“Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro

Titolo: Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista 
Autore: Sara Rattaro 
Casa Editrice: Piemme 
Data uscita: 7 Aprile 2026 
Pagine: 304 
Genere: Romanzo storico 

La mia esistenza è stata tutta così: mentre qualcuno portava via, qualcun altro portava dentro. E in quel continuo alternarsi di mani che tolgono e mani che offrono, io ho imparato la mia prima, grande lezione: si sopravvive. 
Sempre. 
Anche quando vieni al mondo senza una coperta. 
Il mio nome è Teresa, ma chiamatemi <<Chicchì.>>

Con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” la scrittrice Sara Rattaro, dà voce a una delle figure italiane più sorprendenti e dimenticate della storia: Teresa Mattei. 
Teresa Mattei (1921-2013) è nata a Genova da una famiglia antifascista, dalla madre Clara Friedmann e dal padre Ugo Mattei. I Mattei si erano trasferiti vicino a Varese, a causa del lavoro di Ugo. Il padre, era un avvocato e dirigente della Società telefonica Elettrica Ligure-Lombarda, chiamata “LA STELLA”, mentre il fascismo si diffondeva in ogni città italiana. 
Mussolini pretendeva una linea telefonica diretta tra Milano e Roma, per diffondere i suoi ordini il più velocemente possibile. Ma Mattei è sempre stato un uomo con una sua identità e non si era mai piegato a nessuna richiesta, nemmeno a quella di Mussolini. 

Perchè il coraggio, quello vero, non fa rumore e non chiede applausi. 

Teresa cresce con gli insegnamenti e ideali del padre, che spesso, la portano a scontrarsi con i dettami dell’epoca. 
La famiglia Mattei era una famiglia numerosa, composta da sette figli: Camillo e Gianfranco, erano i fratelli maggiori, poi c’era Teresa, Giovanni (Nino), Ida, Andrea e Mario. Secondo la madre Clara, dato che la vita era una sfida continua e dolorosa, aver dato alla luce sette figli, li avrebbe aiutati a sostenersi nel momento del bisogno. 
Quando Teresa aveva compiuto dodici anni, i Mattei furono “costretti” a trasferirsi da Varese a Firenze, precisamente a Bagno Ripoli, per allontanarsi dal controllo del regime fascista. Ugo Mattei, aveva capito che presto sarebbe scoppiata la guerra e Firenze, sarebbe stata la città ideale per la loro famiglia. 
Per Teresa, non fu facile lasciare Masnago, salutare i suoi amici, ma il padre le disse: <<Teresa il mondo va avanti solo perchè qualcuno ha il coraggio di non chinare la testa […] Io quella tessera non la prenderò mai. La mia anima non è in vendita.>> 
Grazie a queste parole, Teresa impara l’importanza di credere nelle proprie idee, di non piegare mai la testa. 
A Bagno Ripoli, i Mattei avevano acquistato una piccola tenuta, che gli avrebbe garantito cibo a sufficienza per sfamare l’intera famiglia. 
Ma la loro casa era aperta a tutte/i coloro che volevano raccontare la propria storia, come Giorgio La Pira, Natalia Ginzburg, Piero Calamandrei, Carlo Levi e Adriano Olivetti. 
E’ anche grazie a questi personaggi e ai loro discorsi, che Teresa Mattei aveva imparato a conoscere il significato della parola “libertà”. 

 

Ogni foglio che usciva da quella vecchia Olivetti, ogni parola battuta con pazienza, era un grido contro il regime. Non c’erano applausi, né testimoni. Solo la speranza che qualcuno, leggendo quelle frasi, si sentisse meno solo. 
Il nostro incendio era divampato e per alimentarlo sarebbe bastato tenere aperta una finestra. 

Tutti in paese sapevano che i Mattei non si allineavano ai dettami del regime, e una notte decisero di usare delle teglie per creare delle matrici, servendosi della macchina da scrivere Olivetti, per stampare volantini provocatori, contrari al fascismo che disperdevano nei luoghi pubblici o nelle cassette postali di Firenze. 
Durante la scuola media, Teresa è obbligata a indossare la divisa delle Giovani Italiane, anche se la detesta, ma ogni mercoledì pomeriggio era libera di vestirsi come voleva per andare nella biblioteca comunale, a perdersi tra le pagine dei libri. 
Ma il fascismo, controllava ogni cosa, dai sistemi di comunicazione, alla scuola e i testi, proibendo ed eliminando molti libri, considerati “sovversivi” e contrari al regime. 
Per questo motivo, Teresa sente crescere dentro di lei, una rabbia cieca nei confronti del fascismo, che si insinuava in ogni cosa. 

