Titolo: Un padre bugiardo Autore: Maria Luisa Mosele Casa Editrice: Morellini Editore Pagine: 216 Data uscita: 30 Gennaio 2026 Genere: Narrativa su famiglia e relazioni
Avevo diciotto anni quando mi chiusi per sempre la porta alle spalle. Nitido il ricordo di quel giorno. La memoria ha cristallizzato la mia immagine di ragazza che fugge senza voltarsi indietro. Se chiudo gli occhi posso ancora sentire il profumo delle rose in giardino. Le avevo sfiorate solo un attimo prima di andarmene per sempre. Ma a un tratto, ecco che il tempo si ferma. Un incidente, come un colpo d’accetta, tronca con un taglio netto il mio presente e, all’improvviso, ripiombo nel passato. Quel passato, che credevo di avere seppellito per sempre dentro di me, inaspettatamente, ritorna così, un giorno per caso.
La protagonista del libro si chiama Sofia Sartori, una ragazza che dieci anni prima, aveva rivoluzionato completamente la sua vita, lasciando il “porto” sicuro della casa dei genitori e un lavoro in banca per proseguire con gli studi all’Università di Padova, dove si trovava la vecchia zia. Non è stato semplice per Sofia, lasciare Cerrina Monferrato, il luogo della sua infanzia, lasciare la madre Enza, da cui aveva ereditato i capelli, gli occhi e ogni tratto, ma il padre Adelio non le aveva lasciato nessuna alternativa.
<<Sofia, sai bene come la penso, ma fai sempre finta di non sapere. Sono studi inutili, che non offrono nessun futuro. Te l’ho ripetuto mille volte. Cosa farai dopo? Starai in mezzo ai drogati o a gente fuori di testa? Una Sartori? Scordatelo.>> Si fermò, come per prendere un respiro e sembrò improvvisamente addolcirsi, prima di continuare: <<Ma benedetta figlia, vuoi ragionare? Dopo la maturità c’è un posto in banca che ti aspetta. Io e zio Tullio ci daremo da fare per sistemarti. Non ci mancano certo le conoscenze giuste. Sono già d’accordo con mio fratello. Tu pensa a prendere un buon voto alla maturità. Al resto pensiamo noi. E fatti passare i grilli per la testa. Tanto non avrai mai il mio permesso.>> […] Invece si limitò a rispondere a testa bassa: <<Io non voglio lavorare in banca.>> E subito aggiunse: <<Potrei frequentare Magistero a Padova. Ti prego, papà!>> E alzò la testa per guardarlo negli occhi. La reazione violenta fu immediata:<<Tu sei pazza! Una ragazza da sola in una città sconosciuta! Ma in che razza di mondo viviamo?>> <<Ma non ci sono mica solo io. In tantissimi si spostano. Padova raccoglie studenti da ogni regione d’Italia! Mi sono informata>> osò replicare. <<Non mi interessa cosa fanno gli altri. A me interessa quello che fai tu. E tu non ci vai!>> gridò con tono perentorio, mentre paonazzo in volto, colpiva il tavolo con un pugno.
Adelio è un padre severo, autoritario e aveva già deciso per la figlia il suo futuro: un posto in banca, che gli avrebbe garantito un futuro solido, certo. Sofia, dopo aver superato a pieni voti la maturità, aveva supplicato il padre di poter studiare Psicologia presso l’Università di Padova, dove si trovava la zia (sorella di Adelio), ma il padre era stato categorico: se fosse uscita da quella porta, Sofia non sarebbe più potuta tornare a casa, dimenticando di avere due genitori. E’ così, che Sofia, aveva oltrepassato la porta di casa per respirare la propria libertà e lasciarsi guidare dal destino.
Aveva rinunciato all’agio di una vita comoda per la sua libertà.
Libertà… Accarezzando il suono dolce di quella parola si aprì uno spiraglio di luce su un nuovo orizzonte: l’Università!
Ma a distanza di dieci anni, in un’estate afosa come quella del 1985, Sofia riceva una telefonata che sconvolgerà ogni cosa: i genitori sono morti in un incidente stradale. Sofia non riesce a credere alle parole del poliziotto, che durante la chiamata le aveva comunicato la scomparsa dei genitori.
Neppure quando sento pronunciare il mio cognome mi arrendo. Certo, sono una Sartori, rispondo, ma sono figlia unica. Ci dev’essere un’errore. Insisto. Continuo a non capire. O forse, non voglio capire. E’ a questo punto che Adelio Sartori risorge dall’abisso temporale in cui era sepolto e come un masso cade su di me travolgendomi. Mi schiaccia e non posso muovermi. Anche le mascelle sono serrate. Le mille domande muoiono in gola. Ma dall’altra parte il tono si fa sempre più alto. Allora, d’un fiato, sputo fuori quel nome, lo ripeto come un disco incantato e chiedo di ripetermelo ancora e poi ancora. Quando il suono agghiacciante “Audi ribaltata” mi colpisce, le gambe non mi reggono più.
