“Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” di Sara Rattaro

Titolo: Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista 
Autore: Sara Rattaro 
Casa Editrice: Piemme 
Data uscita: 7 Aprile 2026 
Pagine: 304 
Genere: Romanzo storico 

La mia esistenza è stata tutta così: mentre qualcuno portava via, qualcun altro portava dentro. E in quel continuo alternarsi di mani che tolgono e mani che offrono, io ho imparato la mia prima, grande lezione: si sopravvive. 
Sempre. 
Anche quando vieni al mondo senza una coperta. 
Il mio nome è Teresa, ma chiamatemi <<Chicchì.>>

Con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista” la scrittrice Sara Rattaro, dà voce a una delle figure italiane più sorprendenti e dimenticate della storia: Teresa Mattei. 
Teresa Mattei (1921-2013) è nata a Genova da una famiglia antifascista, dalla madre Clara Friedmann e dal padre Ugo Mattei. I Mattei si erano trasferiti vicino a Varese, a causa del lavoro di Ugo. Il padre, era un avvocato e dirigente della Società telefonica Elettrica Ligure-Lombarda, chiamata “LA STELLA”, mentre il fascismo si diffondeva in ogni città italiana. 
Mussolini pretendeva una linea telefonica diretta tra Milano e Roma, per diffondere i suoi ordini il più velocemente possibile. Ma Mattei è sempre stato un uomo con una sua identità e non si era mai piegato a nessuna richiesta, nemmeno a quella di Mussolini. 

Perchè il coraggio, quello vero, non fa rumore e non chiede applausi. 

Teresa cresce con gli insegnamenti e ideali del padre, che spesso, la portano a scontrarsi con i dettami dell’epoca. 
La famiglia Mattei era una famiglia numerosa, composta da sette figli: Camillo e Gianfranco, erano i fratelli maggiori, poi c’era Teresa, Giovanni (Nino), Ida, Andrea e Mario. Secondo la madre Clara, dato che la vita era una sfida continua e dolorosa, aver dato alla luce sette figli, li avrebbe aiutati a sostenersi nel momento del bisogno. 
Quando Teresa aveva compiuto dodici anni, i Mattei furono “costretti” a trasferirsi da Varese a Firenze, precisamente a Bagno Ripoli, per allontanarsi dal controllo del regime fascista. Ugo Mattei, aveva capito che presto sarebbe scoppiata la guerra e Firenze, sarebbe stata la città ideale per la loro famiglia. 
Per Teresa, non fu facile lasciare Masnago, salutare i suoi amici, ma il padre le disse: <<Teresa il mondo va avanti solo perchè qualcuno ha il coraggio di non chinare la testa […] Io quella tessera non la prenderò mai. La mia anima non è in vendita.>> 
Grazie a queste parole, Teresa impara l’importanza di credere nelle proprie idee, di non piegare mai la testa. 
A Bagno Ripoli, i Mattei avevano acquistato una piccola tenuta, che gli avrebbe garantito cibo a sufficienza per sfamare l’intera famiglia. 
Ma la loro casa era aperta a tutte/i coloro che volevano raccontare la propria storia, come Giorgio La Pira, Natalia Ginzburg, Piero Calamandrei, Carlo Levi e Adriano Olivetti. 
E’ anche grazie a questi personaggi e ai loro discorsi, che Teresa Mattei aveva imparato a conoscere il significato della parola “libertà”. 

 

Ogni foglio che usciva da quella vecchia Olivetti, ogni parola battuta con pazienza, era un grido contro il regime. Non c’erano applausi, né testimoni. Solo la speranza che qualcuno, leggendo quelle frasi, si sentisse meno solo. 
Il nostro incendio era divampato e per alimentarlo sarebbe bastato tenere aperta una finestra. 

Tutti in paese sapevano che i Mattei non si allineavano ai dettami del regime, e una notte decisero di usare delle teglie per creare delle matrici, servendosi della macchina da scrivere Olivetti, per stampare volantini provocatori, contrari al fascismo che disperdevano nei luoghi pubblici o nelle cassette postali di Firenze. 
Durante la scuola media, Teresa è obbligata a indossare la divisa delle Giovani Italiane, anche se la detesta, ma ogni mercoledì pomeriggio era libera di vestirsi come voleva per andare nella biblioteca comunale, a perdersi tra le pagine dei libri. 
Ma il fascismo, controllava ogni cosa, dai sistemi di comunicazione, alla scuola e i testi, proibendo ed eliminando molti libri, considerati “sovversivi” e contrari al regime. 
Per questo motivo, Teresa sente crescere dentro di lei, una rabbia cieca nei confronti del fascismo, che si insinuava in ogni cosa. 

Il signor Gori, il bibliotecario, sollevò lo sguardo dal registro. Era un uomo che conosceva i libri e li trattava da amici. […] 
Ma quel giorno, nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Una stanchezza nuova, pesante. 
Guardai sugli scaffali. C’erano troppi spazi vuoti, denti mancanti in una bocca che non poteva più sorridere. 
Rimasi ferma. Mi sembrava di essere caduta in una favola dove il cattivo aveva rubato i libri invece dei bambini. 
<<Signor Gori?>> sussurrai. 
Lui chiuse il libro con calma. Si guardò intorno, temendo che anche i muri potessero spiarci, poi si chinò verso di me. 
<<Li hanno portati via>> disse piano. quasi senza fiato. <<Hanno detto che quei libri non sono in linea con le idee del fascismo.>> 
Il fascismo. Sempre lui. Quella parola la sentivo tutti i giorni ma lì, nella penombra della biblioteca, suonava come un nemico che ti entra in casa di notte. 
<<Ma erano solo libri…>> balbettai, incredula. Mi sembrava impossibile che qualcuno potesse avere paura di parole stampate su una pagina. 
Il signor Gori fece un sorriso triste.
<<I libri insegnano a pensare, Teresa. E chi comanda con la paura, i pensieri liberi non li sopporta.>> 
Quelle parole si incastrarono dentro di me, come spine sottopelle.

Nel maggio del 1938, Teresa dimostra di avere un coraggio fuori dal comune, durante la lezione del professor Santarelli, non riesce a trattenere la sua opinione contraria alla teoria delle razze. Per questo motivo, Teresa venne espulsa da ogni scuola del Regno e grazie a un’amico avvocato di famiglia, dato che la legge lo prevedeva, la ragazza decise di continuare a studiare da privatista. 

<<E’ un delirio…un’assurdità.>> 
Miriam mi guardò. I suoi occhi erano pieni di un misto di paura e gratitudine. L’aula sembrava congelata, imprigionata dalla paura. Eppure, io non potevo restare senza dire nulla. Non quel giorno, non davanti a quella menzogna travestita da lezione. Mi alzai, sentendo il cuore pulsare nelle tempie. 
<<Io esco. Non posso assistere a queste menzogne.>> La mia voce risuonò forte, quasi stonata nella mia stessa testa, ma non mi fermai a pensare. Uscii dall’aula con passo deciso, senza girarmi. 
Pochi minuti dopo, ero già nell’ufficio del preside, che mi guardava con gli occhi freddi, come se stesse osservando un insetto molesto. 
<<Signorina Mattei>> cominciò stringendo le labbra. <<Il suo comportamento è inaccettabile. Lei ha violato il regolamento scolastico e ha mostrato una grave mancanza di rispetto verso i suoi insegnanti.>> 
<<Ho solo espresso la mia opinione.>> Non cedetti. 
<<Non è un’opinione ammessa.>> Il preside si sporse in avanti. 
<<Ma è quella giusta>> gli risposi. 
Sapevo cosa sarebbe successo questa volta. Non l’avrei passata liscia come quel 6 Maggio trascorso in compagnia del bidello. 
Questa volta mi espulsero. Da tutte le scuole del regno. La decisione fu unanime e veloce, come se fossi un’altra pratica da archiviare. 

 

La guerra scoppiò, Mussolini trasmesse in radio il suo discorso autoritario e pieno di speranza. Da quel momento, ogni città aveva i segni della guerra, della distruzione, oltre che della fame. 
E’ così che Teresa diventa per tutti “Chicchì”, la staffetta partigiana che nascondeva i messaggi nell’orlo della gonna. Ogni chilometro che percorreva Teresa, con la sua bicicletta, era un passo verso la libertà, anche se estremamente pericoloso. 
Teresa venne imprigionata, violentata, ma non si è mai piegata al fascismo, dimostrando di essere una grande donna, disposta a resistere per avere la propria libertà. 

Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi scivolare via, lontano da quella stanza, ma ogni suono mi risucchiava indietro. Iniziarono a parlare tra loro. Poi a ridere finché uno di loro non si slacciò i pantaloni e si chinò su di me. Avvertii il suo fiato caldo e nauseante sul mio viso. Lui mi schiacciò la testa di lato contro il pavimento come se non mi volesse nemmeno guardare. 
Non fu solo dolore fisico, fu il modo in cui spogliarono la mia umanità, pezzo dopo pezzo. Mi sforzai di respirare, ma sembrava che l’aria stessa fosse stata contaminata, troppo densa e sporca per entrare nei polmoni. 
Mi violentarono in cinque. 
Uno dopo l’altro. 
Tanti modi diversi di andare in pezzi 

Fu come aver perso fiducia nelle proprietà delle cose. Nel salire le scale, nel lavarmi la faccia, nel piegare i vestiti. 
Poi, un giorno spalancai la finestra della mia piccola stanza e un profumo meraviglioso mi riempì le narici, i pensieri di quegli ultimi giorni iniziarono a liberarsi come schegge gelate che si staccano da un ghiacciaio. 
Non ero morta. 
Non mi avevano uccisa. 

Finita la guerra, Teresa viene eletta a solo venticinque anni (la più giovane delle ventuno donne presenti), all’Assemblea Costituente, per scrivere la Carta Costituente. 
Non è stato semplice per Teresa e le altre donne, dimostrare agli uomini il valore di una donna, ma ci riuscì battendosi per l’articolo 3 della Costituzione. 
E’ grazie a Teresa Mattei, se oggi l’articolo 3 si presenta così: 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 

Imparai. Imparai che per essere ascoltata, non bastava alzare la voce: bisognava restare. Resistere. Anche lì. 
E poi arrivavano i momenti che più amavo: quelli con le altre. 
Ci cercavamo con lo sguardo, come per ricordarci che non eravamo sole. 
<<Teresa, dobbiamo batterci insieme>> Mi disse Nilde Iotti stringendomi il braccio. Lo fece con una forza che cancellava ogni dubbio. <<Se non ora, quando?>> 
Sentii quella stretta scendere fino al cuore. In aula i dibattiti erano colpi secchi, fendenti che tentavano di zittirci. Ci guardavano con sufficienza, con quelle odiose espressioni da padri pronti a metterci in castigo se avessimo disobbedito. 
Ma quando parlavamo, il tono cambiava. Non era più la voce di una sola donna. 
Eravamo un coro. 
Dignità, diritti, parità. 
Ogni parola si alzava più forte della precedente. Ma quello che tutti gli uomini non capivano era che lì, in quel banco, non ero più soltanto la giovane Teresa, ero una delle ventuno donne incaricate di rappresentare tutte le altre italiane.
E lo avrei fatto. A qualunque costo. 

Teresa aveva lottato, insistito per far inserire nell’articolo 3 la parola “di fatto”, per evidenziare che la Repubblica doveva intervenire in modo concreto, onde evitare l’ineguaglianza tra i cittadini. 
Venne redatta la Costituzione e il 2 Giugno 1946, per la prima volta nella storia, alle donne fu concesso di votare al pari degli uomini. 
Un giorno, Teresa, decide di istituire la Giornata Internazionale della Donna e scelse come fiore: la mimosa, povera e resistente, come ogni donna. 
Ogni diritto che abbiamo noi oggi, è stato lottato, combattuto da Teresa Mattei e da molte altre donne, che hanno rischiato la propria vita per difendere i propri ideali. 

Perchè ci sono battaglie che si combattono lontano dai riflettori. E sono quelle che cambiano davvero le cose. Mi lasciai abbracciare da mio marito. C’è una sensazione di completamento nel finire tra le braccia di chi ami. E’ come il calore di un caminetto che riscalda una stanza o il ritrovare la strada di casa.

 

La scrittrice Sara Rattaro, autrice di numerosi romanzi di successo come “Sulla sedia sbagliata”, “Un uso qualunque di te”, “Non volare via” (Premio Città di Rieti, 2014), “Niente è come te” (Premio Bancarella 2015). “Splendi più che puoi” (Premio Rapallo Carige, 2016), “L’amore addosso” (Premio Letteraria 2018), “Uomini che restano” (Premio Cimitile 2018), “Andiamo a vedere il giorno, “La giusta distanza”, “Una felicità semplice” e “Io sono Marie Curie”. 
La scrittrice Sara Rattaro torna in libreria con “Il vestito di mia madre. Storia di Teresa Mattei, antifascista”, dando voce a una grande donna, di cui si parla troppo poco: Teresa Mattei. Teresa, non ha mai abbassato la testa, non ha mai scelto la strada più facile, ha sempre scelto la direzione coerente con i suoi principi. 
L’abilità e la bravura della scrittrice Sara Rattaro, sono evidenti sin da subito e dona al lettore la figura di Teresa, descritta minuziosamente, sempre presente e mai distante, vera, piena di passione, ideali, rabbia e paura. 
La storia è strutturata da capitoli brevi, ben documentati e che penetrano nel cuore e nell’anima di ogni lettore. 
I temi trattati sono molteplici: dalla Seconda Guerra Mondiale, ai pregiudizi, all’amicizia, la violenza, i libri, lo studio, la Resistenza, la libertà, i diritti, la Costituzione e la forza delle donne. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, profondo, intenso, umano, in grado di far catturare i lettori sin dalla prima pagina. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice che riesce a donargli tratti umani realistici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere una donna forte come Teresa, che con coraggio si è battuta contro il fascismo, per far valere le sue idee.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia incisiva, capace di entrare nell’anima di ogni lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Rattaro per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di approfondire la storia di Teresa Mattei, colei da cui ogni donna deve apprendere molte cose, tra cui il coraggio di non arrendersi. 
Buona lettura 📖!!

“La rotta delle stelle” di Cristina Caboni

Titolo: La rotta delle stelle
Autore: Cristina Caboni
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Narratori moderni
Data uscita: 21 Ottobre 2025
Pagine: 272
Genere: Romanzo contemporaneo

<<Prima ballerina della Scala, Marigold. Lo sai cosa c’è in gioco.>>
<<Sì.>> Annuì, incatenata al suo sguardo, contagiata dall’espressione sul suo volto, assaporando le sue parole. La sua forza persuasiva.
<<Questa sera cambierà tutto, devi essere pronta.>>
<<Lo so.>>
Le avevano assegnato un ruolo da protagonista nonostante la giovane età e dopo un anno appena di permanenza alla Scala, perchè era la migliore… non era mai accaduto prima. Il suo, le avevano detto, era un talento che si vedeva di rado. Inspirò profondamente. Era quasi in cima, il sogno si stava avverando.”

