“Contare i passi verso casa” di Laura Cecacci

Titolo: Contare i passi verso casa 
Autore: Laura Cecacci 
Casa Editrice: Salani Editore 
Collana: Le Stanze 
Data uscita: 9 Giugno 2026 
Pagine: 336 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte. 
La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione. 
Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città. 
Nella seconda sono una minore in attesa di adozione. 
Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia. 
Nella quarta c’è un Buco Nero. 
Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina. 
Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città. 
Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili. 

La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza. 
La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via. 
Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema. 
Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni. 
Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro). 
Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi. 

E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma? 
E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni? 
Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente. 
E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata?
Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio. 

Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia. 

Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento. 
Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla. 
Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon. 
Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […] 
Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”

Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine. 

Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero.
Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade. 

E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia. 
Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”. 

<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>>
La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore. 
Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.

Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina. 
Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…

I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.

Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla. 
Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo. 

Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea. 
<<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>>
<<Perchè sei andata via?>>
La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca? 
<<Era depressione?>> 
<<No>> rispondo. 
<<Allora, cosa?>>
Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità. 
<<Era guarigione.>> 
La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè. 
Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>

E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei. 

Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero. 

Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia. 
L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa. 
In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto. 
Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.

Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia. 
Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo. 
Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa. 
Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata.
Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita?
Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?

E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice. 
Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia? 
Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori. 

La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi. 
I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.

C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione.
L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale.
Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.

Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero. 
Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività. 
I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo. 
Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita. 
Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie. 
Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare…
Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!!
Buona lettura 📖!!

“Tutti conoscono tutti” di Francesca Mautino

Titolo: Tutti conoscono tutti 
Autore: Francesca Mautino 
Casa Editrice: Longanesi 
Collana: La Gaja Scienza 
Data uscita: 8 Aprile 2025 
Genere: Romanzo giallo 
Pagine: 368 

Ma non a Torino. No, signori. Sembra che stiamo tutti qui a girare a vuoto. Tutti che conoscono tutti che conoscono tutti. Siamo intrappolati, ecco cosa siamo, e nemmeno ce ne rendiamo conto. 

In “Qualcuno che conoscevo” (Longanesi, 2024), il romanzo d’esordio di Francesca Mautino, abbiamo conosciuto e ci siamo affezionati alla protagonista Valentina Bronti. 
Valentina Bronti ha trentasette anni, è torinese, podcaster e madre di tre bellissime gemelle: Anna, Carlotta ed Emilia. Il rapporto con suo marito, Marco Ferrentini, si è rivelato un vero fallimento e Valentina, deve cercare di stare bene per sé stessa e per le sue bambine. 
“Tutti conoscono tutti” è il secondo libro con protagonista Valentina Bronti, se non avete letto il primo capitolo “Qualcuno che non conoscevo”, non preoccupatevi, perchè la scrittrice Francesca Mautino, cerca di contestualizzare e riassumere gli avvenimenti precedenti. 

<<L’hai mai visto Titanic?>> 

Mi risponde con un’espressione di stupore, un po’ come se gli avessi domandato se ogni tanto gli capita di bere dell’acqua. 
<<Ecco. Pensa al finale> continuo. <<E’ notte. Jack e Rose sono naufragati nel gelido Oceano Atlantico. La nave è affondata, le scialuppe si sono allontanate. Intorno a loro galleggiano i cadaveri. Trovano un pezzo di legno. Era una porta? In ogni caso, lì sopra in due non ci stanno. Allora lui si sacrifica, morendo di ipotermia. 
Cosa ci insegna questa storia?
Jack passa tre ore di film a dire a Rose che deve mollare la sua vita fasulla, scoprire la gioia della spontaneità, essere davvero sé stessa. Lei prima rifiuta, ma poi capisce che lui ha ragione: deve liberarsi al più presto delle costruzioni di un’esistenza che ha sempre odiato, così manda a quel paese la madre bigotta e il fidanzato tossico. […]
Jack muore perchè ha esaurito la sua funzione. Rose ha capito cosa non vuole più essere e cosa vuole diventare. E a quel punto Jack non serve più.