Il signor Gori, il bibliotecario, sollevò lo sguardo dal registro. Era un uomo che conosceva i libri e li trattava da amici. […] 
Ma quel giorno, nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Una stanchezza nuova, pesante. 
Guardai sugli scaffali. C’erano troppi spazi vuoti, denti mancanti in una bocca che non poteva più sorridere. 
Rimasi ferma. Mi sembrava di essere caduta in una favola dove il cattivo aveva rubato i libri invece dei bambini. 
<<Signor Gori?>> sussurrai. 
Lui chiuse il libro con calma. Si guardò intorno, temendo che anche i muri potessero spiarci, poi si chinò verso di me. 
<<Li hanno portati via>> disse piano. quasi senza fiato. <<Hanno detto che quei libri non sono in linea con le idee del fascismo.>> 
Il fascismo. Sempre lui. Quella parola la sentivo tutti i giorni ma lì, nella penombra della biblioteca, suonava come un nemico che ti entra in casa di notte. 
<<Ma erano solo libri…>> balbettai, incredula. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse avere paura di parole stampate su una pagina. 
Il signor Gori fece un sorriso triste.
<<I libri insegnano a pensare, Teresa. E chi comanda con la paura, i pensieri liberi non li sopporta.>> 
Quelle parole si incastrarono dentro di me, come spine sottopelle.

Nel maggio del 1938, Teresa dimostra di avere un coraggio fuori dal comune, durante la lezione del professor Santarelli, non riesce a trattenere la sua opinione contraria alla teoria delle razze. Per questo motivo, Teresa venne espulsa da ogni scuola del Regno e grazie a un’amico avvocato di famiglia, dato che la legge lo prevedeva, la ragazza decise di continuare a studiare da privatista. 

<<E’ un delirio…un’assurdità.>> 
Miriam mi guardò. I suoi occhi erano pieni di un misto di paura e gratitudine. L’aula sembrava congelata, imprigionata dalla paura. Eppure, io non potevo restare senza dire nulla. Non quel giorno, non davanti a quella menzogna travestita da lezione. Mi alzai, sentendo il cuore pulsare nelle tempie. 
<<Io esco. Non posso assistere a queste menzogne.>> La mia voce risuonò forte, quasi stonata nella mia stessa testa, ma non mi fermai a pensare. Uscii dall’aula con passo deciso, senza girarmi. 
Pochi minuti dopo, ero già nell’ufficio del preside, che mi guardava con gli occhi freddi, come se stesse osservando un insetto molesto. 
<<Signorina Mattei>> cominciò stringendo le labbra. <<Il suo comportamento è inaccettabile. Lei ha violato il regolamento scolastico e ha mostrato una grave mancanza di rispetto verso i suoi insegnanti.>> 
<<Ho solo espresso la mia opinione.>> Non cedetti. 
<<Non è un’opinione ammessa.>> Il preside si sporse in avanti. 
<<Ma è quella giusta>> gli risposi. 
Sapevo cosa sarebbe successo questa volta. Non l’avrei passata liscia come quel 6 Maggio trascorso in compagnia del bidello. 
Questa volta mi espulsero. Da tutte le scuole del regno. La decisione fu unanime e veloce, come se fossi un’altra pratica da archiviare. 

 

La guerra scoppiò, Mussolini trasmesse in radio il suo discorso autoritario e pieno di speranza. Da quel momento, ogni città aveva i segni della guerra, della distruzione, oltre che della fame. 
E’ così che Teresa diventa per tutti “Chicchì”, la staffetta partigiana che nascondeva i messaggi nell’orlo della gonna. Ogni chilometro che percorreva Teresa, con la sua bicicletta, era un passo verso la libertà, anche se estremamente pericoloso. 
Teresa venne imprigionata, violentata, ma non si è mai piegata al fascismo, dimostrando di essere una grande donna, disposta a resistere per avere la propria libertà. 

Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare via, lontano da quella stanza, ma ogni suono mi risucchiava indietro. Iniziarono a parlare tra loro. Poi a ridere finché uno di loro non si slacciò i pantaloni e si chinò su di me. Avvertii il suo fiato caldo e nauseante sul mio viso. Lui mi schiacciò la testa di lato contro il pavimento come se non mi volesse nemmeno guardare. 
Non fu solo dolore fisico, fu il modo in cui spogliarono la mia umanità, pezzo dopo pezzo. Mi sforzai di respirare, ma sembrava che l’aria stessa fosse stata contaminata, troppo densa e sporca per entrare nei polmoni. 
Mi violentarono in cinque. 
Uno dopo l’altro. 
Tanti modi diversi di andare in pezzi 

Fu come aver perso fiducia nelle proprietà delle cose. Nel salire le scale, nel lavarmi la faccia, nel piegare i vestiti. 
Poi, un giorno spalancai la finestra della mia piccola stanza e un profumo meraviglioso mi riempì le narici, i pensieri di quegli ultimi giorni iniziarono a liberarsi come schegge gelate che si staccano da un ghiacciaio. 
Non ero morta. 
Non mi avevano uccisa. 

Finita la guerra, Teresa viene eletta a solo venticinque anni (la più giovane delle ventuno donne presenti), all’Assemblea Costituente, per scrivere la Carta Costituente. 
Non è stato semplice per Teresa e le altre donne, dimostrare agli uomini il valore di una donna, ma ci riuscì battendosi per l’articolo 3 della Costituzione. 
E’ grazie a Teresa Mattei, se oggi l’articolo 3 si presenta così: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

Imparai. Imparai che per essere ascoltata, non bastava alzare la voce: bisognava restare. Resistere. Anche lì. 
E poi arrivavano i momenti che più amavo: quelli con le altre. 
Ci cercavamo con lo sguardo, come per ricordarci che non eravamo sole. 
<<Teresa, dobbiamo batterci insieme>> Mi disse Nilde Iotti stringendomi il braccio. Lo fece con una forza che cancellava ogni dubbio. <<Se non ora, quando?>> 
Sentii quella stretta scendere fino al cuore. In aula i dibattiti erano colpi secchi, fendenti che tentavano di zittirci. Ci guardavano con sufficienza, con quelle odiose espressioni da padri pronti a metterci in castigo se avessimo disobbedito. 
Ma quando parlavamo, il tono cambiava. Non era più la voce di una sola donna. 
Eravamo un coro. 
Dignità, diritti, parità. 
Ogni parola si alzava più forte della precedente. Ma quello che tutti gli uomini non capivano era che lì, in quel banco, non ero più soltanto la giovane Teresa, ero una delle ventuno donne incaricate di rappresentare tutte le altre italiane.
E lo avrei fatto. A qualunque costo. 

Teresa aveva lottato, insistito per far inserire nell’articolo 3 la parola “di fatto”, per evidenziare che la Repubblica doveva intervenire in modo concreto, onde evitare l’ineguaglianza tra i cittadini. 
Venne redatta la Costituzione e il 2 Giugno 1946, per la prima volta nella storia, alle donne fu concesso di votare al pari degli uomini. 
Un giorno, Teresa, decide di istituire la Giornata Internazionale della Donna e scelse come fiore: la mimosa, povera e resistente, come ogni donna. 
Ogni diritto che abbiamo noi oggi, è stato lottato, combattuto da Teresa Mattei e da molte altre donne, che hanno rischiato la propria vita per difendere i propri ideali. 

Perchè ci sono battaglie che si combattono lontano dai riflettori. E sono quelle che cambiano davvero le cose. Mi lasciai abbracciare da mio marito. C’è una sensazione di completamento nel finire tra le braccia di chi ami. E’ come il calore di un caminetto che riscalda una stanza o il ritrovare la strada di casa.

 

La scrittrice Sara Rattaro, autrice di numerosi romanzi di successo come “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via” (Premio Città di Rieti, 2014), “Niente è come te” (Premio Bancarella 2015). “Splendi più che puoi” (Premio Rapallo Carige, 2016), “L’amore addosso” (Premio Letteraria 2018), “Uomini che restano” (Premio Cimitile 2018), “Andiamo a vedere il giorno, “La giusta distanza”, “Una felicità semplice” e “Io sono Marie Curie”. 
La scrittrice Sara Rattaro torna in libreria con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista”, dando voce a una grande donna, di cui si parla troppo poco: Teresa Mattei. Teresa, non ha mai abbassato la testa, non ha mai scelto la strada più facile, ha sempre scelto la direzione coerente con i suoi principi. 
L’abilità e la bravura della scrittrice Sara Rattaro, sono evidenti sin da subito e dona al lettore la figura di Teresa, descritta minuziosamente, sempre presente e mai distante, vera, piena di passione, ideali, rabbia e paura. 
La storia è strutturata da capitoli brevi, ben documentati e che penetrano nel cuore e nell’anima di ogni lettore. 
I temi trattati sono molteplici: dalla Seconda Guerra Mondiale, ai pregiudizi, all’amicizia, la violenza, i libri, lo studio, la Resistenza, la libertà, i diritti, la Costituzione e la forza delle donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, profondo, intenso, umano, in grado di far catturare i lettori sin dalla prima pagina. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a donargli tratti umani realistici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere una donna forte come Teresa, che con coraggio si è battuta contro il fascismo, per far valere le sue idee.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia incisiva, capace di entrare nell’anima di ogni lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Rattaro per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di approfondire la storia di Teresa Mattei, colei da cui ogni donna deve apprendere molte cose, tra cui il coraggio di non arrendersi. 
Buona lettura 📖!!

