“Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro

Titolo: Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista 
Autore: Sara Rattaro 
Casa Editrice: Piemme 
Data uscita: 7 Aprile 2026 
Pagine: 304 
Genere: Romanzo storico 

La mia esistenza è stata tutta così: mentre qualcuno portava via, qualcun altro portava dentro. E in quel continuo alternarsi di mani che tolgono e mani che offrono, io ho imparato la mia prima, grande lezione: si sopravvive. 
Sempre. 
Anche quando vieni al mondo senza una coperta. 
Il mio nome è Teresa, ma chiamatemi <<Chicchì.>>

Con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” la scrittrice Sara Rattaro, dà voce a una delle figure italiane più sorprendenti e dimenticate della storia: Teresa Mattei. 
Teresa Mattei (1921-2013) è nata a Genova da una famiglia antifascista, dalla madre Clara Friedmann e dal padre Ugo Mattei. I Mattei si erano trasferiti vicino a Varese, a causa del lavoro di Ugo. Il padre, era un avvocato e dirigente della Società telefonica Elettrica Ligure-Lombarda, chiamata “LA STELLA”, mentre il fascismo si diffondeva in ogni città italiana. 
Mussolini pretendeva una linea telefonica diretta tra Milano e Roma, per diffondere i suoi ordini il più velocemente possibile. Ma Mattei è sempre stato un uomo con una sua identità e non si era mai piegato a nessuna richiesta, nemmeno a quella di Mussolini. 

Perchè il coraggio, quello vero, non fa rumore e non chiede applausi. 

Teresa cresce con gli insegnamenti e ideali del padre, che spesso, la portano a scontrarsi con i dettami dell’epoca. 
La famiglia Mattei era una famiglia numerosa, composta da sette figli: Camillo e Gianfranco, erano i fratelli maggiori, poi c’era Teresa, Giovanni (Nino), Ida, Andrea e Mario. Secondo la madre Clara, dato che la vita era una sfida continua e dolorosa, aver dato alla luce sette figli, li avrebbe aiutati a sostenersi nel momento del bisogno. 
Quando Teresa aveva compiuto dodici anni, i Mattei furono “costretti” a trasferirsi da Varese a Firenze, precisamente a Bagno Ripoli, per allontanarsi dal controllo del regime fascista. Ugo Mattei, aveva capito che presto sarebbe scoppiata la guerra e Firenze, sarebbe stata la città ideale per la loro famiglia. 
Per Teresa, non fu facile lasciare Masnago, salutare i suoi amici, ma il padre le disse: <<Teresa il mondo va avanti solo perchè qualcuno ha il coraggio di non chinare la testa […] Io quella tessera non la prenderò mai. La mia anima non è in vendita.>> 
Grazie a queste parole, Teresa impara l’importanza di credere nelle proprie idee, di non piegare mai la testa. 
A Bagno Ripoli, i Mattei avevano acquistato una piccola tenuta, che gli avrebbe garantito cibo a sufficienza per sfamare l’intera famiglia. 
Ma la loro casa era aperta a tutte/i coloro che volevano raccontare la propria storia, come Giorgio La Pira, Natalia Ginzburg, Piero Calamandrei, Carlo Levi e Adriano Olivetti. 
E’ anche grazie a questi personaggi e ai loro discorsi, che Teresa Mattei aveva imparato a conoscere il significato della parola “libertà”. 

 

Ogni foglio che usciva da quella vecchia Olivetti, ogni parola battuta con pazienza, era un grido contro il regime. Non c’erano applausi, né testimoni. Solo la speranza che qualcuno, leggendo quelle frasi, si sentisse meno solo. 
Il nostro incendio era divampato e per alimentarlo sarebbe bastato tenere aperta una finestra. 

Tutti in paese sapevano che i Mattei non si allineavano ai dettami del regime, e una notte decisero di usare delle teglie per creare delle matrici, servendosi della macchina da scrivere Olivetti, per stampare volantini provocatori, contrari al fascismo che disperdevano nei luoghi pubblici o nelle cassette postali di Firenze. 
Durante la scuola media, Teresa è obbligata a indossare la divisa delle Giovani Italiane, anche se la detesta, ma ogni mercoledì pomeriggio era libera di vestirsi come voleva per andare nella biblioteca comunale, a perdersi tra le pagine dei libri. 
Ma il fascismo, controllava ogni cosa, dai sistemi di comunicazione, alla scuola e i testi, proibendo ed eliminando molti libri, considerati “sovversivi” e contrari al regime. 
Per questo motivo, Teresa sente crescere dentro di lei, una rabbia cieca nei confronti del fascismo, che si insinuava in ogni cosa. 

