“Le ventisette sveglie di Atena Ferraris” di Alice Basso

Titolo: Le ventisette sveglie di Atena Ferraris 
Autore: Alice Basso 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Data uscita: 21 Gennaio 2025 
Pagine: 368 
Genere: Romanzo giallo

Voi direte: chi è che si dimentica di richiamare il proprio scemo ma pur sempre amato fratello per verificare una cosa importante come che sia ancora in vita?
E io risponderò: io. Moi. Et voilà. 

Perchè la mia memoria funziona così. Posso ricordarmi per tutta la vita, dopo averlo letto una volta a vent’anni, che -che ne so- il formaggio Tilsit è considerato svizzero perchè è stato inventato nel tardo Ottocento da immigrati svizzeri seppur nella città di Tilsit all’epoca appartenente alla Prussia Occidentale, e posso anche dimenticarmi di mangiare, o di avere un appuntamento dal dentista, o appunto di controllare che mio fratello sia vivo. 
Vi sembra roba da pazzi, vero? 
Già. 
Benvenuti nella mia vita. 

La protagonista del libro si chiama Atena Ferraris, una ragazza di trent’anni che vive a Torino. Atena è una ragazza che sembra un po’ “sbandata”, si dimentica ogni cosa e organizza la sua vita impostando ventisette sveglie al giorno, salvo quando il fratello gemello Febo, le chiede richiamarlo dopo un’ora e anche in quel caso, la protagonista imposterà una sveglia per ricordarsi di contattarlo. 
In realtà, Atena è neurodivergente, un tema su cui la scrittrice si sofferma molto e che cerca di sensibilizzare il lettore durante la storia. 
La madre di Atena ha sempre cercato di guidare la figlia, di farle capire il mondo, dato che condivideva con la figlia lo stesso problema. Ma un giorno, la madre aveva avuto un incidente mortale sul lavoro, causando in Atena un vuoto enorme. 
Dalla morte della madre, Atena, oltre ad aver perso la figura nevralgica di un genitore, aveva perso la sua guida, il faro che le spiegava il mondo. 
La scrittrice, durante la storia, non si sofferma molto nel raccontare i dettagli della morte della madre della protagonista, avvenuta dieci anni prima e il lettore rimarrà con un tassello mancante della storia. 

<<Non devi sommergere la gente di informazioni, figlia. Alle persone non piace essere travolte di chiacchiere, o di dati da elaborare.>> […] 
<<Come faccio a sapere quando gli altri pensano che sto dicendo troppe cose?>> 
<<Devi guardare in faccia le persone. Ci sono delle cose che fanno, con gli occhi e con gli angoli della bocca, a volte anche con le mani e coi piedi, che significano che le stai annoiando.>> 
<<E non possono semplicemente dirlo?>> 
<<Hanno paura di offendere.>> 
<<Ma, se tanto lo fanno capire lo stesso con gli occhi e con la faccia, non è uguale, anzi, peggio? Perchè così io rischio comunque di capirlo troppo tardi, e loro nel frattempo di annoiarsi tantissimo!>> 
<<Sai, purtroppo la gente non è sempre logica, Atena>>
<<Non sono brava a guardare in faccia le persone, mamma.>> 

 

Atena è una ragazza diversa dalle altre, veste fuori moda, odia le sorprese, con ventisette sveglie impostate al giorno, per ricordarsi di lavorare, di mangiare, di andare a letto e di smettere di pensare, dato che la sua mente è piena di “voci” che la portano a riflettere ogni secondo della sua vita. 

<<Che tu avessi la testa vuota, Febo, non è una novità per nessuno.>> […]
No, io no. Mai successo. La mia di testa, è sempre stata piena strapiena pienissima di roba. Di correnti: una stanza tutta spifferi che soffiano da ogni direzione e creano vortici e tornadi. Di luci sempre accese e lampeggianti come in un megastore a Natale. Di chiacchiericcio incessante. Di voi. In questo momento siete voi le presenze, le voci nella mia testa, per esempio. Il pubblico a cui sto parlando. Io ho sempre un pubblico che mi commenta dall’interno, che mi accompagna, osserva, distrae, ispira, contesta; che mi sconsiglia e consiglia e dibatte con me e talvolta (spesso) mi critica e mi giudica. Un coro greco portatile intracranico. Non è che senta letteralmente le voci, eh: non sono schizofrenica (almeno credo); penso di avere semplicemente un notevolissimo, costante, turbinoso dibattito interiore. E infatti ho bisogno di tutte queste mie sveglie, scansioni e tabelle di marcia per disciplinare e gestire il caos, come campanelle in una scuola elementare. 
Mi spiego? Nah. Probabilmente no. 
A lungo ho pensato che fosse così per tutti, che fosse roba normale, fino a quando non ho iniziato a sospettare che non lo fosse, ma ci torniamo poi. Però per me, sì, è sempre stato così. E pensavo che lo fosse anche per Febo, che però quel giorno là di un paio d’anni fa piangeva sulla mia spalla perchè aveva scoperto il silenzio. 
Il silenzio nella testa: chissà che bello. 

Atena dirige una rivista online di enigmistica dove ogni gioco, rebus o anagramma ha una soluzione univoca, che la fa sentire al sicuro. 

Mi ha rovinato la partenza della sessione di ricerche per la Wunderkammer, che sarebbe la pagina delle curiosità della <<Gara degli indovini>>. 
(Parentesi: <<La gara degli indovini>> è la mia rivista online, mia proprio, nel senso: la mia attività preferita al mondo. L’ho chiamata così, <<La gara degli indovini>>, perchè oltre a suonare bene è il nome della prima rivista di enigmistica d’Italia, nata proprio in questa città, Torino, nella seconda metà dell’Ottocento. Che a sua volta è la mia epoca preferita -ma ci torno, ci torno dopo, scusate, tendo a divagare, lo so.) 
In pratica: adesso chi si concentra più. Mi ci vuole un’attività sostitutiva più meccanica. Disegnare dei rebus: li ho già inventati, devo solo illustrarli, e quando si tratta di disegnare non faccio fatica a concentrarmi come su quasi tutte le altre cose. Mi sembra una buona idea, quindi mi metto su un caffè. 
Dico quindi perchè la moka è il mio timer per i rebus. Disegnare rebus è una cosa che adoro e che potrei fare per ore, però per la rivista non ha senso che io produca troppi rebus, così per quelli ho sviluppato un tipo speciale di sveglia: quando inizio a disegnare, metto su una moka da due. A fuoco basso, a casa mia, il caffè per salire impiega sette minuti e mezzo, che è proprio il tempo che mi serve per disegnare un rebus. Poi la moka inizia a gorgogliare e io devo per forza alzarmi a spegnere il gas e quella è la fine della sessione. 
Capite, le sveglie potrei sempre ignorarle, la lavatrice che ha finito il ciclo pure […]; il caffè che esonda sul fornello no. 

Ma a scombinare, la tranquillità di Atena sarà proprio il fratello gemello Febo, uno scrittore di romanzi gialli in crisi, che si diverte a sperimentare ogni sport, attività, pericolosa per poi, trascriverlo nei suoi taccuini. 
Questa volta, Febo, si è iscritto a una scuola serale di magia, ed è convinto di aver assistito all’omicidio dell’assistente del mago, una giovane ragazza molto bella, che aveva catturato il suo interesse durante la prima lezione del corso. 
Febo, è convinto che il mago, tra un gioco di prestigio e un’illusione, abbia ammazzato la sua assistente e supplica la sorella, di frequentare insieme a lui, il corso serale di magia per risolvere il mistero. 
Ad Atena non piace sconvolgere la sua routine, non le piace conversare e soprattutto, detesta la confusione, ma ha una capacità fuori dal comune di notare alcuni particolare che le altre persone non riescono a percepire, soprattutto suo fratello Febo. 
Ed è solo per suo fratello, che decide di uscire di casa di sera, per aiutarlo a fare luce sull’accaduto. 
Durante il corso di magia, Atena, conoscerà alcune persone che la porteranno ad “uscire” dal suo equilibrio, evitando di mimetizzarsi tra la gente. 
Ma forse, il corso di magia, si rivelerà fondamentale per Atena, per sbloccarsi definitivamente e mettere in pratica, tutto ciò che la madre le aveva insegnato, perchè essere unici, non significa per forza essere strani. 

<<Febo ha ragione. Perchè non capisco mai niente?>> 
<<Soffiati il naso. Tu capisci tantissime cose. Ci sono cose che capisci meglio degli altri. E’ solo che a volte non coincidono, e hai bisogno di qualcuno che ti faccia da traduttore. Come un dizionario, ecco. A tutti succede di avere bisogno di un dizionario, quando per esempio vanno in un paese straniero.>> 
<<Solo che non sono in un paese straniero, mamma. Ero al parco qua fuori con i nostri compagni di scuola.>> 
<<Le cose si imparano e si aggiustano. Devi solo avere pazienza fino alla prossima occasione.

E’ così che Febo racconta a due ragazzi del corso di magia, ovvero Gemma e Jacopo, i suoi sospetti e formano un gruppo segreto per ritrovare l’assistente del mago. 
Per risolvere il caso, Atena, dovrà abbattere ogni armatura, che aveva eretto per non lasciarsi coinvolgere da qualsiasi sentimento, compreso l’amicizia e l’amore. 
E forse, per la prima volta, Atena capirà il significato della parola “amore”. 
Atena e il simpatico gruppetto, riusciranno a ritrovare l’assistente del mago? 
Che cosa le è accaduto? 
Il mago ha davvero commesso un omicidio? 

So cos’avrebbe detto mamma. Regole: ci vogliono, non c’è niente da fare. Chiare ed efficaci. Da stabilire con gli altri e in primis con noi stessi. Non bisogna vergognarsi di avere bisogno di regole: è così che il mondo va avanti senza esplodere. E’ così che il caos primordiale diventa cosmo. Così decido che è il momento di reinserire delle regole nella mia vita, e di fare ordine almeno dove posso. Limitare i danni. 
<<Jacopo, io apprezzo, davvero, che tu sia convinto che io sia -com’è che dici?- la persona meno noiosa di tua conoscenza, ma la verità è che io, semplicemente, ho qualcosa che non va. Non so neanch’io cosa e non lo dico per sembrare misteriosa e affascinante, in me non credo proprio che ci sia un tubo. Io semplicemente so di non essere come le altre persone. L’ho sempre saputo, ma per un pezzo almeno ho avuto mia madre che mi insegnava come sembrare il più possibile, uh, normale, e ho creduto di poterci riuscire. Meglio per certe cose, peggio per altre, ma tutto sommato di potercela fare. Col manuale d’istruzioni, come piaceva a lei a me.>> 
Mi fermo perchè non sono più sicuro di come andare avanti. O meglio, lo so ma non mi va che non ci siano scappatoie. 
<<Mia madre era un’ingegnera. Era rigorosa, scientifica, ordinata, pratica. Ed era… boh. Come me. Non so che altra definizione esista. Sapeva tutto quello che avevo bisogno di sentirmi insegnare. Lei c’era passata prima e faceva il possibile per mostrarmi la strada. E’ grazie a lei se ho avuto degli amici, un’infanzia e un’adolescenza tutto sommato felici, se mi sono diplomata e laureata. Grazie a lei e a mio padre, che a suo modo è stato il suo perfetto complemento: mio padre è un vero hippie, uno che non ha mai giudicato nessuno, per cui nessuno è strano e la parola “normalità” non ha senso, anzi, se ce l’ha è brutto e noioso. Io e Febo siamo stati fortunati, ad avere una mamma e un papà come loro. Ma con me è stata soprattutto la mamma a fare il grosso.>> 
Pausa. Dai, Atena, hai fatto trenta, fai trentuno, 
<<Poi dieci anni fa è morta. A seguito di un’incidente sul lavoro. […] Proprio lei, che viveva di leggi e di regole, che era attentissima in ogni campo, a cosa fare e cosa non fare, che non si concedeva mai l’impulsività, la perdita di controllo. Hanno detto che era stata colpa sua. Che era in un posto in cui non doveva essere, che aveva infranto delle regole. Io non sono mai riuscita a crederci: è un’incongruenza folle, un buco nel cosmo, mi uccide da allora e cerco di non pensarci mai. […] 
Il fatto è che da allora, da quando è mancata lei, io ho perso il faro. Non ho più nessuno che mi spieghi le cose, che legga il mondo per me, nessuno che mi chiarisca quel che mi succede, che mi faccia da interprete. E lo so, dentro di me lo so che non può essere la norma. Voglio dire, tutti -o quasi- perdono un genitore prima o poi, un riferimento, una guida, ecc… Però io lo vedo che per gli altri non è come me. Io non ho perso solo una mamma: ho perso il filtro che riusciva a mettermi in contatto con il resto del mondo.>>
Prendo fiato. Tutto questo per arrivare a dire che. <<Pietro ha ragione quando dice che se una persona è incasinata non dovrebbe pesare su un’altra persona che è incasinata anche lei. Io non voglio che nessuno si senta costretto a prendere il posto di mia madre. A diventare il mio interprete, anzi, peggio: il mio babysitter. Quindi non posso fare finta di non essere lusingata del tuo interesse verso di me, Jacopo. Mentirei se ti dicessi che mi dà fastidio, o anche solo che mi sia indifferente.>>

L’autrice  da mezzo milione di copie vendute, Alice Basso, dopo aver fatto sognare i suoi lettori con le avventure di Vania Sara e Anita Bo, torna in libreria con una nuova protagonista: Atena Ferraris. 
Con “Le ventisette sveglie di Atena Ferraris”, la scrittrice racconta le fragilità delle persone, ma anche la forza che custodiamo segretamente dentro di noi. 
I temi trattati sono le abitudini, l’enigmistica, la morte, i rapporti tra genitori e fratelli, le fragilità, la diversità, l’amore e l’amicizia. 
Lo stile di scrittura è abbastanza scorrevole, a tratti macchinoso, costituito da frasi brevi, spezzate, con capitoli dedicati ai dialoghi tra la protagonista e la madre, con cui cercava di farle conoscere il mondo e le sue fragilità. 
I protagonisti sono strutturati nel complesso bene, anche se a mio avviso, manca qualcosa che faccia avvicinare ogni lettore ai personaggi, da identificarsi in Atena, Febo ecc…
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia basata sulle fragilità, sulle diversità che contraddistinguono Atena e che portano il lettore a riflettere su alcune parole come “diversità”, “normale” e “strano”. 
Rispetto ai libri precedenti, il lettore troverà una protagonista e una storia completamente diversa, in cui il tema del giallo risulta forzato e poco dinamico. 
Personalmente, ho apprezzato l’intento della scrittrice di voler dare “giustizia” a chi soffre di disturbi mentali, ma purtroppo non è riuscita a far entrare Atena e gli altri personaggi all’interno del mio cuore, mi auguro che nel successivo libro riesca a svilupparla meglio dal punto di vista descrittivo ed umano. 
Buona lettura 📚📚!!

“Un padre bugiardo” di Maria Luisa Mosele

Titolo: Un padre bugiardo 
Autore: Maria Luisa Mosele 
Casa Editrice: Morellini Editore 
Pagine: 216 
Data uscita: 30 Gennaio 2026 
Genere: Narrativa su famiglia e relazioni 

Avevo diciotto anni quando mi chiusi per sempre la porta alle spalle. Nitido il ricordo di quel giorno. La memoria ha cristallizzato la mia immagine di ragazza che fugge senza voltarsi indietro. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire il profumo delle rose in giardino. Le avevo sfiorate solo un attimo prima di andarmene per sempre. 
Ma a un tratto, ecco che il tempo si ferma. Un incidente, come un colpo d’accetta, tronca con un taglio netto il mio presente e, all’improvviso, ripiombo nel passato. 
Quel passato, che credevo di avere seppellito per sempre dentro di me, inaspettatamente, ritorna così, un giorno per caso. 

La protagonista del libro si chiama Sofia Sartori, una ragazza che dieci anni prima, aveva rivoluzionato completamente la sua vita, lasciando il “porto” sicuro della casa dei genitori e un lavoro in banca per proseguire con gli studi all’Università di Padova, dove si trovava la vecchia zia. Non è stato semplice per Sofia, lasciare Cerrina Monferrato, il luogo della sua infanzia, lasciare la madre Enza, da cui aveva ereditato i capelli, gli occhi e ogni tratto, ma il padre Adelio non le aveva lasciato nessuna alternativa. 