La protagonista del libro si chiama Marigold Icardi, una giovane danzatrice molto talentosa, prima ballerina della Scala di Milano. Marigold ha la capacità di sentire la musica, di associare a ogni nota un colore; per questo motivo si muove con grazia, sinuosità e delicatezza, ed è la più brava ballerina della Scala.
Marigold è stata scelta per rappresentare l’opera di Giselle, un incarico molto prestigioso e che non ammetteva errori. Lei era Giselle e al suo fianco c’era Oscar, nelle vesti di Loys, un ballerino abile che trasmetteva la sua passione sul palco e insieme avevano frequentato la scuola a Londra.
Marigold e Oscar, lavorando ogni giorno insieme e condividendo la stessa passione per la danza, avevano iniziato a frequentarsi. Marigold sapeva benissimo, che mischiare il lavoro con i sentimenti, era pericoloso, glielo ripeteva continuamente la sua amica e truccatrice Vania, ma lei e Oscar si amavano, ed era proprio grazie al loro amore, che riuscivano a trasmettere al pubblico la passione e le emozioni.

Perfetta? Quante volte aveva usato quella parola? Ossessione, ecco cos’era. Eppure, non era meravigliata. Lo conosceva. Sapeva che la perfezione per lui era fondamentale. Un istante nel quale ogni cosa andava al suo posto: la musica, il movimento, il corpo, il respiro. E allora la danza diveniva pura arte, straordinaria bellezza.
Non era forse quello il loro compito?
<<Sarai la migliore, Marigold, dopo mi ringrazierai e festeggeremo insieme. Io e te, pensaci. Il mondo della danza sarà ai nostri piedi. Ci inviteranno ovunque, scriveremo una nuova pagina di storia.>>
La teneva per le spalle, la fissava. In quel momento si guardò con gli occhi di lui.
Perfetta.
Loro due insieme lo erano.
E allora percepì dentro di sé il cedimento, quell’allentarsi della volontà che precedeva la resa.

Ma la sera della prima teatrale, mentre Marigold era una perfetta Giselle, sentì un dolore insopportabile al ginocchio, un dolore così acuto che la fece cadere all’improvviso durante una piccola pausa tra una scena e l’altra.
Marigold fu portata d’urgenza in ospedale, ma lo spettacolo doveva continuare anche senza di lei, venne sostituita da Elaine, una ragazza scaltra, invidiosa e con poco talento.

Il tempo si dilatò, il mondo perse consistenza. Fu adagiata su una barella, qualcuno le sistemò la testa sopra un cuscino.
<<Tranquilla, tesoro, ci sono io con te.>>
Si aggrappò al braccio di Vania.
<<Oscar>> le chiese. L’amica sorrise, ma non rispose. Marigold lo cercò tra le persone che si erano assiepate intorno per salutarla. Lui era lontano, dietro tutti. Elaine era al suo fianco. Parlavano, le teste vicine.
Finalmente Oscar si accorse di lei. Ma restò dov’era.
<<Devo andare, devo cambiarmi…>>
Marigold intuì le parole più che udirle.
Certo, lo spettacolo doveva continuare. Lei doveva capire, doveva accettare. Oscar aveva perso fin troppo tempo e il secondo atto ormai era imminente. Marigold sapeva come andavano queste cose, non era la prima ballerina che si infortunava. Eppure, ebbe l’impressione che, mentre lui si allontanava, il cuore le si fosse fermato, si fosse spezzato.

Marigold si ritrovò da sola a dover metabolizzare il grave infortunio, una pausa forzata dalla danza che era tutta la sua vita. Marigold pensava che l’uomo che amava, l’avrebbe aiutata e sostenuta, che sarebbe stato al suo fianco in questo momento difficile, ma non fu così, perchè Oscar era convinto che Marigold non aveva voluto fermarsi in tempo, quando la situazione non era così grave.

<<Solo chi sa di non valere nulla teme di perdere tutto. Tu no, Marigold. Tu sai chi sei, cosa sei capace di fare. Sei migliore delle persone che si ostinano a difendere ciò che non gli è mai appartenuto.>>
No che non lo era. Eppure quelle parole franche, quasi brutali, ebbero l’effetto di una doccia gelata. Marigold chinò il capo rincorrendo le briciole sulla tovaglia con la punta del dito.
<<Ero convinta di vivere in una realtà grande e meravigliosa. Pensavo che sarebbe stato così per sempre.>>
Vania annuì. <<Lo so. Ma vedi tesoro, l’unica cosa davvero certa della vita è che tutto cambia.>>

Marigold è sola a Milano, deve trovare al più presto una sistemazione perchè aveva disdetto l’affitto della casa a causa della tournée teatrale in giro per il mondo. Marigold non ha più certezze, non ha più i genitori, morti in un incidente autostradale qualche anno fa, ha solo una persona a cui chiedere aiuto, l’anziano zio Domenico.
Lo zio Domenico vive a Draconia, un piccolo paesino della Sicilia, il luogo in cui è nata e conserva la storia della sua famiglia.
Appena lo zio, sente che la sua adorabile nipote ha bisogno di lui, prende il primo aereo per Milano. E’ così che Domenico convince la nipote a tornare a Draconia, il luogo ideale per rimettersi in forma dopo l’intervento e riflettere.
Immaginatevi un piccolo paesino siciliano affacciato sul mare, caratterizzato da paesaggi pittoreschi e profumi intensi, pieno di miti e leggende che permeano la storia.

Draconia sorgeva a poca distanza da Taormina ed era divisa in due parti, una affacciata sul mare, una più in alto, abbarbicata sulla collina e dominata dalla chiesa barocca in pietra chiara. Un ponte di roccia che aveva tutta l’aria di esserci sempre stato, collegava la città alta alla spiaggia. […]
Osservò il tramonto e per un istante, mentre il sole si immergeva infiammando il blu, tutto si quietò. Era come avvertire il silenzio più profondo, era come quando Desy le indicava le stelle e Marigold aveva l’impressione di rimpicciolire, diventare un granello di polvere dell’universo. E nulla aveva più importanza.
Fu allora che sentì la campana. Era un rintocco lontano, che le entrava dentro, un ritmo dolente, capace di accarezzarle l’anima e di attirarla a sé. Si voltò verso la chiesa alle sue spalle. Strano, non proveniva da lì e non era nemmeno una di quelle registrazioni che si udivano di frequente in città. Il suono si smorzò fino a cessare del tutto, come il vento. I pensieri adagio riacquistarono consistenza. Una nave segnalò il suo passaggio al largo della costa.

Marigold è affascinata dalla storia di Draconia, soprattutto perchè da quando è tornata, sembra sia la sola a sentire il suono di una campana, che pare provenire dal mare.
Marigold si sente fuori posto, anche se a Draconia è stata accolta con affetto dallo zio e da Carmela, che la vizia con i suoi piatti tradizionali.
Marigold continua a pensare alla vita che ha perduto, alle fatiche e rinunce che aveva fatto per tutta la vita, per arrivare a diventare la prima ballerina della Scala. E adesso, che cosa avrebbe fatto?
Lei era nata per danzare, per stare sul palco, ma al momento il tutore non le permetteva di fare nulla.
Ed è proprio a Draconia, che conosce un gruppo di ragazze: Emma, Rosanna, Teresa, Anna, Calogera, Mina, Agata e Grazia, che si vedevano tutti i giorni verso l’alba per passeggiare insieme.
Marigold inizia a prendere parte a queste passeggiate, in compagnia del suo bastone da passeggio, ogni passo rappresentava una piccola vittoria sul tutore.
Insieme alle sue nuove amiche, Marigold si sente pronta a lasciarsi alle spalle il passato e aprire il suo cuore a nuove opportunità e a nuovi amori.
A Draconia, conosce un ragazzo di nome Jonathan Miller, che ama il mare e si occupa di ascoltare il canto delle balene… Jonathan risveglierà in Marigold, emozioni che non aveva mai provato, fino a farle vibrare l’anima.

All’inizio era stata talmente concentrata su sé stessa da non vedere altro; poi, quando aveva creduto che fosse tutto finito, quando non sapeva più chi era, tra le crepe che la ricoprivano era penetrato qualcosa: una carezza, una parola gentile, una sgarbata che l’aveva sconvolta e spronata a reagire.
E lei aveva iniziato a cambiare, o forse semplicemente a crescere.

Grazie alle sue nuove amiche e a Jonathan, Marigold cercherà di indagare sui miti e leggende che dominano Draconia, in particolare è determinata a trovare la campana, che custodisce un segreto della sua famiglia.
Marigold si ritrova in una ricerca che la spingerà a interrogarsi sul senso dell’appartenenza, sul peso dei pregiudizi. Perché a volte, conoscere il passato, porta con sé a verità sconvolgenti che rischiano di rompere ogni equilibrio.
E mentre il sole si alza e il mare riflette i primi bagliori del mattino, Marigold prova a fare pace con i suoi fantasmi e della sua famiglia.
Perchè bisogna aprire il proprio cuore e fare pace con il passato, per lasciarsi andare a nuove opportunità.
Riuscirà Marigold a cancellare i pregiudizi sulla sua famiglia?
Riuscirà Marigold a costruirsi una nuova vita?

Tacque assaporando il momento. Dopo un lungo minuto le parole trovarono da sole la strada. <<Sto ricominciando la mia vita da capo.>>
Era un concetto vago, avrebbe dovuto spiegarsi meglio. In realtà Marigold non sapeva nemmeno perchè glielo stesse raccontando, ma aveva desiderato dirglielo, mostrarsi com’era.
Jonah la guardava, in attesa che lei continuasse.
<<Ero qualcuno, adesso non sono più nulla. Eppure, non mi sono mai sentita tanto viva. Questa sera è stato… non trovo le parole. Sembra che la vita ti risarcisca di quello che ti ha preso.>> […]
<<Credo che tu sia molto coraggiosa, ci vuole una grande forza d’animo per trovare una strada nuova. Quando hai superato un ostacolo il mondo ti fa più paura, ma allo stesso tempo non ha più i confini tanto tenuti.>>
<<Ci sei passato anche tu.>>
<<Credo che sia capitato a tutti di rivalutare le proprie convinzioni. Gli schemi di vita ogni tanto falliscono o richiedono un aggiustamento.>>
Sì, era vero. Era una rotta che aveva bisogno di essere perfezionata. Ma ciò che sorprese davvero Marigold era il fatto che in quei mesi lei aveva creduto di essere al centro del mondo: come se solo lei fosse caduta, come se solo lei fosse stata tradita, come se solo lei avesse perduto ogni cosa. Invece non era speciale, non in quel senso almeno. In un modo o nell’altro le persone sostenevano il peso delle proprie esistenze. E la meraviglia. La gioia. Tutto quel dolore che l’aveva afflitta si stava ritirando un po’ alla volta lasciando uno spazio che adesso era libero, per contenere qualcosa di nuovo.
Cosa ci avrebbe messo dentro dipendeva dalle sue scelte.

La scrittrice Cristina Caboni dopo aver pubblicato numerosi bestseller venduti in tutto il mondo, torna in libreria con una nuova storia fatta di suoni, atmosfere incantevoli, ma anche di sogni infranti e di rinascite.
Con “La rotta delle stelle”, Cristina Caboni conferma di avere una sensibilità fuori dal comune e dona al lettore una storia profonda, umana, rammentando al lettore l’importanza di custodire le proprie radici, anche quando il passato è insidioso, oscuro e traumatico, perchè a volte le risposte alle domande più intime si trovano nei luoghi più impensabili.
I temi trattati sono la danza, la forza delle donne, la famiglia, la guerra, la speranza, il mare, i miti e le leggende, la riscoperta di sé, i tradimenti, ma anche l’amore e l’amicizia che possono curare le cicatrici del cuore.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, emozionante e profondo, ogni capitolo si apre con una citazione che riguarda il mare, l’oceano e le creature che abitano i mari.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni psicologiche e fisiche, che permettono al lettore di affezionarsi non solo alla protagonista Marigold, ma anche all’anziano zio, all’affascinante Jonathan e al simpatico gruppo di donne di Draconia.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro che racconti una storia di rinascita, perchè è proprio quando la vita ti spezza in due, che bisogna trovare la forza di rialzarsi e reagire.
Buona lettura 📖!!


“Single con criceto” di Milena Michiko Flašar

Titolo: Single con criceto
Autore: Milena Michiko Flašar
Traduttore: Monica Peretti
Casa Editrice: Feltrinelli
Collana: Fluo
Data uscita: 11 Febbraio 2025
Genere: Romanzo contemporaneo
Pagine: 272

Ma Punsuke era la persona più importante per me. D’accordo forse persona non era il termine corretto. Lo avevo semplicemente dotato di caratteristiche umane, e poiché lui sembrava non avere niente in contrario, lo trattavo come un mio pari.
Il motivo che mi aveva spinta ad acquistarlo era indicativo di per sé. Non volevo ammetterlo, ma negli ultimi tempi una parte di me aveva sopportato a fatica la continua solitudine. Essere padrona di me stessa era una cosa. Ben diverso, invece, era la paura di dimenticare qualcosa di basilare se non avessi avuto al mio fianco almeno un animale domestico. Esserci per qualcuno. Occuparmi di lui. L’innegabile evidenza, ossia che le noci e i semi che gli porgevo sparivano nelle sua guance, in un certo senso mi dimostrava che ero viva anch’io. […]
Le sue vibrisse mi facevano il solletico. E ciò che avevo tralasciato di fare per tutta la giornata, ridere di cuore, sgorgava da sé.

“Single con criceto” è uno di quei libri, tra gli scaffali della libreria che attira l’attenzione di centinaia di lettori per il titolo accattivante e una copertina ben curata. Ma questo libro è molto di più, affronta temi molto importanti e delicati, in particolare la solitudine, quella viscerale, che ti fa sentire esclusa da tutti, in un mondo che continua ad andare avanti, senza curarsi delle persone.
La protagonista del libro si chiama Takada Suzu, è una ragazza di venticinque anni del segno dello scorpione, è single e sta bene da sola, con il suo criceto Punsuke.
Suzu ha mollato l’università, dopo aver frequentato solo un semestre, e prova un senso di colpa nei confronti della sua famiglia, che continuano a non capire le sue scelte.
Suzu abita in un minuscolo appartamento, situato in un quartiere anonimo di una metropoli giapponese, e riesce a mantenersi grazie al suo lavoro di aiuto cameriera in un famiresu.

I miei passi risuonavano nelle strade che si stavano svuotando. Il quartiere in cui abitavo era relativamente tranquillo. Ci vivevano soprattutto pendolari, che dopo il lavoro tornavano nei loro cubicoli. Si trascinavano stanchi e curvi, e tranne la proverbiale eccezione, il musicista con la chitarra sulle spalle che si esibiva nei locali o la hostess in tiro che a quell’ora si avviava verso il suo bar, tutti quelli che incrociavo sembravano amalgamati in una massa grigia. Gli edifici piuttosto bassi, in parte malandati, esercitavano una pressione aggiuntiva. Come schiacciata sotto un peso diffuso, la massa strisciava verso casa. In ogni modo la festa era altrove […] inutile guardarsi intorno in cerca di divertimenti. […]
Non era esattamente il posto adatto a chi aveva poco più di vent’anni e tutta la vita davanti, ma la vita era anche una questione di soldi.
A portarmi lì era stato l’affitto conveniente.