Il signor Gori, il bibliotecario, sollevò lo sguardo dal registro. Era un uomo che conosceva i libri e li trattava da amici. […] 
Ma quel giorno, nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Una stanchezza nuova, pesante. 
Guardai sugli scaffali. C’erano troppi spazi vuoti, denti mancanti in una bocca che non poteva più sorridere. 
Rimasi ferma. Mi sembrava di essere caduta in una favola dove il cattivo aveva rubato i libri invece dei bambini. 
<<Signor Gori?>> sussurrai. 
Lui chiuse il libro con calma. Si guardò intorno, temendo che anche i muri potessero spiarci, poi si chinò verso di me. 
<<Li hanno portati via>> disse piano. quasi senza fiato. <<Hanno detto che quei libri non sono in linea con le idee del fascismo.>> 
Il fascismo. Sempre lui. Quella parola la sentivo tutti i giorni ma lì, nella penombra della biblioteca, suonava come un nemico che ti entra in casa di notte. 
<<Ma erano solo libri…>> balbettai, incredula. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse avere paura di parole stampate su una pagina. 
Il signor Gori fece un sorriso triste.
<<I libri insegnano a pensare, Teresa. E chi comanda con la paura, i pensieri liberi non li sopporta.>> 
Quelle parole si incastrarono dentro di me, come spine sottopelle.

Nel maggio del 1938, Teresa dimostra di avere un coraggio fuori dal comune, durante la lezione del professor Santarelli, non riesce a trattenere la sua opinione contraria alla teoria delle razze. Per questo motivo, Teresa venne espulsa da ogni scuola del Regno e grazie a un’amico avvocato di famiglia, dato che la legge lo prevedeva, la ragazza decise di continuare a studiare da privatista. 

<<E’ un delirio…un’assurdità.>> 
Miriam mi guardò. I suoi occhi erano pieni di un misto di paura e gratitudine. L’aula sembrava congelata, imprigionata dalla paura. Eppure, io non potevo restare senza dire nulla. Non quel giorno, non davanti a quella menzogna travestita da lezione. Mi alzai, sentendo il cuore pulsare nelle tempie. 
<<Io esco. Non posso assistere a queste menzogne.>> La mia voce risuonò forte, quasi stonata nella mia stessa testa, ma non mi fermai a pensare. Uscii dall’aula con passo deciso, senza girarmi. 
Pochi minuti dopo, ero già nell’ufficio del preside, che mi guardava con gli occhi freddi, come se stesse osservando un insetto molesto. 
<<Signorina Mattei>> cominciò stringendo le labbra. <<Il suo comportamento è inaccettabile. Lei ha violato il regolamento scolastico e ha mostrato una grave mancanza di rispetto verso i suoi insegnanti.>> 
<<Ho solo espresso la mia opinione.>> Non cedetti. 
<<Non è un’opinione ammessa.>> Il preside si sporse in avanti. 
<<Ma è quella giusta>> gli risposi. 
Sapevo cosa sarebbe successo questa volta. Non l’avrei passata liscia come quel 6 Maggio trascorso in compagnia del bidello. 
Questa volta mi espulsero. Da tutte le scuole del regno. La decisione fu unanime e veloce, come se fossi un’altra pratica da archiviare. 

 

La guerra scoppiò, Mussolini trasmesse in radio il suo discorso autoritario e pieno di speranza. Da quel momento, ogni città aveva i segni della guerra, della distruzione, oltre che della fame. 
E’ così che Teresa diventa per tutti “Chicchì”, la staffetta partigiana che nascondeva i messaggi nell’orlo della gonna. Ogni chilometro che percorreva Teresa, con la sua bicicletta, era un passo verso la libertà, anche se estremamente pericoloso. 
Teresa venne imprigionata, violentata, ma non si è mai piegata al fascismo, dimostrando di essere una grande donna, disposta a resistere per avere la propria libertà. 

Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare via, lontano da quella stanza, ma ogni suono mi risucchiava indietro. Iniziarono a parlare tra loro. Poi a ridere finché uno di loro non si slacciò i pantaloni e si chinò su di me. Avvertii il suo fiato caldo e nauseante sul mio viso. Lui mi schiacciò la testa di lato contro il pavimento come se non mi volesse nemmeno guardare. 
Non fu solo dolore fisico, fu il modo in cui spogliarono la mia umanità, pezzo dopo pezzo. Mi sforzai di respirare, ma sembrava che l’aria stessa fosse stata contaminata, troppo densa e sporca per entrare nei polmoni. 
Mi violentarono in cinque. 
Uno dopo l’altro. 
Tanti modi diversi di andare in pezzi 

Fu come aver perso fiducia nelle proprietà delle cose. Nel salire le scale, nel lavarmi la faccia, nel piegare i vestiti. 
Poi, un giorno spalancai la finestra della mia piccola stanza e un profumo meraviglioso mi riempì le narici, i pensieri di quegli ultimi giorni iniziarono a liberarsi come schegge gelate che si staccano da un ghiacciaio. 
Non ero morta. 
Non mi avevano uccisa. 

Finita la guerra, Teresa viene eletta a solo venticinque anni (la più giovane delle ventuno donne presenti), all’Assemblea Costituente, per scrivere la Carta Costituente. 
Non è stato semplice per Teresa e le altre donne, dimostrare agli uomini il valore di una donna, ma ci riuscì battendosi per l’articolo 3 della Costituzione. 
E’ grazie a Teresa Mattei, se oggi l’articolo 3 si presenta così: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

Imparai. Imparai che per essere ascoltata, non bastava alzare la voce: bisognava restare. Resistere. Anche lì. 
E poi arrivavano i momenti che più amavo: quelli con le altre. 
Ci cercavamo con lo sguardo, come per ricordarci che non eravamo sole. 
<<Teresa, dobbiamo batterci insieme>> Mi disse Nilde Iotti stringendomi il braccio. Lo fece con una forza che cancellava ogni dubbio. <<Se non ora, quando?>> 
Sentii quella stretta scendere fino al cuore. In aula i dibattiti erano colpi secchi, fendenti che tentavano di zittirci. Ci guardavano con sufficienza, con quelle odiose espressioni da padri pronti a metterci in castigo se avessimo disobbedito. 
Ma quando parlavamo, il tono cambiava. Non era più la voce di una sola donna. 
Eravamo un coro. 
Dignità, diritti, parità. 
Ogni parola si alzava più forte della precedente. Ma quello che tutti gli uomini non capivano era che lì, in quel banco, non ero più soltanto la giovane Teresa, ero una delle ventuno donne incaricate di rappresentare tutte le altre italiane.
E lo avrei fatto. A qualunque costo. 

Teresa aveva lottato, insistito per far inserire nell’articolo 3 la parola “di fatto”, per evidenziare che la Repubblica doveva intervenire in modo concreto, onde evitare l’ineguaglianza tra i cittadini. 
Venne redatta la Costituzione e il 2 Giugno 1946, per la prima volta nella storia, alle donne fu concesso di votare al pari degli uomini. 
Un giorno, Teresa, decide di istituire la Giornata Internazionale della Donna e scelse come fiore: la mimosa, povera e resistente, come ogni donna. 
Ogni diritto che abbiamo noi oggi, è stato lottato, combattuto da Teresa Mattei e da molte altre donne, che hanno rischiato la propria vita per difendere i propri ideali. 

Perchè ci sono battaglie che si combattono lontano dai riflettori. E sono quelle che cambiano davvero le cose. Mi lasciai abbracciare da mio marito. C’è una sensazione di completamento nel finire tra le braccia di chi ami. E’ come il calore di un caminetto che riscalda una stanza o il ritrovare la strada di casa.