Dopo dieci anni di lontananza e silenzio, Sofia è costretta a tornare nella casa d’infanzia a Cerrina Monferrato, dove troverà segreti sepolti e verità nascoste. E’ così che durante la narrazione, il lettore avrà modo di conoscere le dinamiche della famiglia Sartori… appassionandosi alla storia e scoprendo alcuni segreti di un padre bugiardo. Nella casa della sua infanzia, Sofia rivive i ricordi della sua fanciullezza, fino al giorno dell’addio. Sofia fruga tra le carte dei suoi genitori, vuole sapere, come mai erano in macchina… forse, avevano deciso di andare a trovarla a Padova? Tra i documenti dei genitori, Sofia scopre movimenti bancari misteriosi, lettere segrete e un passato che non aveva mai conosciuto. Chi era davvero suo padre? Cosa nascondevano quegli anni di rancore e incomprensione? Dove andavano i suoi genitori?
Mentre già vedo in lontananza le colline del Monferrato, domande su domande si accavallano, ma una, in particolare, attanaglia il mio cervello, bombardandolo senza sosta: dove stavano andando in quel caldo giorno di luglio i miei genitori? Perchè è successo? Perchè proprio a loro? Di chi è stata la colpa? Cosa è accaduto prima dell’urto, prima che l’eternità li rapisse? Forse viaggiavano in silenzio. […] Forse si sono lasciati così, con le solite parole ripetute per anni, sempre le stesse, fino alla morte. Chissà… Chissà com’è andata veramente.
La scrittrice Maria Luisa Mosele, dopo aver pubblicato diverse antologie, torna in libreria con “Un padre bugiardo”, un viaggio nella memoria familiare, dove l’amore e l’orgoglio si intrecciano in un nodo che solo la verità potrà sciogliere. I temi trattati sono la famiglia, l’abuso di alcool, la marina, la verità, i conflitti generazionali, il perdono e la libertà, il dono più prezioso che dobbiamo proteggere e custodire ogni giorno. Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, diretto e veloce da leggere. I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di aver descritto fisicamente e psicologicamente ogni personaggio. Consiglio questo libro a tutte/i quelli che hanno bisogno di leggere un libro incentrato sui conflitti generazionali e sul rapporto, spesso difficile con i propri genitori. A quanti di voi, è capitato di aver litigato con i propri genitori? A quanti di voi, è capitato di aver avuto un padre autoritario che limitava la propria libertà? Se anche a voi, come la protagonista, avete avuto un padre come Adelio, sono sicura che riuscirete ad identificarvi in Sofia e vi spingerà a riflettere sul rapporto con i vostri genitori. Ringrazio la scrittrice Maria Luisa Mosele, per avermi inviato la copia cartacea del suo libro che mi ha permesso di riflettere sui conflitti generazionali e i rapporti con i genitori. Buona lettura 📚📚!!
Titolo: Contare i passi verso casa Autore: Laura Cecacci Casa Editrice: Salani Editore Collana: Le Stanze Data uscita: 9 Giugno 2026 Pagine: 336 Genere: Romanzo contemporaneo
Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte. La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. Nella quarta c’è un Buco Nero. Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili.
La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza. La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via. Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema. Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni. Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro). Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi.
E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma? E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni? Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente. E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata? Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio.
Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia.
Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento. Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla. Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon. Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […] Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”
Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine.
Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero. Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade.
E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia. Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”.
<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>> La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore. Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.
Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina. Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…
I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.
Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla. Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo.
Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea. <<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>> <<Perchè sei andata via?>> La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca? <<Era depressione?>> <<No>> rispondo. <<Allora, cosa?>> Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità. <<Era guarigione.>> La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè. Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>
E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei.
Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero.
Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia. L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa. In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto. Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.
Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia. Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo. Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa. Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata. Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita? Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?
E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice. Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia? Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori.
La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi. I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.
C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione. L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale. Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.
Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero. Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività. I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo. Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare. I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore. Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita. Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie. Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare… Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!! Buona lettura 📖!!
Titolo: Il vento è un impostore Autore: Sasha Vasilyuk Traduttore: Roberta Scarabelli Casa Editrice: Garzanti editore Pagine: 384 Data uscita: 17 Settembre 2024 Genere: Romanzo storico
Non era facile vedere l’uomo con cui era sposata da oltre cinquant’anni diventare più piccolo, più fragile, più imprevedibile. Dopo aver bruciato le sue carte era come se si fosse arreso. […] Nina provò un senso di sollievo per lo sprazzo di lucidità che ebbe nella Giornata della vittoria, così i pronipoti poterono congratularsi con lui a dovere. Era importante che quella generazione viziata del XXI secolo ricordasse che Efim era un eroe di guerra.