Il suo motto è “Vivi e lascia vivere”, ereditato dal suo insegnante di ginnastica e su cui si fonda la sua vita. Suzu non ama la socialità, nemmeno a lavoro, si limita a porre poche domande (quelle essenziali).

Vivi e lascia vivere era il mio motto. L’intimità era troppo per me. Raramente confidavo qualcosa che mi toccava da vicino o ero curiosa dei segreti altrui. Non mi interessava saperli. Il rapporto ideale -non importava con chi- a mio parere era quello in cui non di si aspettava troppo l’uno dall’altro. Due parole di tanto in tanto, sul freddo. E su come si sentiva già l’odore della neve, anche se non era ancora caduta. Di più non mi veniva in mente. Appena il discorso scivolava sul personale mi si stringeva la gola. Un tono confidenziale mi provocava la tachicardia. Mi piacevano le cose semplici e senza impegno.

Ultimamente, alla sera Suzu, controllava il sito di incontri, dove si era iscritta qualche anno fa per combattere la solitudine, prima di adottare quel grazioso criceto, che la faceva sentire “viva” e dava un senso alla sua esistenza. E’ così che Suzu, risponderà al messaggio di un certo “Kotaro”, con cui inizierà una breve frequentazione, che terminerà nel peggior dei modi, ovvero con il “ghosting”, un fenomeno sempre più diffuso non solo tra i giovani, in cui si interrompe all’improvviso ogni forma di comunicazione.

Mi venne in mente il termine “ghosting”. A quanto pareva erano in aumento i casi in cui una persona spariva senza preavviso, mollando il partner dalla sera alla mattina. Dopo la totale interruzione dei rapporti, chi veniva “ghostato” si ritrovava a fare i conti con un fantasma, con l’ologramma di qualcuno che svanendo nel nulla, si sottraeva a ogni forma di contatto.

A causa della delusione sentimentale, Suzu si isolerà ancora di più, non recandosi nemmeno al lavoro per una settimana, senza avvisare il datore di lavoro. Al suo rientro, Suzu perderà il posto, a causa della sua incapacità di comunicare e di empatia.
E’ così che Suzu, si ritrova ad inviare curriculum e viene assunta dall’impresa di pulizie del signor Sakai. Ma il signor Sakai, ha un’impresa di pulizie specializzata in casi di kodukusha, ovvero persone sole che muoiono nelle loro case, dove rimangono per giorni.

“Voi siete giovani,” disse il signor Sakai dopo aver versato in parti uguali nei nostri bicchieri il whisky rimasto. “Alla vostra età, se mi avessero parlato della morte sarei fuggito a gambe levate. Cosa vi trattiene su queste sedie?”
Grazie al cielo fu il tizio a rispondere per primo, “La solitudine,” esordì, “è una malattia estremamente diffusa […] il fenomeno del kodukushi è una diretta conseguenza di questa disgregazione. Pertanto, non riguarda solo il singolo individuo. Riguarda tutti noi,” concluse”. […]
“Avete espresso esattamente il mio pensiero. Con circa trenta mila casi di kodukushi all’anno, tendenza in aumento, non è più possibile sottovalutare il problema.
E’ qualcosa che tocca l’intera società, e che tra l’altro abita alla porta accanto.
Conoscete i vostri vicini?”
Deglutimmo distintamente. La domanda era arrivata troppo a bruciapelo.
Il signor Sakai rise:” A giudicare dalla vostra reazione, non li conoscete. Ma vi pregherei di una cortesia personale: cercate di conoscerli. Non dovete essere invadenti, basta che ogni tanto gli chiediate come stanno. Sarebbe già molto per la soluzione del problema.

E’ così che Suzu, scopre che i casi di kodukushi, sono in continuo aumento, soprattutto nelle città globalizzate, in un sistema che fa allontanare le persone le une dalle altre, condannandole alla solitudine.
Il signor Sakai insegnerà a Suzu, non solo il nuovo lavoro, ma la farà riflettere sulla solitudine, sul significato della vita.
E solo allora, Suzu, inizierà a vivere di più, a comunicare con i suoi colleghi e ad affezionarsi ai suoi vicini di casa anziani.
Perchè ognuno di noi ha bisogno di sentirsi importante per qualcuno, anche se quel qualcuno è un animale domestico, come un criceto.

Siamo una società di immaturi. Una miriade di regole stabilisce la condotta che dobbiamo tenere, e le regole, gentili solleciti, se volete, mirano a farci attraversare la vita in maniera il più possibile indenne. Che naturalmente è una cosa positiva. Cerchiamo di pensare agli altri, sul serio. C’è bisogno di dirlo? L’appello ad avere riguardo per il prossimo non è piuttosto il triste canto del cigno della nostra cosiddetta, umanità? “Siete pregati di comportarvi da cittadini civili!”
Non significa forse che non lo siamo?
Tutte fesserie ipocrite! Chi si preoccupa degli altri? La verità è che ognuno pensa soltanto al proprio tornaconto, e chi non riesce a piazzarsi in pole position ha persona la gara prima ancora che sia iniziata. Ricordatevi queste parole, […] se andiamo avanti così, presto ci ritroveremo dove siamo già stati.
Troppe norme portano alla cieca obbedienza.
E di cosa è capace chi obbedisce ciecamente, ce lo ha insegnato il secolo scorso.

La scrittrice Milena Michiko Flašar dopo aver pubblicato “Il signor Cravatta” ( Einaudi, 2014), torna in libreria con “Single con criceto”, vincitore dell’Evangelischen Buchpreis nel 2024 e finalista dell’Osterreichischer Buchpreis nel 2023.
I temi trattati sono l’amore, il sistema, i siti di incontro, i rapporti famigliari, l’università, il ghosting, la socializzazione, la morte e la solitudine, sempre più presente al giorno d’oggi, dove paradossalmente siamo sempre online tra social network e siti d’incontro, ma in realtà, siamo sempre soli a casa sul divano, in compagnia dei nostri pensieri e di un animale domestico, come la protagonista Suzu.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, riflessivo e a tratti ironico, che rende la storia diversa dalle altre.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di delinearli dal punto di vista fisico e psicologico.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia particolare, incentrata sulla solitudine e sulle relazioni, sono sicura che vi affezionerete a Suzu e al suo dolcissimo criceto!!
Buona lettura 📖!!

“Il vento è un impostore” di Sasha Vasilyuk

Titolo: Il vento è un impostore
Autore: Sasha Vasilyuk
Traduttore: Roberta Scarabelli
Casa Editrice: Garzanti editore
Pagine: 384
Data uscita: 17 Settembre 2024
Genere: Romanzo storico

Non era facile vedere l’uomo con cui era sposata da oltre cinquant’anni diventare più piccolo, più fragile, più imprevedibile. Dopo aver bruciato le sue carte era come se si fosse arreso. […]
Nina provò un senso di sollievo per lo sprazzo di lucidità che ebbe nella Giornata della vittoria, così i pronipoti poterono congratularsi con lui a dovere. Era importante che quella generazione viziata del XXI secolo ricordasse che Efim era un eroe di guerra.

“Il vento è un impostore” è basato su una storia vera, vissuta in prima persona dall’autrice.
Il protagonista del libro è Efim, un uomo nato negli anni Venti del secolo scorso in Unione Sovietica, ha ottant’anni e ha costruito tutta la sua vita intorno a una bugia. Ma adesso, Efim, è anziano e ha l’alzheimer e custodisce il suo segreto in una valigia che nessuno può toccare, soprattutto sua moglie Nina.
Efim è un veterano di guerra, aveva combattuto durante l’intero conflitto ed era riuscito a sopravvivere, insieme al suo amico Nikonov. Efim aveva conosciuto il generale Nikonov al fronte, i due all’inizio non andavano d’accordo, ma la paura, il terrore della guerra, li aveva fatti avvicinare, fino a diventare amici e custodi di un segreto inconfessabile.
Per questo motivo, Nikonov aveva deciso di isolarsi da tutto e da tutti, per evitare di dover costruire un rapporto basato sulla menzogna. Invece il protagonista, si era innamorato di Nina, una bellissima ragazza, con cui condivideva la passione e gli studi per la geologia.
E’ così che Efim si era sposato con Nina e avevano avuto dei bellissimi figli, orgogliosi di avere come padre, un veterano di guerra.

Sto dicendo che finché proviamo anche solo un briciolo di vergogna, mentire è la nostra unica alternativa.

Efim si lasciò cadere giù dal vagone del treno sul terreno fradicio. Si sentiva stordito. Dopo essere stato costretto per due giorni a restare in piedi pigiato, le gambe non gli obbedivano più. Ma le guardie stavano già urlando <<Schnell!!>>, mentre i loro cani ringhiavano. Si rialzò a fatica, aggrappandosi a Ivan, e guardò il cielo luminoso del mattino strizzando gli occhi e riempiendosi i polmoni dell’odore della pioggia che doveva avere appena smesso di cadere, della terra bagnata, dell’erba. Non sapeva cosa li aspettasse lì, ma almeno erano scesi da quel treno soffocante e se n’erano andati dal campo di Tilsit, con il suo enorme spiazzo sabbioso circondato da filo spinato, dove migliaia di loro avevano dormito in piedi sotto la pioggia, mentre il vento freddo del Baltico penetrava nelle loro uniformi. Quando il convoglio si svuotò ed Efim capì, senza bisogno di guardare, che sul pavimento ruvido dei vagoni bestiame erano rimasti solo cadaveri, si rese conto di trovarsi in mezzo a un mare esausto e sudicio di capelli lunghi e stracci putridi: centinaia di soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali feriti. Sembravano i vecchi vagabondi che vedeva a casa durante la carestia. Secondo i volantini infilati dai tedeschi nel loro vagone, Stalin aveva emesso l’ordine numero 270, in base al quale Efim e il resto degli uomini dovevano essere considerati <<disertori malvagi le cui famiglie sono soggette all’arresto per la violazione di un giuramento e tradimento della loro patria.>> L’ordine elencava ciò che avevano omesso di fare: <<combattere con abnegazione fino all’ultimo, proteggere il materiale bellico come la pupilla dei loro occhi, sfondare le retrovie delle truppe nemiche, sconfiggere i cani fascisti.>>

Ma adesso Efim è anziano, stanco di dover mentire a sua moglie Nina, ai suoi figli e nipoti, tutti credono che lui sia un eroe, un eroe che è riuscito a sopravvivere alla guerra.
Ogni giorno, Efim, si domanda cosa farebbero i suoi famigliari se sapessero del segreto che nasconde da anni… Un segreto celato nella valigia, che Efim vuole distruggere, nessuno deve conoscere chi era veramente.
Efim era un giovane ebreo, che ha dovuto rinnegare sé stesso per sopravvivere alla guerra, una guerra che in lui ha causato una cicatrice profonda e che non si rimarginerà mai.
Ma adesso, Efim sente che è giunta l’ora della verità, il periodo più brutto e buio della sua vita, è scritto in una lettera che adesso sua moglie Nina ha tra le mani…
Quale era il segreto di Efim?
Quale era la sua storia?
Lasciatevi travolgere dalla storia vera di Efim, un uomo che è riuscito a salvarsi dalla Seconda Guerra Mondiale, rinnegando sé stesso, fingendo di non essere ebreo per sopravvivere.

Un giardiniere arrivò e iniziò a potare le rose lungo il viale principale. Ben presto, sull’asfalto se ne ammucchiarono parecchie. Il loro profumo dolciastro riempiva l’aria. Mentre Efim guardava i cumuli di petali rossi e spine condannati intorno a sè, capì che la sua unica speranza era dire al KGB tutta la verità che poteva condividere e in cambio chiedere -anzi, implorare- che non ne facessero parola con la sua famiglia.
Una cosa era che le autorità sapessero chi era lui veramente, un’altro vedere la sua vergogna riflessa negli occhi della sua famiglia.

La giornalista e opinionista delle principali testate giornalistiche americane Sasha Vasilyuk, esordisce con “Il vento è un impostore”, ispirato alla storia del nonno, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale.
“Il vento è un impostore” racconta un aspetto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, per non dimenticare il passato e dare voce ai sopravvissuti che hanno subito ogni tipo di violenza, da quella fisica a quella psicologica.
I temi trattati sono l’identità, la famiglia, la miseria, i segreti, il terrore, il perdono, la violenza, la Seconda Guerra Mondiale, l’amore, l’amicizia e i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti degli ebrei.
Lo stile di scrittura è scorrevole, intenso, poetico, con salti temporali, che permettono alla scrittrice Sasha di utilizzare la tecnica “circolare”, iniziando e chiudendo la storia ai giorni nostri.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle abilità della scrittrice di raccontare la storia con la giusta dose di umanità e sensibilità.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia vera, ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, dal punto di vista russo-ucraino. Consiglio questo libro a chi desidera tuffarsi nel passato, vi sembrerà di sentire la fame, il terrore che ha provato il protagonista Efim.
Lasciatevi travolgere dalla scrittura travolgente e magistrale di Sasha, per non dimenticare la storia, oggi più che mai!!
Buona lettura

“Luisa” di Paola Jacobbi

Titolo: Luisa 
Autore: Paola Jacobbi 
Collana: Romanzi 
Data uscita: 22 Ottobre 2024 
Pagine: 320 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Le venne in mente che i giovani innamorati che si scambiavano i baci avrebbero potuto apprezzare una sorpresa dentro i cioccolatini: un foglietto con una frase d’amore. 

Questo libro racconta la storia della grande donna Luisa Spagnoli, che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana con le sue idee rivoluzionarie per l’epoca. 
La scrittrice Paola Jacobbi dona ai lettori, la prima e unica biografia di Luisa Spagnoli, colei che ha creato la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Il libro racconta la storia di tre donne: Marina, Ida e Luisa, tre generazioni e tre storie che si intrecciano tra loro.
Ida aveva lavorato per Luisa, prima alla Perugina e successivamente alla Luisa Spagnoli, dove si produceva l’angora. Dopo aver lavorato per la signora Spagnoli, Ida e il marito Dino, avevano deciso di andare in Brasile alla ricerca di fortuna. 
Grazie agli insegnamenti di Luisa, Ida in Brasile, aveva aperto un piccolo negozio di bijou e ogni giorno, trascriveva nei quaderni, il periodo in cui aveva lavorato per gli Spagnoli. 
Ed è grazie a questi quaderni, che il lettore conoscerà la terza protagonista di questo libro, Marina, la nipote di Ida. Marina vive in Brasile, lavora in televisione e un giorno, decide di visitare l’Italia per allontanarsi da una situazione opprimente e dolorosa. Marina sente di dover imparare la lingua italiana, sente di voler conoscere la storia di sua nonna Ida, che aveva trascritto nei quaderni. 
E’ così che il lettore avrà modo di conoscere la figura di Luisa Spagnoli, raccontata non solo dalla scrittrice Paola Jacobbi attraverso l’utilizzo della prima persona, ma anche da Ida e Marina. 