 

La scrittrice Sara Rattaro, autrice di numerosi romanzi di successo come “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via” (Premio Città di Rieti, 2014), “Niente è come te” (Premio Bancarella 2015). “Splendi più che puoi” (Premio Rapallo Carige, 2016), “L’amore addosso” (Premio Letteraria 2018), “Uomini che restano” (Premio Cimitile 2018), “Andiamo a vedere il giorno, “La giusta distanza”, “Una felicità semplice” e “Io sono Marie Curie”. 
La scrittrice Sara Rattaro torna in libreria con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista”, dando voce a una grande donna, di cui si parla troppo poco: Teresa Mattei. Teresa, non ha mai abbassato la testa, non ha mai scelto la strada più facile, ha sempre scelto la direzione coerente con i suoi principi. 
L’abilità e la bravura della scrittrice Sara Rattaro, sono evidenti sin da subito e dona al lettore la figura di Teresa, descritta minuziosamente, sempre presente e mai distante, vera, piena di passione, ideali, rabbia e paura. 
La storia è strutturata da capitoli brevi, ben documentati e che penetrano nel cuore e nell’anima di ogni lettore. 
I temi trattati sono molteplici: dalla Seconda Guerra Mondiale, ai pregiudizi, all’amicizia, la violenza, i libri, lo studio, la Resistenza, la libertà, i diritti, la Costituzione e la forza delle donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, profondo, intenso, umano, in grado di far catturare i lettori sin dalla prima pagina. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a donargli tratti umani realistici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere una donna forte come Teresa, che con coraggio si è battuta contro il fascismo, per far valere le sue idee.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia incisiva, capace di entrare nell’anima di ogni lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Rattaro per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di approfondire la storia di Teresa Mattei, colei da cui ogni donna deve apprendere molte cose, tra cui il coraggio di non arrendersi. 
Buona lettura 📖!!

“La signora del Neroli” di Chiara Ferraris

Titolo: La signora dei Neroli 
Autore: Chiara Ferraris 
Casa Editrice: Piemme 
Collana: Original Tascabili Piemme 
Data uscita: 24 Giugno 2025 
Pagine: 448 
Genere: Romanzo contemporaneo 

La vecia ha predetto la gelata o, meglio ha predetto che l’annata non sarebbe stata buona. 
Lei sa capire gli eventi. Non in maniera precisa, più che altro sono indicazioni. In tanti si rivolgono a lei, per farsi togliere il malocchio o farsi leggere la mano, e tutti credono che dica la verità.
Io, invece, l’ho sempre guardata con sospetto. Neanche volevo che leggesse, la mia mano, quella sera, alla festa di fine raccolta. […] 
La donna ha afferrato il mio palmo, l’ha osservato con scrupolosità, ha strizzato gli occhi e le rughe si sono centuplicate sulla sua fronte. Poi con un dito ha cominciato a seguire una linea, sfiorando appena la pelle con l’unghia. 
Solletico. 
Voglia di ritrarre la mano e ridere. 
<<Una frattura>> ha detto, indicando un punto preciso, che ho osservato senza capirci niente. <<Una frattura che spezza ogni legame con il passato.>> 
Non sembrava una bella notizia, detta così. Ma era difficile intuire se fosse presagio di una sorte cattiva, la vecia non ha aggiunto una parola e la sua espressione è rimasta imperturbabile come in ogni altra occasione. 
Ho guardato il punto che mi ha indicato e no, non ci ho visto nulla di strano. 
Anche oggi osservo quel punto. 
Tutto il mio destino è racchiuso nei miei palmi. Lo so benissimo, questo. Ma non scritto su una linea che si spezza. Non credo a queste sciocchezze, sono solo superstizioni. Credo nelle mie mani, perchè sanno fare bene il loro lavoro e perchè sono operose. 
Per nessun altro motivo.

La narrazione del libro si svolge a Vallebona, un paesino sul litorale al confine tra Italia e Francia, conosciuto da tutti per i suoi profumatissimi e pregiati alberi d’arancio amaro.
Immaginatevi, delle terrazze vastissime, che si arrampicano sulle colline, dove spiccano gli aranci… Lasciatevi travolgere dal profumo dei fiori d’arancio, con la loro fragranza dolce, floreale e leggermente agrumata!! 

Il nostro villaggio non è molto distante dall’aranceto e, per la strada, ci andiamo a unire alle raccoglitrici che arrivano da villaggi più lontani, addirittura qualcuna dal Piemonte. Ci sono anche molti uomini, qualche ragazzo. 
Mi avvicino a un gruppetto di mie coetanee. Non esiste momento migliore per dare uno sguardo ai giovanotti degli altri paesi, imbastire qualche conoscenza da approfondire durante la raccolta e, eventualmente, da concretizzare alla raccolta successiva. I matrimoni, da queste parti, nascono tutti così: allo sbocciare dei fiori d’arancio, sotto le fronde degli alberi, nel giro di una quindicina di giorni. Se le famiglie sono d’accordo, saranno i padri, poi, ad accordarsi, ma rimane nell’aria l’idea che una simpatia sorta durante la raccolta non possa che essere propizia. 