Il titolo “Tutti conoscono tutti” non è casuale, perchè la storia si svolge a Torino, la città in cui tutti conoscono tutti. La protagonista Valentina Bronti, ha imparato a vivere nell’incertezza e, dopo il successo ottenuto con il suo podcast investigativo, deve trovare delle informazioni su una nota Contessa Alberta caselli, sparita nel nulla nel 1992. 
Valentina, sta cercando da mesi qualche informazione sulla sparizione della contessa, senza ottenere nessun risultato. Ad aiutare Valentina, c’è Giovanna, l’ex poliziotta che ha avuto una relazione con Marco, il marito di Valentina. Il rapporto tra Valentina e Giovanna è molto particolare, i loro dialoghi e comportamenti, nel corso della storia si alterneranno da quelli lavorativi a quelli personali, mettendo in evidenza, quanto sia importante aiutarsi e sostenersi tra donne, nonostante le incomprensioni. 
Ma Valentina, è una donna molto intelligente e aveva già capito da tempo, che il matrimonio con Marco, era in crisi prima ancora che Giovanna si inserisse nelle loro vite. 
Marco è un giornalista e aveva lavorato insieme a Giovanna, per scrivere un articolo su Gemma Ferrero, una ragazza ritrovata senza vita. Ma l’indagine su questa ragazza, porterà alla luce un “finto colpevole” ovvero Michele Andreoli, che non riuscendo a sopportare le calunnie mediatiche si ammazza. Da allora, Marco, vive con il senso di colpa e teme di commettere un altro errore. 

Io e Marco siamo stati separati per due anni perché lui stava affrontando un trauma che negava di dover affrontare: il senso di colpa per aver forse contribuito con i suoi articoli alla morte di un’innocente accusato di omicidio. In seguito ci siamo riavvicinati per poi decidere di lasciarci. In verità sono stata io a decidere e lui, che non ama le discussioni, ha semplicemente acconsentito, ammettendo anche di provare qualcosa per Giovanna. E io le ho chiesto di lavorare con me. Per avere la possibilità di punirla, come sostiene Antonio?
O forse ha ragione Nadia: in questa città è inevitabile imbattersi nelle stesse persone, come se fossimo tutte pedine dello stesso gioco in scatola condannate a incontrarsi per sempre tra una casella e l’altra. 
Allora tanto vale allearsi, avevo pensato. 

Valentina e Marco, insieme alle loro figlie, si dirigono alla festa di Capodanno, organizzata dalla mamma di Carla, soprannominata dalla protagonista “Principessa Leia”, per l’incapacità di ricordare tutti i nomi dei genitori dei compagni di scuola delle gemelle. 
E sarà, proprio durante la festa di Capodanno, che Valentina dovrà fare i conti con i ricordi dolorosi del suo passato. Alla festa di Capodanno incontra Cristiana Landorni, la sua ex compagna di stanza ai tempi dell’università. Valentina e Cristiana, non sono mai andate molto d’accordo… ma un giorno, Cristiana aveva lasciato la camera senza nemmeno pagare l’affitto. 
Cristiana era amica di Mattia, il ragazzo che nel Marzo del 2006, è stato ritrovato annegato in un lago artificiale, dopo essere andato a un concerto con i suoi amici. 
E’ così che Valentina, si ritrova a scavare in un passato fatto di insicurezze, inganni, giochi crudeli e amicizie tradite. 

Ognuno è convinto della propria personale verità, ma la luce, oltre il groviglio di vite, credo che sia raggiungibile. Non devo pensare complicato, ecco cosa devo fare. La soluzione forse è semplice e a portata di mano. 

Un giorno, Valentina incontra una vecchia conoscenza, ovvero Davide Callieri, il migliore amico di Mattia, adesso autore di una serie true crime chiamata “Misteri risolti”. 
Incontrare Davide, non sarà semplice per Valentina perchè dovrà fare i contri con le proprie scelte e le loro conseguenze. 
Valentina, grazie all’aiuto prezioso di Giovanna, cercherà di fare luce sulla strana morte di Mattia: è davvero annegato nel lago artificiale? O qualcuno lo ha spinto?
Riusciranno a scoprire che cosa è accaduto a Mattia, quella sera?

I nostri visi sono vicini. Ha gli occhi verdi e i suoi occhi sono la cosa che più mi ha colpito, quando ci siamo conosciuti. Erano come un mare mosso dal vento. Se non ti ci immergi non è pericoloso.
E adesso mi sembra che l’acqua stia ribollendo. 
Qualcosa si muove. 

La scrittrice Francesca Mautino, dopo il successo del primo volume “Qualcuno che conoscevo” (Longanesi, 2024), pubblica “Tutti conoscono tutti”, con le nuove avventure e indagini di Valentina Bronti. Il lettore si affezionerà facilmente a Valentina, una donna e madre che cerca sempre di scoprire la verità, anche su stessa. Molte lettrici si identificheranno in lei, perchè è una donna molto realistica, che mostra le sue paure, le sue fragilità, come il timore di essere una madre sbagliata. 
Ma Valentina, sfida la vita e le sue insicurezze, sempre con il sorriso e umorismo. 
I temi trattati sono il matrimonio, i tradimenti, la maternità, l’amicizia, il sostegno tra donne, il giornalismo, lo stupro, il senso di colpa e l’amore.