“La nebbia e il fuoco” di Roberto Cotroneo

Titolo: La nebbia e il fuoco 
Autore: Roberto Cotroneo 
Casa Editrice: Feltrinelli Editore 
Collana: I narratori 
Data uscita: 15 Aprile 2025 
Pagine: 144 
Genere: Romanzo contemporaneo 

La nebbia e il fuoco sembravano irreali. 
Come se i colpi dei mitragliatori non potessero nuocere a nessuno, incapaci di attraversare la nebbia e anche di prendere qualche direzione. Persino le esplosioni sembrava avessero la sordina. Quel pomeriggio nessuno cadde ucciso. Risalita la nebbia si trovarono soltanto i bossoli. Erano una sessantina. I bambini nei giorni successivi li andavano a cercare e li mettevano dentro scatole di latta. Agitando le scatole diventavano strumenti musicali.
La nebbia spegneva il fuoco e la morte si allontanava come un’ombra.

Avete mai riflettuto sulla parola “insegnamento”? 
Quanti di voi, hanno avuto un insegnante che svolgeva con passione il proprio lavoro?
Sì, perchè insegnare non è solo spiegare un concetto, non è solo interrogare e riempire di compiti i propri alunni; insegnare è un insieme di parole, di concetti, in grado di instaurarsi nella mente di bambini, di adolescenti, che determineranno i propri pensieri e il futuro. 
Insegnare è un atto d’amore, è un fuoco che può bruciare subito, talvolta è necessario più tempo, anche anni, per capire a fondo le parole di un vecchio professore. 
Le parole sono un po’ come delle radici profonde, si insinuano in un angolo della nostra testa e al momento opportuno si ripresentano per farci riflettere e ragionare. 
Questo libro racconta la storia di un vecchio insegnate, diverso dagli altri, che ha fondato il suo insegnamento nella libertà, nella libertà di lasciare che i suoi studenti cercassero autonomamente gli autori, le citazioni che menzionava in classe. 

Se tutti quegli autori che aveva tenuto in disparte era giusto vi rimanessero, o ce li lasciava invece per il nostro futuro. Ce li lasciava perchè quel sistema della libertà era fatto di silenzio, e poi di qualche parola per puntellarlo, certo non per riempirlo. 
Sapeva non romperte l’equilibrio anche quando si metteva a spiegare per due ore.
“Il suono umano più perfetto è la parola; la letteratura, a sua volta, è la forma più perfetta di parola. E il cielo sceglie i più sensibili tra gli uomini e li fa risuonare.”

E’ così che il libro viene raccontato da un narratore, attraverso un flusso di pensieri che pensa al suo vecchio insegnate di inglese del liceo. 
Tutto inizia, quando il narratore dopo quarant’anni ritorna ad Alessandria, il paese in cui è nato, ma che proprio per il suo cielo cupo e grigio, rende le persone e i legami diversi. E’ così che il narratore incontra un suo vecchio amico di nome Giuseppe detto “Gepi”, che con l’indifferenza che contraddistingue Alessandria, si avvicina con la sua bicicletta alla voce narrante per raccontare una vecchia storia dimenticata. 
E’ così che il passato riemerge… In pochi minuti, Gepi racconta che il loro vecchio insegnante Aldo, aveva fatto parte della Resistenza. 

“Era una testa calda”, “Si dice che partecipò a una spedizione dove venne ucciso da un colonnello. Anche se doveva essere solo un’azione dimostrativa. Le cose andarono diversamente. Aldo aveva diciannove anni.” 

Dopo aver pronunciato queste poche parole, Gepi si era allontanato, quasi senza salutare, perchè ad Alessandria le persone non si salutano quasi mai. 
Il narratore si ritrova a riflettere sulle parole di Gepi: come erano arrivati a parlare di Aldo? E perchè Gepi, in pochi minuti aveva recuperato dal suo cervello quella vecchia storia? 
E’ così che il narratore si ritrova a compiere un viaggio nella memoria, storica e personale.