<<Sofia, sai bene come la penso, ma fai sempre finta di non sapere. Sono studi inutili, che non offrono nessun futuro. Te l’ho ripetuto mille volte. Cosa farai dopo? Starai in mezzo ai drogati o a gente fuori di testa? Una Sartori? Scordatelo.>>
Si fermò, come per prendere un respiro e sembrò improvvisamente addolcirsi, prima di continuare: <<Ma benedetta figlia, vuoi ragionare? Dopo la maturità c’è un posto in banca che ti aspetta. Io e zio Tullio ci daremo da fare per sistemarti. Non ci mancano certo le conoscenze giuste. Sono già d’accordo con mio fratello. Tu pensa a prendere un buon voto alla maturità. Al resto pensiamo noi. E fatti passare i grilli per la testa. Tanto non avrai mai il mio permesso.>> […] 
Invece si limitò a rispondere a testa bassa: <<Io non voglio lavorare in banca.>>
E subito aggiunse: <<Potrei frequentare Magistero a Padova. Ti prego, papà!>> E alzò la testa per guardarlo negli occhi.
La reazione violenta fu immediata:<<Tu sei pazza! Una ragazza da sola in una città sconosciuta! Ma in che razza di mondo viviamo?>>
<<Ma non ci sono mica solo io. In tantissimi si spostano. Padova raccoglie studenti da ogni regione d’Italia! Mi sono informata>> osò replicare.
<<Non mi interessa cosa fanno gli altri. A me interessa quello che fai tu. E tu non ci vai!>> gridò con tono perentorio, mentre paonazzo in volto, colpiva il tavolo con un pugno.  

Adelio è un padre severo, autoritario e aveva già deciso per la figlia il suo futuro: un posto in banca, che gli avrebbe garantito un futuro solido, certo. Sofia, dopo aver superato a pieni voti la maturità, aveva supplicato il padre di poter studiare Psicologia presso l’Università di Padova, dove si trovava la zia (sorella di Adelio), ma il padre era stato categorico: se fosse uscita da quella porta, Sofia non sarebbe più potuta tornare a casa, dimenticando di avere due genitori. 
E’ così, che Sofia, aveva oltrepassato la porta di casa per respirare la propria libertà e lasciarsi guidare dal destino. 

Aveva rinunciato all’agio di una vita comoda per la sua libertà.

Libertà… Accarezzando il suono dolce di quella parola si aprì uno spiraglio di luce su un nuovo orizzonte: l’Università!

Ma a distanza di dieci anni, in un’estate afosa come quella del 1985, Sofia riceva una telefonata che sconvolgerà ogni cosa: i genitori sono morti in un incidente stradale. 
Sofia non riesce a credere alle parole del poliziotto, che durante la chiamata le aveva comunicato la scomparsa dei genitori. 

Neppure quando sento pronunciare il mio cognome mi arrendo. Certo, sono una Sartori, rispondo, ma sono figlia unica. Ci dev’essere un’errore. Insisto. 
Continuo a non capire. O forse, non voglio capire. E’ a questo punto che Adelio Sartori risorge dall’abisso temporale in cui era sepolto e come un masso cade su di me travolgendomi. Mi schiaccia e non posso muovermi. Anche le mascelle sono serrate. Le mille domande muoiono in gola. Ma dall’altra parte il tono si fa sempre più alto. 
Allora, d’un fiato, sputo fuori quel nome, lo ripeto come un disco incantato e chiedo di ripetermelo ancora e poi ancora. Quando il suono agghiacciante “Audi ribaltata” mi colpisce, le gambe non mi reggono più. 

 

Dopo dieci anni di lontananza e silenzio, Sofia è costretta a tornare nella casa d’infanzia a Cerrina Monferrato, dove troverà segreti sepolti e verità nascoste. 
E’ così che durante la narrazione, il lettore avrà modo di conoscere le dinamiche della famiglia Sartori… appassionandosi alla storia e scoprendo alcuni segreti di un padre bugiardo. 
Nella casa della sua infanzia, Sofia rivive i ricordi della sua fanciullezza, fino al giorno dell’addio. 
Sofia fruga tra le carte dei suoi genitori, vuole sapere, come mai erano in macchina… forse, avevano deciso di andare a trovarla a Padova? Tra i documenti dei genitori, Sofia scopre movimenti bancari misteriosi, lettere segrete e un passato che non aveva mai conosciuto. 
Chi era davvero suo padre? 
Cosa nascondevano quegli anni di rancore e incomprensione? 
Dove andavano i suoi genitori? 

Mentre già vedo in lontananza le colline del Monferrato, domande su domande si accavallano, ma una, in particolare, attanaglia il mio cervello, bombardandolo senza sosta: dove stavano andando in quel caldo giorno di luglio i miei genitori? Perchè è successo? Perchè proprio a loro? Di chi è stata la colpa? Cosa è accaduto prima dell’urto, prima che l’eternità li rapisse? 
Forse viaggiavano in silenzio. […] 
Forse si sono lasciati così, con le solite parole ripetute per anni, sempre le stesse, fino alla morte. Chissà… 
Chissà com’è andata veramente.

La scrittrice Maria Luisa Mosele, dopo aver pubblicato diverse antologie, torna in libreria con “Un padre bugiardo”, un viaggio nella memoria familiare, dove l’amore e l’orgoglio si intrecciano in un nodo che solo la verità potrà sciogliere. 
I temi trattati sono la famiglia, l’abuso di alcool, la marina, la verità, i conflitti generazionali, il perdono e la libertà, il dono più prezioso che dobbiamo proteggere e custodire ogni giorno. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, diretto e veloce da leggere. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di aver descritto fisicamente e psicologicamente ogni personaggio.
Consiglio questo libro a tutte/i quelli che hanno bisogno di leggere un libro incentrato sui conflitti generazionali e sul rapporto, spesso difficile con i propri genitori. 
A quanti di voi, è capitato di aver litigato con i propri genitori? 
A quanti di voi, è capitato di aver avuto un padre autoritario che limitava la propria libertà? 
Se anche a voi, come la protagonista, avete avuto un padre come Adelio, sono sicura che riuscirete ad identificarvi in Sofia e vi spingerà a riflettere sul rapporto con i vostri genitori. 
Ringrazio la scrittrice Maria Luisa Mosele, per avermi inviato la copia cartacea del suo libro che mi ha permesso di riflettere sui conflitti generazionali e i rapporti con i genitori. 
Buona lettura 📚📚!!

“Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…” di Laurie Gilmore

Titolo: Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…
Autore: Laurie Gilmore 
Traduttore: Laura Mastroddi 
Casa Editrice: Newton Compton Editori 
Collana: Anagramma 
Edizione: 2 
Data uscita: 10 Febbraio 2026 
Pagine: 288 
Genere: Romanzo rosa 

Gli prese le mani tra le sue guastate, avvolgendolo nel suo calore. <<Così va meglio?>> 
Molto meglio, ma non era solo per via delle mani. Annie si era avvicinata e tutte le cose che non aveva mai notato di lei erano proprio lì. Il suo grazioso nasino all’insù, l’arco di cupido del carnoso labbro superiore, quel lieve rossore sulle guance. Alcune ciocche di capelli biondi erano sfuggite dal cappello e lui provò lo strano impulso di sistemargliele dietro l’orecchio. 
Annie era carina. 
Davvero molto carina. 
Che diavolo gli era preso? Come si faceva a guardare una persona per tredici anni senza rendersi conto che era così bella? […] 
Voleva baciare quella bocca che un tempo non faceva altro che storcersi con disapprovazione in sua presenza, e che al momento sembrava così attraente e dolce, appena sollevata agli angoli, come se Annie fosse divertita da lui. 

Siete pronti a tornare a Dream Harbor con una nuova incredibile storia d’amore? 
Con “Amori e segreti al Pumpkin Spice Caffè. Un caffellatte speziato può cambiarti la vita”, il primo volume ambientato a Dream Harbor, che ha fatto sognare ad occhi aperti ogni lettore, per la storia d’amore tra Jeanie e Logan. 
Se non hai letto la recensione del primo volume, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2024/11/29/amori-e-segreti-al-pumkin-spice-caffe-un-caffellatte-speziato-puo-cambiarti-la-vita-di-laurie-gilmore/

Il secondo volume “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bon. Basta solo un po’ di zucchero e cannella”, il lettore torna a Dream Harbor per la storia d’amore tra Hazel, la direttrice della libreria “Cinnamon Bon”, e Noah, un marinaio molto sexy, che si è invaghito della libraia. 
Ma se non hai ancora letto la recensione del secondo volume e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: 

https://deborahcarraro97.com/2025/03/28/dolci-misteri-alla-libreria-cinnamon-bun-basta-solo-un-po-di-zucchero-e-cannella-di-laurie-gilmore/

Con il terzo volume “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House. L’amore può sbocciare nei posti più inaspettati…”, Laurie Gilmore ha incantato tutti i lettori con la storia di Archer Bear, uno chef di successo che si trasferisce da Parigi a Dream Harbor, per prendersi cura di Olive, sua figlia. Archer, non potendo occuparsi da solo della figlia, aveva assunto Iris Fraeser come tata… ed è così che tra i due, era nata una bellissima storia d’amore. 
Se non hai letto la recensione del terzo volume e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2025/07/11/nuovi-inizi-a-strawberry-patch-pancake-house-lamore-puo-sbocciare-nei-posti-piu-inaspettati-di-laurie-gilmore/

Con il quarto volume “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…”, il lettore si è ritrovato a trascorrere il Natale a Dream Harbor, un luogo magico e affascinante allo stesso tempo, in cui gli abitanti si sostengono e aiutano, soprattutto nei momenti di difficoltà. Con il quarto volume, il lettore ha potuto sognare con la storia d’amore tra Kira North, una ragazza che si era trasferita da poco dalla Georgia a Dream Harbor, acquistando una fattoria di alberi di Natale e Bennet, il fratello di Jeanie. 
Se non hai ancora letto la recensione del quarto volume, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2026/01/09/una-dolce-magia-a-dream-harbor-un-bacio-sotto-la-neve-puo-cambiare-tutto-di-laurie-gilmore/

Quale sarà la nuova storia d’amore ambientata nella strana cittadina di Dream Harbor? 
Lo so, che siete curiosi… ma vi consiglio di mettervi comodi sul divano e assaporare dei gustosi biscotti al pan di zenzero, speziati, dolci e sorprendenti, proprio come la nuova storia d’amore ambientata a Dream Harbor. 
La protagonista del libro si chiama Annie Andrews, è una ragazza molto dolce, forte e determinata, che si preoccupa di aiutare tutti (o quasi), gli abitanti di Dream Harbor. 
Annie è la proprietaria della pasticceria Gingerbread, con le mani sempre sporche di farina per aver impastato i suoi inimitabili biscotti allo zenzero.
Annie è solare, amica di tutti gli abitanti di Dream Harbor, ad eccezione di Macaulay Sullivan, il classico ragazzo bellissimo, circondato di ragazze sin dal liceo. 
Annie e Mac si battibeccano continuamente per qualsiasi cosa, ma entrambi, sono i testimoni del matrimonio di Jeanie e Logan, i loro più cari amici. 
Annie ha sempre avuto un legame molto stretto e forte con Logan, quasi come se fosse un fratello e non dimentica gli scherzi, le frecciatine che Mac, ai tempi delle elementari, rivolgeva al suo più caro amico. Ma gli anni sono passati, Logan si è lasciato alle spalle gli anni delle elementari e ha perdonato Mac, tanto da volerlo al suo fianco nel giorno più importante della sua vita. 

<<Non c’è niente di complicato. Anzi è tutto piuttosto semplice. Due delle persone a cui vogliamo più bene al mondo stanno per sposarsi. E noi>>, indicò il tavolo degli amici davanti a lei, <<faremo in modo che sia il miglior weekend nuziale di sempre.>> 
<<Perfetto>>, disse Logan. <<Perchè Mac è qui in quanto uno dei miei testimoni. Alcuni di noi si sono lasciati alle spalle la seconda elementare.>>
Annie iniziava ad avere la nausea per tutte le parole che stava ingoiando, ma riuscì a trattenerle per i suoi amici, per il bene di quel matrimonio, non avrebbe detto che per lei la situazione era andata ben oltre la seconda elementare. 
<<Certo>>, disse invece.

Mac ha uno spirito irrequieto, dopo aver trascorso otto anni, in giro per il mondo alla ricerca di sé stesso, è ritornato a Dream Harbor per prendere in gestione il locale del padre, a due passi dalla pasticceria di Annie. 
Durante l’adolescenza, quando Annie e Mac avevano diciannove anni, si erano frequentati per un breve periodo, un mese pieno d’amore e di magia durante il periodo di Natale.
Annie non era come le altre ragazze, non gli erano mai piaciuti gli sportivi come Mac… eppure, chiacchierando con quel ragazzo era rimasta colpita dal suo modo di fare, dalle sue carezze, dalla sua dolcezza e Annie aveva ceduto ai suoi sentimenti. 

Ecco perchè aveva accettato quel bizzarro appuntamento. Per noia. Non per colpa di una disgraziata cotta che aveva per Macaulay Sullivan sin dalla terza media, quando lui era cresciuto di tipo due spanne e aveva smesso di comportarsi da deficiente con gli amici di Annie. […] 
Di norma, Annie non usciva con gli sportivi, soprattutto quelli che si comportavano male con le persone a cui teneva. […] 
Quindi, pur trovando Mac piacevole da guardare, non lo aveva mai considerato uno con cui uscire. Ed era sicura che lui pensasse lo stesso di lei. Perchè ancora una volta, quello non era un filmetto per adolescenti. 
Era strano che fosse lì con lei. 

Ma dopo aver trascorso un mese d’amore, Mac aveva deciso di allontanarsi dalla sua città, da Dream Harbor perchè gli stava troppo stretta. Mac aveva giurato ad Annie che sarebbe tornato dal viaggio dopo un anno. 
Annie ha lasciato che Mac partisse, sapeva cosa significava per lui quel viaggio, la possibilità di capire cosa voler fare della propria vita, “uscendo” dalla gabbia di quella cittadina. 
Ma per alcune ragioni (che scoprirete solo leggendo il libro), Mac non ha rispettato la promessa e Annie si è ritrovata a fare i conti con la delusione di aver creduto alle parole di quel ragazzo.

<<Allora, cosa vorresti fare della tua vita?>> , gli chiese. 
<<Detesto questa domanda.>> 
<<Puoi anche dire che ancora non lo sai.>> 
<<Davvero?>> Tutti gli altri sembrano averne almeno una vaga idea, mentre Mac aveva solo un mezzo progetto di girare il Paese in macchina fin non avesse capito cosa fare. 
<<Certo. Abbiamo solo diciannove anni.>>
<<Disse quella con il business plan perfetto.>> 
Lei ridacchiò e a Mac piacque. Forse troppo. Tutta quella serata gli stava confondendo le idee. Ma Annie gli piaceva. Era l’unica sensazione di cui fosse certo, da molto tempo. 

Per questo motivo, adesso che Mac è rientrato, Annie lo tiene a distanza e non gli concede nessuna opportunità di avvicinarsi a lei, per spiegarsi e chiedere scusa. 
Annie ha sempre cercato di evitare Mac, quando capitava che lo incontrasse per le strade di Dream Harbor, lo ha sempre trattato con freddezza e ostilità. 
Ma adesso, Annie, da brava damigella d’onore e testimone di nozze, deve mettere da parte i sentimenti che prova per Mac e si ritroverà a passare sempre più tempo in compagnia di quel ragazzo, che tanti anni fa le aveva spezzato il cuore. 
Mac decide di approfittare di quest’occasione per chiedere scusa ad Annie, per spiegarle come sono andate realmente le cose. Mac non ha mai dimenticato Annie, ed è tornato a Dream Harbor proprio per lei. Mac è disposto a tutto per riavere quella ragazza al proprio fianco, riuscirà a riconquistarla?
Il lettore si ritroverà tra battute taglienti, tensioni continue e sentimenti mai spenti…
Annie riuscirà a perdonare Mac?
Annie riuscirà a capire che l’uomo che ama odiare potrebbe essere, in fondo la sua anima gemella? 

L’ultima cosa che le restò impressa nella mente, prima di addormentarsi, fu Mac che si infilava nel letto accanto a lei. La strinse a sé, avvolgendola con le braccia. 
<<Stavolta tocca a me fare il cucchiaio grande>>, le sussurrò, e Annie si addormentò con il sorriso sulle labbra. 