Quando ho scoperto di essere incinta ero felice, ma più passavano i mesi più la felicità scemava sostituita da qualcos’altro. Ammettere che non sei al massimo della gioia, quando aspetti un bambino è un tabù. Quando ne aspetti tre è ancora peggio, perchè tutti squittiscono frasi tipo <<Tre? Devi essere felice il triplo!>>, come se l’intensità di un sentimento fosse una formula matematica. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, avvincente, ricco di misteri e contemporaneamente divertente. 
I personaggi sono strutturati molto bene, grazie alle abilità della scrittrice di rendere ogni personaggio coinvolgente ed estremamente realistico, ad iniziare dalla protagonista Valentina. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano perdersi tra le strade di Torino, a chi desidera indagare insieme alla protagonista, su una morte misteriosa avvenuta diciassette anni prima. 
E’ un romanzo che si legge tutto d’un fiato, grazie alla bravura della scrittrice di usare uno stile sempre empatico ed ironico. 
Spero di leggere presto il continuo perchè mi sono affezionata a Valentina e alle sue simpaticissime gemelle. 
E voi, avete letto il primo volume? 
Vi piacciono i libri gialli, ma con la giusta dose di ironia?
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“Non dovevi nascere” di Maria Della Rocca

Titolo: Non dovevi nascere
Autore: Maria Della Rocca
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Collana: Nuove Voci Strade
Data uscita: 3 Settembre 2019 
Pagine: 110
Genere: Romanzo contemporaneo
Acquista: https://www.ibs.it/non-dovevi-nascere-libro-maria-della-rocca/e/9788830606753?inventoryId=493192403&queryId=9be974feaf0f88f92cd8fb421cf6d6a9

Lui era completamente perso di lei, era follemente innamorato di quell’esserino, io le volevo bene, era mia figlia ma non avevo quella venerazione che vedevo nei suoi occhi. 
Carlo stravedeva per lei ed ero gelosa, avrei voluto provare anche io gli stessi sentimenti ma non ci riuscivo, ero come bloccata, invidiavo la leggerezza con cui riusciva a godersi quel sentimento.
Io ero sempre preoccupata, angosciata e triste.

Il libro è ambientato a Bologna, la protagonista si chiama Chiara, frequenta l’ultimo anno del liceo. E’ molto diversa dalle altre ragazze, non le piace truccarsi e indossa sempre un paio di jeans, per sentirsi a suo agio. Durante l’autogestione, Chiara incontra Carlo, il ragazzo più bello di tutta la scuola. Carlo invita Chiara a un concerto, che dopo una leggera esitazione, decide di accettare. Chiara chiede aiuto alla sua migliore amica Laura, che l’aiuta a prepararsi, anche se alla fine decide di indossare il solito paio di jeans per rimanere sé stessa. 
Carlo e Chiara imparano a conoscersi, ad amarsi, ma ogni tanto Chiara si sente inadeguata, insicura e l’unica cosa che riesce a farla stare bene è aggrapparsi al suo ragazzo. I due ragazzi decidono di sposarsi, ma ben presto devono affrontare i primi problemi: la tossicodipendenza di Nicolas, il fratello di Chiara e la maternità.
Chiara non si sentiva pronta a diventare madre, per tanti motivi tra cui la paura di perdere l’unica persona che la faceva stare bene, ovvero suo marito.
Ma proprio per accontentare suo marito, decide di provare a diventare madre. E sarà proprio la nascita di una bellissima bambina, che farà riemergere le ansie, la gelosia e i turbamenti di Chiara. 
La scrittrice Maria Della Rocca esordisce con “Non dovevi nascere”, un bellissimo romanzo che affronta i turbamenti di una ragazza, che con il passare del tempo peggioreranno sempre di più. 
I temi trattati sono l’amore, la tossicodipendenza, la gelosia, la depressione, il rapporto genitori-figli e l’irrazionalità che può portare una persona a compiere gesti drammatici. 
Lo stile di scrittura è semplice, scorrevole, delicato e allo stesso tempo riflessivo. 
I personaggi sono strutturati bene, in particolare le ampie descrizioni di Chiara e i suoi stati d’animo, che portano il lettore a sentire ogni sua inquietudine. 
Il lettore si ritroverà a vivere la storia di Chiara e Carlo, toccando un tema molto delicato: la maternità, la gelosia e non solo… 
Ringrazio la scrittrice Maria Della Rocca, per aver creduto in me sin dal primo istante e per avermi mandato il suo libro, che ho divorato in poche ore, con un finale imprevedibile e toccante, che mi ha portato a riflettere sulla vita.
Buona lettura 📚📚!!