“Il vento è un impostore” è basato su una storia vera, vissuta in prima persona dall’autrice. Il protagonista del libro è Efim, un uomo nato negli anni Venti del secolo scorso in Unione Sovietica, ha ottant’anni e ha costruito tutta la sua vita intorno a una bugia. Ma adesso, Efim, è anziano e ha l’alzheimer e custodisce il suo segreto in una valigia che nessuno può toccare, soprattutto sua moglie Nina. Efim è un veterano di guerra, aveva combattuto durante l’intero conflitto ed era riuscito a sopravvivere, insieme al suo amico Nikonov. Efim aveva conosciuto il generale Nikonov al fronte, i due all’inizio non andavano d’accordo, ma la paura, il terrore della guerra, li aveva fatti avvicinare, fino a diventare amici e custodi di un segreto inconfessabile. Per questo motivo, Nikonov aveva deciso di isolarsi da tutto e da tutti, per evitare di dover costruire un rapporto basato sulla menzogna. Invece il protagonista, si era innamorato di Nina, una bellissima ragazza, con cui condivideva la passione e gli studi per la geologia. E’ così che Efim si era sposato con Nina e avevano avuto dei bellissimi figli, orgogliosi di avere come padre, un veterano di guerra.
Sto dicendo che finché proviamo anche solo un briciolo di vergogna, mentire è la nostra unica alternativa.
Efim si lasciò cadere giù dal vagone del treno sul terreno fradicio. Si sentiva stordito. Dopo essere stato costretto per due giorni a restare in piedi pigiato, le gambe non gli obbedivano più. Ma le guardie stavano già urlando <<Schnell!!>>, mentre i loro cani ringhiavano. Si rialzò a fatica, aggrappandosi a Ivan, e guardò il cielo luminoso del mattino strizzando gli occhi e riempiendosi i polmoni dell’odore della pioggia che doveva avere appena smesso di cadere, della terra bagnata, dell’erba. Non sapeva cosa li aspettasse lì, ma almeno erano scesi da quel treno soffocante e se n’erano andati dal campo di Tilsit, con il suo enorme spiazzo sabbioso circondato da filo spinato, dove migliaia di loro avevano dormito in piedi sotto la pioggia, mentre il vento freddo del Baltico penetrava nelle loro uniformi. Quando il convoglio si svuotò ed Efim capì, senza bisogno di guardare, che sul pavimento ruvido dei vagoni bestiame erano rimasti solo cadaveri, si rese conto di trovarsi in mezzo a un mare esausto e sudicio di capelli lunghi e stracci putridi: centinaia di soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali feriti. Sembravano i vecchi vagabondi che vedeva a casa durante la carestia. Secondo i volantini infilati dai tedeschi nel loro vagone, Stalin aveva emesso l’ordine numero 270, in base al quale Efim e il resto degli uomini dovevano essere considerati <<disertori malvagi le cui famiglie sono soggette all’arresto per la violazione di un giuramento e tradimento della loro patria.>> L’ordine elencava ciò che avevano omesso di fare: <<combattere con abnegazione fino all’ultimo, proteggere il materiale bellico come la pupilla dei loro occhi, sfondare le retrovie delle truppe nemiche, sconfiggere i cani fascisti.>>
Ma adesso Efim è anziano, stanco di dover mentire a sua moglie Nina, ai suoi figli e nipoti, tutti credono che lui sia un eroe, un eroe che è riuscito a sopravvivere alla guerra. Ogni giorno, Efim, si domanda cosa farebbero i suoi famigliari se sapessero del segreto che nasconde da anni… Un segreto celato nella valigia, che Efim vuole distruggere, nessuno deve conoscere chi era veramente. Efim era un giovane ebreo, che ha dovuto rinnegare sé stesso per sopravvivere alla guerra, una guerra che in lui ha causato una cicatrice profonda e che non si rimarginerà mai. Ma adesso, Efim sente che è giunta l’ora della verità, il periodo più brutto e buio della sua vita, è scritto in una lettera che adesso sua moglie Nina ha tra le mani… Quale era il segreto di Efim? Quale era la sua storia? Lasciatevi travolgere dalla storia vera di Efim, un uomo che è riuscito a salvarsi dalla Seconda Guerra Mondiale, rinnegando sé stesso, fingendo di non essere ebreo per sopravvivere.
Un giardiniere arrivò e iniziò a potare le rose lungo il viale principale. Ben presto, sull’asfalto se ne ammucchiarono parecchie. Il loro profumo dolciastro riempiva l’aria. Mentre Efim guardava i cumuli di petali rossi e spine condannati intorno a sè, capì che la sua unica speranza era dire al KGB tutta la verità che poteva condividere e in cambio chiedere -anzi, implorare- che non ne facessero parola con la sua famiglia. Una cosa era che le autorità sapessero chi era lui veramente, un’altro vedere la sua vergogna riflessa negli occhi della sua famiglia.