<<Certo che ti conosco, Annabelle>>, disse, e lei capì subito di essere in pericolo. Quella era la parte peggiore di tutta la faccenda. Lui la conosceva davvero. Era proprio quello il problema. Mac continuò a sorridere compiaciuto. 
<<Hai lavorato per giorni per rendere questa casetta perfetta, perchè vuoi che sia speciale per le persone a cui vuoi bene. E hai fatto tutto questo mentre preparavi i biscotti di Natale per l’intera città e svolgevi i tuoi compiti di damigella d’onore, che in qualche modo includevano una caccia alla nonna. Se ti conosco bene -e io penso proprio di sì- magari hai anche fatto da babysitter a metà dei tuoi nipoti mentre le tue sorelle compravano i regali di Natale. 
E in ognuno di questi compiti hai messo tutto il tuo cuore. Vuoi che ogni cosa sia perfetta perchè pensi che essere perfetta dimostri alle persone che tieni a loro, e una piccola parte di te crede che ti vorrebbero meno bene se tu non lo fossi.>>
Annie deglutì a fatica. Cavolo. 
Era ciò che si meritava per non avere mai lasciato quella città, per avere frequentato le stesse persone da quando aveva cinque anni, per aver mostrato troppo di sé a quell’uomo quando pensava di non rischiare nulla. […] 
Annie non riusciva a respirare. Le sue parole le avevano letteralmente tolto il fiato. 
<<E so che una parte di te vorrebbe perdonarmi, ma che sei troppo testarda per farlo.>> Davanti agli occhi sgranati di Annie, Mac sfoggiò di nuovo quel sorriso beffardo. Si avvicinò fino a quando il suo fiato le sfiorò le labbra. 
<<Ma per fortuna, io sono altrettanto testardo e non mi sono ancora arreso. La tua piccola confessione di oggi mi ha dato ancora più motivazione. 
Non ho più diciannove anni, Annie, e non lascio le donne insoddisfatte. >>

La scrittrice Laurie Gilmore, conosciuta da tutti i lettori per le sue appassionanti storie d’amore ambientate nella piccola città di Dream Harbor, dopo il successo di “Amori e segreti al Pumpkin Spice Café”, “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bun”, “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House” e “Una dolce magia a Dream Harbor”, torna in libreria con “Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…”
Con “Un amore al profumo di zenzero. Le cose più dolci richiedono pazienza…”, il lettore parteciperà al matrimonio di Jeanie e Logan, assisterà alla storia d’amore tra Annie e Mac. 
I temi trattati sono le delusioni amorose, l’adolescenza, le paure, le fragilità, le amicizie, il Natale, la pazienza, il matrimonio, il perdono e l’amore, in grado di cambiare le persone. 
Con questa storia, il lettore imparerà che non tutto è come sembra e che a volte, è necessario allontanarsi dalla propria città per paura di rimanere “incastrati” nei progetti familiari. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice e romantico, con il giusto tocco di spicy, a rendere la storia più piccante e vivace. 
I personaggi sono strutturati molto bene, grazie alle ampie descrizioni fisiche e psicologiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di ritrovare alcuni “vecchi” personaggi dei libri precedenti. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una serie/un libro piacevole da portarsi al mare, in vacanza.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia d’amore dolce come il pan di zenzero: speziato, dolce e sorprendente. 
Non vedo l’ora di conoscere la prossima storia d’amore, ambientata in questa cittadina, a cui mi sono affezionata e che “sento” un po’ mia. 
Vi piacerebbe vivere a Dream Harbor?
Vi piacerebbe trovare un’amore come quello di Annie e Mac?
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📖!!

“Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf” di Martina Tozzi

Titolo: Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf 
Autore: Martina Tozzi 
Casa Editrice: Nua Edizioni 
Data uscita: 23 Gennaio 2026 
Pagine: 452 
Genere: Biografia romanzata 

La famiglia era in realtà più complicata di così, pensò Virginia osservando un piccione che andava a posarsi su uno degli angeli dorati del raffinato baldacchino del principe Alberto. Perchè sì, c’erano loro, i quattro fratelli Stephen: Vanessa, la sua preferita, che adorava senza ritegno, ma della quale era anche costantemente gelosa, che aveva quasi sette anni; Thoby, di cinque anni e mezzo, che Vanessa riveriva in maniera disgustosa; poi lei, Virginia, di quattro anni, e infine Adrian, che in ottobre ne avrebbe tre. Ma sia la mamma che il papà erano vedovi, e a casa c’erano anche i figli della mamma, i ragazzi Duckworth: George e Gerald, di diciotto e sedici anni, che andavano a scuola ed erano grandi, e Stella, che aveva diciassette anni ed era bella, gentile e molto buona. 

“Vita di una falena” è una biografia romanzata, ambientata nell’Inghilterra vittoriana, della scrittrice Virginia Woolf, una donna che ha osato cambiare la letteratura in un mondo che voleva tenerla in silenzio. Ed è proprio, grazie alla penna della scrittrice Martina Tozzi, che Virginia prende vita, fino ad assumere sembianze estremamente realistiche. 
Da dove inizia la sua storia? 
Ma chi era Virginia? 
Il suo nome è Adeline Virginia Stephen, una bambina di quattro anni, che insieme alla sua numerosa famiglia, vive al 22 di Hyde Park Gate a Londra. 
I genitori Leslie Stephen e Julia Jackson, amavano la loro famiglia allargata, composta da Vanessa Stephen (Vanessa Bell), Thoby Stephen, Adrian Stephen e da Virginia Woolf, ma anche dai figli, nati dal precedente matrimonio, come Laura Stephen, George Duckworth, Stella Duckworth e Gerald Duckworth. 
Virginia non è mai riuscita ad andare d’accordo con Laura, figlia di Leslie Stephen e della sua prima moglie Minny Thackeray, forse per via dei suoi problemi di salute mentale, che l’obbligarono a passare gran parte della sua vita in cliniche psichiatriche. 
Stella Duckworth era l’anima della famiglia, la sorella maggiore con un ruolo materno verso le sue sorelle. Stella era molto bella, per questo motivo non poteva uscire da sola, onde evitare situazioni compromettenti dei suoi spasimanti, tra cui Jem, conosciuto da tutti come “Jem il pazzo”. 
Virginia, amava recarsi insieme a Stella e alle sue sorelle, fratelli, ai Kensington Gardens, i giardini per i più piccoli, ubicati vicino all’abitazione dei Stephen. 
Sin da bambina, Virginia ha sempre avuto molti soprannomi: Gini, Ginia, Ginny, bellezza, capra, capretto o Billy la capra. 
Virginia ha sempre avuto un legame molto stretto con sua sorella Vanessa, desiderosa di dimostrare il suo affetto e la sua intelligenza, per questo motivo Virginia era gelosa di sua sorella. 

<<Essere fedeli con i propri ideali è la cosa più importante di tutte, Virginia. Fingendo con gli altri, si finisce per fingere anche con noi stessi e così diventa impossibile non perdersi. E’ come nella lettura, Ginny mia: pensa pure tutto quello che vuoi di qualsiasi testo ti troverai di fronte e non fingere mai, neanche una volta, di ammirare quello che non ti piace.>> 
<<E’ per questo che ti arrabbi quando ci piacciono i personaggi più dei romanzi? Pensi che così non ragioniamo con la nostra testa, ma ci accontentiamo di quello che ha stabilito l’autore?>> 
<<Non ci avevo mai pensato, sai?>> Papà si grattò un momento la fronte. <<Può darsi. Sei una bambina molto intelligente.>>

Sin da bambina, Virginia, sa che da grande diventerà una scrittrice, seguendo le orme di famiglia che da sempre vedevano gli Stephen come scrittori. 
Virginia amava leggere, recarsi nell’immensa biblioteca del padre e scegliere tomi sempre più complicati, in grado di sviluppare in lei, un’osservazione critica.
Il padre Leslie, era orgoglioso che Virginia si dedicasse con passione non solo alla lettura, ma anche alla scrittura, ed era convinto che presto, tutti, avrebbero conosciuto il talento di Virginia. 

Virginia sgattaiolò soddisfatta a mettere il tomo al suo posto, nell’immensa libreria che occupava tutte le pareti della stanza e si interrompeva solo per lasciare posto alle tre grosse finestre, dalle quali si godeva la vista dei tetti di Kensington fino alla chiesa di St Mary Abbot, e al grosso camino, dove scoppiettava allegramente un fuocherello gioioso e sopra il quale campeggiava il ritratto della prima moglie di papà, Minny, timida e dolcissima. Su di loro, un alto soffitto decorato con deliziose travi laccate di giallo. 
<<Dunque come hai trovato questo romanzo?>> domandò papà con grande interesse. 
<<Mi è piaciuto, anche se…>>
<<Anche se? Continua, ti prego.>> 
Ma Virginia esitò perchè sospettava che suo padre amasse molto quel romanzo, e non voleva deluderlo dicendo che certe parti le erano parse proprio noiose. Così si riscosse. 
<<Niente se. Mi è piaciuto e basta.>>
<<Va bene>>, papà annuì, si strinse nelle spalle e poi si alzò con un balzo alla sedia a dondolo. Le si avvicinò.
<<Ogni lettore è diverso e reagisce in modo differente a una storia. Non dire mai che ti è piaciuto un libro che hai trovato mediocre, intesi?>>

Oltre alla passione per la scrittura e la lettura, Virginia, amava inventare storie, che raccontava alla sera ai suoi fratelli e sorelle. 
Virginia e Vanessa, hanno ricevuto un’educazione, un’istruzione diversa da quella di Thoby e degli altri fratelli maschi, a cui era concesso studiare fuori dalle mura domestiche.
Virginia amava ascoltare le lezioni di latino e francese della madre, mentre il padre le insegnava la matematica, ed odiava le lezioni di portamento e ballo della signora Wordsworth. 
Quando Thoby, fu mandato in collegio a Evelyn per studiare, Virginia ebbe modo di riflettere per la prima volta, sulle circostanze che subivano le donne rispetto agli uomini. Virginia si era sempre rispecchiata nel padre, dato che condividevano la passione per la lettura e scrittura, ma quella volta, Virginia capì che il suo essere donna, l’avrebbe portata inevitabilmente a essere diversa dal padre. 

In realtà, Virginia non sarebbe stata felice di andare a scuola, non da sola, senza Nessa. Ma la intrigava l’idea di poter ampliare le proprie conoscenze fuori casa, le sarebbe piaciuto poter studiare di più. La sua routine casalinga di apprendimento iniziava a starle un po’ stretta. C’erano ancora le lezioni di latino e francese con la mamma, la famiglia della mamma aveva degli antenati francesi e lei parlava molto bene la lingua. […] Oltre al francese e al latino, Virginia continuava a studiare la matematica con il papà e a istruirsi da sola, avendo il permesso di leggere ogni testo presente nella biblioteca di famiglia, cosa che faceva con grandissimo piacere. Inoltre, le venivano impartite le conoscenze fondamentali per un’esponente del suo sesso. Doveva disegnare, e per questo lei e Nessa prendevano lezioni dal signor Ebenezer Cook, che ogni volta si complimentava per il tratto di sua sorella ma che era molto gentile anche nei suoi riguardi, cosa che la rendeva felice perchè era sensibile alle lodi. Poi c’erano le lezioni di pianoforte e di canto, con la signora Mills, ma né lei né Vanessa eccellevano in quelle attività e detestavano la loro insegnante. Mai, però, quanto detestavano quella che impartiva loro lezioni di portamento e ballo. Si chiamava signora Wordsworth, ed era già a vedersi terrificante: si vestiva solo di lucente satin nero, aveva un orribile occhio di vetro e portava sempre con sé un pesante bastone di legno, che batteva sul pavimento per ordinare i movimenti delle ragazze. […] 
Ora che Thoby se ne andava di casa per studiare, Virginia per la prima volta si trovò a riflettere sulle differenti circostanze che segnavano la vita delle donne e degli uomini. Sebbene si sentisse molto più affine a suo padre, si rese conto che il suo essere donna l’avrebbe inevitabilmente portata a essere diversa da lui, da grande. 

Ma Virgina non si arrendeva mai, dato che era sicura delle sue capacità, decise di iniziare a scrivere un giornalino familiare, cercando di convincere sua sorella Vanessa a collaborare con lei, facendole creare le illustrazioni. Vanessa, a differenza di Virginia, amava disegnare e sognava di diventare una pittrice, ma aveva paura del giudizio del padre, per questo motivo rifiutò l’offerta della sorella.
Il giornalino familiare diventò l’appuntamento fisso della famiglia e Leslie, era sempre più orgoglioso delle capacità di scrittura di Virginia. 
Ma ben presto, Virginia e la sua famiglia, dovettero fare i conti con la perdita della loro madre. E fu in quell’occasione che per la prima volta, Virginia smise di trovare conforto nella scrittura, rifiutandosi di prendere tra le mani la penna. 
Nel mentre, sua sorella Stella accettò la proposta di matrimonio di Jack e Virginia iniziò ad interrogarsi sul significato della parola “amore” e sul rapporto tra uomini e donne. 
Dopo un periodo di blocco dalla scrittura, Virginia riprese a scrivere, con ancora più voglia di dimostrare a tutti, che anche una donna era in grado di raggiungere gli stessi successi degli uomini. 
Tra lutti, silenzi e regole soffocanti, Virginia e la sorella Vanessa, entrano nel circolo di Bloomsbury e trovano la forza di immaginare una vita diversa, fatta di arte, pensiero libero e scelte audaci. 
Mentre il nuovo secolo è alle porte, Virginia, sente che la letteratura deve aprirsi, deve cambiare radicalmente, ed è così che inizia a pubblicare i suoi libri sotto lo pseudonimo di Virginia Woolf. 

<<Non ti vedi con un uomo al tuo fianco?>> le chiese Violet chinando un po’ la testa per guardarla meglio. 
<<Generalmente, nei rapporti, ecco, preferisco le donne,>> rispose Virginia con semplicità. Ed era così, naturalmente. 
<<Stare in compagnia di una donna è infinitamente -complicato, e non devo sempre pensare a cosa sia appropriato o meno. E poi, mi affascinano terribilmente le loro menti.>> 
Fu felice di sapere che Violet era d’accordo con lei. La loro amicizia prosperava, in quell’estate di calda campagna. 

La scrittrice Martina Tozzi, appassionata di storia, interessata alle figure femminili del passato, torna in libreria con un’autentica biografia romanzata su Virginia Woolf. 
In “Vita di una falena”, la scrittrice Martina, dona una nuova veste a Virginia, attraverso l’eleganza e la cura delle parole, delinea la figura di Virginia in modo autentico, realistico. 
La scrittrice Martina è riuscita ad entrare nella mente di Virginia, sin dalla prima pagina, accompagnando il lettore, passo dopo passo, nella vita della grande scrittrice che ha subito lutti, torti, sfidando la consuetudine sociale che relegava le donne esclusivamente tra le mura domestiche. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, poetico, semplice, diretto, elegante ed emozionante, la scrittrice riesce a dare voce ai personaggi e a Virginia, in modo unico, descrivendo i loro sentimenti, la loro umanità. 
I libri di Martina Tozzi sono pieni di interesse, cultura, di poesia e di arte, di interesse sulle figure femminili della storia. 
I temi trattati sono gli usi della società, l’amore, le differenze sociali tra uomini e donne, l’amicizia, gli abusi, il matrimonio, il rapporto tra sorelle e la passione per la scrittura e l’arte. 
I personaggi sono strutturati molto bene, con descrizioni accurate dell’aspetto fisico ed emotivo, la scrittrice Martina Tozzi è molto attenta a descrivere minuziosamente ogni dettaglio. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro intenso, emozionante, a chi ama leggere le biografie romanzate, pieni di letteratura e di arte… Sono sicura che la penna elegante, poetica di Martina, vi ruberà il cuore e l’anima!
Ringrazio la scrittrice Martina Tozzi per avermi inviato la copia cartacea del suo libro, che mi ha permesso di tuffarmi nell’Inghilterra vittoriana e conoscere Virginia Woolf. 
Buona lettura 📖!!

