo di fulmine, il perdono, l’amore e la vera amicizia. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, emozionante e in grado di coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni inserite dalla scrittrice. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano perdersi tra le strade francesi, a chi desidera una lettura piacevole in grado di far sognare ad occhi aperti e a chi crede nel destino. 
E voi, credete nel destino? 
Fatemi sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!