
Titolo: Contare i passi verso casa
Autore: Laura Cecacci
Casa Editrice: Salani Editore
Collana: Le Stanze
Data uscita: 9 Giugno 2026
Pagine: 336
Genere: Romanzo contemporaneo
Mamma mi è apparsa in sogno solo due volte.
La prima volta avevo trentasette anni ed ero alla vigilia della mia settima vita. Otto sono quelle che ho contato finora: una in più dei gatti. Ogni tanto, prima di addormentarmi, le ripasso una a una per assicurarmi che non siano frutto della mia immaginazione.
Nella prima vita abito in una baracca ai margini della Grande Città.
Nella seconda sono una minore in attesa di adozione.
Nella terza scrivo un libro per bambini, ha un po’ di successo e riesco a comprarmi una casa, piccola ma tutta mia.
Nella quarta c’è un Buco Nero.
Nella quinta lascio la Grande Città e mi sposo con un architetto; dalla nostra unione nasce Fiore, la mia bambina.
Nella sesta vado in pezzi e fuggo, abbandono la famiglia per fare ritorno come una ladra nella Grande Città.
Nella settima sparisco senza lasciare tracce e vado a vivere all’interno di uno zoo, in un appartamento ricavato tra l’area delle scimmie e il padiglione dei fossili.
La protagonista del libro si chiama Alba, ha trentasette anni e ha già vissuto otto vite, una in più dei gatti. Alba è cresciuta in una baraccopoli sul fiume insieme a sua mamma Anna, a sua sorella gemella Franca e da suo marito Elvio, il tassista senza licenza.
La baracca si trovava ai margini della Grande Città, insieme ad altre, che vennero rimosse per motivi di decoro. Per qualche tempo, le famiglie rimasero senza una fissa dimora, e poi, Anna, Franca ed Elvio, decisero di ricostruire la loro baracca nello stesso punto, ma per qualche strana ragione, nessuno li mandò via.
Anna e Franca facevano il mestiere più antico del mondo, si occupavano di far abortire illegalmente e senza pratiche igieniche, qualsiasi ragazza, donna, che si presentava alla loro porta. Prima che nascesse Alba, Franca era rimasta incinta, ma il bambino/a non era del tassista, per questo motivo la sorella Anna, l’aiutò a risolvere il problema.
Purtroppo, ci furono delle complicazioni, tali da portare Franca d’urgenza in ospedale. Per questo motivo, quando è nata Alba, aveva due mamme: Anna e Franca, che litigavano continuamente tra di loro, per far valere i propri diritti e le loro ragioni.
Una signora, che aveva un negozietto nei pressi della baracca, vedendo che Alba non aveva nessun riferimento che pensasse veramente a lei, si rivolse alle assistenti sociali, che portarono la bambina in una casa famiglia, la “Casa Zambon”, (chiamata così dalla protagonista, all’interno del libro).
Alba è cresciuta in quelle quattro mura di Casa Zambon, le poche informazioni che possiede della madre, le erano state date dall’assistente sociale Gemma Autieri Galdi.
E se Anna, tutto sommato, fosse stata una vera mamma?
E se, benché alcolizzata e un po’ pazza, nei momenti di lucidità fosse stata capace di chinarsi sulla figlia, guardandola con un amore tale da sopperire a tutti i suoi bisogni?
Penso a uno di quegli sguardi che non possono essere dimenticati, perchè in essi la luce ha prevalso sulle tenebre, il colore sulla solitudine, il materno sull’eterno, il mammifero sul gelido serpente.
E se una comunità di baraccati fosse in grado di far sentire una bambina protetta, importante, persino amata?
Prima di rispondere, ricordati che per crescere un bambino ci vuole un villaggio.
Casa Zambon era gestita da un signore e dalla moglie, che i bambini consideravano i loro genitori (papà e mamma Zambon), oltre che da alcuni educatori, tra cui Gautama, un personaggio molto importante all’interno della storia.