Si trattava di dare voce alla storia. E dare voce lascia sempre un residuo di emozione. Su quel residuo sto scrivendo questo libro. Ma so bene che non si tratta di un residuo. Possibile che io ricordi pochissime immagini dentro la classe? E che le parole che Aldo diceva siano entrate così in profondità nel mio modo di pensare la letteratura e la vita da impedirmi oggi di prenderle, isolarle, spostarle, farne un’immagine raccontabile? 
Mi muovo per frammenti. 

Un viaggio nella città in cui è nato, in cui non sente di essere mai stato felice, una città antieroica, quasi priva di misteri. Questa è Alessandria, con le vaste pianure pianeggianti, il cielo grigio pieno di nebbia, che appesantisce anche gli abitanti. 
E’ così che il narratore racconta Alessandria, la descrive con parole dirette, delineando anche i suoi abitanti. 

Alessandria non era una città per Aldo, c’è troppa pianura. Aldo era vissuto fino a sei anni in un luogo di montagne. Le montagne ti mettono di fronte a un problema da risolvere, varcano il tempo e ti rendono invulnerabile. Per questo la guerra partigiana è una storia di montagne, di una natura impervia che ti difende, ti nasconde. Le pianure al contrario sono spazi slavati, semplificano lo sguardo. Tutta Alessandria era uno spazio slavato, semplificato. 
Aldo invece non aveva niente di semplice, niente di prevedibile. 
Ma una cosa c’era, di Alessandria, che gli assomigliava: la nebbia. Anche la nebbia ti nasconde e ti difende. 

Ma Aldo, il vecchio insegnante d’inglese, aveva fatto veramente parte della Resistenza?
E’ impossibile ricostruire con certezza, dato che ai suoi alunni non gliene aveva mai parlato, non ci sono nemmeno documenti scritti, che riportano il suo nome…
Ma ciò che importa, non è tanto arrivare a quella verità, quanto ripercorrere i luoghi della memoria per arrivare alla memoria dei luoghi.
E’ così che il narratore, racconterà della lotta partigiana, della costruzione del primo GAP (Gruppo d’azione patriottica) del Nord Italia, della piccola impresa del nonno a Cittadella, ma anche della Borsalino, un tempo il centro nevralgico della città per la produzione di cappelli in feltro.
E’ così che il narratore giunge al fuoco della nostra mente, delle nostre passioni e dell’insegnamento…. ma non solo, il narratore racconta un episodio molto importante avvenuto ad Alessandria, in cui il fuoco e la nebbia sono stati i protagonisti della guerra di liberazione dai nazifascisti.

Aldo è il silenzio, l’oblio che è un diritto di tutti. Non quello di essere dimenticati, ma quello di lasciarsi ricordare davvero.
E’ l’ultimo soldato, l’ultimo partigiano sulle montagne, che però sa bene che la guerra è finita. 
Ma non vuole stare in prima fila.

Lo scrittore Roberto Cotroneo, autore di molti romanzi di successo come “Presto con fuoco” (1995, Premio selezione Campiello, Premio Fiesole), “Otranto” (1997), “Questo amore” (2006) e “Loro” (2021), giusto per citare qualche suo libro, torna in libreria con “La nebbia e il fuoco”. 
Roberto Cotroneo in “La nebbia e il fuoco”, racconta la storia di Aldo, il suo insegnante d’inglese del liceo che ha alle spalle un passato da partigiano. Cotroneo ripercorre un viaggio, un viaggio alla riscoperta della storia e dell’insegnamento. 
I temi trattati sono la storia, il GAP (Gruppo d’azione patriottica), l’importanza delle parole, il passato, il presente e il futuro, la scrittura, la libertà, Alessandria e l’insegnamento. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, diretto; questo libro non è una biografia, è molte cose, un flusso di parole, di ricordi dello scrittore che ha deciso di raccontare l’importanza dell’insegnamento e come le parole si insediano nella mente. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro in cui l’insegnamento, le parole e la storia sono i protagonisti. E’ così che il lettore imparerà a conoscere Alessandria, ma anche il professore Aldo, un uomo che insegnava la letteratura tra i banchi, senza dare nessun voto. 
Aldo, poneva delle domande ai suoi alunni su alcuni autori da Antonio Tabucchi a Javier Marías, lasciando che le loro parole entrassero nella loro mente, in modo libero. 
Avete mai avuto un insegnante come Aldo?
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!