La nonna li aveva conservati in una vecchia latta dei biscotti Aymorè, gialla con la scritta rossa, leggermente arrugginita agli angoli. Nella scatola, insieme ai quaderni, si trovavano anche altri effetti personali, ricordini dell’Italia e del Brasile, alla rinfusa. Un paio di foto in bianco e nero di Ida e suo marito Dino. Una di Ida con la figlia in mezzo ai bijou, vestite uguali, con delle tunichette in colori acidi tipo Pucci. Una dell’apertura del negozio Ida Bijou a Ipanema. Un cartellino aziendale dell’Angora Spagnoli di Perugia, datato 1935. Un ritaglio di giornale italiano dove si annunciava la morte di Luisa Spagnoli.

Luisa Spagnoli viveva a Perugia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il padre era un pescivendolo e la madre una casalinga. Luisa è sempre stata una bellissima ragazza, dotata di un’intelligenza unica, di una mente brillante e rivoluzionaria per l’epoca. 
La vita di Luisa cambia nel 1897, anno in cui conoscerà Annibale Spagnoli, che diventerà suo marito. Dopo aver trascorso un breve periodo a Mantova, Luisa aveva deciso di tornare a Perugia, la sua città natale, potendo contare dell’aiuto della madre e della sorella Gemma. 
Mentre Luisa passeggiava in città, insieme al primo figlio Mario, con in grembo il secondo, si ritrova davanti alla confetteria di via Alessi, il luogo in cui qualche anno prima, Annibale aveva acquistato dei buonissimi confetti per la sorella Gemma. 
Grazie a una conoscente, incontrata per caso, Luisa scopre che i proprietari della caffetteria hanno deciso di cedere l’attività. E’ così che la mente di Luisa inizia a vagare, inizia ad esplorare idee nuove, impossibili da fermare: lei e Annibale avrebbero acquistato la confetteria. 
Luisa, dopo aver fatto due conti, chiede aiuto alla cognata Maria, che aveva un negozio di sartoria, per presentare un’offerta ai proprietari della confetteria. 

La visita di Luisa li sorprese. Vedere una donna, per di più in quelle condizioni, presentarsi per parlare d’affari pareva una cosa inconsueta, ma Luisa ci sapeva fare. Aveva modi simpatici e convincenti, inoltre usò la gravidanza a suo favore. 
<<Mio marito e io compreremo il vostro negozio e renderemo onore all’attività>> attaccò. <<Solo devo attendere il ritorno di Annibale e anche l’arrivo del bambino. Ma, nel frattempo, verrò qui a vedere come lavorate.>> E aggiunse:<<Se me lo permettete.>> 
I due coniugi si guardarono in volto, colpiti dalla determinazione di Luisa. Quanti anni avrà avuto? Non molti più di venti. La forza fisica per lavorare ce l’avrebbe avuta, poco ma sicuro: era robusta, aveva le spalle forti, da atleta. Ma lo spirito di sacrificio? E la pazienza? E la delicatezza? Loro ci avevano messo una vita per impadronirsi di certi gesti, per dominare i segreti del mestiere. Aveva fatto la sarta, che ne sapeva dei confetti? […] 
<<Io vi capisco, signori>> disse Luisa indovinando i loro pensieri. <<Non mi conoscete, ma vi prometto che non vi pentirete. Almeno lasciatemi provare, verrò qui a prendere lezioni. Imparerò in fretta, vedrete.>> […] 
Dall’indomani, Luisa si presentò ogni giorno, puntuale. Affiancava il principale lavorante del negozio, Giuseppe Battaglini, un vero maestro nel fare i confetti. Lo osservava memorizzando i gesti e intanto lo assaliva di domande. In capo a una settimana, aveva imparato ogni cosa, in teoria.

I proprietari della confetteria rimangono molto sorpresi dalla forza e determinazione di quella giovane donna, che inizia a frequentare assiduamente il negozio, per imparare dal lavorante Giuseppe Battaglini, l’arte di fare i confetti. Luisa osservava ogni gesto di Battaglini, cercando di memorizzare ogni passaggio e riempiendolo di domande. 
Dopo la nascita del suo secondogenito Armando, Luisa, ebbe modo di applicare la teoria alla pratica e in poco tempo, riuscì a dimostrate a tutti la sua bravura. 
Giorno dopo giorno, la confetteria di via Alessi diventava sempre più importante, da quando era rientrato dal militare Annibale, lui si occupava dei macchinari e Luisa dei dolciumi. 
Luisa impara a gestire ogni situazione e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dato che tutti gli uomini erano al fronte, decide di assumere le loro sorelle, madri e fidanzate. Per la prima volta, le donne hanno modo di dimostrare il loro valore al di fuori delle mura domestiche. 

La guerra aveva reso gli uomini fragili, più che mai consapevoli della propria mortalità, mentre le donne erano diventate importanti: avevano lavorato, si erano impegnate nei servizi d’assistenza come la Croce Rossa, avevano curato ferite e tenuto insieme famiglie, villaggi, comunità. Luisa ricordava di aver letto da qualche parte la frase di una signora istruita, una giornalista che si firmava con lo pseudonimo Donna Paola. Erano parole illuminanti: <<Chi avrebbe mai sognato sino a poco tempo addietro che la guerra, cioè quel complesso di fatti e attività che sembravano i più estranei alle capacità femminili, sarebbe stata di tutti gli eventi della vita nazionale quello che più avrebbe messo in valore il contributo della donna? >>
Proprio così, commentava Luisa. Le loro vicende ne erano la prova. Grazie alle donne, la Perugina era fiorita a dispetto di tutto, come una ginestra che sfida il deserto. 

E’ così che Luisa rivoluziona i dettami dell’epoca, il modo di fare imprenditoria, interessandosi a ogni donna che lavorava per lei, al punto da creare un’asilo interno alla Perugina. 
Gli anni passano e gli Spagnoli entrano in società con i Buitoni, che gli permetterà di fare un salto di qualità. 
Luisa inventa varie creazioni, dalla caramella Rossana alla Banana, fino al Bacio. Quello, che noi consumiamo quasi tutti i giorni e che si regala soprattutto a San Valentino: il Bacio. 
Luisa, in realtà, lo avrebbe voluto chiamare “cazzotto”, per la sua forma a “pugno chiuso”, ma poi aveva deciso di seguire il consiglio di Giovanni Buitoni. 
E’ così che il lettore conoscerà il ritratto di questa grande donna, dotata di una mente brillante che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana.

La scrittrice, giornalista e critica cinematografica, Paola Jacobbi con “Luisa”, vincitore Premio Selezione Bancarella 2025, racconta per la prima volta la storia di Luisa Spagnoli, permettendo ai lettori di far conoscere la figura di questa grande donna, che ha rivoluzionato l’imprenditoria italiana, creando la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Luisa Spagnoli era dotata di una mente brillante e rivoluzionaria, ma anche di un cuore grande e di un’umiltà fuori dal comune. Luisa si è sempre interessata a chi lavorava per lei, creando asili all’interno della Perugina, ma anche corsi per imparare le lingue straniere e non solo, Luisa era convinta che per lavorare bene i lavoratori avessero bisogno di ogni confort. 
I temi trattati sono la Prima Guerra Mondiale, la Seconda Guerra Mondiale, la generosità, l’amicizia, l’amore, le donne, i tradimenti, l’imprenditoria italiana, la moda e i diritti dei lavoratori. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, che delinea perfettamente la figura di Luisa Spagnoli. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di descrivere minuziosamente ogni personaggio, anche quelli secondari. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere la storia di colei che ha rivoluzionato le sorti dell’imprenditoria italiana: Luisa Spagnoli. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere la storia di una donna che è riuscita a inserirsi in una società prettamente maschile, dimostrando a tutti che una donna è in grado di fare tutto, ed è così che è nata la Perugina e Luisa Spagnoli. 
Lasciatevi travolgere dalle parole di Paola Jacobbi e sedetevi sul divano a leggere “Luisa”, in compagnia di una caramella Rossana o di un Bacio!!
Buona lettura 📚📚!!

“L’archivio dei destini” di Gaëlle Nohant

Titolo: L’archivio dei destini 
Autore: Gaëlle Nohant 
Traduttore: Luigi Maria Sponzilli 
Casa Editrice: Neri Pozza 
Collana: I narratori delle tavole 
Data uscita: 23 Gennaio 2024 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

In fondo al parco, i moderni edifici ospitano decine di chilometri di archivi e di raccoglitori, lungo i quali si potrebbe procedere per ore senza udire le grida e i silenzi che racchiudono. Ci vuole un orecchio fine e una mano paziente. Bisogna sapere cosa si cerca ed essere pronti a trovare ciò che si era smesso di cercare. 
Irène è sempre emozionata nel vedere la targa discreta degli Archivi di Arolsen. Salendo quelle scale per la prima volta, aveva letto solo le parole <<International Tracing Service>>, senza sapere cosa significassero. 
Allora era solo una ragazzina espatriata per spirito d’indipendenza, ma poi era rimasta per amore, per seguire il fidanzato in una regione contornata da foreste, in cui avrebbe dovuto fare ricorso a tanta buona volontà per essere accettata, senza mai riuscirci del tutto. Alla fine, quel luogo era diventato in qualche modo casa sua. Nemmeno quando l’amore l’aveva abbandonata, e lei si era trasferita ai margini della città con un figlio diviso fra due famiglie, aveva preso in considerazione l’idea di andarsene. Perchè ogni volta che sale quelle scale, si sente al proprio posto. Incaricata di una missione che la trascende e la giustifica. 
Il primo giorno, è stato l’odore a colpirla. Quella mescolanza di muffa, carta ingiallita, inchiostro di fotocopiatrice e caffè freddo. Prima di rendersene conto, ha respirato il mistero custodito fra quelle mura, in quegli innumerevoli cassetti, in quei raccoglitori chiusi in fretta al suo passaggio. 

Questo romanzo prende spunto dagli archivi sulla persecuzione nazista, situati a Bad Arolsen, nel cuore della Germania. 
La protagonista del libro si chiama Irène, di origini francesi, ma vive a Bad Arolsen in Germania. Irène si è separata qualche anno fa, dal marito Wilhelm, figlio di un tedesco che aveva commesso atti deplorevoli. Irène, non ha mai sopportato il passato del suocero, soprattutto, perchè dal 1990, lei lavorava nell’unico centro di documentazione dove, dalla fine della guerra, si conducono ricerche sul destino delle vittime del regime nazista. 
Il vecchio capo Odermatt, un signore distinto e rigoroso, proibiva a tutti i suoi dipendenti di divulgare qualsiasi informazione avesse a che fare con il centro, nessuna persona esterna, ad eccezione dei dipendenti, poteva consultare gli archivi storici. 
E’ così che Irène, per anni ha tenuto segreto il suo lavoro al marito e ai suoceri. Ma da quando Odermatt aveva lasciato il centro, le cose erano cambiate, grazie al nuovo capo Charlotte Rousseau. Charlotte, è una donna determinata che ha rivoluzionato il centro, rendendo accessibile ogni documento, facendo visitare gli archivi agli studenti. 
Da quando Irène aveva comunicato al marito e ai suoceri il suo lavoro, i rapporti con Wilhelm si erano deteriorati, fino ad arrivare alla separazione. 
Irène è soddisfatta del suo lavoro, per lei, quegli archivi sono la sua seconda casa e non riuscirebbe mai a privarsi del centro, anche se questo significa, portarsi a casa il lavoro, come gli fa notare suo figlio Hanno. Hanno è l’unica cosa bella del matrimonio tra lei e Wilhelm, Hanno è un ragazzo intelligente, bello, che studia e vive a Gottinga. 
Anni fa, Irène, aveva trovato sul giornale uno strano annuncio di lavoro che l’aveva incuriosita e spinta a rispondere. E’ così che Irène aveva conosciuto Eva Volmann, una giovane donna che lavorava al centro da quando era stato concepito dalle potenze alleate, che avevano previsto che terminata la guerra, il mondo si sarebbe trovato di fronte a milioni di scomparsi di cui indagare le sorti. 

Quell’istituto era nato dalla preveggenza delle potenze alleate. Prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, aveva capito che la pace sarebbe stata raggiunta al prezzo non solo di decine di milioni di morti, ma anche di milioni di profughi e di scomparsi. Sparato l’ultimo colpo di artiglieria, avrebbero dovuto ritrovare tutte quelle persone e aiutarle a tornare a casa. Nonché stabilire la sorte di quelli che non sarebbero più riusciti a reperire. 

Irène e Eva diventano sin da subito amiche, due donne indipendenti che amano il proprio lavoro. Ma Eva è ebea e porta sul braccio, il numero che le era stato assegnato al campo di concentramento. Irène non ha mai voluto indagare, chiedere a Eva cosa aveva subito in quegli anni di prigionia, ma adesso che la sua amica non c’è più, a causa di un brutto male, Irène si sente in colpa di non aver avuto il coraggio di conoscere la storia di quella donna. 

Solo quando Eva si era rimboccata le maniche per approfittare degli ultimi raggi di sole Irène aveva notato i numeri sul suo avambraccio, e aveva distolto lo sguardo per non ferirla. 
Ma Eva se n’era accorta e aveva risposto alla sua muta domanda:<<Aushwitz. Mi hanno preso tutto, ma non la vita.>>
Colta di sorpresa, Irène era rimasta senza parole. E forse la sua guida non si aspettava alcuna risposta, perchè aveva fatto un ultimo tiro di sigaretta e aveva buttato il mozzicone. 
Per anni, del passato di Eva non si era più parlato. Irène non riesce a perdonarselo. A lungo si è detta che la sua amica preferiva il silenzio. E quando ha capito che quel silenzio non mirava a proteggere Eva, era troppo tardi. 
Ogni volta che pensa a lei, o pensa quanto le manca, è troppo tardi. 

Irène aveva imparato il suo lavoro da Eva, le aveva mostrato ogni angolo di quegli archivi pieni di documenti. Irène ha una vera vocazione nel suo lavoro, è molto meticolosa e al limite dell’ossessione, riesce a ricucire ogni filo tagliato dalla furia di Hitler, cercando le tracce di coloro che non sono più tornati, e ogni giorno si lascia assorbire dalle montagne di carte sulla loro vita e soprattutto sulla loro morte. 
Ma nell’autunno del 2016, Charlotte Rousseau, affida a Irène un compito molto particolare: restituire alle famiglie i migliaia di oggetti presenti nel centro, rinvenuti nei campi di concentramento. Ogni oggetto che si trova nel centro nasconde un segreto, una storia che Irène deve scoprire per dare voce a tutte/i coloro che avevano subito atti di violenza inaudita. 