Mentre gli adulti cominciavano a guardarsi intorno, fui colta da un presentimento. Mi alzai e corsi verso la sua camera da letto, ma lui non c’era. Allora andai in cucina e accesi la luce. Eccolo lì, sul pavimento.
Sulle piastrelle scure aveva disegnato col gesso una grande figura con i capelli lunghi, e poi ci si era rannicchiato dentro. Ero solo una bambina ma quell’immagine mi trafisse come se avessi avuto un milione di anni. Era troppo bella e troppo dolorosa perchè il mio corpo potesse tollerarla.
Lui si era raggomitolato come un feto, la mamma lo conteneva tutto, come quando lo portava nella pancia; ebbi davvero l’impressione che lo stesse cullando. Mi scese una lacrima, forse la prima da quando ero a casa Zambon. Il bambino non mi guardava neppure. Si stava ciucciando il pollice, beato. Ebbi l’assoluta certezza che madre e figlio fossero insieme in quel momento. Stavo per lasciarli soli, quando mi ricordai di mamma Zambon.
Pensai: arriverà, vedrà questa scena, capirà che è un bambino triste, allora chiamerà i servizi sociali per farlo rimuovere dalle liste di adozione. Nessuno vuole un bambino triste. Era un pensiero così terribile che persi il controllo. Chiamai il bambino per nome, gridai forte il suo nome perchè doveva togliersi di sì, alzarsi subito, prima che lo vedessero. Afferrai un canovaccio e mi buttai in ginocchio, volevo cancellare il disegno prima che arrivasse mamma Zambon. Il bambino allora mi guardò con i suoi occhi enormi. La vita era stata incomprensibile con lui, ma mai fino a quel punto. Non capiva che lo stavo facendo per il suo bene. […]
Non ricordo cosa successe dopo. So che persi il controllo. La testa mi esplose. Per non sentire tutta quella confusione, cercai un pensiero coerente, lineare. Trovai solo questo: “Un giorno il bambino dimenticherà sua madre, come io ho dimenticato la mia.”
Non è stato semplice per Alba, crescere in una casa famiglia, ha imparato a leggere da sola a otto anni, grazie al libro di Jack London “Zanna Bianca”, osservando le illustrazioni che erano presenti all’interno delle pagine.
Oggi i bambini come me, hanno un nome unschooler. Bambini non scolarizzati. Ho scoperto questo termine grazie a un articolo di giornale. A quanto pare, in America esistono due gruppi di genitori che non credono nel sistema educativo tradizionale e rivendicano il diritto a non mandare a scuola i propri figli. Non credono nemmeno nelle lezioni a casa, però: ai figli mettono a disposizione dei libri, ma senza dirgli cosa studiare e come farlo. Così quei bambini fanno quello che ho fatto io: imparano da soli. E a forza di desiderarlo, succede davvero.
Perchè il desiderio è la chiave dell’apprendimento, e forse di ogni cosa che accade.
E’ per questo motivo, che una volta fuori dalla casa famiglia, Alba inizia a dedicarsi a scrivere libri per l’infanzia.
Un giorno, mentre Alba scappava da un ricordo del passato e da se stessa, aveva conosciuto un ragazzo di nome Fabrizio, soprannominato dalla protagonista “Bri”.
<<Non siamo in un libro di fiabe. Tu non sei il principe, io non sono una principessa. Non incontreremo fate o animali parlanti. Non c’è neppure il bosco. Solo questa piccola città, umida, piena di macchine e persone indifferenti. Noi siamo come loro. Piccoli, tristi. Senza leggende da tramandare, senza antenati da venerare. Non c’è mistero. Solo squallore, solitudine, miseria. Datti pace, Bri. Non sarai tu a salvarmi. Sei perso come me, solo che non lo sai ancora.>>
La sua mano lasciò la mia. Il volto aveva perso colore, un tremito sulla bocca. Mi aveva creduto, aveva capito. Glielo lessi negli occhi. Finalmente potevo sentire dolore. Era il suo dolore.