 

“Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro

Titolo: Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista 
Autore: Sara Rattaro 
Casa Editrice: Piemme 
Data uscita: 7 Aprile 2026 
Pagine: 304 
Genere: Romanzo storico 

La mia esistenza è stata tutta così: mentre qualcuno portava via, qualcun altro portava dentro. E in quel continuo alternarsi di mani che tolgono e mani che offrono, io ho imparato la mia prima, grande lezione: si sopravvive. 
Sempre. 
Anche quando vieni al mondo senza una coperta. 
Il mio nome è Teresa, ma chiamatemi <<Chicchì.>>

Con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” la scrittrice Sara Rattaro, dà voce a una delle figure italiane più sorprendenti e dimenticate della storia: Teresa Mattei. 
Teresa Mattei (1921-2013) è nata a Genova da una famiglia antifascista, dalla madre Clara Friedmann e dal padre Ugo Mattei. I Mattei si erano trasferiti vicino a Varese, a causa del lavoro di Ugo. Il padre, era un avvocato e dirigente della Società telefonica Elettrica Ligure-Lombarda, chiamata “LA STELLA”, mentre il fascismo si diffondeva in ogni città italiana. 
Mussolini pretendeva una linea telefonica diretta tra Milano e Roma, per diffondere i suoi ordini il più velocemente possibile. Ma Mattei è sempre stato un uomo con una sua identità e non si era mai piegato a nessuna richiesta, nemmeno a quella di Mussolini. 

Perchè il coraggio, quello vero, non fa rumore e non chiede applausi. 

Teresa cresce con gli insegnamenti e ideali del padre, che spesso, la portano a scontrarsi con i dettami dell’epoca. 
La famiglia Mattei era una famiglia numerosa, composta da sette figli: Camillo e Gianfranco, erano i fratelli maggiori, poi c’era Teresa, Giovanni (Nino), Ida, Andrea e Mario. Secondo la madre Clara, dato che la vita era una sfida continua e dolorosa, aver dato alla luce sette figli, li avrebbe aiutati a sostenersi nel momento del bisogno. 
Quando Teresa aveva compiuto dodici anni, i Mattei furono “costretti” a trasferirsi da Varese a Firenze, precisamente a Bagno Ripoli, per allontanarsi dal controllo del regime fascista. Ugo Mattei, aveva capito che presto sarebbe scoppiata la guerra e Firenze, sarebbe stata la città ideale per la loro famiglia. 
Per Teresa, non fu facile lasciare Masnago, salutare i suoi amici, ma il padre le disse: <<Teresa il mondo va avanti solo perchè qualcuno ha il coraggio di non chinare la testa […] Io quella tessera non la prenderò mai. La mia anima non è in vendita.>> 
Grazie a queste parole, Teresa impara l’importanza di credere nelle proprie idee, di non piegare mai la testa. 
A Bagno Ripoli, i Mattei avevano acquistato una piccola tenuta, che gli avrebbe garantito cibo a sufficienza per sfamare l’intera famiglia. 
Ma la loro casa era aperta a tutte/i coloro che volevano raccontare la propria storia, come Giorgio La Pira, Natalia Ginzburg, Piero Calamandrei, Carlo Levi e Adriano Olivetti. 
E’ anche grazie a questi personaggi e ai loro discorsi, che Teresa Mattei aveva imparato a conoscere il significato della parola “libertà”. 

 

Ogni foglio che usciva da quella vecchia Olivetti, ogni parola battuta con pazienza, era un grido contro il regime. Non c’erano applausi, né testimoni. Solo la speranza che qualcuno, leggendo quelle frasi, si sentisse meno solo. 
Il nostro incendio era divampato e per alimentarlo sarebbe bastato tenere aperta una finestra. 

Tutti in paese sapevano che i Mattei non si allineavano ai dettami del regime, e una notte decisero di usare delle teglie per creare delle matrici, servendosi della macchina da scrivere Olivetti, per stampare volantini provocatori, contrari al fascismo che disperdevano nei luoghi pubblici o nelle cassette postali di Firenze. 
Durante la scuola media, Teresa è obbligata a indossare la divisa delle Giovani Italiane, anche se la detesta, ma ogni mercoledì pomeriggio era libera di vestirsi come voleva per andare nella biblioteca comunale, a perdersi tra le pagine dei libri. 
Ma il fascismo, controllava ogni cosa, dai sistemi di comunicazione, alla scuola e i testi, proibendo ed eliminando molti libri, considerati “sovversivi” e contrari al regime. 
Per questo motivo, Teresa sente crescere dentro di lei, una rabbia cieca nei confronti del fascismo, che si insinuava in ogni cosa. 

Il signor Gori, il bibliotecario, sollevò lo sguardo dal registro. Era un uomo che conosceva i libri e li trattava da amici. […] 
Ma quel giorno, nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Una stanchezza nuova, pesante. 
Guardai sugli scaffali. C’erano troppi spazi vuoti, denti mancanti in una bocca che non poteva più sorridere. 
Rimasi ferma. Mi sembrava di essere caduta in una favola dove il cattivo aveva rubato i libri invece dei bambini. 
<<Signor Gori?>> sussurrai. 
Lui chiuse il libro con calma. Si guardò intorno, temendo che anche i muri potessero spiarci, poi si chinò verso di me. 
<<Li hanno portati via>> disse piano. quasi senza fiato. <<Hanno detto che quei libri non sono in linea con le idee del fascismo.>> 
Il fascismo. Sempre lui. Quella parola la sentivo tutti i giorni ma lì, nella penombra della biblioteca, suonava come un nemico che ti entra in casa di notte. 
<<Ma erano solo libri…>> balbettai, incredula. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse avere paura di parole stampate su una pagina. 
Il signor Gori fece un sorriso triste.
<<I libri insegnano a pensare, Teresa. E chi comanda con la paura, i pensieri liberi non li sopporta.>> 
Quelle parole si incastrarono dentro di me, come spine sottopelle.

Nel maggio del 1938, Teresa dimostra di avere un coraggio fuori dal comune, durante la lezione del professor Santarelli, non riesce a trattenere la sua opinione contraria alla teoria delle razze. Per questo motivo, Teresa venne espulsa da ogni scuola del Regno e grazie a un’amico avvocato di famiglia, dato che la legge lo prevedeva, la ragazza decise di continuare a studiare da privatista. 

<<E’ un delirio…un’assurdità.>> 
Miriam mi guardò. I suoi occhi erano pieni di un misto di paura e gratitudine. L’aula sembrava congelata, imprigionata dalla paura. Eppure, io non potevo restare senza dire nulla. Non quel giorno, non davanti a quella menzogna travestita da lezione. Mi alzai, sentendo il cuore pulsare nelle tempie. 
<<Io esco. Non posso assistere a queste menzogne.>> La mia voce risuonò forte, quasi stonata nella mia stessa testa, ma non mi fermai a pensare. Uscii dall’aula con passo deciso, senza girarmi. 
Pochi minuti dopo, ero già nell’ufficio del preside, che mi guardava con gli occhi freddi, come se stesse osservando un insetto molesto. 
<<Signorina Mattei>> cominciò stringendo le labbra. <<Il suo comportamento è inaccettabile. Lei ha violato il regolamento scolastico e ha mostrato una grave mancanza di rispetto verso i suoi insegnanti.>> 
<<Ho solo espresso la mia opinione.>> Non cedetti. 
<<Non è un’opinione ammessa.>> Il preside si sporse in avanti. 
<<Ma è quella giusta>> gli risposi. 
Sapevo cosa sarebbe successo questa volta. Non l’avrei passata liscia come quel 6 Maggio trascorso in compagnia del bidello. 
Questa volta mi espulsero. Da tutte le scuole del regno. La decisione fu unanime e veloce, come se fossi un’altra pratica da archiviare. 

 

La guerra scoppiò, Mussolini trasmesse in radio il suo discorso autoritario e pieno di speranza. Da quel momento, ogni città aveva i segni della guerra, della distruzione, oltre che della fame. 
E’ così che Teresa diventa per tutti “Chicchì”, la staffetta partigiana che nascondeva i messaggi nell’orlo della gonna. Ogni chilometro che percorreva Teresa, con la sua bicicletta, era un passo verso la libertà, anche se estremamente pericoloso. 
Teresa venne imprigionata, violentata, ma non si è mai piegata al fascismo, dimostrando di essere una grande donna, disposta a resistere per avere la propria libertà. 

Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare via, lontano da quella stanza, ma ogni suono mi risucchiava indietro. Iniziarono a parlare tra loro. Poi a ridere finché uno di loro non si slacciò i pantaloni e si chinò su di me. Avvertii il suo fiato caldo e nauseante sul mio viso. Lui mi schiacciò la testa di lato contro il pavimento come se non mi volesse nemmeno guardare. 
Non fu solo dolore fisico, fu il modo in cui spogliarono la mia umanità, pezzo dopo pezzo. Mi sforzai di respirare, ma sembrava che l’aria stessa fosse stata contaminata, troppo densa e sporca per entrare nei polmoni. 
Mi violentarono in cinque. 
Uno dopo l’altro. 
Tanti modi diversi di andare in pezzi 

Fu come aver perso fiducia nelle proprietà delle cose. Nel salire le scale, nel lavarmi la faccia, nel piegare i vestiti. 
Poi, un giorno spalancai la finestra della mia piccola stanza e un profumo meraviglioso mi riempì le narici, i pensieri di quegli ultimi giorni iniziarono a liberarsi come schegge gelate che si staccano da un ghiacciaio. 
Non ero morta. 
Non mi avevano uccisa. 

Finita la guerra, Teresa viene eletta a solo venticinque anni (la più giovane delle ventuno donne presenti), all’Assemblea Costituente, per scrivere la Carta Costituente. 
Non è stato semplice per Teresa e le altre donne, dimostrare agli uomini il valore di una donna, ma ci riuscì battendosi per l’articolo 3 della Costituzione. 
E’ grazie a Teresa Mattei, se oggi l’articolo 3 si presenta così: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

Imparai. Imparai che per essere ascoltata, non bastava alzare la voce: bisognava restare. Resistere. Anche lì. 
E poi arrivavano i momenti che più amavo: quelli con le altre. 
Ci cercavamo con lo sguardo, come per ricordarci che non eravamo sole. 
<<Teresa, dobbiamo batterci insieme>> Mi disse Nilde Iotti stringendomi il braccio. Lo fece con una forza che cancellava ogni dubbio. <<Se non ora, quando?>> 
Sentii quella stretta scendere fino al cuore. In aula i dibattiti erano colpi secchi, fendenti che tentavano di zittirci. Ci guardavano con sufficienza, con quelle odiose espressioni da padri pronti a metterci in castigo se avessimo disobbedito. 
Ma quando parlavamo, il tono cambiava. Non era più la voce di una sola donna. 
Eravamo un coro. 
Dignità, diritti, parità. 
Ogni parola si alzava più forte della precedente. Ma quello che tutti gli uomini non capivano era che lì, in quel banco, non ero più soltanto la giovane Teresa, ero una delle ventuno donne incaricate di rappresentare tutte le altre italiane.
E lo avrei fatto. A qualunque costo. 

Teresa aveva lottato, insistito per far inserire nell’articolo 3 la parola “di fatto”, per evidenziare che la Repubblica doveva intervenire in modo concreto, onde evitare l’ineguaglianza tra i cittadini. 
Venne redatta la Costituzione e il 2 Giugno 1946, per la prima volta nella storia, alle donne fu concesso di votare al pari degli uomini. 
Un giorno, Teresa, decide di istituire la Giornata Internazionale della Donna e scelse come fiore: la mimosa, povera e resistente, come ogni donna. 
Ogni diritto che abbiamo noi oggi, è stato lottato, combattuto da Teresa Mattei e da molte altre donne, che hanno rischiato la propria vita per difendere i propri ideali. 

Perchè ci sono battaglie che si combattono lontano dai riflettori. E sono quelle che cambiano davvero le cose. Mi lasciai abbracciare da mio marito. C’è una sensazione di completamento nel finire tra le braccia di chi ami. E’ come il calore di un caminetto che riscalda una stanza o il ritrovare la strada di casa.

 

La scrittrice Sara Rattaro, autrice di numerosi romanzi di successo come “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via” (Premio Città di Rieti, 2014), “Niente è come te” (Premio Bancarella 2015). “Splendi più che puoi” (Premio Rapallo Carige, 2016), “L’amore addosso” (Premio Letteraria 2018), “Uomini che restano” (Premio Cimitile 2018), “Andiamo a vedere il giorno, “La giusta distanza”, “Una felicità semplice” e “Io sono Marie Curie”. 
La scrittrice Sara Rattaro torna in libreria con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista”, dando voce a una grande donna, di cui si parla troppo poco: Teresa Mattei. Teresa, non ha mai abbassato la testa, non ha mai scelto la strada più facile, ha sempre scelto la direzione coerente con i suoi principi. 
L’abilità e la bravura della scrittrice Sara Rattaro, sono evidenti sin da subito e dona al lettore la figura di Teresa, descritta minuziosamente, sempre presente e mai distante, vera, piena di passione, ideali, rabbia e paura. 
La storia è strutturata da capitoli brevi, ben documentati e che penetrano nel cuore e nell’anima di ogni lettore. 
I temi trattati sono molteplici: dalla Seconda Guerra Mondiale, ai pregiudizi, all’amicizia, la violenza, i libri, lo studio, la Resistenza, la libertà, i diritti, la Costituzione e la forza delle donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, profondo, intenso, umano, in grado di far catturare i lettori sin dalla prima pagina. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a donargli tratti umani realistici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere una donna forte come Teresa, che con coraggio si è battuta contro il fascismo, per far valere le sue idee.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia incisiva, capace di entrare nell’anima di ogni lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Rattaro per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di approfondire la storia di Teresa Mattei, colei da cui ogni donna deve apprendere molte cose, tra cui il coraggio di non arrendersi. 
Buona lettura 📖!!

“Single con criceto” di Milena Michiko Flašar

Titolo: Single con criceto
Autore: Milena Michiko Flašar
Traduttore: Monica Peretti
Casa Editrice: Feltrinelli
Collana: Fluo
Data uscita: 11 Febbraio 2025
Genere: Romanzo contemporaneo
Pagine: 272

Ma Punsuke era la persona più importante per me. D’accordo forse persona non era il termine corretto. Lo avevo semplicemente dotato di caratteristiche umane, e poiché lui sembrava non avere niente in contrario, lo trattavo come un mio pari.
Il motivo che mi aveva spinta ad acquistarlo era indicativo di per sé. Non volevo ammetterlo, ma negli ultimi tempi una parte di me aveva sopportato a fatica la continua solitudine. Essere padrona di me stessa era una cosa. Ben diverso, invece, era la paura di dimenticare qualcosa di basilare se non avessi avuto al mio fianco almeno un animale domestico. Esserci per qualcuno. Occuparmi di lui. L’innegabile evidenza, ossia che le noci e i semi che gli porgevo sparivano nelle sua guance, in un certo senso mi dimostrava che ero viva anch’io. […]
Le sue vibrisse mi facevano il solletico. E ciò che avevo tralasciato di fare per tutta la giornata, ridere di cuore, sgorgava da sé.

“Single con criceto” è uno di quei libri, tra gli scaffali della libreria che attira l’attenzione di centinaia di lettori per il titolo accattivante e una copertina ben curata. Ma questo libro è molto di più, affronta temi molto importanti e delicati, in particolare la solitudine, quella viscerale, che ti fa sentire esclusa da tutti, in un mondo che continua ad andare avanti, senza curarsi delle persone.
La protagonista del libro si chiama Takada Suzu, è una ragazza di venticinque anni del segno dello scorpione, è single e sta bene da sola, con il suo criceto Punsuke.
Suzu ha mollato l’università, dopo aver frequentato solo un semestre, e prova un senso di colpa nei confronti della sua famiglia, che continuano a non capire le sue scelte.
Suzu abita in un minuscolo appartamento, situato in un quartiere anonimo di una metropoli giapponese, e riesce a mantenersi grazie al suo lavoro di aiuto cameriera in un famiresu.

I miei passi risuonavano nelle strade che si stavano svuotando. Il quartiere in cui abitavo era relativamente tranquillo. Ci vivevano soprattutto pendolari, che dopo il lavoro tornavano nei loro cubicoli. Si trascinavano stanchi e curvi, e tranne la proverbiale eccezione, il musicista con la chitarra sulle spalle che si esibiva nei locali o la hostess in tiro che a quell’ora si avviava verso il suo bar, tutti quelli che incrociavo sembravano amalgamati in una massa grigia. Gli edifici piuttosto bassi, in parte malandati, esercitavano una pressione aggiuntiva. Come schiacciata sotto un peso diffuso, la massa strisciava verso casa. In ogni modo la festa era altrove […] inutile guardarsi intorno in cerca di divertimenti. […]
Non era esattamente il posto adatto a chi aveva poco più di vent’anni e tutta la vita davanti, ma la vita era anche una questione di soldi.
A portarmi lì era stato l’affitto conveniente.