Quando sono partiti per questo lungo viaggio verso l’ignoto, hanno portato con sé dei preziosi che non pesavano. I loro documenti d’identità, qualche talismano dal grande valore sentimentale. Ricordi di una vita che speravano di ritrovare intatta dopo l’arresto, la prigione, le torture, il vagone piombato. 
La maggior parte apparteneva ai deportati nei campi di Neuengamme o di Dachau. Politici, asociali, omosessuali, condannati ai lavori forzati. Appena arrivati, le loro cose venivano immagazzinate nel deposito degli effetti personali. Sono pochissimi gli ebrei che hanno avuto questo privilegio. La maggior parte di loro veniva uccisa subito, e tutto quello che possedevano veniva razziato e riciclato dalla macchina di guerra nazista. Perfino i capelli, i denti d’oro, il grasso dei loro cadaveri. 
L’Its ha ereditato quasi quattro mila oggetti all’inizio degli anni ’60. Un migliaio è stato restituito in quel periodo. 
Di un oggetto che aspetta di ritrovare il suo proprietario si dice che è in sofferenza. 
Irène ha la sensazione che la stiano chiamando. Deve sceglierne uno, o farsi scegliere. 

E’ così che Irène decide di iniziare la sua ricerca, da un Pierrot di stoffa, che aveva dei numeri scritti sul ventre. 
A chi apparteneva quel Pierrot? 
Che cosa gli è successo? 
Come si è sentito, quel bambino/a quando i nazisti gli/le hanno strappato quel peluche? 
Irène si lascia travolgere da quel Pierrot, dalla storia che nasconde dietro, rivelando ai lettori una vicenda emozionante, piena di umanità. 
Oltre a Pierrot, Irène ritrova un vecchio medaglione con la Vergine e un fazzoletto ricamato, che nascondono un passato oscuro, una storia che deve essere conosciuta dai discendenti. 
Irène sa che ogni oggetto è il simbolo di un corpo che non c’è più, ed è convinta, come il suo capo Charlotte, che restituendo ogni cosa, gli scomparsi ritroveranno posto tra i vivi. 
Grazie a questa ricerca, Irène incontrerà persone che l’aiuteranno, si ritroverà a viaggiare da Lublino a Varsavia, ma anche a Parigi e Berlino. 
Riuscirà Irène a dare voce a ogni storia nascosta negli oggetti presenti nel centro? 

La scrittrice Gaëlle Nohant con “L’archivio dei destini”, vincitore del Gran Prix Lire Magazine litéraire 2023, racconta una storia poco conosciuta tra gli archivi di Bad Arolsen, pieni di documenti, fotografie e oggetti che nascondono segreti e storie. 
I temi trattati sono i campi di concentramento, il progetto Lebensborn (un’associazione nazista creata da Himmler, allo scopo di accelerare la creazione di una razza ariana dominante), i Desaparecidos, il matrimonio, l’amicizia, le discriminazioni, la Seconda Guerra Mondiale e gli archivi di Bad Arolsen, che custodiscono milioni di documenti e oggetti delle vittime del nazismo. 
Lo stile di scrittura è intenso, sublime, scorrevole, emozionante e pieno di umanità, la scrittrice Gaëlle Nohant, dona ai lettori un romanzo unico, ricco di intensità emotiva. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche dei personaggi menzionati nella storia. 
Ogni capitolo presente nel libro, ha un nome, che racconta il passato, la storia della persona coinvolta.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro potente, pieno di umanità, ambientato ai giorni nostri ma che cerca di ricostruire il passato di chi è stato deportato nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere meglio gli archivi di Bad Arolsen, dove sono conservati milioni di documenti delle vittime del nazismo. 
A voi piacerebbe visitare l’archivio di Bad Arolsen? 
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“Le sarte della Villarey” di Elena Pigozzi

Titolo: Le sarte della Villarey 
Autore: Elena Pigozzi 
Collana: Omnibus 
Data uscita: 22 Aprile 2025 
Pagine: 240 
Genere: Romanzo storico 

Quando è scoppiata la guerra, erano una famiglia. 
Vivevano nel loro appartamento di fronte alla caserma, in fondo a via Indipendenza, una strada tracciata con il righello per unire Piazza Cavour con la Villarey e il parco del Cardeto. 
Due stanze grandi a piano terra con una cucina e l’ingresso che si affaccia sulle entrate, così attaccate che è normale sapere tutto di tutti. 
Il padre Luigi insegnava greco e latino nella scuola del centro, la madre sistemava le giacche dei soldati, cuciva le tovaglie, aggiustava gli abiti dei vicini. Il fratello Milo andava alle elementari, lei al liceo. […] 
Per un po’, pareva la solita vita, finché il padre è partito per la Grecia, la madre ha iniziato con la tosse e le cose hanno preso una direzione storta. Sono arrivate le tessere annonarie e le code allo spaccio per un poco di zucchero e del pane nero che ti spezza i denti. I soldati con i fucili che spuntano dalla campagna. La radio con i bollettini di guerra, le notizie di proiettili che tranciano gambe e vite, ma niente dalla Grecia, niente da Luigi, niente da papà. 

La narrazione si svolge nella città di Ancona nel 1943, mentre la guerra semina dolore, si insinua nelle abitazioni di ogni famiglia, spezzando ogni legame. 
La protagonista del libro si chiama Laura, una ragazza di diociotto anni, che si ritrova da sola a crescere e mantenere il fratello Milo, di undici anni. 
Da quando è iniziata la guerra, il loro padre Luigi, è andato a combattere in Grecia e da allora, non si hanno più sue notizie. Ma Laura, Milo e la loro madre Leila, continuano a sperare di vederlo attraversare la porta di casa. 
Come se non bastasse, Laura e Milo, si ritrovano da soli perché la madre Leila, a causa di una forte tosse, provocata da una malattia è mancata da poco. 
Laura ha fatto una promessa alla madre, poco prima di morire: si occuperà di suo fratello Milo e troverà un lavoro che le permetterà di provvedere alla loro sopravvivenza. 
E’ così che interviene Alda, una vedova forte e generosa, amica di Leila, che ha cresciuto da sola quattro figlie. Alda è la sarta tuttofare della caserma Villarey, ogni soldato conosce la sua bravura e il suo buon cuore, che la porta ad aiutare quella giovane ragazza, rimasta da sola, senza i genitori e con un fratellino a cui badare. 

Si erano baciati sulla panchina davanti al mare. La medesima che li aveva fatti incontrare. Che poi è certa sia la stessa su cui è seduta in questa sera di luglio. 
Ora il vociare intorno le arriva attutito: Alda è finita nel ricordo di quel primo bacio, la stretta forte di Cesare sui fianchi e la dolcezza delle labbra che la cercano, le accarezzano il viso, le sussurrano <<Alda>>, come soffi di fiato sulla pelle. E lì, sulla riga dell’orizzonte, Alda vede in fila quel passato che torna indietro con la risacca, il matrimonio sbrigato in fretta, perchè sarebbe nata una figlia e poi un’altra e altre ancora, fino a quattro. […] 
Tornano insieme anche frammenti che aveva scordato, finiti lontano nel tempo, sepolti da un dolore che ha più di venticinque anni.

E’ così che Alda, porta Laura a lavorare in caserma, all’inizio la giovane si occuperà di lavare e stirare le divise dei soldati, data la sua incapacità nel cucire. 
Ma ben presto, grazie alla pazienza di Alda, Laura impara a cucire, impara a tenere l’ago in mano, tanto da diventare la più brava sarta della caserma. 
E mentre Laura impara il mestiere di sarta, accade un fatto storico che rovescerà le sorti del Paese: la caduta del Duce e l’armistizio di Badoglio, che divideranno in due l’Italia. 
Mentre Neno, il capo sarto della Villarey, Alda, Laura e le altre sarte, sono impegnate a lavorare per non pensare, il 15 settembre, la città di Ancona viene occupata dai tedeschi e anche in caserma si respirerà un clima teso. 

A che servono le parole? C’è un mucchio di divise da riparare. Stringere sopprattutto. Scosta un poco lo sguardo e nota Laura, china a imbastire un paio di calzoni. Improvvisa le arriva l’immagine della giovane il primo giorno in caserma. La vede afferrare ago e filo, controllare le dita, aggiustare la stoffa, cucire piano. 
Quanto è diventata rapida. Rapida e sicura. 
E’ così che si va avanti. Perchè è da lì che arriva la forza. 

Infatti, i tedeschi hanno occupato la caserma Villarey, rinchiudendo più di 3000 soldati italiani nella soffitta, in attesa di essere deportati nei campi di lavoro nazisti. Anche Franco, il capo dei soldati, è rinchiuso in soffitta, un uomo bravo, intelligente che anni fa, aveva assunto personalmente Alda. Tra Franco e Alda, è nato un legame di amicizia, di rispetto reciproco, che proibisce ad entrambi di lasciarsi andare ai sentimenti. 
Tra i soldati della Villarey, rinchiusi in soffitta, il lettore conoscerà anche Pietro, un giovane ragazzo che sente una forza dentro di lui, un senso di protezione verso Laura. Laura non ha mai conosciuto l’amore ed è preoccupata per le sorti di quel giovane ragazzo, che le ha rubato il cuore. 
Ma Alda non accetta che 3000 ragazzi così giovani, abbiano il destino già segnato… E’ così, che escogita un piano per salvare quei giovani ragazzi dalla deportazione nazista. Per farlo, Alda avrà bisogno di vestiti da donna, utilizzati come travestimenti per evadere i soldati. E’ così che entrano in gioco tutte le donne del paese, pronte ad aiutare quei giovani ragazzi, che potrebbero essere i loro figli. 
Alda, Laura e tutte le altre sarte, impiegheranno tutto il loro tempo, a creare nuovi travestimenti per salvare dei ragazzi innocenti da un destino segnato a causa della guerra. 
“Le sarte della Villarey” si ispira a una storia realmente accaduta, quella di Alda Renzi Laus e Irma Baldoni di Cola, due sarte della caserma della Villarey di Ancona che salvarono dalla deportazione nazista 400 soldati, tra gli oltre 3000 stipati nella caserma, travestendoli da donne. 

Alda non ha dubbi: <<Se sono qui come sarta, c’è un motivo. E non è per stare a guardare che li spediscano tutti e 3000 in Germania.>>

La scrittrice, giornalista e insegnante Elena Pigozzi, dopo il successo di “La signora dell’acqua” (2022, premio Melvin Jones e premio Internazionale di letteratura Città di Como), di cui trovi la recensione sul mio blog: https://deborahcarraro97.com/2023/09/20/la-signora-dellacqua-di-elena-pigozzi/

La scrittrice Elena Pigozzi torna in libreria con “Le sarte della Villarey”, che racconta un episodio storico realmente accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, avendo come protagoniste donne, donne coraggiose, determinate a fare la Resistenza, servendosi dell’ago e del filo. 
La scrittrice Elena Pigozzi, mostra al lettore il genio femminile, l’importanza di aiutarsi tra donne per salvare i propri simili. Le sarte della Villarey non hanno nessun arma, nessun fucile, ma hanno l’ago e il filo che nella storia diventano una sorta di arma, fondamentale per salvare i soldati italiani dalla deportazione nazista. 
I temi trattati sono la morte, la forza delle donne, l’amicizia, l’amore, il fascismo, il nazismo, la resilienza, la Resistenza che diventa un grido di speranza ed esortazione a non rassegnarsi mai al male al buio del mondo. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, emozionante, delicato, sensibile, intenso e unico, grazie al “dono” della scrittrice di raccontare le atrocità della guerra con passione e delicatezza. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni caratteriali e psicologiche inserite dalla scrittrice. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere, una storia realmente accaduta, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha come protagoniste le donne, donne che si uniscono tra di loro, servendosi della loro arte, di ciò che sanno fare con l’ago e il filo per combattere il nazismo. 
Ringrazio la scrittrice Elena Pigozzi e la casa editrice Mondadori, per avermi inviato la copia cartacea del libro che mi ha permesso di conoscere le sarte della Villarey, una storia emozionante e realmente accaduta.
E voi conoscevate la storia di Alda e Irma? 
Fatemelo sapere nei commenti!!


“La volta giusta” di Lorenza Gentile

Titolo: La volta giusta 
Autore: Lorenza Gentile 
Casa Editrice: Feltrinelli Editore 
Collana: Fluo 
Data uscita: 7 Ottobre 2025 
Pagine: 320 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Sorrido osservando il casolare di pietra con il tetto spiovente che si staglia contro la vallata inondata dalla luce calda del pomeriggio. E’ mal messo, ma perfetto. Qualsiasi catapecchia può trasformarsi in un castello con un po’ di olio di gomito, giusto?
La bellezza sta negli occhi di chi guarda. 
E’ il mio sguardo ora, non riesce ad abituarsi alla bellezza che ha intorno. Il bosco fitto e misterioso, il gregge di casette di pietra arroccate sul versante della montagna, poco più in là, la vallata verdissima davanti, e il mare, laggiù, all’orizzonte. E’ davvero il mare? Una fettuccia blu, sopra i crinali e sotto il cielo. In certi giorni si vede la Corsica, mi hanno garantito. E io mi fido. 
Sulla porta d’ingresso del casolare c’è un’insegna sbiadita, Locanda. 

Una delle prime cose che farò sarà ripassare le lettere con un pennello. Avrò la mano ferma, quando mi impegno le cose mi vengono. Aprirò tutte le finestre, poi, per far entrare la luce e quest’aria tersa che ora mi solletica la faccia. Lo sapevo che qui si respirava. Ce lo siamo detti subito: si respirerà.
Lo sguardo sarà libero. Poche cose che contano. Ci lasciamo alle spalle il mondo. Ricominciamo, da noi e da un posto incontaminato. Altissimo. Puro. 

Chiudete gli occhi e immaginate il profumo di bosco e di miele, ma anche il calore di un caminetto di montagna che scoppietta e vi avvolge in un abbraccio.
La protagonista del libro si chiama Lucilla, una giovane donna insicura che ogni volta, rivoluziona la propria vita quando si innamora, convinta che sarà la volta giusta. Lucilla se lo chiede sempre, ma le cose non vanno mai come dovrebbero. E’ capitato con il primo ragazzo, Beniamino, soprannominato “lo sportivo”, che lei seguiva a ogni gara di kitesurf, annullandosi completamente; ed è capitato anche con il secondo ragazzo, Matteo “il geometra dei sentimenti”. Lucilla era la segretaria dell’azienda di famiglia di Matteo, ragione per cui si sentiva costantemente in difetto e sotto esame, dato che non riusciva a restare incinta. Lucilla si sentiva sbagliata, inadeguata come donna, notava gli sguardi discriminatori che Matteo e la sua famiglia le rivolgevano e si sentiva soffocare. 