Finalmente aveva capito che non poteva salvarmi.
Fabrizio si era insinuato tra le pieghe del cuore fragile di Alba, tanto da diventare sua moglie e madre di Fiore, una bellissima bambina.
Alba passava ogni giorno con Fiore, scopriva il mondo attraverso gli occhi di quella piccola bambina, e sembrava essere felice…
I bambini sanno. Basta la parola di un bambino a illuminare la via d’uscita dal labirinto. Fiore non mi ha mai chiesto della mia mamma. Nel profondo, sapeva che non ne avevo avuta una, e che questa mancanza incombeva su noi due come una maledizione che forse neppure l’amore avrebbe potuto sciogliere.
Ma un giorno, qualcosa dentro Alba, si spezza, un enorme Buco Nero che sembra risucchiarla.
Alba decide di fuggire da tutto, anche dal marito Fabrizio e dalla figlia, di soli due anni, per cercare di spegnere la voragine che la stava a poco a poco inghiottendo.
Lei mi stringe un braccio. E’ tornata quella di prima. Abbiamo dovuto attraversare tutto questo per riavere le sue paillettes e il suo arcobaleno. La simpatia che provo per questa donna non è morale, è corporea.
<<Per due anni sono stata una madre irreprensibile. Andava tutto bene, eravamo felici. Un giorno ho cominciato a stare male. Passavano i mesi, ed era sempre peggio. Non sono riuscita a cambiare.>>
<<Perchè sei andata via?>>
La sua domanda mi procura un senso di shock. Possibile che non capisca?
<<Era depressione?>>
<<No>> rispondo.
<<Allora, cosa?>>
Mi guarda come se da questa risposta dipendesse ogni cosa, la soluzione all’interno mistero della maternità.
<<Era guarigione.>>
La sera riferisco a Gautama questa risposta a effetto. Le ho detto la verità, ma non suonava come verità. Sono delusa da me stessa e non so bene il perchè.
Lui ascoltava in silenzio, poi dice: <<Aprirsi a metà è come piangere senza lacrime.>>
E’ così che Alba, trova una camera nei pressi di uno zoo, dove vive una sua “vecchia” conoscenza: Gautama. Gautama è sempre stato una figura fondamentale per Alba, l’unico in grado di conoscere la verità su di lei.
Gautama era il mio amico, il mio angelo. L’unico che avrebbe potuto ricordarmi chi ero.
Allo zoo, Alba lavora come operatrice, in simbiosi con ogni animale. Tra gli animali, la natura, Alba non ha bisogno di parlare, non ha bisogno di rivelare chi è e la sua storia.
L’unico che conosce la storia di Alba, è Gautama, un gigante dal cuore mite, capace di lenire i traumi degli altri, attraverso un’empatia silenziosa.
In questo rifugio sospeso fuori dal mondo, Alba cerca di tenere insieme i frammenti della propria identità e di conquistare una pace che forse non ha mai conosciuto.
Ma è tutto un’illusione, perchè dopo aver aiutato il veterinario dello zoo, a far nascere un elefantino, si presenta davanti a lei, Fabrizio, che pretende una spiegazione.
Alba è messa con le spalle al muro, è passato un anno da quando era andata via di casa, senza dire niente al marito e alla figlia.
Fabrizio non avendo più avuto notizie di Alba, aveva assunto un’investigatore privato che l’aveva portato direttamente allo zoo.
Fabrizio è determinato a capire le intenzioni della moglie, non tanto per lui, quanto per Fiore, che continua ad aspettare che la madre torni a casa.
Piano piano, Alba troverà il coraggio di guardare in faccia la voragine del proprio dolore e i segreti del passato da cui è scappata.
Ma è davvero possibile rinascere e iniziare una nuova vita?
Che cosa farà Alba: tornerà a casa da Bri e Fiore o resterà allo zoo, insieme a Gautama?
