“Contare i passi verso casa” di Laura Cecacci

Titolo: Contare i passi verso casa 
Autore: Laura Cecacci 
Casa Editrice: Salani Editore 
Collana: Le Stanze 
Data uscita: 9 Giugno 2026 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte. 
La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. 
Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. 
Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. 
Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. 
Nella quarta c’è un Buco Nero. 
Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. 
Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. 
Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili. 

La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza. 
La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via. 
Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema. 
Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni. 
Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro). 
Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi. 

E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma? 
E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni? 
Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente. 
E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata?
Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio. 

Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia. 

Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento. 
Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla. 
Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon. 
Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […] 
Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”

Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine. 

Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero.
Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade. 

E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia. 
Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”. 

<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>>
La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore. 
Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.

Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina. 
Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…

I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.

Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla. 
Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo. 

Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea. 
<<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>>
<<Perchè sei andata via?>>
La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca? 
<<Era depressione?>> 
<<No>> rispondo. 
<<Allora, cosa?>>
Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità. 
<<Era guarigione.>> 
La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè. 
Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>

E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei. 

Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero. 

Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia. 
L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa. 
In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto. 
Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.

Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia. 
Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo. 
Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa. 
Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata.
Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita?
Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?

E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice. 
Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia? 
Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori. 

La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi. 
I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.

C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione.
L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale.
Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.

Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero. 
Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività. 
I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo. 
Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita. 
Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie. 
Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare…
Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!!
Buona lettura 📖!!

“Questa vita non è la mia” di Elly Bennet

Titolo: Questa vita non è la mia 
Autore: Elly Bennet 
Casa Editrice: Accornero Edizioni 
Genere: Romanzo contemporaneo 
Pagine: 191 

Mi guardava come nessuno aveva fatto fino a quel momento. Non vedeva un mostro in me, vedeva qualcosa che gli altri non riuscivano a cogliere. 
Riusciva a capire la mia anima. 
Mi baciò nuovamente, poi mi prese per mano e restammo così fino a notte fonda. 
In silenzio.
Le parole erano solo rumore inutile. 

Il libro racconta la storia di una giovane ragazza, che vive la vita a modo suo, tra alcool e droga per cercare di superare il trauma causato dalla morte del padre.
Il padre, era stato chiamato al fronte per la guerra in Afghanistan e ogni sera, la mamma e la giovane bambina di sei anni, aspettavano con ansia di sentire la sua voce al telefono. 
Ma un pomeriggio, la loro vita cambiò radicalmente… con una “semplice” chiamata, che comunicava alla moglie la perdita del marito al fronte. 

Avevo 6 anni. 
La cornetta del telefono cadde a terra. 
Occhi sbarrati. 
Pochi istanti dopo il corpo di mia madre era a terra. 
Io, ero seduta sul divanetto della sala con in braccio un bambolotto e la guardavo preoccupata. Mi ero ammutolita, avevo intuito che era successo qualcosa di brutto. Immediatamente i domestici corsero verso mia madre, la presero e la portarono di peso in camera. 
La mia tata si precipitò verso di me, mi prese tra le braccia e mi strinse forte. 
“Cos’è successo, perchè la mamma sta male?” chiesi con aria smarrita. 
Lei mi guardò con uno sguardo di terrore misto a sofferenza, mi appoggiò sul letto e si sedette accanto a me, cercava le parole giuste da poter dire a una bambina di sei anni, ma era chiaro che non le trovava. 
“Vedi a volte capita che le persone debbano andare in posti diversi da quelli dove siamo noi ora, posti migliori”, poi mi prese per mano e si stese accanto a me, iniziando a canticchiare una vecchia canzone infantile. Intanto cercavo di eliminare la confusione dalla mia mente, cercavo di capire dove fosse andato papà e se sarebbe tornato come aveva promesso, sentivo mia madre nella camera accanto che urlava e piangeva. […]
Passai tutta la notte a pensare nel mio piccolo cervello dove fosse papà, quale fosse questo posto migliore, perchè non poteva andarsene, io avevo bisogno di lui. 

La protagonista del libro aveva solo sei anni, si è ritrovata a dover metabolizzare la scomparsa del padre, oltre a vedere la propria madre completamente assente, in balia di farmaci antidepressivi, persa nel suo mondo, in cui la figlia non era presente.