Ma rimaneva quel senso di disagio. Quella voglia di essere diversa. E non sapere proprio come. 
Perchè non riesco a essere una donna uguale alle altre, quelle che gli uomini se li tengono, quelle che sono e si sentono abbastanza?
Non che non ci abbia provato. Ho seguito Numero Uno nelle sue gare di kitesurf in giro per il mondo facendo l’assistente ventiquattrore su ventiquattro, sono stata segretaria in tailleur nella ditta della famiglia del Numero Due, ho fatto la fidanzata perfetta in camicetta di seta del Numero Tre… E ora eccomi qui, ma Enrico non è il Numero Quattro, lui non è un numero. E’ Enrico, è quello giusto. Siamo alla pari, in questo sogno. E poi me l’ha giurato: sono la donna per lui. Lo capisco come nessun altro, ha detto, lo ascolto come nessun altro. Siamo in sintonia. […] 
E’ un nuovo inizio diverso dagli altri, però. Mi concentro su questa diversità. Non sento quel senso di disagio, di inadeguatezza quando sono con lui, perlomeno non molto. Diciamo quasi mai. Va bene, a volte lo sento, ma perchè il problema è in me. Sono io il problema. E non devo pensarci. Devo concentrarmi sul da farsi. 

Ma un giorno, Lucilla incontra Pierre, un uomo ricco che si insinua nel suo cuore e lei è convinta che lui, sarà l’uomo della sua vita. Ma Pierre e Lucilla, appartengono a due mondi differenti, proprio lei che è figlia di un giostraio, non può sposarsi con un blasone come Pierre.
E’ così che Lucilla si ritrova di nuovo sola, sbagliata e sente addosso il peso dell’inadeguatezza e del fallimento. Mentre Lucilla, cerca di capire le ragioni dei suoi sbagli, incontra Enrico, un uomo con diversi interessi, con il desiderio di allontanarsi dalla città per respirare l’aria pura di montagna. 
Lucilla ed Enrico si conoscono da poco, ma lei non ha dubbi: Enrico è quello giusto, per questo motivo la protagonista, lo soprannomina “Enrico Grandi Sogni”. 
Enrico, ha dei sogni ben precisi: vivere in una località sperduta di montagna, all’insegna del Green. 
E’ così, che una sera, Enrico mostra a Lucilla un bando per gestire una locanda di un piccolo paesino a rischio spopolamento sulle Alpi Marittime. 

Cercasi coppia per la gestione di una locanda con alimentari, in un affascinante borgo sulle Alpi Marittime. Sono compresi alloggio e contributo mensile. Il progetto fa parte di un ampio piano volto al rilancio economico dei piccoli borghi storici a rischio spopolamento, attraverso iniziative capaci di rispondere ai bisogni dei residenti, promuovere i servizi turistici eccetera… C’era una postilla, dopo le istruzioni per la compilazione della domanda, una sorta di messaggio pubblicitario: Un’ottima occasione per migliorare la qualità della propria vita e abbassare i costi, rimanendo in contatto con il resto del mondo grazie alla tecnologia. 

Lucilla non ha dubbi, decide di seguire e aiutare Enrico a realizzare i suoi sogni e compila il bando. 
Inaspettatamente, Lucilla ed Enrico vincono il bando, ed è l’occasione perfetta per mettere alla prova la loro unione. 
Ma Enrico è in ritardo, ha qualche problema da risolvere prima di partire e Lucilla si ritrova da sola in montagna a 1200 metri di altitudine, in un paesino di soli quindici anime. 
A valle, l’aspetta la dottoressa Parodi, incaricata dal comune a mostrare la locanda e il piano rigoroso, che la coppia dovrà rispettare, pena squalifica e risarcimento. 
La coppia dovrà sistemare l’intera locanda e aprire dopo un mese, un piccolo negozietto con i prodotti locali e genuini per far conoscere a tutti i visitatori le tradizioni e i prodotti locali. Dopo che la coppia, avrà avviato il negoziato, a Natale, dovrà aprire il ristorante e a Pasqua, la locanda dovrà essere completamente disponibile a chiunque vorrà soggiornare lì per qualche giorno. 
La Commissione e la dottoressa Parodi, si impegneranno a visitare la locanda (senza avvisare), che ogni norma sia stata rispettata. 
Mentre Lucilla prende nota di ogni scadenza e aspetta che arrivi Enrico, conosce Eliseo e Libero, due abitanti della valla, che si riveleranno fondamentali per lei. 
Eliseo è l’anziano della comunità, un punto di riferimento per tutti, il custode delle tradizioni locali, che sin da subito insegna a Lucilla le parole dialettali, le tradizioni e alcune pillole di saggezza sulla vita e sull’amore. 

“Dev’essere stata davvero felice per aver vissuto così a lungo,” commento. 
Eliseo ridacchia. “Ha amato molto, questa locanda soprattutto. L’amore è una bella medicina, ti fa venir meno voglia di andare di là. Certo, ci vuole anche fortuna, e il fisico, ma, dico, l’amore fa la sua parte. L’amore è la seconda regola per campare cent’anni felici. ” 
La prima qual è? E poi l’amore quale? Io ne ho avuti tre, prima di Enrico, uno peggio dell’altro. 
Alla fine, glielo chiedo. 
“L’amore,” sospira. “L’amore per un compagno, per l’alpe, per l’animale, per la musica, per l’estate, per il fuoco nel camino, per un figlio…L’amore.”
“Ah, quello.”
Mi avvicina il cestino del pane. “Cotto in uno dei due forni comuni, che ormai usiamo solo per le feste. E il vostro arrivo per noi è una festa.”
Lo ringrazio chinando il capo. Sono orata. Mi dispiace solo che Enrico si stia perdendo tutto questo. E’ come un abbraccio. Quest’uomo sprizza affetto, e non credo che finga. Anzi non finge per niente. Sembra circondato da un’aura. 

Invece, Libero è un ragazzo giovane, un architetto, diviso tra la montagna e la valle, che possiede una simpatica pecora di nome Abside. Libero, diventerà il fornitore di formaggi esclusivo della locanda e farà assaggiare a Lucilla il “bruss”, una crema di formaggio fermentata, tipica della zona. Libero che con Lucilla, sembra capirsi senza bisogno di troppe parole… 

Siamo un bel gruppo, noi. Bambini, adulti e nuovi giovani come me”, si pavoneggia Eliseo, accarezzando la testa di Tobia, che cammina aggrappato alla sua gamba. “Dedichiamo il nostro tempo libero a mettere il vestito della domenica al paese.”
Mi segno mentalmente quest’espressione per poterla raccontare a Enrico. Mi piace. 
“Non vogliamo che si perdano le tradizioni, che il paese si svuoti del tutto, sempre di più, e per sempre…” […] 
“Io ed Enrico siamo qui per questo. Ci rimboccheremo le maniche. Se arriviamo alla chiesa lo chiamo, così ci dice quando arriva e…”

Ma Lucilla, mentre aiuta Libero ad accompagnare dei turisti francesi, riceve un messaggio da parte di Enrico, il suo Enrico, che l’avvisa che non raggiungerà mai la locanda. 
Lucilla si sente spaesata, ogni cosa intorno a lei, all’improvviso non esiste più…esiste solo un grande buco, una voragine che le squarcia il petto. 
Lucilla si ritrova sola, nel sogno di un altro e con un contratto che prevede la presenza di una coppia, con il conto svuotato da Enrico. Lucilla non sa che cosa fare: restare o fuggire?
Nel mentre, Lucilla verrà aiutata dalla gente del luogo, non solo da Eliseo e Libero, ma anche da Nives, esperta di erbe e madre resiliente, da un giapponese misterioso che vive da solo in un paesino spopolato, che comunica con lei attraverso un traduttore simultaneo e Valentina, d’estate apicoltrice e durante l’anno, maestra in valle. 

Ha qualcosa di luminoso, ed è come se ci conoscessimo da sempre. (A volte si diventa amiche, prima ancora di conoscersi. Così quando ci si incontra ci si riconosce al volo.) Peccato che di me non dico niente. Ma non devo preoccuparmi. Avremo tutto l’inverno che l’hanno inventato a fare, se non per stare accanto al fuoco a chiacchierare? (E ogni tanto controllare che i bambini non rompano pezzi di casa o di sé stessi?) 
Poi pare ripensarci, in fondo non siamo nemmeno in autunno, e allora mi lancia qualche domanda, ma senza incalzare per le risposte. 
Quali sono le mie radici? Da quanto stiamo insieme io ed Enrico? Perchè non è ancora arrivato? Perchè abbiamo scelto questo posto? Preferisco il miele e lo sciroppo d’acero? […]
Tutte domanda a cui non trovo risposta. Ma lei non se l’aspetta. La sua è una cantilena, un incantesimo in cui mi trasporta attraverso il mare dei miei pensieri verso la terraferma.
In fondo non c’è altro modo per arrivarci.
Mi sento meglio, poi mi guardo indietro e torno giù, a fondo. In mezzo al naufragio.
Ho avuto conferma che abbiamo la stessa età, proprio la stessa! Lei però ha tre figli, un marito, un lavoro, una casa. Tutte cose che io ho solo sfiorato e mai ottenuto La guardo così adulta, con tutti i sacrifici che fa, e mi sento inadeguata. Non tanto per le cose che non ho, ma per quello che non sono. Come se non fossi riuscita a trovare un giusto compromesso con la vita e mi fossi intestardita a non accontentarmi. O forse è la vita che mi ha respinta, ogni volta. Forse non ho l’abito giusto per l’invito. (O magari l’invito.) […]
Mi dice cosa faremo insieme in questa o quella stagione, in questo o quel mese. Ha in mente il futuro, e in una parte di questo futuro ci sono anch’io. Io la ascolto in silenzio e penso con dolore e un senso di tradimento al fatto che non la vedrò mai più, perchè domani telefonerò alla responsabile del progetto per disdire l’impegno che ho preso per lasciar andare ancora una volta un sogno.
Lasciar andare anche questo. 

Lucilla imparerà da ognuno di loro, i segreti e le tradizioni del luogo e forse, per la prima volta, Lucilla si sentirà bene da sola, senza dover affidare la propria vita ad altri. 
Da sola, Lucilla sistemerà la locanda, grazie agli abitanti di questo paesino che le insegneranno ogni cosa. La protagonista si ritroverà con Eliseo a cercare tra i boschi, i funghi o a imparare a tagliare la legna, affidandosi completamente a sé stessa e alla natura. 
Tra i boschi, il profumo della legna, dell’erba, Lucilla imparerà ad ascoltare il proprio cuore e a fare pace con le ombre della sua vita. 
Lucilla non ha mai affrontato il dolore di essere stata abbandonata dalla madre, che da un giorno all’altro, ha lasciato la figlia e il marito, per costruirsi un’altra famiglia a quindici fermate di autobus di distanza. Lucilla è cresciuta con il senso di inadeguatezza, pensando di essere stata la causa dell’allontanamento della madre. 
E sarà grazie alla locanda e alla montagna, che Lucilla, avrà modo di guardare dentro il proprio cuore e perdonarsi. 
Ma Lucilla inizierà a comprendere che, quando si tratta di trovare il proprio posto nel mondo, non ci sono scelte giuste o sbagliare: in città o in montagna, da soli o in coppia, è solo una questione di sintesi personale. 
Quale sarà quella di Lucilla?
Riuscirà a far funzionare e gestire la locanda?

Il castello è il mio. Il lupo non mi fa più paura. Sono io e non sono più sola.
Chissà se esiste davvero la volta giusta. 
Forse, più che giusta dev’essere nostra.
Bè, se esiste, per me è questa. Non è che lo sento: ora lo so. 

La scrittrice Lorenza Gentile dopo aver pubblicato “Le cose che ci salvano” (2023) e “Tutto il bello che ci aspetta” (2024), editi da Feltrinelli, torna in libreria con “La volta giusta”, una storia di rinascita, il momento in cui smettiamo di adattarci agli altri e iniziamo a vivere davvero. 
I temi trattati sono l’amicizia, il dolore, i cambiamenti, le tradizioni, le cicatrici, l’abbandono della madre, la morte, la rinascita, l’amore e la libertà di vivere senza paura. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, luminoso, emozionante e profondo, la scrittrice descrive minuziosamente, sia i personaggi (descrizioni fisiche e psicologiche), sia le ambientazioni; infatti il lettore si ritroverà nei boschi, a sentire il profumo dell’erba, del muschio insieme a Lucilla e a Eliseo. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni inserite dalla scrittrice che permettono al lettore di entrare in empatia con ogni personaggio coinvolto. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro di rinascita, alla riscoperta di sé, a chi sta affrontando un periodo buio e ha bisogno di uno spiraglio di luce, a chi ha bisogno semplicemente di vivere in funzione di sé stesso, senza ricorrere ad altre persone.
Buona lettura 📚📚!!

“Una locanda rosso lampone” di Amanda Colombo

Titolo: Una locanda Rosso Lampone 
Autore: Amanda Colombo 
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Narratori moderni 
Data uscita: 6 Maggio 2025 
Pagine: 288
Genere: Romanzo contemporaneo 

L’ingresso di Lidia riportò gli ospiti alla realtà. 
<<Io sono Lidia, la locandiera, e sono felice di accogliervi al Rosso Lampone per questa settimana, durante la quale potrete…>> fissò negli occhi tutti i presenti, <<fare quello che vi pare!>>
Un risolino di sollievo uscì spontaneo a tutti i presenti. Lidia li scrutò, cercando in ogni volto le tracce del tormento che l’aveva condotto lì. Presto ne avrebbe saputo di più: le lettere che ognuno di loro le aveva consegnato all’arrivo la attendevano nel suo studio. 
Sapeva bene che ci sarebbe stato da fare, ma per il momento bisognava gettare le basi. 
Fiducia. Serenità. Conforto. 
Ecco cosa serviva. 

Chiudete gli occhi e immaginate di essere sul Lago Maggiore, dove si trova una ex casa cantoniera che spicca per il colore inusuale della sua facciata. Un rosso talmente caldo che, unito al profumo di lampone che emana, crea un’atmosfera magica. Il Rosso Lampone, un tempo una casa cantoniera, oggi è una locanda, una locanda per anime perse, che hanno bisogno di ritrovare sé stesse. 
I proprietari di questa locanda sono Lidia, Michele e la loro “figlioccia” Ortensia Petunia Grappi. 
Lidia è un ex bibliotecaria, che possiede una grande dote: riuscire a osservare le persone, cercando di capire la loro frattura, il dolore che stanno vivendo, provando ad aiutarle. 
E’ così che Lidia, aveva conosciuto tanti anni fa, Ortensia, una bambina, che si recava ogni giorno in biblioteca per imparare a memoria ogni libro. La mamma di Ortensia, si era ritrovata a crescere da sola quella bambina, quando era ancora una ragazza molto giovane, non aveva un lavoro stabile e non poteva permettersi di mandare sua figlia alla scuola materna. Per questo motivo, affidava Ortensia, alla vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca quasi tutti i giorni. 
Durante le scuole elementari, Ortensia aveva continuato a recarsi in biblioteca, diventata per lei un “rifugio”, il luogo in cui poteva essere semplicemente sé stessa. 
Lidia aveva trent’anni, quando ha conosciuto Ortensia, una bambina “speciale” di dieci anni, che conosceva a memoria ogni libro presente nella biblioteca. 
La mamma di Ortensia non si era mai preoccupata di scoprire, analizzare il disturbo della figlia (forse Asperger, neurodivergente o autistica), anche perchè negli anni Novanta, non vi era molta attenzione per i bambini con i bisogni speciali, soprattutto a scuola. Per la scuola, era inconcepibile che una bambina come Ortensia, bravissima in tutte le discipline, non riuscisse a creare un legame con gli altri bambini. 