La giornalista e opinionista delle principali testate giornalistiche americane Sasha Vasilyuk, esordisce con “Il vento è un impostore”, ispirato alla storia del nonno, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale. “Il vento è un impostore” racconta un aspetto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, per non dimenticare il passato e dare voce ai sopravvissuti che hanno subito ogni tipo di violenza, da quella fisica a quella psicologica. I temi trattati sono l’identità, la famiglia, la miseria, i segreti, il terrore, il perdono, la violenza, la Seconda Guerra Mondiale, l’amore, l’amicizia e i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti degli ebrei. Lo stile di scrittura è scorrevole, intenso, poetico, con salti temporali, che permettono alla scrittrice Sasha di utilizzare la tecnica “circolare”, iniziando e chiudendo la storia ai giorni nostri. I personaggi sono strutturati bene, grazie alle abilità della scrittrice di raccontare la storia con la giusta dose di umanità e sensibilità. Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia vera, ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, dal punto di vista russo-ucraino. Consiglio questo libro a chi desidera tuffarsi nel passato, vi sembrerà di sentire la fame, il terrore che ha provato il protagonista Efim. Lasciatevi travolgere dalla scrittura travolgente e magistrale di Sasha, per non dimenticare la storia, oggi più che mai!! Buona lettura
Chiudiamo la serata aspettando la mezzanotte e giocando a tombola dove il vero talento è Alberta: a ogni numero che viene estratto racconta un aneddoto curioso su amici e conoscenti reciproci attaccando con un pettegolezzo: “Lo sapete che…” Chi fa la tombola riceve l’assaggio del golosissimo cioccolato fatto in casa dalla zia. Cose semplici, rituali che condividiamo come una vera famiglia.
La protagonista del libro è una ragazza che si chiama Sara Berotti, una speaker radiofonica e organizzatrice d’eventi. Sara è una ragazza ostinata, è perennemente in ritardo e sceglie sempre i ragazzi sbagliati, come il suo ex Samuele. Sara è una ragazza sempre disponibile, solare, soprattutto con la sua amica e collega Giorgia. Ma Sara è cresciuta senza i suoi genitori, perché erano morti quando era molto piccola; questa mancanza, ha creato dentro di lei un dolore molto profondo. Sara è cresciuta con la zia, con cui ha un bellissimo rapporto, anche se non è riuscita a sopperire al vuoto della perdita dei genitori. A Sara, il Natale non le piace, non le piace scegliere i regali di Natale; ma ogni anno va dalla zia, ovvero l’unica famiglia che ha, per festeggiare il Natale insieme. Ogni giorno Sara trascorre le sue giornate in radio, decide la scaletta e le canzoni per i suoi ascoltatori, riuscendo a trovare la complicità della sua amica Giorgia. Giorgia e Sara sono molto diverse, ma si sostengono sempre, in nome della vera amicizia. Il direttore della radio si chiama Massimo, un bravo ragazzo che si innamora di Sara. Ma Sara ha paura di lasciarsi andare, di innamorarsi veramente di qualcuno perché ha paura di perderlo, proprio come era accaduto ai suoi genitori. Infatti, Sara preferisce dedicarsi a storie brevi e sbagliate, piuttosto che costruire qualcosa di serio. Sara si ritroverà a commettere molti sbagli, a scappare da Massimo per rifugiarsi tra le braccia dell’affascinante fotografo Nicholas, che le farà aprire il suo cuore. Riuscirà Sara a lasciarsi andare?
La scrittrice Federica Tronconi con “Radio Christmas”, racconta la storia di Sara, una storia d’amicizia, gratitudine e di rinascita. I temi trattati sono il Natale, il perdono, la radio, la comunicazione, l’amicizia, la gratitudine, l’amore, le insicurezze, la perdita dei genitori e i tradimenti. Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice, emozionante e arricchita da alcune immagini, che portano il lettore a vivere completamente la storia. I personaggi sono strutturati bene, che permettono al lettore di entrare in empatia e di riflettere sui valori dell’amicizia. Consiglio questo libro a tutte/i coloro che vogliono leggere un libro, che parla dell’amicizia, di sentimenti e di musica. Ringrazio la scrittrice Federica Tronconi per avermi inviato la copia del suo libro, che mi ha permesso di immergermi nelle trasmissioni radiofoniche di Sara, e mi ha permesso di riflettere sulla forza dell’amicizia e di riuscire a perdonare chi commette uno sbaglio. E voi, che rapporto avete con il Natale? Siete mai riusciti a perdonare una persona? Che cosa rappresenta per voi l’amicizia? Buona lettura 📚!!