La protagonista del libro si chiama Emma, una raccoglitrice che insieme alle sue sorelle, porta avanti le tradizioni di famiglia. La madre di Emma, proprio come lei, era una raccoglitrice molto brava, grazie alle sue mani piccole che le permettevano di raccogliere velocemente e con delicatezza, i fiori d’arancio senza rovinarli. 
Emma ha ereditato dalla madre le mani piccole, di cui è orgogliosa e che la fanno essere un’ottima raccoglitrice. Ma Emma, non ha solo le mani piccole, ma è anche molto intelligente e svelta, in grado di raccogliere con agilità e precisione i fiori d’arancio. 
La sorella maggiore di Emma, Bianca, si è sposata da neanche un anno con un ragazzo di nome Giuseppe e presto diventeranno genitori. Solitamente, era Bianca a selezionare le sorelle con maggiori capacità per la raccolta, ma adesso, questo compito così gravoso e difficile, spetta ad Emma. 
Emma deve scegliere quali delle sue sorelle tra Elisabetta, Iolanda, Amelia e Tea, parteciperanno alla raccolta. Non è facile né piacevole scegliere, ma ormai Emma è cresciuta ed è pronta ad assumersi questa nuova responsabilità. 

Raccogliere fiori d’arancio è un privilegio. La famiglia di mia madre lo fa da generazioni e continueremo a farlo finché ci saranno figlie femmine con le mani piccole. 

Elisabetta è più piccola di un anno rispetto ad Emma, ma ha ereditato dal padre le mani tozze ed Emma, decide che sua sorella sarà una raccoglitrice, ancora per un anno per la pace familiare, visti i continui litigi tra loro due. 
Anche Iolanda e Amelia quest’anno saranno raccoglitrici, mentre Tea, è ancora piccola e si limiterà ad aiutare a dividere i fiori dai rametti. 
Emma e le sorelle arrivano nella tenuta dei Fontana, una famiglia benestante, conosciuta per i suoi fiori d’arancio, usati in pasticceria, ma anche il neroli, un’essenza molto pregiata impiegata in profumeria. 
Emma e la sua famiglia, lavorano da anni per i Fontana, e conosce bene ognuno di loro: da Tancredi a sua moglie Giulia, che gestiscono l’attività e la madre Viola, una signora anziana che partecipa attivamente alla raccolta. 
Mentre Emma, posizionava i teli sotto gli alberi d’arancio, aveva notato un fiore schiudersi e lo aveva immediatamente comunicato alla signora Viola, che aveva il compito di iniziare la raccolta. 
Emma si inebria del forte aroma dei fiori, macchia le dita dell’olio profumato che la famiglia Fontana distilla, compie ogni gesto con rigorosità. 
Durante la raccolta, Emma incontra Domenico, il figlio dei signori Fontana, che sin da bambina l’ha sempre tormentata con scherzi e giochi e ora, invece, sembra volerle stare vicino per altri motivi. 

Sorrido imbarazzata, e intanto mi domando se queste siano le promesse che si scambiano tutte le coppie quando si comincia a parlare di matrimonio. Anche Bianca ha sentito le stesse parole? E cosa significano?
In cosa risiede, davvero, questa felicità? 
Io, se penso alla felicità, penso alle zagare appena schiuse, al loro profumo che invade le cantine con un’intensità tale da nauseare, far girare la testa, penso ai bocchettoni d’acqua ai fiori d’arancio, l’aiga de sicure de sitrun, come la chiamiamo a Vallebona, pronta per essere venduta nelle pasticcerie. Penso agli alberi da curare, ai teli di stoffa bianca che vengono stesi al sole, e poi lavati e ripiegati, penso ai dolci preparati con l’acqua, al gusto che hanno, un amalgama impastato con la fatica delle raccoglitrici.