Ortensia è parte della famiglia, ormai, Ha ragione, era una delle persone che entravano spaesate nella biblioteca, ma ha iniziato a farlo molto prima che arrivassi io. Vede, Ortensia è – o meglio, era- figlia  di una ragazza un po’ scapestrata, che faticava a trovare una collocazione nel mondo e che si era ritrovata, giovanissima, con una figlia da crescere, da sola. Non so di preciso come fosse arrivata a Verbania, so solo che aveva preso un minuscolo bilocale in affitto e che si arrabattava facendo le pulizie in settimana e la barista nel weekend. Da quello che mi hanno raccontato, per la madre la scuola materna era una spesa inaffrontabile, perciò affidava Ortensia a una vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca tutti i giorni. Quando poi aveva iniziato la scuola, la biblioteca era diventata l’unico posto dove potesse studiare o anche solo passare del tempo in compagnia di persone se non amiche, almeno non ostili. Era già chiaro quanto fosse… speciale, e lei sa come possano essere crudeli i bambini…
Per farla breve, quando io ho preso servizio, a trent’anni, Ortensia ne aveva dieci e conosceva a menadito ogni antefatto di quelle stanze. Anzi di più: sapeva a memoria ogni singolo libro che avesse letto. […] 
Asperger, neurodivergente, autistica ad alto funzionamento… Le dia la definizione che preferisce. La verità è che nessuno ha mai indagato la condizione di Ortensia. La madre era troppo occupata a mettere insieme il pranzo con la cena per consultare specialisti. All’epoca, nei primi anni Novanta, l’attenzione per i bambini con bisogni speciali non era quella che abbiamo oggi, e un’alunna come Ortensia -bravissima in tutte le materie ma incapace di instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con i compagni- veniva vista come una bambina dal carattere timido e ansioso, niente di più. 

Da quando, Lidia aveva conosciuto Ortensia, l’aveva osservata ogni giorno e aveva capito sin da subito, quanto quella bambina fosse speciale. 
Lidia, a poco a poco, ha iniziato a creare un legame con quella bambina, riuscendo ad entrare nel suo mondo e nel suo cuore. Ortensia aveva difficoltà a comunicare con le persone, ma grazie alla sua memoria e ai libri, oltre che alla costanza, dolcezza e umanità di Lidia, quella bambina aveva iniziato a comunicare con la bibliotecaria, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, che aveva imparato in tutti quegli anni. 
Ma ben presto, Ortensia, si era ritrovata da sola… la madre l’aveva abbandonata appena compiuti i diciotto anni, ed è allora che Lidia e suo marito Michele, l’hanno accolta nella loro casa. 
Ortensia ha creato sin da subito un legame speciale con Costanza, la figlia di Lidia e Michele, diventando per lei, una sorella maggiore. 

Voleva sapere se Ortensia si sentisse mai sola, se avesse trovato un equilibrio fra ciò che desiderava e ciò che poteva ottenere, se venisse mai presa dallo sconforto per non essere capita, se temesse mai la solitudine o se la cercasse. Voleva chiederle se, insomma, si sentisse come lui spaesata, persa, in affanno, incompresa, a volte desolatamente sola e a volte fortunatamente sodissima. 
Con tutto questo in testa e nel cuore se ne uscì con un: <<Ortensia, lei è felice?>> […] 
<<Per dare degna replica a cotanta petizione giunga in mio soccorso il celebre Vate di Cellino San Marco, che esplicò l’inafferrabile sentimento con le sue imperiture parole…>> 
Un piedino che batteva il tempo si unì a naso, occhio e bocca mentre Ortensia iniziava a cantare: 

<<Felicità 
E’ un cuscino di piume, l’acqua del fiume che passa e che va 
E’ la pioggia che scende dietro alle tende, la felicità 
E’ abbassare la luce per fare pace, la felicità 
Felicità…>>

Veloci come erano comparsi, quei frammenti di Ortensia sparirono, lasciando lo scrittore davanti a una porta chiusa e a tutti i suoi dubbi. 

Lidia, Michele e Ortensia sono il cuore, l’anima della locanda, una locanda per chi ha bisogno di rifugiarsi, allontanarsi dalla routine soffocante, dagli smartphone e qualsiasi Device tecnologico, che gli ospiti devono consegnare obbligatoriamente al loro arrivo. 
Per gli ospiti, il Rosso Lampone, è l’opportunità di ritrovare sé stessi, di recuperare fiducia, di compiere scelte, di leggere buoni libri, consigliati dalla proprietaria Lidia, ma anche di gustare le leccornie preparate da Ortensia. 
Ma per accedere al Rosso Lampone, ogni ospite dovrà rispettare le seguenti regole: 

  1. L’arrivo è previsto per la domenica pomeriggio, rigorosamente alle 15, la partenza per la domenica seguente, dopo colazione. Per l’intera settimana deciderai tu quanto tempo condividere con noi e con gli altri ospiti ( a parte i pasti, di cui parleremo dopo): se vorrai, potrai fare meravigliose passeggiate nei boschi e sul lago; prendere il sole in giardino; rintanarti in biblioteca; scendere in spiaggia o gironzolare per i nostri borghi. Oppure stare con noi e raccontarti. 
  2. Appena arrivato, dovrai consegnare cellulare, tablet e ogni tipo di Device, che ti verrà restituito a fine vacanze. Per ogni emergenza, c’è il vecchio telefono fisso in salotto a disposizione dei clienti. Ricorda di lasciare il nostro numero a chi potrebbe aver bisogno di parlarti. 
  3. Ogni giorno si fanno colazione e merenda insieme, inderogabilmente. Siamo infatti convinti che – se la serenità dello spirito la daranno i boschi e i libri- quella del corpo la possono dare solo i favolosi dolci di Ortensia. Per pranzo potrai chiedere un cestino da pic-nic, per cena scendere in paese in uno dei ristoranti convenzionati. 
  4. All’arrivo, ci consegnerai una lettera scritta a mano in cui ci racconti chi sei e perchè hai sentito il bisogno di venire da noi. Questo aiuterà noi a capirti e a fare il meglio per il tuo soggiorno, e aiuterà te a mettere a fuoco le tue necessità. 
  5. La sala lettura è sempre aperta e la libreria è a tua totale disposizione, così come Lidia, che si professa una <<custode di storie>>: quelle dei libri che per anni ha consegnato come bibliotecaria e che ora può suggerirti, e quelle che tu vorrai affidare a lei. La troverai lì ogni pomeriggio, dopo la merenda. 
  6. Il sabato prima della partenza, la merenda viene sostituita da una cena, di cui ogni ospite sceglierà una portata, perchè per noi è una festa della famiglia: quella di cui anche tu fai parte. 

Lidia, Michele ed Ortensia sono pronti ad accogliere i nuovi ospiti della settimana, che hanno scelto di soggiornare al Rosso Lampone per ritrovare sé stessi, le proprie radici e per trascorrere momenti di pace e serenità. 
Tra gli ospiti del Rosso Lampone, c’è la famiglia Coci, ovvero Pietro Coci, i suoi figli, Veronica e Filippo e la moglie Gisella. Gisella si è sempre occupata da sola dei figli, ha lasciato il lavoro per dedicare tutta sé stessa a Veronica e Filippo, che sono molto affezionati alla madre, ma non hanno nessun legame, rapporto con il proprio padre. Per questo motivo, Gisella, ha accompagnato il marito e i figli al Rosso Lampone, nella speranza che Pietro riesca per una volta a fare il padre, senza pensare al lavoro. 
Pietro è agitato, non ha mai trascorso del tempo da solo con i suoi figli, figuriamoci passare una settimana con loro, senza utilizzare il suo smartphone per sentire Valentina, il suo capo. 
Ma Valentina, non è solo il suo capo perchè è da qualche tempo, che Pietro si rifugiava negli abbracci di quella donna, per nascondere i propri problemi famigliari. 
Al Rosso Lampone, Pietro ha l’opportunità di allontanarsi dal proprio lavoro, da Valentina, per imparare a conoscere davvero i suoi figli… ma non sarà facile, soprattutto con Veronica, la figlia maggiore, che cercherà in tutti i modi di mettere in difficoltà il proprio padre. 
E’ così che Pietro mette alla prova le sue capacità di padre e di marito, ha solo una settimana per dimostrare a Gisella e ai suoi figli, che è in grado di ricostruire la loro famiglia. 
Ci riuscirà? 

Fuori dalla porta bianca lo aspettavano i suoi figli, il mistero più grande della sua vita: due esseri distinti, lontani da lui ma nello stesso tempo simili: imprevedibili ma intuibili a livello profondo; quello che muove le corde dell’anima e che lui aveva dimenticato da tempo. Veronica, ad esempio: credeva di averla persa nei meandri dell’adolescenza, che ormai si dirigesse verso rotte che non contemplavano più la presenza dei genitori, e invece- in quei pochi giorni- l’aveva osservata e ci aveva ritrovato la sua stessa timidezza con gli estranei; il suo desiderio di isolarsi da tutti, anche dagli affetti più cari, e la sua insofferenza per le situazioni forzate. Era proprio sua figlia: un pezzo della sua anima celata dietro agli occhi di sua moglie. 
E Filippo!  Filippo e la sua gioia ancora bambina, l’entusiasmo uguale a quello di Gisella, così come la sua passione per le novità, i cambiamenti, le sorprese… Filippo che aveva il carattere della madre, ma somigliava a lui nei gesti un po’ stizzosi e nella camminata un po’ dinoccolata e ne aveva ereditato gli occhi scuri con le ciglia lunghe. 

 

Oltre alla famiglia Croci, tra gli ospiti del Rosso Lampone, troviamo una giovane coppia, Gregorio Altieri e Altea Gregori. 
Altea Gregori è una ragazza di ventidue anni, di Piacenza, che studia storia dell’arte a Milano. Altea non ha amici, amiche, non ha mai avuto un ragazzo e non si sente nemmeno bella. 
Altea vive, “isolandosi” dai suoi coetanei, dato che i suoi genitori sono molto oppressivi e le proibiscono di conoscere ogni persona. Altea aveva scoperto su Internet, dell’esistenza del Rosso Lampone e dopo aver convinto i suoi genitori, che sarebbe stato il luogo perfetto per rifugiarsi nello studio, in prossimità degli esami, aveva deciso di soggiornare alla locanda per ritrovare sé stessa, per vivere per la prima volta libera, senza la pressione dei genitori. 
Ed è proprio Altea, che aveva invitato al Rosso Lampone, Gregorio Altieri, un ragazzo che aveva conosciuto da poco sui social. Altea aveva trovato su Instagram, una fotografia che la ritraeva mentre era all’università, ed era stata scattata proprio da Gregorio, da sempre appassionato di fotografia. 
Dopo una serie di messaggi, scambiati sui social, Altea e Gregorio, avevano deciso di incontrarsi per prendere un caffè e scambiarsi due chiacchiere. E’ in quell’occasione, che Altea, aveva invitato Gregorio ad accompagnarla al Rosso Lampone, anche se era uno sconosciuto, la ragazza aveva sentito qualcosa dentro di lei, che l’aveva spinta a fidarsi di lui. 

Io credo molto al destino. Credo che esiste una forza, un qualcosa che ci spinge nella giusta direzione, quando noi non siamo in grado di vederla. E io non la vedo mai, credimi. 
E’ stato il destino a farmi scoprire il sito, e io ho deciso di assecondarlo prenotando una settimana, per stare da sola con i miei pensieri e i miei libri d’arte. 

Quando Gregorio era sceso a cercarla, l’aveva trovata sulla piccola sedia, le luci spente, in lacrime. Si era avvicinato come avrebbe fatto con un cerbiatto ferito, perchè lo sguardo di Altea sembrava proprio atterrito come quello di un animale braccato. 
Lui, invece di chiederle cosa fosse successo e abbracciarla come avrebbe voluto fare, si era seduto sul pavimento e aveva posato la testa sulle sue ginocchia. In silenzio. 
Lei, invece di fuggire come avrebbe voluto fare, era rimasta e aveva allungato una mano per fare una carezza a quei capelli così simili ai suoi. 
In quell’ora buia che era già quasi giovedì, nel salotto del Rosso Lampone, due giovani ragazzi capirono cosa è l’amore, restare, quando sarebbe molto più facile fuggire. 

Ma a soggiornare al Rosso Lampone, vi è anche uno scrittore affermato di nome Cesare Marescalchi. Cesare è uno scrittore di mezza età, che si rifugia alla locanda per “scappare” dalla pressione della propria casa editrice, che continua a chiedergli notizie sul nuovo romanzo. Cesare, non riesce più a scrivere, da quando ha conosciuto “Luce” e si è innamorato per la prima volta. 
Cesare ha paura, ha paura dei suoi sentimenti e non riesce a comunicare a nessuno che si è innamorato… sarà grazie all’amore di Lidia, Michele e Ortensia, se riuscirà a fare pace con il proprio cuore e i suoi sentimenti senza vergognarsi. 

<<I miei genitori, il mio agente, il 90% delle mie conoscenze hanno un passato segnato da divorzi e separazioni e un presente fatto di piccole passioni effimere, nate sui social o in palestra. In questo secolo, l’amore è una meteora nella vita delle persone.
Poi arrivo qui e… trovo voi. Che vi capite con uno sguardo. Che fate gli stessi gesti, ridete delle stesse cose… Come fate? […] Come avete fatto? Come si fa a capire che la persona che hai davanti passerà il resto della sua vita con te? Come si fa a capire se è amore eterno?>> […] 
<<Vede Cesare, io non so se esiste un modo universale per certificare l’amore… E tolga l’eterno, che di eterno non c’è nulla… A mio avviso non è questione di sapere, piuttosto di sentire. Quando ho conosciuto Michele fra di noi non è scattato il classico colpo di fulmine, almeno non da parte mia… Ci siamo conosciuti in biblioteca, non mi chieda il giorno perchè non me lo ricordo. Probabilmente ci siamo parlati più volte prima che io mi accorgessi di lui e lui di me, chi lo sa… Quello che so, è che un giorno mi sono accorta di aspettarlo. 
Speravo arrivasse.>> 
Lidia sorride al ricordo. <<Sa, io sono un tipo piuttosto pragmatico, il romanticismo non è proprio nelle mie corde. Eppure ogni volta che vedevo Michele,  sentivo che eravamo fatti per stare insieme. Sentivo che il nostro destino era questo. […] Quando poi ci siamo messi insieme, ho capito che mi completava.>>

L’ultima coppia di ospiti, sono i fratelli Erika e Hank Kramer, che dalla Germania hanno deciso di recarsi alla locanda per ritrovare le proprie radici. La loro nonna è mancata da poco ed Erika e Hans, avevano ritrovato una vecchia fotografia che ritraeva il nonno in Italia. 
Per tutta la vita, Erika e Hans, avevano creduto che il nonno fosse stato un nazista, che avesse compiuto atti deplorevoli, ma in realtà, il loro nonno era un disertore, che si era rifiutato di uccidere i suoi simili. 
Per Erika e Hans, il Rosso Lampone sarà l’opportunità per conoscere realmente la storia del nonno e per fare chiarezza sulle loro radici. 