Passava le ore sedute su una sedia in giardino nella speranza di veder mio padre tornare e quando i domestici andavano a prenderla per portarla a dormire lei urlava e si straziava. 
Piangeva sempre. 
Io volevo starle vicina…
Ma più mi avvicinavo a lei e più mi allontanava. 
Da allora non si riprese mai più. 
Caduta in una grave depressione le erano state prescritte pillole da prendere quotidianamente, grazie alle quali aveva momenti di felicità, ma si capiva che non c’era più con la testa, parlava a vanvera di cose assurde, inesistenti, rispondeva alle domande in modo errato e parlava al telefono con mio padre come se fosse vivo. 
Si era creata il suo mondo, un mondo nel quale io non esistevo. Da donna fragile, come era sempre stata, non era riuscita a superare la perdita e senza capacità di reagire, aveva semplicemente creato delle barriere attorno a lei, come se avessero potuto proteggerla da altre disgrazie. 

E’ così che la morte del padre e l’assenza della madre, ma anche l’assenza di regole, incidono sulla vita della protagonista. Durante la fase adolescenziale, la protagonista inizia a bere, ma ben presto si rende conto che per sopravvivere in un mondo che non l’ha mai considerata, ha bisogno di più… è così che inizia a drogarsi per “curare” il suo dolore. 
Grazie alla droga, conosce un ragazzo a scuola, un ragazzo più grande di diciannove anni, con cui condivide la sua dipendenza e ben presto, iniziano una relazione. 
La loro relazione era nata “grazie” alla droga, a cui ricorrevano per colmare delle mancanze, per paura di non essere accettati dalla società, e nel caso della protagonista, per superare (o illudersi di farlo), il trauma della perdita del padre. 
I due ragazzi condividono molte cose, ma ben presto si ritrovano a dover fare i conti con gli effetti distruttivi della droga. Una sera, dopo essersi drogati e giurati amore eterno, i ragazzi hanno un brutto incidente che cambierà totalmente la loro vita. 
La protagonista di ritrova ancora una volta imprigionata in una ragnatela, che rischia di catturarla e farla sprofondare nel buio più assoluto… 
In questo libro vengono affrontati molti temi importanti e delicati: dalla guerra alla droga, ma anche l’anoressia, l’amore, il dolore, i traumi, la depressione, la morte, i canoni della società, le maschere, le false amicizie e le malattie. 

Non potevo ricominciare a mangiare.
Sarei tornata grassa. 
Sarei tornata brutta.
E così andavo avanti a integratori e quando la fame mi assaliva, la droga e il fumo mi aiutavano a stare su e a non pensarci. […]
Alla fine il cibo divenne disgustoso. Appena vedevo un piatto di pasta, oppure un cioccolatino, il mio cervello diceva che era proibito e mi veniva da vomitare. 
Non potevo mangiarlo. 
Non avrei potuto. 
Dovevo rimanere carina e graziosa. 
Magra.

Io sono il frutto di una società che mi ha insegnato che bello è magro, che simpatico è essere fatti.
Che tutto intorno è falso, quindi sii falso anche tu.
Che l’amore non esiste, appartiene ai film.
Che il lieto fine non c’è, a meno che tu non sia il protagonista di una favola. 
Che i cattivi la spuntano sempre, i buoni rimangono inguiati. 

La scrittrice Elly Bennet dopo “Che casino noi donne” (Accornero Edizioni, 2022), pubblica “Questa vita non è la mia”, un romanzo potente, commuovente e riflessivo, in grado di far riflettere il lettore sulla vita e sull’animo umano. 
“Questa vita non è la mia”, non è solo la storia di una giovane ragazza che cerca di sopravvivere, ma rappresenta anche la forza interiore, la tenacia nonostante tutto, di riuscire a scorgere dei piccoli raggi di luce, in un mondo dominato dall’oscurità. 

Per me tutte le cose erano uguali e mi erano indifferenti e la cosa non mi importava. Il mio unico scopo era quello di essere adatta nella comunità, di avere un posto riservato per l’ingresso in società. Ero una sottospecie di piccola ribelle che voleva andare contro il tempo, che voleva mascherare ogni cosa di sé per far vedere ciò che le interessava. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, commuovente e delicato, grazie alla bravura della scrittrice di riuscire a toccare molti temi delicati con umanità ed empatia. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni psicologiche inserite dalla scrittrice. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano emozionarsi, riflettere sul senso della vita, e a chi desidera tuffarsi in una storia dolorosa ma piena di speranza e rinascita, con un finale imprevedibile e inaspettato, in grado di sorprendere tutti i lettori!!
Ringrazio la scrittrice Elly Bennet per avermi inviato la copia cartacea del suo libro, che mi ha permesso di riflettere sul dolore causato da un trauma, ma anche di riflettere sui canoni “rigidi” e schematici di una società, sempre più improntata sui canoni estetici, annullando completamente i sentimenti. 

Mi ero comportata con lui, come volevo che gli altri non si comportassero con me. 
Ma era questa la vita normale che volevo? 
No!
Perchè quella vita non era la mia!!

Buona lettura📚📚!!