Il suo motto è “Vivi e lascia vivere”, ereditato dal suo insegnante di ginnastica e su cui si fonda la sua vita. Suzu non ama la socialità, nemmeno a lavoro, si limita a porre poche domande (quelle essenziali).

Vivi e lascia vivere era il mio motto. L’intimità era troppo per me. Raramente confidavo qualcosa che mi toccava da vicino o ero curiosa dei segreti altrui. Non mi interessava saperli. Il rapporto ideale -non importava con chi- a mio parere era quello in cui non di si aspettava troppo l’uno dall’altro. Due parole di tanto in tanto, sul freddo. E su come si sentiva già l’odore della neve, anche se non era ancora caduta. Di più non mi veniva in mente. Appena il discorso scivolava sul personale mi si stringeva la gola. Un tono confidenziale mi provocava la tachicardia. Mi piacevano le cose semplici e senza impegno.

Ultimamente, alla sera Suzu, controllava il sito di incontri, dove si era iscritta qualche anno fa per combattere la solitudine, prima di adottare quel grazioso criceto, che la faceva sentire “viva” e dava un senso alla sua esistenza. E’ così che Suzu, risponderà al messaggio di un certo “Kotaro”, con cui inizierà una breve frequentazione, che terminerà nel peggior dei modi, ovvero con il “ghosting”, un fenomeno sempre più diffuso non solo tra i giovani, in cui si interrompe all’improvviso ogni forma di comunicazione.

Mi venne in mente il termine “ghosting”. A quanto pareva erano in aumento i casi in cui una persona spariva senza preavviso, mollando il partner dalla sera alla mattina. Dopo la totale interruzione dei rapporti, chi veniva “ghostato” si ritrovava a fare i conti con un fantasma, con l’ologramma di qualcuno che svanendo nel nulla, si sottraeva a ogni forma di contatto.

A causa della delusione sentimentale, Suzu si isolerà ancora di più, non recandosi nemmeno al lavoro per una settimana, senza avvisare il datore di lavoro. Al suo rientro, Suzu perderà il posto, a causa della sua incapacità di comunicare e di empatia.
E’ così che Suzu, si ritrova ad inviare curriculum e viene assunta dall’impresa di pulizie del signor Sakai. Ma il signor Sakai, ha un’impresa di pulizie specializzata in casi di kodukusha, ovvero persone sole che muoiono nelle loro case, dove rimangono per giorni.

“Voi siete giovani,” disse il signor Sakai dopo aver versato in parti uguali nei nostri bicchieri il whisky rimasto. “Alla vostra età, se mi avessero parlato della morte sarei fuggito a gambe levate. Cosa vi trattiene su queste sedie?”
Grazie al cielo fu il tizio a rispondere per primo, “La solitudine,” esordì, “è una malattia estremamente diffusa […] il fenomeno del kodukushi è una diretta conseguenza di questa disgregazione. Pertanto, non riguarda solo il singolo individuo. Riguarda tutti noi,” concluse”. […]
“Avete espresso esattamente il mio pensiero. Con circa trenta mila casi di kodukushi all’anno, tendenza in aumento, non è più possibile sottovalutare il problema.
E’ qualcosa che tocca l’intera società, e che tra l’altro abita alla porta accanto.
Conoscete i vostri vicini?”
Deglutimmo distintamente. La domanda era arrivata troppo a bruciapelo.
Il signor Sakai rise:” A giudicare dalla vostra reazione, non li conoscete. Ma vi pregherei di una cortesia personale: cercate di conoscerli. Non dovete essere invadenti, basta che ogni tanto gli chiediate come stanno. Sarebbe già molto per la soluzione del problema.

E’ così che Suzu, scopre che i casi di kodukushi, sono in continuo aumento, soprattutto nelle città globalizzate, in un sistema che fa allontanare le persone le une dalle altre, condannandole alla solitudine.
Il signor Sakai insegnerà a Suzu, non solo il nuovo lavoro, ma la farà riflettere sulla solitudine, sul significato della vita.
E solo allora, Suzu, inizierà a vivere di più, a comunicare con i suoi colleghi e ad affezionarsi ai suoi vicini di casa anziani.
Perchè ognuno di noi ha bisogno di sentirsi importante per qualcuno, anche se quel qualcuno è un animale domestico, come un criceto.

Siamo una società di immaturi. Una miriade di regole stabilisce la condotta che dobbiamo tenere, e le regole, gentili solleciti, se volete, mirano a farci attraversare la vita in maniera il più possibile indenne. Che naturalmente è una cosa positiva. Cerchiamo di pensare agli altri, sul serio. C’è bisogno di dirlo? L’appello ad avere riguardo per il prossimo non è piuttosto il triste canto del cigno della nostra cosiddetta, umanità? “Siete pregati di comportarvi da cittadini civili!”
Non significa forse che non lo siamo?
Tutte fesserie ipocrite! Chi si preoccupa degli altri? La verità è che ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto, e chi non riesce a piazzarsi in pole position ha persona la gara prima ancora che sia iniziata. Ricordatevi queste parole, […] se andiamo avanti così, presto ci ritroveremo dove siamo già stati.
Troppe norme portano alla cieca obbedienza.
E di cosa è capace chi obbedisce ciecamente, ce lo ha insegnato il secolo scorso.

La scrittrice Milena Michiko Flašar dopo aver pubblicato “Il signor Cravatta” ( Einaudi, 2014), torna in libreria con “Single con criceto”, vincitore dell’Evangelischen Buchpreis nel 2024 e finalista dell’Osterreichischer Buchpreis nel 2023.
I temi trattati sono l’amore, il sistema, i siti di incontro, i rapporti famigliari, l’università, il ghosting, la socializzazione, la morte e la solitudine, sempre più presente al giorno d’oggi, dove paradossalmente siamo sempre online tra social network e siti d’incontro, ma in realtà, siamo sempre soli a casa sul divano, in compagnia dei nostri pensieri e di un animale domestico, come la protagonista Suzu.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, riflessivo e a tratti ironico, che rende la storia diversa dalle altre.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di delinearli dal punto di vista fisico e psicologico.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia particolare, incentrata sulla solitudine e sulle relazioni, sono sicura che vi affezionerete a Suzu e al suo dolcissimo criceto!!
Buona lettura 📖!!

“L’archivio dei destini” di Gaëlle Nohant

Titolo: L’archivio dei destini 
Autore: Gaëlle Nohant 
Traduttore: Luigi Maria Sponzilli 
Casa Editrice: Neri Pozza 
Collana: I narratori delle tavole 
Data uscita: 23 Gennaio 2024 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

In fondo al parco, i moderni edifici ospitano decine di chilometri di archivi e di raccoglitori, lungo i quali si potrebbe procedere per ore senza udire le grida e i silenzi che racchiudono. Ci vuole un orecchio fine e una mano paziente. Bisogna sapere cosa si cerca ed essere pronti a trovare ciò che si era smesso di cercare. 
Irène è sempre emozionata nel vedere la targa discreta degli Archivi di Arolsen. Salendo quelle scale per la prima volta, aveva letto solo le parole <<International Tracing Service>>, senza sapere cosa significassero. 
Allora era solo una ragazzina espatriata per spirito d’indipendenza, ma poi era rimasta per amore, per seguire il fidanzato in una regione contornata da foreste, in cui avrebbe dovuto fare ricorso a tanta buona volontà per essere accettata, senza mai riuscirci del tutto. Alla fine, quel luogo era diventato in qualche modo casa sua. Nemmeno quando l’amore l’aveva abbandonata, e lei si era trasferita ai margini della città con un figlio diviso fra due famiglie, aveva preso in considerazione l’idea di andarsene. Perchè ogni volta che sale quelle scale, si sente al proprio posto. Incaricata di una missione che la trascende e la giustifica. 
Il primo giorno, è stato l’odore a colpirla. Quella mescolanza di muffa, carta ingiallita, inchiostro di fotocopiatrice e caffè freddo. Prima di rendersene conto, ha respirato il mistero custodito fra quelle mura, in quegli innumerevoli cassetti, in quei raccoglitori chiusi in fretta al suo passaggio. 

Questo romanzo prende spunto dagli archivi sulla persecuzione nazista, situati a Bad Arolsen, nel cuore della Germania. 
La protagonista del libro si chiama Irène, di origini francesi, ma vive a Bad Arolsen in Germania. Irène si è separata qualche anno fa, dal marito Wilhelm, figlio di un tedesco che aveva commesso atti deplorevoli. Irène, non ha mai sopportato il passato del suocero, soprattutto, perchè dal 1990, lei lavorava nell’unico centro di documentazione dove, dalla fine della guerra, si conducono ricerche sul destino delle vittime del regime nazista. 
Il vecchio capo Odermatt, un signore distinto e rigoroso, proibiva a tutti i suoi dipendenti di divulgare qualsiasi informazione avesse a che fare con il centro, nessuna persona esterna, ad eccezione dei dipendenti, poteva consultare gli archivi storici. 
E’ così che Irène, per anni ha tenuto segreto il suo lavoro al marito e ai suoceri. Ma da quando Odermatt aveva lasciato il centro, le cose erano cambiate, grazie al nuovo capo Charlotte Rousseau. Charlotte, è una donna determinata che ha rivoluzionato il centro, rendendo accessibile ogni documento, facendo visitare gli archivi agli studenti. 
Da quando Irène aveva comunicato al marito e ai suoceri il suo lavoro, i rapporti con Wilhelm si erano deteriorati, fino ad arrivare alla separazione. 
Irène è soddisfatta del suo lavoro, per lei, quegli archivi sono la sua seconda casa e non riuscirebbe mai a privarsi del centro, anche se questo significa, portarsi a casa il lavoro, come gli fa notare suo figlio Hanno. Hanno è l’unica cosa bella del matrimonio tra lei e Wilhelm, Hanno è un ragazzo intelligente, bello, che studia e vive a Gottinga. 
Anni fa, Irène, aveva trovato sul giornale uno strano annuncio di lavoro che l’aveva incuriosita e spinta a rispondere. E’ così che Irène aveva conosciuto Eva Volmann, una giovane donna che lavorava al centro da quando era stato concepito dalle potenze alleate, che avevano previsto che terminata la guerra, il mondo si sarebbe trovato di fronte a milioni di scomparsi di cui indagare le sorti. 

Quell’istituto era nato dalla preveggenza delle potenze alleate. Prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, aveva capito che la pace sarebbe stata raggiunta al prezzo non solo di decine di milioni di morti, ma anche di milioni di profughi e di scomparsi. Sparato l’ultimo colpo di artiglieria, avrebbero dovuto ritrovare tutte quelle persone e aiutarle a tornare a casa. Nonché stabilire la sorte di quelli che non sarebbero più riusciti a reperire. 

Irène e Eva diventano sin da subito amiche, due donne indipendenti che amano il proprio lavoro. Ma Eva è ebea e porta sul braccio, il numero che le era stato assegnato al campo di concentramento. Irène non ha mai voluto indagare, chiedere a Eva cosa aveva subito in quegli anni di prigionia, ma adesso che la sua amica non c’è più, a causa di un brutto male, Irène si sente in colpa di non aver avuto il coraggio di conoscere la storia di quella donna. 

Solo quando Eva si era rimboccata le maniche per approfittare degli ultimi raggi di sole Irène aveva notato i numeri sul suo avambraccio, e aveva distolto lo sguardo per non ferirla. 
Ma Eva se n’era accorta e aveva risposto alla sua muta domanda:<<Aushwitz. Mi hanno preso tutto, ma non la vita.>>
Colta di sorpresa, Irène era rimasta senza parole. E forse la sua guida non si aspettava alcuna risposta, perchè aveva fatto un ultimo tiro di sigaretta e aveva buttato il mozzicone. 
Per anni, del passato di Eva non si era più parlato. Irène non riesce a perdonarselo. A lungo si è detta che la sua amica preferiva il silenzio. E quando ha capito che quel silenzio non mirava a proteggere Eva, era troppo tardi. 
Ogni volta che pensa a lei, o pensa quanto le manca, è troppo tardi. 

Irène aveva imparato il suo lavoro da Eva, le aveva mostrato ogni angolo di quegli archivi pieni di documenti. Irène ha una vera vocazione nel suo lavoro, è molto meticolosa e al limite dell’ossessione, riesce a ricucire ogni filo tagliato dalla furia di Hitler, cercando le tracce di coloro che non sono più tornati, e ogni giorno si lascia assorbire dalle montagne di carte sulla loro vita e soprattutto sulla loro morte. 
Ma nell’autunno del 2016, Charlotte Rousseau, affida a Irène un compito molto particolare: restituire alle famiglie i migliaia di oggetti presenti nel centro, rinvenuti nei campi di concentramento. Ogni oggetto che si trova nel centro nasconde un segreto, una storia che Irène deve scoprire per dare voce a tutte/i coloro che avevano subito atti di violenza inaudita. 

Quando sono partiti per questo lungo viaggio verso l’ignoto, hanno portato con sé dei preziosi che non pesavano. I loro documenti d’identità, qualche talismano dal grande valore sentimentale. Ricordi di una vita che speravano di ritrovare intatta dopo l’arresto, la prigione, le torture, il vagone piombato. 
La maggior parte apparteneva ai deportati nei campi di Neuengamme o di Dachau. Politici, asociali, omosessuali, condannati ai lavori forzati. Appena arrivati, le loro cose venivano immagazzinate nel deposito degli effetti personali. Sono pochissimi gli ebrei che hanno avuto questo privilegio. La maggior parte di loro veniva uccisa subito, e tutto quello che possedevano veniva razziato e riciclato dalla macchina di guerra nazista. Perfino i capelli, i denti d’oro, il grasso dei loro cadaveri. 
L’Its ha ereditato quasi quattro mila oggetti all’inizio degli anni ’60. Un migliaio è stato restituito in quel periodo. 
Di un oggetto che aspetta di ritrovare il suo proprietario si dice che è in sofferenza. 
Irène ha la sensazione che la stiano chiamando. Deve sceglierne uno, o farsi scegliere. 

E’ così che Irène decide di iniziare la sua ricerca, da un Pierrot di stoffa, che aveva dei numeri scritti sul ventre. 
A chi apparteneva quel Pierrot? 
Che cosa gli è successo? 
Come si è sentito, quel bambino/a quando i nazisti gli/le hanno strappato quel peluche? 
Irène si lascia travolgere da quel Pierrot, dalla storia che nasconde dietro, rivelando ai lettori una vicenda emozionante, piena di umanità. 
Oltre a Pierrot, Irène ritrova un vecchio medaglione con la Vergine e un fazzoletto ricamato, che nascondono un passato oscuro, una storia che deve essere conosciuta dai discendenti. 
Irène sa che ogni oggetto è il simbolo di un corpo che non c’è più, ed è convinta, come il suo capo Charlotte, che restituendo ogni cosa, gli scomparsi ritroveranno posto tra i vivi. 
Grazie a questa ricerca, Irène incontrerà persone che l’aiuteranno, si ritroverà a viaggiare da Lublino a Varsavia, ma anche a Parigi e Berlino. 
Riuscirà Irène a dare voce a ogni storia nascosta negli oggetti presenti nel centro? 