Ma Emma ha un legame viscerale con gli aranci, non è disposta a rinunciare al suo compito di raccoglitrice, neanche per l’amore. 
Durante la raccolta, Emma propone alla signora Viola di produrre lo sciroppo di rose e grazie a quest’idea, la famiglia Fontana, inizierà questa nuova attività, affidando proprio alla protagonista il lavoro. 
Nel mentre, il signor Tancredi, ha allontanato il figlio Domenico, per il suo temperamento e la capacità di allontanare i migliori istitutori. Domenico, in quanto futuro erede dei Fontana, deve studiare in collegio e imparare a gestire l’attività di famiglia. 
Emma si ritroverà con il cuore spezzato, ma nella sua terra, con i suoi fiori d’arancio e una nuova attività, riuscirà a colmare il distacco con Domenico. 
Mentre Emma si trova dai Fontana, arriva un ospite inatteso: Giordano, nipote di Tancredi e cugino di Domenico, viene da Torino dove ha studiato per molti anni per diventare avvocato. 
Giordano è molto diverso da Domenico, ha un passato molto difficile e conosciuto da tutti gli abitanti di Vallebona, ma ha avuto la fortuna di ricevere il sostegno di Tancredi e della moglie Giulia. 
E’ così che Emma, inizierà a provare qualcosa per Giordano, un sentimento nuovo e che non aveva mai provato, nemmeno per Domenico. 
Ma Giordano vive a Torino, una città diversa da Vallebona e Emma non vuole rinunciare a essere una raccoglitrice, non vuole rinunciare ai suoi fiori d’arancio. 
Che cosa accadrà tra Emma e Giordano? 
E se, dovesse ritornare Domenico? Che cosa proverebbe Emma? 

Vorrei concludere che non ho altro. Che i fiori d’arancio sono tutto ciò che ho. Che se sono qualcuno, per i Fontana, per la mia famiglia, per la gente del paese, è solo perchè faccio questo. Se non avessi questo, sarei una come tante altre, la mia vita sarebbe insignificante. Mi giro a guardarlo. Come posso spiegare a quest’uomo, istruito e colto, che ha studiato con i migliori precettori a Torino, che conosce la città, i luoghi più prestigiosi, che probabilmente ha conoscenze nelle sfere più alte della società, come faccio a dirgli che queste piante intorno a noi sono tutta la mia vita?
Aspetto la raccolta tutto l’anno, vivo in funzione del periodo dei fiori e quando tutto finisce la mia vita sembra rinchiudersi su sé stessa, tornare piccola, minuscola un granello di sabbia in una spiaggia immensa. 

<<Questo mi rende libera. E mi rende diversa.>> Riabbasso lo sguardo che fino a ora ho tenuto incollato al suo. 
<<Anche ai suoi occhi>> 
Giordano si avvicina di volata e mi afferra il volto tra le mani. 
<<Non sa quanto.>>
Poi ci baciamo.

La scrittrice Chiara Ferraris dopo il successo del suo primo romanzo “L’impromissa”, semifinalista al John Fante Opera Prima 2020 e finalista al Premio Letterario Città di Rieti, e di “Anime Qualunque” (Sperling & Kupfer, 2022) e “Lady Montagu. Le cicatrici del cuore” (Morellini Editore, 2023), torna in libreria con “La signora del Neroli”. 
“La signora del Neroli” è un romanzo familiare, ambientato sul litorale ligure, che racconta la storia di una grande donna: Emma. Emma è una donna intelligente, coraggiosa, disposta a tutto per difendere la sua terra e il suo lavoro che ama, anche a sacrificare l’amore. 
La scrittrice Chiara Ferraris, racconta una storia di rivalsa e di affermazione, evidenziando le difficoltà di una donna per emergere e far valere i propri diritti e passioni. 
I temi trattati sono i rapporti familiari, le amicizie, l’amore, la violenza sessuale, l’emancipazione femminile, l’America e l’immigrazione, il coraggio, la raccolta e la produzione dei fiori d’arancio. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, magistrale, emozionante e ogni parola esprime una figura poetica, un colore, un profumo che si insinua nella mente del lettore e gli fa immaginare ogni scena.
I personaggi sono strutturati molto bene, dalla protagonista ai personaggi secondari, ma fondamentali per lo sviluppo della storia. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia emozionante, struggente e appassionante, di una donna che ama il suo lavoro e non è disposta a sacrificarlo per l’amore. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che amano le storie familiari, a chi desidera visitare Vallebona e sentire il profumo dolce e agrumeto dei fiori d’arancio. 
Buona lettura 📚📚!!