“Jamais. Mai senza me. Per sempre insieme a te” di Samanta Fugazza

Titolo: Jamais. Mai senza me. Per sempre insieme a te
Autore: Samanta Fugazza 
Casa Editrice: Independently published 
Data uscita: 24 Maggio 2023 
Pagine: 420 
Genere: Romanzo rosa 
Acquista: https://www.amazon.it/Jamais-senza-sempre-insieme/dp/B0C63RVMCW/ref=sr_1_1?qid=1707559916&refinements=p_27%3ASAMANTA+FUGAZZA&s=books&sr=1-1

Forse hai ragione, le promesse possono essere degli intenti effimeri ed io non posso offrirti il futuro perché non lo conosco. Ma di una cosa sono sicuro, lo voglio scoprire assieme a te perché ti amo e voglio camminare con te al mio fianco. Ricordatelo sempre ma petite Julie, je t’aime e su questo “mai” ne sono certo, jamais sans moi pour toujours avec toi. Mai senza me, per sempre assieme a te. 

Il libro racconta la storia d’amore tra Juliette e Williams, come Giulietta e Romeo ma dei giorni nostri. La protagonista del libro si chiama Juliette, una ragazza di Verona, molto sensibile e dolce, che decide di trasferirsi a Parigi, nella casa dove vive la nonna Esther, suo fratello Matteo e il papà Adrien. I suoi genitori si erano separati quando lei era molto piccola, e Juliette era cresciuta senza la presenza del padre. La mancanza del padre, ha generato in lei un dolore molto profondo, che crescendo ha causato in Juliette delle cicatrici interiori e intime. 
Nonostante il brutto rapporto con Adrien, Juliette decide di vivere a Parigi per frequentare l’Università, ma anche per ritrovare l’affetto della nonna Esther, oltre a stringere un forte legame con il fratello Matteo. 
Un giorno, mentre Juliette mangiava un gelato, incontrò William, un ragazzo molto bello e di origini italiane. Juliette rimarrà molto colpita dalla gentilezza e dai modi di William, tanto da iniziare a provare dei sentimenti contrastanti, nonostante le sue paure e un segreto che cerca di nascondere. 
Juliette a Verona, aveva avuto una relazione “tossica” con un ragazzo di nome Alessandro, e si era resa conto di non riuscire a provare nessuna emozione, nessun sentimento nei confronti di questo ragazzo. Ma il destino ha voluto che Juliette incontrasse William, per mettere alla prova i suoi sentimenti e sé stessa. 

Come se le lacrime potessero domarle, lascio che il trucco si sciolga sotto di esse. Sfrego le mani sul viso ma non sono sporche, sono solo bagnate. Sono tornata, sono qui nella mia stanza, non c’è nessuna festa, nessun trucco da togliere. 
Solo un cuore devastato ed un’anima ferita. William mi fa alzare, mi stringe in un abbraccio che sa consolare e dare speranza, che sa di casa. 

Una storia d’amore delicata e passionale, proprio come i petali di una rosa, il simbolo della relazione tra Juliette e William. 
Ma il loro amore non sarà semplice, Juliette e William dovranno affrontare un destino beffardo, crudele, pronto a distruggere ogni cosa, anche un sentimento molto forte. 
Che cosa accadrà a Juliette e William? 

La scrittrice Samanta Fugazza con “Jamais. Mai senza me. Per sempre insieme a te”, racconta la storia d’amore passionale, dolorosa e ricca di colpi di scena tra Juliette e William, ispirandosi a Romeo e Giulietta. 
I temi trattati sono la separazione dei genitori, i traumi, le relazioni tossiche, lo stupro, il primo amore, l’amicizia, la verità, il rapporto tra fratelli, la morte e l’amore vero, capace di scatenare un’insieme di emozioni e sentimenti. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, fluido, armonico, poetico e a tratti umoristico, soprattutto nei dialoghi tra Jennifer e suo fratello Matteo. La scrittrice Samanta Fugazza ha deciso di impostare la narrazione, alternando i punti di vista della protagonista Juliette tra il coma, causato da un brutto incidente, la sua infanzia, il suo trasferimento a Parigi e l’incontro con William. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni della scrittrice, che permettono al lettore di entrare in empatia con ognuno di loro. Sin dalle prime pagine, il lettore conoscerà la gentilezza e dolcezza di Juliette, ma anche la sensibilità e cortesia d’altri tempi di William. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che vogliono leggere una storia d’amore emozionante, passionale, struggente e commuovente, arricchita da molte descrizioni sui personaggi e sui luoghi, ma anche da alcune scene spicy. 
Ringrazio la scrittrice Samanta Fugazza per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di sognare, innamorarmi e commuovermi insieme alla protagonista. 
Buona lettura 📚📚!!