Il 20 Giugno 1944 quarantatré partigiani -rastrellati dai nazisti in Val Grande- furono fucilati nei pressi del canale che unisce il lago Maggiore al lago di Mergozzo. Prima, i nazisti li avevano fatti sfilare in corteo da Intra, in modo che la popolazione vedesse che fine faceva chi osava mettersi contro gli invasori In effetti, l’eccidio fu la vendetta per i fascisti del presidio di Fondotoce catturati, ma non uccisi, dal gruppo partigiano Valdossola. […] 
Da questo e da altri scatti abbiamo scoperto che il nonno partecipò ai rastrellamenti, e quel giorno assistette alla fucilazione, di cui si occuparono i suoi commilitoni. Rimase sconvolto da tanta crudeltà, e si rese conto di non volerne più farne parte. Il giorno dopo approfittò del movimento di truppe per darsi alla macchia, dirigendosi verso le montagne. 

Ortensia e Lidia hanno solo una settimana per aiutare i propri ospiti a lavorare sulle paure che ingombrano la loro mente e il loro cuore. Una settimana al termine della quale ognuno di loro possa fare spazio in valigia alla versione migliore di sé. 
Riusciranno Pietro, Veronica, Filippo, Gregorio, Altea, Cesare e i fratelli Kramer, a ritrovare sé stessi al Rosso Lampone? 
E a voi piacerebbe soggiornare in una locanda come quella del Rosso Lampone? 
Riuscireste a privarvi per una settimana dello smartphone? 

Ecco, l’ho detto. La mia famiglia. 

Perchè è questa la grande novità. Oggi io sono la casa di una famiglia! 
E non solo. Sono anche la casa di tantissime persone che vengono qui per stare meglio, per ritrovarsi, come dice la Signora. Capite? Non è incredibile? Un tempo ospitavo persone che si occupavano di riparare strade e tenere in comunicazione i paesi, oggi sono il luogo in cui si riparano i cuori e si mettono in comunicazione le anime! […] 
Oggi posso guardare negli occhi le persone che arrivano, e vedere lo smarrimento che le accompagna e che conosco molto bene. Posso osservarle muoversi al mio interno alla ricerca di ciò che gli ridarà il sorriso, e a volte riesco a influenzare il loro destino, facendo cigolare una porta o indirizzando il riflesso di un vetro. Sono qui quando alla fine se ne vanno, ed è sempre come se andasse via un amico a cui vuoi bene, che sai che ti mancherà tantissimo ma non puoi impedire che accada. 
Oggi, ad esempio, sto seguendo la partenza di questo gruppo fantastico che mi ha abitato durante la settimana. […] 
Ecco, un attimo, scusate…
Dovevo mettermi in posa per la foto di addio. Non voglio che alle spalle del gruppo sorridente ci sia una casa sfuocata!
Che belli gli abbracci degli esseri umani… Si vede che unendosi è come se si ricomponessero i pezzi che hanno dentro…

La scrittrice Amanda Colombo, autrice di “Meno male che ci siete voi”, tradotto anche in Germania, torna in libreria con “Una locanda Rosso Lampone”, una storia felice che traccia un cammino verso ciò che si dovrebbe sempre recuperare: il coraggio di riscoprirsi. 
Il Rosso Lampone è la locanda perfetta per anime alla riscoperta di sé stessi, una finestra per anime fragili, imperfette che si incontrano per caso, aiutandosi tra di loro e godendosi la serenità del luogo, oltre che della compagnia dei proprietari. 
I temi trattati sono la tecnologia, i rapporti umani, l’amicizia, la riscoperta di sé, i libri che possono essere un rifugio, l’abbandono, l’omosessualità, i tradimenti, i rapporti con i genitori, la libertà, la fotografia, la scrittura, la Seconda Guerra Mondiale e il presidio Fondo Toce e l’amore, non solo per gli altri, ma soprattutto per sé stessi. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, semplice, emozionante e profondo, una vera coccola per l’anima e il cuore!!
I personaggi sono strutturati bene grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche, oltre ai dialoghi, che permettono al lettore di affezionarsi a ognuno di loro. 
Personalmente, mi sono affezionata particolarmente alla storia di Ortensia, personaggio che ha un ruolo cruciale e fondamentale all’interno della storia, che dispensa consigli ai suoi ospiti, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, imparate a memoria sui libri. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia profonda, piacevole, in grado di riscoprire voi stessi, di donarvi una coccola al cuore e all’anima.
Lasciatevi travolgere dalle parole di Amanda Colombo, vi ritroverete sulle sponde del Lago Maggiore, alla locanda Rosso Lampone a gustare le prelibatezze preparate da Ortensia!!
Buona lettura 📚📚!!

“Controcanto di Natale” di Federica Bosco

Titolo: Controcanto di Natale 
Autore: Federica Bosco 
Casa Editrice: Newton Compton Editori 
Collana: Anagramma 
Data uscita: 25 Novembre 2025 
Pagine: 192 
Genere: Romanzo rosa 

<<Si… ehm… è solo che volevo chiederle…dato che è la Vigilia di Natale… un paio d’ore di permesso per andare a prendere mia figlia all’aeroporto. Sa, mio marito si sente poco bene e…>> 
La fisso senza espressione. 
Le parole “Vigilia di Natale” mi infastidiscono come quando il tizio davanti a me al casello non arriva al pulsante del biglietto e deve scendere. Non mi avesse ricordato la feriale ricorrenza glielo avrei anche dato, il permesso, ma siccome detesto questo periodo dell’anno e tutto quello che si porta appresso, cioè auguri, regali e lassismo, non ci penso proprio.
E dire che credevo di essere stato chiaro: ai miei impiegati ho vietato addobbi, albero e rinfreschi, proprio per evitare perdite di tempo, di cui avrei altrimenti decurtato l’equivalente dal loro bonus. 

Il protagonista del libro si chiama Filippo, un uomo di cinquant’anni, CEO di un’importante multinazionale dello shopping online. 
A Filippo non interessa nulla, se non il profitto e disprezza tutto ciò che profuma di affetto, festa e tradizione, soprattutto detesta il Natale. Ai suoi dipendenti è vietata ogni forma di festeggiamento: dagli auguri, ai brindisi, è proibito fare l’albero in ufficio, attività inutili che gli farebbero perdere tempo e soldi, che decurterebbe dallo stipendio dei suoi impiegati. 
Filippo, è il datore di lavoro che nessuno di noi vorrebbe avere, soprattutto, quando si avvicinano le festività natalizie. Alla Vigilia di Natale, la sua storica segretaria, Lidia, gli aveva chiesto un permesso di qualche ora per andare a prendere la figlia all’aeroporto, dato che il marito stava male, ma a Filippo non interessava che era Natale e gli proibì di assentarsi dall’ufficio. 
Filippo è molto cinico, insofferente, solo, senza amici e l’unica che lo sopporta è Alexa. 

Mentre aspetto che l’ascensore riscenda, mi sento tirare un lembo dei pantaloni. Mi volto e c’è un bambino di quattro anni. La madre lo raggiunge e si scusa. Faccio un cenno con la testa e finalmente l’ascensore arriva, ma purtroppo stavolta non posso impedire che i due salgano con me. 
Saliamo in silenzio ma, quando arriviamo al loro piano, uscendo il bambino mi guarda rancoroso e mi dice: <<Guarda che se non fai il bravo Babbo Natale non ti porta i regali!>> 
<<Ti svelo un segreto>>, gli rispondo, sorridendo, mentre le porte si chiudono: <<Babbo Natale non esiste.>>

Ma a Filippo non interessa, declina anche l’invito di sua sorella Anna per il pranzo di Natale, contento di non dover festeggiare quell’assurda festività. 
La sera della Vigilia di Natale, Filippo, incurante della neve, ordina una pizza, che gli viene consegnata dal fattorino in ritardo e fredda. Anche in quest’occasione, il protagonista si rivela prepotente, cinico, rifiutandosi di pagare il povero fattorino, che aveva sfidato la neve pur di tenersi il lavoro. 
E’ così che Filippo, festeggia la vigilia di Natale con i taralli (omaggio di Trenitalia), una bottiglia di vino e una serie Netflix… ma non tutto va secondo i suoi piani, perchè Filippo riceve una strana chiavetta USB, contenente alcuni filmati di quando lui e sua sorella Anna andavano d’accordo, lui era ancora felice, prima della morte della madre. 

Recupero un vecchio pc che per accendersi impiega almeno mezz’ora e poi, finalmente, la inserisco. La cartella si apre e contiene alcuni video. […] Ne apro uno a caso, ma per mia somma sorpresa non ci sono acrobazie erotiche, bensì un video di me vestito da Zorro che sorrido sdentato alla telecamera di mio padre battendo le manine. Ne apro un altro e ci siamo io e mia sorella al mare che scaviamo una buca sulla riva insieme a nostra madre. Mamma si copre la faccia ridendo appena si accorge di essere ripresa. Eccomi che suono una batteria giocattolo mentre tutti si tappano le orecchie. Ed eccomi di nuovo a Natale, mentre io e mia sorella apriamo i regali. 
Sento una strana sensazione alla bocca dello stomaco. 
Come un magone che sale su. […]
Il video successivo mi colpisce coma una fucilata al cuore. La mamma a letto malata, che saluta e sorride a fatica. Lo avevo fatto io, quel video. Sarebbe mancato poco tempo dopo e volevo un suo ricordo. 

E’ così che Filippo si ritrova a pensare al passato, alle scelte fatte che lo hanno portato ad allontanarsi dai familiari e dai suoi amici Luca e Vanessa. Con Luca e Vanessa, avevano sempre condiviso ogni cosa… finché Filippo, non ha deciso di appropriarsi dell’idea di Luca, del sito di shopping online… da allora, la loro amicizia è finita. 
Ma Filippo non ha voglia di pensare al passato, decide di andare sull’app di incontri “Tinder”, dove fa un’improbabile match con una ragazza. 
E’ così che Filippo, invita a casa sua quella sconosciuta e si ritrova davanti una ragazza di nome Laura, che somiglia più a un folletto e si presenta nel suo salotto da rivista con un enorme mastino napoletano di nome Emilio. 

Non ho voglia di parlarne, eppure mi ritrovo a raccontarle cose di cui non mi ricordavo nemmeno più. Le racconto della mia infanzia, della scuola, di quanto la nostra vita fosse semplice e felice, di come eravamo legati, io e mia sorella, prima della malattia di nostra madre, e di come progressivamente, dopo la sua morte, ci siamo allontanati. Le racconto della seconda moglie di mio padre, della rabbia che ho cominciato a covare nel vedere che il ricordo di mamma veniva spezzato via giorno dopo giorno, le foto sparite, la casa ristrutturata in men che non si dica. Mi ritrovo a confessarle che forse è da allora che ho cominciato a evitare quasi scientificamente i sentimenti, convinto che gli altri prima o poi ti feriranno e che è solo una questione di tempo. […] 
Il mio è un monologo lunghissimo, le parole mi escono dalla bocca come fossero state lì ad attendere il loro turno per un’eternità e avessero solo una gran fretta di uscire. […] 
Laura tace, come un rispettoso confessore, ma la sua presenza è un ascolto attivo, potente, che percepisco come un abbraccio e che mi incoraggia ad andare avanti. 
Mi spoglio di tutti i miei peccati, di tutte le cattive azioni, della mia ignoranza, della mia arroganza e presunzione. Della prepotenza da bulletto verso i più deboli, del mio costante sentimento di superiorità, del potere che mi ha dato alla testa inebriandomi come una droga. 

Sarà proprio Laura, una ragazza umile, generosa a fare breccia nel cuore del cinico Filippo. 
Inizia così una corsa contro il tempo per rimediare agli errori, ritrovare chi ha perso e scoprire che il vero regalo di Natale… è l’amore. 
Riuscirà Filippo a ritrovare l’affetto della sua famiglia? 
Riuscirà Filippo a non avere paura di amare? 

<<Filippo, adesso calmati!>> Mi scuote. <<Calmati! Qui non c’è nessun fallito, non c’è niente di irreparabile. Finché siamo vivi abbiamo la possibilità di rimediare ai nostri errori. Credi che io sia stata sempre una sostenitrice della pace e dell’amore? 
Credi che non me ne sia fregata di tutto e tutti finché potevo contare su uno stipendio da favola? Tappandomi il naso, girandomi dall’altra parte? Neanch’io sono senza peccato, però si può cambiare, diventare migliori versioni di noi stessi>> dichiara con piglio da leader. 
<<Non sei cattivo, Filippo, e te lo dico perchè i cattivi veri li ho conosciuti. Tu sei solo uno che si è separato dalla propria natura per non sentire più dolore, ma finché quel dolore lo eviti, non lo affronti, non lo attraversi e lo elabori, la tua vita sarà una continua fuga, una continua distrazione, e credimi, sarai un’infelice.>>

 

La scrittrice Federica Bosco dopo aver pubblicato “Cercasi amore disperatamente”, la serie dell’Angelo (“Innamorata di un’Angelo”, “Il mio Angelo segreto”, “Un amore di angelo” e “un Angelo per sempre”), “Il mio gatto mi detesta”, “Il diario di Sir Thomas” e “Natale con Sir Thomas”, torna in libreria con “Controcanto di Natale”, una favola di Natale ironica e piena di magia, per chi ha smesso di credere nell’amore e per chi non smetterà mai di crederci. 
La scrittrice Federica Bosco con “Controcanto di Natale”, reinterpreta la classica storia “Canto di Natale” in chiave moderna, donando ai lettori una storia semplice e veloce da leggere sul divano, in compagnia di una gustosa cioccolata calda con panna o tisana di Natale. 
I temi trattati sono la sindrome dell’abbandono, le amicizie, i tradimenti, il Natale e l’amore, in grado di trasformare anche un cinico come Filippo. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, delicato e romantico, una lettura veloce e perfetta per il periodo natalizio. 
I personaggi sono strutturati bene, all’inizio ho “odiato” il cinismo del protagonista, ma poi, ho capito che dietro al suo atteggiamento arrogante da snob, c’era una grande paura di soffrire e d’amare. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia romantica, delicata e piena di magia, ambientata nel periodo natalizio con un protagonista snob, arrogante e cinico che detesta il Natale… ma anche Filippo è pronto ad aprire il cuore per far entrare la magia del Natale!!
Buona lettura 📚📚!!