La scrittrice Gaëlle Nohant con “L’archivio dei destini”, vincitore del Gran Prix Lire Magazine litéraire 2023, racconta una storia poco conosciuta tra gli archivi di Bad Arolsen, pieni di documenti, fotografie e oggetti che nascondono segreti e storie. 
I temi trattati sono i campi di concentramento, il progetto Lebensborn (un’associazione nazista creata da Himmler, allo scopo di accelerare la creazione di una razza ariana dominante), i Desaparecidos, il matrimonio, l’amicizia, le discriminazioni, la Seconda Guerra Mondiale e gli archivi di Bad Arolsen, che custodiscono milioni di documenti e oggetti delle vittime del nazismo. 
Lo stile di scrittura è intenso, sublime, scorrevole, emozionante e pieno di umanità, la scrittrice Gaëlle Nohant, dona ai lettori un romanzo unico, ricco di intensità emotiva. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi menzionati nella storia. 
Ogni capitolo presente nel libro, ha un nome, che racconta il passato, la storia della persona coinvolta.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro potente, pieno di umanità, ambientato ai giorni nostri ma che cerca di ricostruire il passato di chi è stato deportato nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere meglio gli archivi di Bad Arolsen, dove sono conservati milioni di documenti delle vittime del nazismo. 
A voi piacerebbe visitare l’archivio di Bad Arolsen? 
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“Le sarte della Villarey” di Elena Pigozzi

Titolo: Le sarte della Villarey 
Autore: Elena Pigozzi 
Collana: Omnibus 
Data uscita: 22 Aprile 2025 
Pagine: 240 
Genere: Romanzo storico 

Quando è scoppiata la guerra, erano una famiglia. 
Vivevano nel loro appartamento di fronte alla caserma, in fondo a via Indipendenza, una strada tracciata con il righello per unire Piazza Cavour con la Villarey e il parco del Cardeto. 
Due stanze grandi a piano terra con una cucina e l’ingresso che si affaccia sulle entrate, così attaccate che è normale sapere tutto di tutti. 
Il padre Luigi insegnava greco e latino nella scuola del centro, la madre sistemava le giacche dei soldati, cuciva le tovaglie, aggiustava gli abiti dei vicini. Il fratello Milo andava alle elementari, lei al liceo. […] 
Per un po’, pareva la solita vita, finché il padre è partito per la Grecia, la madre ha iniziato con la tosse e le cose hanno preso una direzione storta. Sono arrivate le tessere annonarie e le code allo spaccio per un poco di zucchero e del pane nero che ti spezza i denti. I soldati con i fucili che spuntano dalla campagna. La radio con i bollettini di guerra, le notizie di proiettili che tranciano gambe e vite, ma niente dalla Grecia, niente da Luigi, niente da papà. 

La narrazione si svolge nella città di Ancona nel 1943, mentre la guerra semina dolore, si insinua nelle abitazioni di ogni famiglia, spezzando ogni legame. 
La protagonista del libro si chiama Laura, una ragazza di diociotto anni, che si ritrova da sola a crescere e mantenere il fratello Milo, di undici anni. 
Da quando è iniziata la guerra, il loro padre Luigi, è andato a combattere in Grecia e da allora, non si hanno più sue notizie. Ma Laura, Milo e la loro madre Leila, continuano a sperare di vederlo attraversare la porta di casa. 
Come se non bastasse, Laura e Milo, si ritrovano da soli perché la madre Leila, a causa di una forte tosse, provocata da una malattia è mancata da poco. 
Laura ha fatto una promessa alla madre, poco prima di morire: si occuperà di suo fratello Milo e troverà un lavoro che le permetterà di provvedere alla loro sopravvivenza. 
E’ così che interviene Alda, una vedova forte e generosa, amica di Leila, che ha cresciuto da sola quattro figlie. Alda è la sarta tuttofare della caserma Villarey, ogni soldato conosce la sua bravura e il suo buon cuore, che la porta ad aiutare quella giovane ragazza, rimasta da sola, senza i genitori e con un fratellino a cui badare. 

Si erano baciati sulla panchina davanti al mare. La medesima che li aveva fatti incontrare. Che poi è certa sia la stessa su cui è seduta in questa sera di luglio. 
Ora il vociare intorno le arriva attutito: Alda è finita nel ricordo di quel primo bacio, la stretta forte di Cesare sui fianchi e la dolcezza delle labbra che la cercano, le accarezzano il viso, le sussurrano <<Alda>>, come soffi di fiato sulla pelle. E lì, sulla riga dell’orizzonte, Alda vede in fila quel passato che torna indietro con la risacca, il matrimonio sbrigato in fretta, perchè sarebbe nata una figlia e poi un’altra e altre ancora, fino a quattro. […] 
Tornano insieme anche frammenti che aveva scordato, finiti lontano nel tempo, sepolti da un dolore che ha più di venticinque anni.

E’ così che Alda, porta Laura a lavorare in caserma, all’inizio la giovane si occuperà di lavare e stirare le divise dei soldati, data la sua incapacità nel cucire. 
Ma ben presto, grazie alla pazienza di Alda, Laura impara a cucire, impara a tenere l’ago in mano, tanto da diventare la più brava sarta della caserma. 
E mentre Laura impara il mestiere di sarta, accade un fatto storico che rovescerà le sorti del Paese: la caduta del Duce e l’armistizio di Badoglio, che divideranno in due l’Italia. 
Mentre Neno, il capo sarto della Villarey, Alda, Laura e le altre sarte, sono impegnate a lavorare per non pensare, il 15 settembre, la città di Ancona viene occupata dai tedeschi e anche in caserma si respirerà un clima teso. 

A che servono le parole? C’è un mucchio di divise da riparare. Stringere sopprattutto. Scosta un poco lo sguardo e nota Laura, china a imbastire un paio di calzoni. Improvvisa le arriva l’immagine della giovane il primo giorno in caserma. La vede afferrare ago e filo, controllare le dita, aggiustare la stoffa, cucire piano. 
Quanto è diventata rapida. Rapida e sicura. 
E’ così che si va avanti. Perchè è da lì che arriva la forza. 

Infatti, i tedeschi hanno occupato la caserma Villarey, rinchiudendo più di 3000 soldati italiani nella soffitta, in attesa di essere deportati nei campi di lavoro nazisti. Anche Franco, il capo dei soldati, è rinchiuso in soffitta, un uomo bravo, intelligente che anni fa, aveva assunto personalmente Alda. Tra Franco e Alda, è nato un legame di amicizia, di rispetto reciproco, che proibisce ad entrambi di lasciarsi andare ai sentimenti. 
Tra i soldati della Villarey, rinchiusi in soffitta, il lettore conoscerà anche Pietro, un giovane ragazzo che sente una forza dentro di lui, un senso di protezione verso Laura. Laura non ha mai conosciuto l’amore ed è preoccupata per le sorti di quel giovane ragazzo, che le ha rubato il cuore. 
Ma Alda non accetta che 3000 ragazzi così giovani, abbiano il destino già segnato… E’ così, che escogita un piano per salvare quei giovani ragazzi dalla deportazione nazista. Per farlo, Alda avrà bisogno di vestiti da donna, utilizzati come travestimenti per evadere i soldati. E’ così che entrano in gioco tutte le donne del paese, pronte ad aiutare quei giovani ragazzi, che potrebbero essere i loro figli. 
Alda, Laura e tutte le altre sarte, impiegheranno tutto il loro tempo, a creare nuovi travestimenti per salvare dei ragazzi innocenti da un destino segnato a causa della guerra. 
“Le sarte della Villarey” si ispira a una storia realmente accaduta, quella di Alda Renzi Laus e Irma Baldoni di Cola, due sarte della caserma della Villarey di Ancona che salvarono dalla deportazione nazista 400 soldati, tra gli oltre 3000 stipati nella caserma, travestendoli da donne. 

Alda non ha dubbi: <<Se sono qui come sarta, c’è un motivo. E non è per stare a guardare che li spediscano tutti e 3000 in Germania.>>

La scrittrice, giornalista e insegnante Elena Pigozzi, dopo il successo di “La signora dell’acqua” (2022, premio Melvin Jones e premio Internazionale di letteratura Città di Como), di cui trovi la recensione sul mio blog: https://deborahcarraro97.com/2023/09/20/la-signora-dellacqua-di-elena-pigozzi/

La scrittrice Elena Pigozzi torna in libreria con “Le sarte della Villarey”, che racconta un episodio storico realmente accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, avendo come protagoniste donne, donne coraggiose, determinate a fare la Resistenza, servendosi dell’ago e del filo. 
La scrittrice Elena Pigozzi, mostra al lettore il genio femminile, l’importanza di aiutarsi tra donne per salvare i propri simili. Le sarte della Villarey non hanno nessun arma, nessun fucile, ma hanno l’ago e il filo che nella storia diventano una sorta di arma, fondamentale per salvare i soldati italiani dalla deportazione nazista. 
I temi trattati sono la morte, la forza delle donne, l’amicizia, l’amore, il fascismo, il nazismo, la resilienza, la Resistenza che diventa un grido di speranza ed esortazione a non rassegnarsi mai al male al buio del mondo. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, emozionante, delicato, sensibile, intenso e unico, grazie al “dono” della scrittrice di raccontare le atrocità della guerra con passione e delicatezza. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni caratteriali e psicologiche inserite dalla scrittrice. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere, una storia realmente accaduta, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha come protagoniste le donne, donne che si uniscono tra di loro, servendosi della loro arte, di ciò che sanno fare con l’ago e il filo per combattere il nazismo. 
Ringrazio la scrittrice Elena Pigozzi e la casa editrice Mondadori, per avermi inviato la copia cartacea del libro che mi ha permesso di conoscere le sarte della Villarey, una storia emozionante e realmente accaduta.
E voi conoscevate la storia di Alda e Irma? 
Fatemelo sapere nei commenti!!


“Una locanda rosso lampone” di Amanda Colombo

Titolo: Una locanda Rosso Lampone 
Autore: Amanda Colombo 
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Narratori moderni 
Data uscita: 6 Maggio 2025 
Pagine: 288
Genere: Romanzo contemporaneo 

L’ingresso di Lidia riportò gli ospiti alla realtà. 
<<Io sono Lidia, la locandiera, e sono felice di accogliervi al Rosso Lampone per questa settimana, durante la quale potrete…>> fissò negli occhi tutti i presenti, <<fare quello che vi pare!>>
Un risolino di sollievo uscì spontaneo a tutti i presenti. Lidia li scrutò, cercando in ogni volto le tracce del tormento che l’aveva condotto lì. Presto ne avrebbe saputo di più: le lettere che ognuno di loro le aveva consegnato all’arrivo la attendevano nel suo studio. 
Sapeva bene che ci sarebbe stato da fare, ma per il momento bisognava gettare le basi. 
Fiducia. Serenità. Conforto. 
Ecco cosa serviva. 

Chiudete gli occhi e immaginate di essere sul Lago Maggiore, dove si trova una ex casa cantoniera che spicca per il colore inusuale della sua facciata. Un rosso talmente caldo che, unito al profumo di lampone che emana, crea un’atmosfera magica. Il Rosso Lampone, un tempo una casa cantoniera, oggi è una locanda, una locanda per anime perse, che hanno bisogno di ritrovare sé stesse. 
I proprietari di questa locanda sono Lidia, Michele e la loro “figlioccia” Ortensia Petunia Grappi. 
Lidia è un ex bibliotecaria, che possiede una grande dote: riuscire a osservare le persone, cercando di capire la loro frattura, il dolore che stanno vivendo, provando ad aiutarle. 
E’ così che Lidia, aveva conosciuto tanti anni fa, Ortensia, una bambina, che si recava ogni giorno in biblioteca per imparare a memoria ogni libro. La mamma di Ortensia, si era ritrovata a crescere da sola quella bambina, quando era ancora una ragazza molto giovane, non aveva un lavoro stabile e non poteva permettersi di mandare sua figlia alla scuola materna. Per questo motivo, affidava Ortensia, alla vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca quasi tutti i giorni. 
Durante le scuole elementari, Ortensia aveva continuato a recarsi in biblioteca, diventata per lei un “rifugio”, il luogo in cui poteva essere semplicemente sé stessa. 
Lidia aveva trent’anni, quando ha conosciuto Ortensia, una bambina “speciale” di dieci anni, che conosceva a memoria ogni libro presente nella biblioteca. 
La mamma di Ortensia non si era mai preoccupata di scoprire, analizzare il disturbo della figlia (forse Asperger, neurodivergente o autistica), anche perchè negli anni Novanta, non vi era molta attenzione per i bambini con i bisogni speciali, soprattutto a scuola. Per la scuola, era inconcepibile che una bambina come Ortensia, bravissima in tutte le discipline, non riuscisse a creare un legame con gli altri bambini. 

Ortensia è parte della famiglia, ormai, Ha ragione, era una delle persone che entravano spaesate nella biblioteca, ma ha iniziato a farlo molto prima che arrivassi io. Vede, Ortensia è – o meglio, era- figlia  di una ragazza un po’ scapestrata, che faticava a trovare una collocazione nel mondo e che si era ritrovata, giovanissima, con una figlia da crescere, da sola. Non so di preciso come fosse arrivata a Verbania, so solo che aveva preso un minuscolo bilocale in affitto e che si arrabattava facendo le pulizie in settimana e la barista nel weekend. Da quello che mi hanno raccontato, per la madre la scuola materna era una spesa inaffrontabile, perciò affidava Ortensia a una vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca tutti i giorni. Quando poi aveva iniziato la scuola, la biblioteca era diventata l’unico posto dove potesse studiare o anche solo passare del tempo in compagnia di persone se non amiche, almeno non ostili. Era già chiaro quanto fosse… speciale, e lei sa come possano essere crudeli i bambini…
Per farla breve, quando io ho preso servizio, a trent’anni, Ortensia ne aveva dieci e conosceva a menadito ogni antefatto di quelle stanze. Anzi di più: sapeva a memoria ogni singolo libro che avesse letto. […] 
Asperger, neurodivergente, autistica ad alto funzionamento… Le dia la definizione che preferisce. La verità è che nessuno ha mai indagato la condizione di Ortensia. La madre era troppo occupata a mettere insieme il pranzo con la cena per consultare specialisti. All’epoca, nei primi anni Novanta, l’attenzione per i bambini con bisogni speciali non era quella che abbiamo oggi, e un’alunna come Ortensia -bravissima in tutte le materie ma incapace di instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con i compagni- veniva vista come una bambina dal carattere timido e ansioso, niente di più. 

Da quando, Lidia aveva conosciuto Ortensia, l’aveva osservata ogni giorno e aveva capito sin da subito, quanto quella bambina fosse speciale. 
Lidia, a poco a poco, ha iniziato a creare un legame con quella bambina, riuscendo ad entrare nel suo mondo e nel suo cuore. Ortensia aveva difficoltà a comunicare con le persone, ma grazie alla sua memoria e ai libri, oltre che alla costanza, dolcezza e umanità di Lidia, quella bambina aveva iniziato a comunicare con la bibliotecaria, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, che aveva imparato in tutti quegli anni. 
Ma ben presto, Ortensia, si era ritrovata da sola… la madre l’aveva abbandonata appena compiuti i diciotto anni, ed è allora che Lidia e suo marito Michele, l’hanno accolta nella loro casa. 
Ortensia ha creato sin da subito un legame speciale con Costanza, la figlia di Lidia e Michele, diventando per lei, una sorella maggiore. 

Voleva sapere se Ortensia si sentisse mai sola, se avesse trovato un equilibrio fra ciò che desiderava e ciò che poteva ottenere, se venisse mai presa dallo sconforto per non essere capita, se temesse mai la solitudine o se la cercasse. Voleva chiederle se, insomma, si sentisse come lui spaesata, persa, in affanno, incompresa, a volte desolatamente sola e a volte fortunatamente sodissima. 
Con tutto questo in testa e nel cuore se ne uscì con un: <<Ortensia, lei è felice?>> […] 
<<Per dare degna replica a cotanta petizione giunga in mio soccorso il celebre Vate di Cellino San Marco, che esplicò l’inafferrabile sentimento con le sue imperiture parole…>> 
Un piedino che batteva il tempo si unì a naso, occhio e bocca mentre Ortensia iniziava a cantare: 

<<Felicità 
E’ un cuscino di piume, l’acqua del fiume che passa e che va 
E’ la pioggia che scende dietro alle tende, la felicità 
E’ abbassare la luce per fare pace, la felicità 
Felicità…>>

Veloci come erano comparsi, quei frammenti di Ortensia sparirono, lasciando lo scrittore davanti a una porta chiusa e a tutti i suoi dubbi. 