E’ possibile che il pathos sia capace di provare gioia?Io credo di sì. Credo che le cellule che vivono in superficie delle sue foglie possano toccare questa emozione vibrante. Che ora provi felicità per l’esplosione di vita che lo anima, che gioisca dall’essere vivo, all’inizio di qualcosa. Non voglio fare un paragone tra me e il pathos. Non cerco di identificarmi in lui. Io non sono all’inizio di niente e non ho intenzione di impazzire. Però desidero che il pothos sia felice.
Mi è impossibile immaginare una pianta senza emozioni. Chi ci crede più, a questa storia?
Non esiste un vivente che non sia immerso in questa corrente di caldi e freddi, gioie e dolori.
La scrittrice Laura Cecacci esordisce con “Contare i passi verso casa”, esplorando i sentieri tortuosi della maternità e le ferite invisibili che ci portiamo dentro, ricordando al lettore che per guarire è necessario perdonarsi.
I temi trattati sono il sistema scolastico, le case famiglie, la maternità, la scrittura, la morte, la pedofilia, l’amore, i traumi, la dissociazione, l’apprendimento spontaneo, il perdono, la natura e gli animali, capaci di lenire il dolore e di far vedere un piccolo spiraglio di luce, per affrontare il presente.
C’è un’analogia brutale tra un orfanotrofio e uno zoo, che ha sempre colpito la mia immaginazione. Entrambi questi luoghi sostituiscono la vera casa e tentano di replicarla come possono, talvolta meglio, talvolta peggio. Entrambi ospitano creature innocenti, ma prive della loro identità originale. Il bambino non è figlio, l’animale non è libero. Chi si prende cura di loro dovrebbe sentire il vuoto che li circonda e provare a colmarlo con amore, devozione e fantasia. Altrimenti il mondo d’origine rimarrà perduto, e la dimora diventerà una prigione.
L’orfanotrofio, come lo zoo e il manicomio, ha cambiato nome nel tempo: oggi li chiamiamo casa-famiglia, bio-parco, struttura di salute mentale.
Cambiamo nome alle cose che ci mettono a disagio, quelle che non vogliamo guardare in faccia.
Io credo che la scuola rovini il desiderio. E rovinare il desiderio significa compromettere il processo di apprendimento, soprattutto nei bambini più curiosi, quelli che vorrebbero imparare davvero.
Certo, la scuola allena il pensiero analitico e la memoria a breve termine, ma è un vantaggio relativo, se nel frattempo soffoca il pensiero intuitivo e la creatività.
I voti fanno schifo, perchè mettono il rendimento davanti alla conoscenza, i fatti davanti alla verità. L’apprendimento segue leggi caotiche, percorsi invisibili a occhio nudo.
Forse è per questo che i genitori degli unschooler, diceva l’articolo, non sanno indicare con precisione quando e come i figli abbiano imparato a leggere e a fare i calcoli. Viene da pensare che le parole e i numeri siano manifestazioni di qualcosa che è già dentro di noi, un mondo che aspetta solo di essere riconosciuto.
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, vibrante ed evocativo, la scrittrice non ha paura di mostrare al lettore la verità delle emozioni, anche quelle più feroci e difficili da affrontare.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle numerose descrizioni psicologiche e fisiche inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di identificarsi, a poco a poco, nella protagonista Alba, ma anche in Gautama, Fabrizio e Fiore.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che hanno sofferto, a chi con coraggio, ha trovato la forza di rialzarsi e di affrontare la vita.
Non consiglio questo libro a donne che hanno perso da poco il proprio figlio o a chi sta vivendo un periodo complicato di maternità, potrebbe causare delle ferite profonde non necessarie.
Questo libro può essere letto solo da chi non si impressiona da temi forti (come le morti infantili o dalla pedofilia), da persone che sanno andare “oltre” senza giudicare…
Se vi identificate in queste parole, “Contare i passi verso casa”, allora, è il libro che fa al caso vostro!!
Buona lettura 📖!!