Lidia, Michele e Ortensia sono il cuore, l’anima della locanda, una locanda per chi ha bisogno di rifugiarsi, allontanarsi dalla routine soffocante, dagli smartphone e qualsiasi Device tecnologico, che gli ospiti devono consegnare obbligatoriamente al loro arrivo. 
Per gli ospiti, il Rosso Lampone, è l’opportunità di ritrovare sé stessi, di recuperare fiducia, di compiere scelte, di leggere buoni libri, consigliati dalla proprietaria Lidia, ma anche di gustare le leccornie preparate da Ortensia. 
Ma per accedere al Rosso Lampone, ogni ospite dovrà rispettare le seguenti regole: 

  1. L’arrivo è previsto per la domenica pomeriggio, rigorosamente alle 15, la partenza per la domenica seguente, dopo colazione. Per l’intera settimana deciderai tu quanto tempo condividere con noi e con gli altri ospiti ( a parte i pasti, di cui parleremo dopo): se vorrai, potrai fare meravigliose passeggiate nei boschi e sul lago; prendere il sole in giardino; rintanarti in biblioteca; scendere in spiaggia o gironzolare per i nostri borghi. Oppure stare con noi e raccontarti. 
  2. Appena arrivato, dovrai consegnare cellulare, tablet e ogni tipo di Device, che ti verrà restituito a fine vacanze. Per ogni emergenza, c’è il vecchio telefono fisso in salotto a disposizione dei clienti. Ricorda di lasciare il nostro numero a chi potrebbe aver bisogno di parlarti. 
  3. Ogni giorno si fanno colazione e merenda insieme, inderogabilmente. Siamo infatti convinti che – se la serenità dello spirito la daranno i boschi e i libri- quella del corpo la possono dare solo i favolosi dolci di Ortensia. Per pranzo potrai chiedere un cestino da pic-nic, per cena scendere in paese in uno dei ristoranti convenzionati. 
  4. All’arrivo, ci consegnerai una lettera scritta a mano in cui ci racconti chi sei e perchè hai sentito il bisogno di venire da noi. Questo aiuterà noi a capirti e a fare il meglio per il tuo soggiorno, e aiuterà te a mettere a fuoco le tue necessità. 
  5. La sala lettura è sempre aperta e la libreria è a tua totale disposizione, così come Lidia, che si professa una <<custode di storie>>: quelle dei libri che per anni ha consegnato come bibliotecaria e che ora può suggerirti, e quelle che tu vorrai affidare a lei. La troverai lì ogni pomeriggio, dopo la merenda. 
  6. Il sabato prima della partenza, la merenda viene sostituita da una cena, di cui ogni ospite sceglierà una portata, perchè per noi è una festa della famiglia: quella di cui anche tu fai parte. 

Lidia, Michele ed Ortensia sono pronti ad accogliere i nuovi ospiti della settimana, che hanno scelto di soggiornare al Rosso Lampone per ritrovare sé stessi, le proprie radici e per trascorrere momenti di pace e serenità. 
Tra gli ospiti del Rosso Lampone, c’è la famiglia Coci, ovvero Pietro Coci, i suoi figli, Veronica e Filippo e la moglie Gisella. Gisella si è sempre occupata da sola dei figli, ha lasciato il lavoro per dedicare tutta sé stessa a Veronica e Filippo, che sono molto affezionati alla madre, ma non hanno nessun legame, rapporto con il proprio padre. Per questo motivo, Gisella, ha accompagnato il marito e i figli al Rosso Lampone, nella speranza che Pietro riesca per una volta a fare il padre, senza pensare al lavoro. 
Pietro è agitato, non ha mai trascorso del tempo da solo con i suoi figli, figuriamoci passare una settimana con loro, senza utilizzare il suo smartphone per sentire Valentina, il suo capo. 
Ma Valentina, non è solo il suo capo perchè è da qualche tempo, che Pietro si rifugiava negli abbracci di quella donna, per nascondere i propri problemi famigliari. 
Al Rosso Lampone, Pietro ha l’opportunità di allontanarsi dal proprio lavoro, da Valentina, per imparare a conoscere davvero i suoi figli… ma non sarà facile, soprattutto con Veronica, la figlia maggiore, che cercherà in tutti i modi di mettere in difficoltà il proprio padre. 
E’ così che Pietro mette alla prova le sue capacità di padre e di marito, ha solo una settimana per dimostrare a Gisella e ai suoi figli, che è in grado di ricostruire la loro famiglia. 
Ci riuscirà? 

Fuori dalla porta bianca lo aspettavano i suoi figli, il mistero più grande della sua vita: due esseri distinti, lontani da lui ma nello stesso tempo simili: imprevedibili ma intuibili a livello profondo; quello che muove le corde dell’anima e che lui aveva dimenticato da tempo. Veronica, ad esempio: credeva di averla persa nei meandri dell’adolescenza, che ormai si dirigesse verso rotte che non contemplavano più la presenza dei genitori, e invece- in quei pochi giorni- l’aveva osservata e ci aveva ritrovato la sua stessa timidezza con gli estranei; il suo desiderio di isolarsi da tutti, anche dagli affetti più cari, e la sua insofferenza per le situazioni forzate. Era proprio sua figlia: un pezzo della sua anima celata dietro agli occhi di sua moglie. 
E Filippo!  Filippo e la sua gioia ancora bambina, l’entusiasmo uguale a quello di Gisella, così come la sua passione per le novità, i cambiamenti, le sorprese… Filippo che aveva il carattere della madre, ma somigliava a lui nei gesti un po’ stizzosi e nella camminata un po’ dinoccolata e ne aveva ereditato gli occhi scuri con le ciglia lunghe. 

 

Oltre alla famiglia Croci, tra gli ospiti del Rosso Lampone, troviamo una giovane coppia, Gregorio Altieri e Altea Gregori. 
Altea Gregori è una ragazza di ventidue anni, di Piacenza, che studia storia dell’arte a Milano. Altea non ha amici, amiche, non ha mai avuto un ragazzo e non si sente nemmeno bella. 
Altea vive, “isolandosi” dai suoi coetanei, dato che i suoi genitori sono molto oppressivi e le proibiscono di conoscere ogni persona. Altea aveva scoperto su Internet, dell’esistenza del Rosso Lampone e dopo aver convinto i suoi genitori, che sarebbe stato il luogo perfetto per rifugiarsi nello studio, in prossimità degli esami, aveva deciso di soggiornare alla locanda per ritrovare sé stessa, per vivere per la prima volta libera, senza la pressione dei genitori. 
Ed è proprio Altea, che aveva invitato al Rosso Lampone, Gregorio Altieri, un ragazzo che aveva conosciuto da poco sui social. Altea aveva trovato su Instagram, una fotografia che la ritraeva mentre era all’università, ed era stata scattata proprio da Gregorio, da sempre appassionato di fotografia. 
Dopo una serie di messaggi, scambiati sui social, Altea e Gregorio, avevano deciso di incontrarsi per prendere un caffè e scambiarsi due chiacchiere. E’ in quell’occasione, che Altea, aveva invitato Gregorio ad accompagnarla al Rosso Lampone, anche se era uno sconosciuto, la ragazza aveva sentito qualcosa dentro di lei, che l’aveva spinta a fidarsi di lui. 

Io credo molto al destino. Credo che esiste una forza, un qualcosa che ci spinge nella giusta direzione, quando noi non siamo in grado di vederla. E io non la vedo mai, credimi. 
E’ stato il destino a farmi scoprire il sito, e io ho deciso di assecondarlo prenotando una settimana, per stare da sola con i miei pensieri e i miei libri d’arte. 

Quando Gregorio era sceso a cercarla, l’aveva trovata sulla piccola sedia, le luci spente, in lacrime. Si era avvicinato come avrebbe fatto con un cerbiatto ferito, perchè lo sguardo di Altea sembrava proprio atterrito come quello di un animale braccato. 
Lui, invece di chiederle cosa fosse successo e abbracciarla come avrebbe voluto fare, si era seduto sul pavimento e aveva posato la testa sulle sue ginocchia. In silenzio. 
Lei, invece di fuggire come avrebbe voluto fare, era rimasta e aveva allungato una mano per fare una carezza a quei capelli così simili ai suoi. 
In quell’ora buia che era già quasi giovedì, nel salotto del Rosso Lampone, due giovani ragazzi capirono cosa è l’amore, restare, quando sarebbe molto più facile fuggire. 

Ma a soggiornare al Rosso Lampone, vi è anche uno scrittore affermato di nome Cesare Marescalchi. Cesare è uno scrittore di mezza età, che si rifugia alla locanda per “scappare” dalla pressione della propria casa editrice, che continua a chiedergli notizie sul nuovo romanzo. Cesare, non riesce più a scrivere, da quando ha conosciuto “Luce” e si è innamorato per la prima volta. 
Cesare ha paura, ha paura dei suoi sentimenti e non riesce a comunicare a nessuno che si è innamorato… sarà grazie all’amore di Lidia, Michele e Ortensia, se riuscirà a fare pace con il proprio cuore e i suoi sentimenti senza vergognarsi. 

<<I miei genitori, il mio agente, il 90% delle mie conoscenze hanno un passato segnato da divorzi e separazioni e un presente fatto di piccole passioni effimere, nate sui social o in palestra. In questo secolo, l’amore è una meteora nella vita delle persone.
Poi arrivo qui e… trovo voi. Che vi capite con uno sguardo. Che fate gli stessi gesti, ridete delle stesse cose… Come fate? […] Come avete fatto? Come si fa a capire che la persona che hai davanti passerà il resto della sua vita con te? Come si fa a capire se è amore eterno?>> […] 
<<Vede Cesare, io non so se esiste un modo universale per certificare l’amore… E tolga l’eterno, che di eterno non c’è nulla… A mio avviso non è questione di sapere, piuttosto di sentire. Quando ho conosciuto Michele fra di noi non è scattato il classico colpo di fulmine, almeno non da parte mia… Ci siamo conosciuti in biblioteca, non mi chieda il giorno perchè non me lo ricordo. Probabilmente ci siamo parlati più volte prima che io mi accorgessi di lui e lui di me, chi lo sa… Quello che so, è che un giorno mi sono accorta di aspettarlo. 
Speravo arrivasse.>> 
Lidia sorride al ricordo. <<Sa, io sono un tipo piuttosto pragmatico, il romanticismo non è proprio nelle mie corde. Eppure ogni volta che vedevo Michele,  sentivo che eravamo fatti per stare insieme. Sentivo che il nostro destino era questo. […] Quando poi ci siamo messi insieme, ho capito che mi completava.>>

L’ultima coppia di ospiti, sono i fratelli Erika e Hank Kramer, che dalla Germania hanno deciso di recarsi alla locanda per ritrovare le proprie radici. La loro nonna è mancata da poco ed Erika e Hans, avevano ritrovato una vecchia fotografia che ritraeva il nonno in Italia. 
Per tutta la vita, Erika e Hans, avevano creduto che il nonno fosse stato un nazista, che avesse compiuto atti deplorevoli, ma in realtà, il loro nonno era un disertore, che si era rifiutato di uccidere i suoi simili. 
Per Erika e Hans, il Rosso Lampone sarà l’opportunità per conoscere realmente la storia del nonno e per fare chiarezza sulle loro radici. 

Il 20 Giugno 1944 quarantatré partigiani -rastrellati dai nazisti in Val Grande- furono fucilati nei pressi del canale che unisce il lago Maggiore al lago di Mergozzo. Prima, i nazisti li avevano fatti sfilare in corteo da Intra, in modo che la popolazione vedesse che fine faceva chi osava mettersi contro gli invasori In effetti, l’eccidio fu la vendetta per i fascisti del presidio di Fondotoce catturati, ma non uccisi, dal gruppo partigiano Valdossola. […] 
Da questo e da altri scatti abbiamo scoperto che il nonno partecipò ai rastrellamenti, e quel giorno assistette alla fucilazione, di cui si occuparono i suoi commilitoni. Rimase sconvolto da tanta crudeltà, e si rese conto di non volerne più farne parte. Il giorno dopo approfittò del movimento di truppe per darsi alla macchia, dirigendosi verso le montagne. 

Ortensia e Lidia hanno solo una settimana per aiutare i propri ospiti a lavorare sulle paure che ingombrano la loro mente e il loro cuore. Una settimana al termine della quale ognuno di loro possa fare spazio in valigia alla versione migliore di sé. 
Riusciranno Pietro, Veronica, Filippo, Gregorio, Altea, Cesare e i fratelli Kramer, a ritrovare sé stessi al Rosso Lampone? 
E a voi piacerebbe soggiornare in una locanda come quella del Rosso Lampone? 
Riuscireste a privarvi per una settimana dello smartphone? 

Ecco, l’ho detto. La mia famiglia. 

Perchè è questa la grande novità. Oggi io sono la casa di una famiglia! 
E non solo. Sono anche la casa di tantissime persone che vengono qui per stare meglio, per ritrovarsi, come dice la Signora. Capite? Non è incredibile? Un tempo ospitavo persone che si occupavano di riparare strade e tenere in comunicazione i paesi, oggi sono il luogo in cui si riparano i cuori e si mettono in comunicazione le anime! […] 
Oggi posso guardare negli occhi le persone che arrivano, e vedere lo smarrimento che le accompagna e che conosco molto bene. Posso osservarle muoversi al mio interno alla ricerca di ciò che gli ridarà il sorriso, e a volte riesco a influenzare il loro destino, facendo cigolare una porta o indirizzando il riflesso di un vetro. Sono qui quando alla fine se ne vanno, ed è sempre come se andasse via un amico a cui vuoi bene, che sai che ti mancherà tantissimo ma non puoi impedire che accada. 
Oggi, ad esempio, sto seguendo la partenza di questo gruppo fantastico che mi ha abitato durante la settimana. […] 
Ecco, un attimo, scusate…
Dovevo mettermi in posa per la foto di addio. Non voglio che alle spalle del gruppo sorridente ci sia una casa sfuocata!
Che belli gli abbracci degli esseri umani… Si vede che unendosi è come se si ricomponessero i pezzi che hanno dentro…

La scrittrice Amanda Colombo, autrice di “Meno male che ci siete voi”, tradotto anche in Germania, torna in libreria con “Una locanda Rosso Lampone”, una storia felice che traccia un cammino verso ciò che si dovrebbe sempre recuperare: il coraggio di riscoprirsi. 
Il Rosso Lampone è la locanda perfetta per anime alla riscoperta di sé stessi, una finestra per anime fragili, imperfette che si incontrano per caso, aiutandosi tra di loro e godendosi la serenità del luogo, oltre che della compagnia dei proprietari. 
I temi trattati sono la tecnologia, i rapporti umani, l’amicizia, la riscoperta di sé, i libri che possono essere un rifugio, l’abbandono, l’omosessualità, i tradimenti, i rapporti con i genitori, la libertà, la fotografia, la scrittura, la Seconda Guerra Mondiale e il presidio Fondo Toce e l’amore, non solo per gli altri, ma soprattutto per sé stessi. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, semplice, emozionante e profondo, una vera coccola per l’anima e il cuore!!
I personaggi sono strutturati bene grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche, oltre ai dialoghi, che permettono al lettore di affezionarsi a ognuno di loro. 
Personalmente, mi sono affezionata particolarmente alla storia di Ortensia, personaggio che ha un ruolo cruciale e fondamentale all’interno della storia, che dispensa consigli ai suoi ospiti, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, imparate a memoria sui libri. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia profonda, piacevole, in grado di riscoprire voi stessi, di donarvi una coccola al cuore e all’anima.
Lasciatevi travolgere dalle parole di Amanda Colombo, vi ritroverete sulle sponde del Lago Maggiore, alla locanda Rosso Lampone a gustare le prelibatezze preparate da Ortensia!!
Buona lettura 📚📚!!

“Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…” di Laurie Gilmore

Titolo: Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…
Autore: Laurie Gilmore 
Traduttore: Laura Mastroddi 
Casa Editrice: Newton Compton Editori 
Collana: Anagramma 
Data uscita: 18 Novembre 2025 
Pagine: 288
Genere: Romanzo rosa 

Kira North odiava il Natale. Il che era una bella scocciatura, considerando che al momento era l’orgogliosa proprietaria di una fattoria di alberi di Natale in una cittadina fin troppo pittoresca, i cui abitanti non riuscivano a cogliere i segnali e capire una buona volta che lei voleva essere lasciata in pace. […] Il giorno prima, la vicesindaca Mindy Walsh era passata a nome del Consiglio comunale per consegnarle un volantino riguardante la tradizionale accensione dell’albero che sarebbe avvenuta la settimana seguente, come se Kira non ne avesse visti a bizzeffe, ogni volta che andava in città a procurarsi del cibo. […] 
Era tempo di alzarsi e di rimettersi al lavoro, perchè la “pittoresca fattoria” che aveva comprato a scatola chiusa era in realtà un casale decrepito, con un sistema di riscaldamento in fase terminale, e gli “acri di terreno agricolo panoramico” erano in realtà una fattoria di alberi di Natale molto amata, ma completamente in rovina, e anche se Kira aveva giurato di non riaprirla, era costretta a farlo per racimolare un po’ di denaro per la ristrutturazione, visto che aveva speso tutti i suoi risparmi per comprare quella proprietà. 

Siete pronti a tornare a Dream Harbor con una nuova incredibile storia d’amore? 
Con “Amori e segreti al Pumpkin Space Caffè. Un caffellatte speziato può cambiarti la vita”, il primo volume ambientato a Dream Harbor, abbiamo sognato ad occhi aperti con la bellissima storia d’amore tra Jean e Logan. Se non hai letto la recensione del primo volume, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2024/11/29/amori-e-segreti-al-pumkin-spice-caffe-un-caffellatte-speziato-puo-cambiarti-la-vita-di-laurie-gilmore/

Il secondo volume “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bun. Basta solo un po’ di zucchero e cannella”, il lettore torna a Dream Harbor per una nuova storia d’amore tra Hazel, la direttrice della libreria “Cinnamon Bun” e Noah, un marinaio molto sexy, che si è invaghito della libraia.
Ma se non hai ancora letto la recensione del secondo volume e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2025/03/28/dolci-misteri-alla-libreria-cinnamon-bun-basta-solo-un-po-di-zucchero-e-cannella-di-laurie-gilmore/

Con il terzo volume “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House. L’amore può sbocciare nei posti più inaspettati…”, Laurie Gilmore ha incantato tutti i lettori con la storia di Archer Bear, uno chef di successo che si trasferisce da Parigi a Dream Harbor, per prendersi cura di Olive, sua figlia. Archer, non potendo occuparsi da solo della figlia, assume Iris Fraeser come tata… ed è così che tra i due nascerà una bellissima storia d’amore. Se non hai letto il terzo volume di questa bellissima serie e vuoi conoscere nel dettaglio la trama, puoi recuperarla qui: https://deborahcarraro97.com/2025/07/11/nuovi-inizi-a-strawberry-patch-pancake-house-lamore-puo-sbocciare-nei-posti-piu-inaspettati-di-laurie-gilmore/

Quale sarà la nuova storia d’amore ambientata nella strana cittadina di Dream Harbor? 
Lo so, che siete curiosi… ma prima di raccontarvi il nuovissimo libro di Laurie Gilmore, vi voglio svelare un dettaglio di questa saga. 
La Newton Compton Editori, qualche mese fa, ha deciso di far uscire in Italia, prima il libro “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House. L’amore può sbocciare nei posti più inaspettati…”, che in America sarebbe il quarto volume , proprio dopo l’uscita del libro “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…”.
Come mai la Newton ha cambiato l’ordine di quest’avvincente saga in Italia? 
Per dare l’opportunità ai lettori italiani, di leggere durante l’estate un libro estivo come “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House. L’amore può sbocciare nei posti più inaspettati…”, e durante il periodo natalizio e invernale, di leggere il nuovo libro “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…”, ambientato proprio, durante il periodo natalizio. 
Ma adesso, che vi ho svelato questa curiosità, è arrivato il momento di tornare a Dream Harbor, un luogo magico e affascinante allo stesso tempo, in cui gli abitanti si sostengono e aiutano, soprattutto nei momenti di difficoltà. 
Tutti gli abitanti di Dream Harbor sono pronti a festeggiare il Natale, ma che festa sarebbe senza gli alberi di Natale della fattoria più conosciuta della città? 

La protagonista del libro si chiama Kira North, una ragazza che si è trasferita da poco dalla Georgia a Dream Harbor. Kira, ha deciso di acquistare una fattoria di alberi di Natale a Dream Harbor, proprio lei che odia le festività e non è abituata al freddo e alla neve. 
E come mai, una ragazza che odia il Natale e il freddo, si è trasferita proprio a Dream Harbor? 
Kira ha sempre condiviso ogni cosa con sua sorella gemella Chloe, ma adesso qualcosa è cambiato… 
Chloe è sempre stata la più intelligente delle due e non avrebbe mai acquistato, quella fattoria da ristrutturare, senza prima averla fatta valutare e controllare da un’esperto. 
Ma Kira non è mai stata come Chloe, ha sempre agito d’impulso e per lei, Dream Harbor è l’occasione di mettersi completamente in gioco, sopratutto da quando la gemella si è sposata e trasferita in Danimarca. Per Kira non è stato facile separarsi dalla gemella, ma lei non poteva più impedire a Chloe di costruirsi una vita, anche se questo significava per Kira, abituarsi a stare senza di lei. 

Non era affatto così che sarebbero dovute andare le cose. Prima di tutto, non avrebbe dovuto essere sola. Insieme a lei doveva esserci sua sorella. La sua altra metà. La metà molto più competente, ragionevole e lucida. La sua gemella, nonché migliore amica dalla nascita. Chloe non avrebbe mai firmato, senza come minimo una visita e un’ispezione. Chloe avrebbe fatto domande come: perchè vuoi vivere in una fattoria nel New England, benché tu non abbia idea di come coltivare o cucinare o fare qualsiasi altra cosa da sola? Domanda a cui Kira non aveva alcun desiderio di rispondere. 
Perchè tutto il suo piano non era tanto un capriccio, quanto un ultimo tentativo di ricominciare, di allontanarsi il più possibile dalla sua vecchia vita, da quello che era prima. Non era un capriccio, ma una trasformazione radicale del genere di persona che aspirava a essere. 
Ma Chloe l’aveva abbandonata. Era scappata via, si era sposata. E per giunta si era trasferita in Danimarca. In Danimarca, figuriamoci! E cosa si poteva fare, quando la propria anima gemella, la propria metà, si trasformava nella metà di un’altra persona? 
Bè, a quanto pareva, si guardavano sui social troppi contenuti che inneggiavano a uno stile di vita genuino e autosufficiente, si decideva che era assolutamente alla propria portata, si usavano i soldi del fondo fiduciario per comprare una fattoria e, in sostanza, ci si rovinava la vita. E d’accordo, forse quel piano specifico era stato un po’ un capriccio…
Ma adesso eccola lì. Infelice e sola. E mezza congelata. 

Per questo motivo Kira ha lasciato la Georgia e tutti i comfort a cui era abituata, acquistando una fattoria a Dream Harbor, che necessita di qualche lavoro di ristrutturazione (a incominciare dalla caldaia che non funziona). Ma Kira non ha più soldi a disposizione, certo potrebbe chiedere aiuto alla sua famiglia e a sua sorella Chloe, ma questa volta desidera veramente cavarsela da sola. 
Ma un giorno, Kira incontra per caso, fuori dalla sua proprietà un ragazzo di ventisette anni, di nome Bennet, il fratello di Jeanie, che insieme ai suoi cani Piggy, Odie ed Elizabeth stavano facendo una passeggiata. 
Bennet è in vacanza a Dream Harbor per prendersi una pausa dalla sua vita in California. Bennet è un ragazzo molto buono e intelligente, disposto ad aiutare tutte le persone in difficoltà, soprattutto le ragazze di cui si innamora. E’ per questo che si era trasferito in California, per seguire Nicole, la ragazza che gli aveva fatto perdere la testa, che lo usava quando voleva lei, soprattutto durante le festività natalizia per non rimanere da sola. 

Finché non si alzò e guardò l’uomo che aveva portato quelle bestiole nella sua proprietà. Il sorriso le morì sulle labbra. Lui la stava fissando con un misto di confusione e orrore. 
Fu allora che Kira si ricordò dei suoi capelli non lavati, degli occhi rossi e della coperta che stava usando a mò di cappotto. Uffa. Che cavolo di giornata, di città, di gente! Erano ovunque! 
<<Sì, ecco, in realtà questa fattoria è mia>>, disse, raddrizzando la schiena. <<Perciò, sta violando la mia proprietà.>> 
Elizabeth guaì e Kira le grattò le orecchie. 
<<Non tu, tesoro. Tu non lo sapevi.>>
<<A dire il vero, non lo sapevo nemmeno io>><, ribatte l’uomo, con un abbozzo di sorriso. 
<<Com’è possibile? Lo sanno tutti, in questa città di impiccioni.>> 
Lui scrollò le spalle. <<Io non vivo in questa città di impiccioni.>> 
Kira si accigliò. <<Allora che ci fai qui?>> 
<<Sono in visita.>>
Non le piaceva il suo tono. Nè il suo viso, per dirla tutta. Era troppo… troppo… bella. Ma in modo terribilmente convenzionale. Troppa simmetria. Troppi capelli scuri e perfetti. Era irritante. 

Per Bennet, Dream Harbor, sarà l’occasione per allontanarsi da quel rapporto tossico e per godersi l’amore della sorella Jeanie. 
Il primo incontro tra Kira e Bennet, è tutt’altro che romantico, ma il destino sembra divertirsi a farli incrociare di nuovo, soprattutto se gli abitanti di quella folle cittadina, si sono messi in testa che nella fattoria il vecchio proprietario Edwin, aveva nascosto un cadavere o un tesoro prezioso. 
Bennet partecipa all’assemblea cittadina di Dream Harbor insieme a sua sorella Jeanie, e viene reclutato dagli abitanti di quella stravagante cittadina, preoccupati che la nuova arrivata si spaventasse per il ritrovamento di un cadavere. Alla fine, Bennet, si è ritrovato costretto ad accettare di recarsi alla fattoria di Kira per scoprire il tesoro della famiglia Edwin.
In realtà, Bennet non credeva che nella fattoria vi fosse un tesoro o un cadavere, ma voleva aiutare e rivedere quella ragazza, all’apparenza scontrosa ma molto dolce con i suoi cani. 
Quanto Bennet torna alla fattoria, la sua gentilezza e la sua voglia di aiutare cominciano a farsi strada nel cuore ostinato di Kira. Ma Kira non è mai stata con un bravo ragazzo come Bennet, che si preoccupa per lei ed è disposto ad aiutarla per non farle prendere troppo freddo. 

Le si leggeva in viso che era combattuta. Era ovvio che non voleva il suo aiuto, ma quella casa aveva più di un secolo e, a sentire Logan, era rimasta disabitata negli ultimi tre anni. Non era possibile che tutto funzionasse alla perfezione, lì dentro. 
Non che fossero affari suoi. Poteva semplicemente andarsene. Poteva dire a Jeanie e a quei pazzi dei suoi concittadini che non aveva trovato nulla, che non sarebbe tornato un’altra volta, che aveva del lavoro da fare. Bennet poteva andarsene e lasciare Kira lì con la sua nuova fattoria, i suoi occhi sgranati e zero clienti. Ma non sarebbe mai riuscito a smettere di chiedersi se lei fosse al sicuro in quella casa. […] 
Perciò, sì, Bennet voleva sistemare alcune cose per lei. Se lei glielo avesse permesso. Era così sbagliato? 

Lei lo guardò mentre raccoglieva gli attrezzi e fu colta da un accenno di panico. Non voleva che se ne andasse. Non voleva passare il resto della giornata da sola in quella casa fredda, in quella fattoria in rovina. 
Kira aveva una gemella. Aveva sempre pensato che stare da sola fosse una cosa contro la sua natura. Non era stata da sola nemmeno nel grembo materno. E ora eccola lì, che meditava di incatenare quel simpatico vicino al suo termosifone, solo per non dover affrontare un’altra cupa serata in solitudine. Non riusciva a smettere di sentirsi una persona a metà, come se una parte dei suoi organi fosse stata espiantata e portata in Danimarca. Il progetti della fattoria avrebbe dovuto aiutarla, avrebbe dovuto darle qualcosa che fosse veramente suo. Ma non stava funzionando. Da quasi tre mesi era una specie di Grinch che incombeva su Dream Harbor e non aveva alcun risultato da mostrare. 

Kira ha poco tempo a disposizione per vendere gli alberi di Natale, la città è in fermento per l’accensione dell’albero e lei è costretta a partecipare all’evento per comunicare a tutti che la sua fattoria è finalmente aperta. E’ così che Kira assume Iris Fraser (il lettore ritroverà la “vecchia” Iris, colei che odia ancora i bambini, prima di diventare la tata di Olive e di innamorarsi follemente di quella bambina e del padre Archer in “Nuovi inizi a Strawberry Patch Pancake House”), che l’aiuterà a vendere gli alberi di Natale. 
A poco a poco, Kira si ambienterà completamente a Dream Harbor, il luogo perfetto per innamorarsi e costruire nuove amicizie. 
Tra cioccolate calde, luci scintillanti e momenti di tenerezza sotto la neve, la convivenza forzata tra Kira e Bennet, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto più dolce… ma Bennet dopo Capodanno, deve ritornare in California…
Che cosa accadrà tra i due? 
Riuscirà Kira a far risplendere quell’antica fattoria e a dimostrare a sé stessa di essere speciale?
Davvero, nella fattoria c’è un tesoro o un cadavere? 

<<Io non voglio sistemare te. Non hai bisogno di essere sistemata.>>
Lei sbuffò, ma era chiaro che non faceva sul serio. Perciò lui le afferrò i polsi, per attirare la sua attenzione. 
<<Trovo fantastico che tu abbia ricominciato da capo, che stia cercando di migliorarti, ma non permettere mai a nessuno, neppure per un secondo di convincerti che hai bisogno di essere sistemata. Hai capito?>> La sua voce era più roca di quanto intendesse, ma aveva bisogno che lei se ne convincesse. Bennet aveva voluto aiutarla, tenerla al caldo e al sicuro, ma non aveva mai pensato che lei avesse bisogno che lui le sistemasse la vita. 

<<Prima posso fare una cosa?>> 
Kira inarcò un sopracciglio, con l’ombra di un sorriso sulle labbra, come se sapesse esattamente quali fossero le sue intenzioni. Come se lo volesse anche lei. 
<<Cos’è che vorresti fare, Bennet?>>
Lui le portò una mano sul viso, prendendole la mascella e affondando le dita tra i suoi capelli, sulla nuca. Lei socchiuse gli occhi.
<<Ci sono un sacco di cose che vorrei fare, ma che ne dici se cominciamo con questo?>>
Abbassò la testa e la baciò, un tocco gentile, un leggero sfioramento di labbra, così lieve da fargli percepire la delicata curva del suo sorriso. 

La scrittrice Laurie Gilmore, conosciuta da tutti i lettori per le sue appassionanti storie d’amore ambientate nella piccola città di Dream Harbor, dopo il successo di “Amori e segreti al Pumpkin Spice Caffè”, “Dolci misteri alla libreria Cinnamon Bun” e “Nuovi inizi a Strawbeery Patch Pancake House”, torna in libreria con “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…”.
Con “Una dolce magia a Dream Harbor. Un bacio sotto la neve può cambiare tutto…” il lettore si ritroverà avvolto nella neve a Dream Harbor, in pieno spirito natalizio e con una nuova storia d’amore tra Kira North e Bennet. 
I temi trattati sono le delusioni amorose, le paure, le fragilità, le amicizie, il senso di colpa, la crescita, il cambiamento, il rapporto tra sorelle gemelle, il Natale e l’amore che può nascere all’improvviso, sotto i fiocchi di neve. Con questa storia, il lettore imparerà che a volte, è necessario allontanarsi dagli agi, dalle comodità e dalla famiglia (come ha fatto la protagonista Kira), per cercare sé stessi, per cercare la propria strada. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, romantico e divertente, con il giusto tocco di spicci a rendere la storia più piccante e vivace. 
I personaggi sono strutturati molto bene, grazie alle ampie descrizioni fisiche e psicologiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di ritrovare alcuni “vecchi” personaggi dei libri precedenti, ma anche di affezionarsi a Kira e alla sua dolcezza per gli animali, al rapporto tra Kira e Chloe, ma anche al cuore d’oro di Bennet, un ragazzo serio ma con un lato provocante, che nasconde molto bene. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia d’amore ambientata durante il periodo natalizio a Dream Harbor, in cui due anime opposte come Kira e Bennet si incontrano, si sfidano e imparano a scaldarsi a vicenda sotto i fiocchi di neve. 
Non vedo l’ora di conoscere la prossima storia d’amore, ambientata in questa cittadina, a cui mi sono affezionata e che “sento” un po’ mia. 
Vi piacerebbe vivere a Dream Harbor?
Vi piacerebbe trovare un’amore come quello tra Kira e Bennet?
Fatemelo sapere nei commenti, 
Buona lettura 📚📚!!