“Aspettami al Caffè Napoli” di Chiara Gily

Titolo: Aspettami al Caffè Napoli
Autore: Chiara Gily 
Casa Editrice: Mondadori 
Collana: Omnibus 
Data uscita: 18 Marzo 2025 
Pagine: 252 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Arrivo in via dei Mille alle dieci spaccate. Sono venuta a piedi nonostante il caldo, costeggiando i palazzi del centro alla ricerca di un po’ d’ombra. 
Stamattina papà mi ha proposto di fare colazione da lui, in negozio. Nel quartiere il suo caffè è una specie d’istituzione ed è da sempre l’elemento caratteristico della sua bottega. Per questo l’hanno ribattezzata Caffè Napoli. 
Ogni mattina, subito dopo aver aperto, invece di mettere in ordine le vetrine o sistemare la cassa, papà accende il fornello a gas che ha allestito nel retro, e offre una tazzina a chiunque entri, anche se non compra nulla. Lo prepara con la cuccuma e ha un sapore inconfondibile, intenso e morbido, il cui profumo ti entra nelle narici e ti accompagna fino a quando nella tazzina non resta neppure una goccia. 

La protagonista del libro è Lidia Gambardella, vive a Trieste da anni insieme al suo compagno Pietro e lavora come insegnante. Lidia, si era trasferita a Trieste da Napoli molti anni fa, una città che ha sempre amato per la sua allegria e metodicità, ma lei aveva bisogno di rompere ogni schema del passato, lontano dai suoi genitori per trovare la sua strada. 
A Trieste, Lidia, dopo la laurea, ha iniziato a svolgere il lavoro d’insegnante con passione, cercando di trasmettere ai suoi alunni l’entusiasmo della sua materia, trascorrendo ogni sera a cercare dei nuovi libri da poter inserire nella biblioteca scolastica. Ma dopo anni, Lidia non riesce più a provare passione, entusiasmo per il lavoro d’insegnante, e proprio come i suoi alunni, attende il suono della campanella per essere libera e tornare a casa. 

Poteva dipingerle il cielo, ma lei trovava sempre qualcosa da dire. Negli ultimi tempi, invece, neanche quello. Si limitava a fare spallucce. 
Non che siano mai andati d’amore e d’accordo, credo di non essere mai stata testimone di slanci passionali, ma, chissà perchè, ho sempre pensato che con il mio trasferimento a Trieste si sarebbero riavvicinati. Forse inconsciamente ho scelto di andarmene così lontano proprio per questo. Perché in una casa senza amore si muore un poco alla volta. 
Ho voluto iniziare daccapo, volevo una pagina bianca da riempire a modo mio, dove parole come astio, disistima e rassegnazione fossero vietate. 
Solo di una cosa non potevo privarmi: del mare. E’ sempre stata la mia medicina, mi basta sentire il suo odore e guardare le onde che si infrangono sulla battigia che il magone si attenua. Il mare è capace di cancellare la malinconia come fa con le scritte sulla sabbia. Il motivo per cui ho scelto Trieste è stato questo, perchè davanti al mare le città si assomigliano un po’ tutte. 
Volevo allontanarmi dal dolore, ma non da Napoli. 
E io, questa cosa, non l’ho mai detta a nessuno. 

Ma adesso, Lidia sta tornando nella sua città a Napoli, in occasione del terzo matrimonio di sua cugina con Gregorio. Alice, soprannominata da tutti “Cece”, ha scelto Lidia come damigella d’onore, regalandole un bellissimo vestito eseguito dal sarto Gennaro, conosciuto in tutta Napoli. 
Lidia non ha scuse per evitare le nozze e il suo fidanzato Pietro, (come sempre) non riuscirà ad accompagnarla a Napoli, dato che dovrà partecipare all’ennesimo convegno di lavoro. 
Per Lidia, tornare a Napoli sarà l’occasione per fare chiarezza sui suoi sentimenti, passioni, ma anche per ritrovare alcune amicizie d’infanzia. 
Appena arriva a Napoli, Lidia rimane colpita dalla maestosità della stazione di Napoli Centrale, che non ricordava così bella, e osserva attentamente tutte le persone che la circondano. 
Ad attenderla in stazione, c’è sua cugina Alice che l’accoglie calorosamente con un bel vassoio di frolle. Lidia è molto diversa da Alice, Alice riesce sempre a ottenere ciò che vuole da quando era piccola, ha sempre trovato con facilità degli uomini perfetti, anche grazie al suo bellissimo fisico slanciato. 
Lidia invece, ha qualche chilo di troppo e si sente inadeguata, se paragonata alla perfezione di Alice. 
Ma tra Lidia e Alice, c’è un bellissimo rapporto sin dall’infanzia, tanto che i famigliari le hanno sempre soprannominate “‘e sore cugine”.

Poche persone sono sorprendenti come mia cugina. Un giorno sembra una ragazzina viziata e capricciosa, un altro una donna capace di smuovere il mondo per ottenere quello che vuole. 
Ancora non ci posso credere che abbia piantato il povero Gregorio da solo in viaggio di nozze per starmi vicino. Mi chiedo se una sorella lo avrebbe fatto.
Forse, quando fin da piccole ci hanno chiamato ‘e sore cugine (le cugine-sorelle) intendevano proprio questo: un rapporto più forte della sorellanza. 

Il rapporto tra Lidia e Alice è uno dei temi nevralgici di questo libro, la scrittrice cerca di trasmettere al lettore l’importanza dei legami familiari. 
Oltre ad Alice, Lidia a Napoli avrà modo di rivedere il padre Felice, con cui ha un bellissimo rapporto, addirittura “morboso”, secondo il suo fidanzato Pietro. 
Il padre Felice è una persona molto buona, intelligente e ottimista, proprietario di una bottega in via Carovita, situata nel cuore della città. 
La bottega Caravita, conosciuta da tutti come “Caffè Napoli”, è una vera istituzione nel borgo, un luogo caratteristico, dove è possibile sorseggiare un buon caffè preparato dal signor Felice con la sua cuccuma per 12 tazzine, senza dover obbligatoriamente acquistare qualcosa. 
Il Caffè Napoli è una bottega di rigattiere originale, in cui è possibile trovare vecchi oggetti come pellicce, vestiti antichi, mobili, ma anche quadri meravigliosi, realizzati dal signor Felice. 
Il signor Felice, non ha potuto studiare perchè la propria madre Lidia, aveva deciso la sorte di tutti i suoi figli, a lui era toccato lavorare come garzone nella bottega Caravita, per poter guadagnare i soldi necessari per l’università di suo fratello Gianni. 
Felice ha imparato a poco a poco il mestiere, rifugiandosi in quelle quattro mura, perfette per dipingere i suoi quadri. L’arte per Felice, era la sua passione, il suo modo di vedere il mondo. 

Caffè Napoli, del resto, è famoso in tutto il quartiere, anche se nessuno lo conosce con il suo vero nome. Da fuori può sembrare un anonimo robivecchi con le pareti scrostate, qualche mobile esposto sul marciapiede e l’insegna BOTTEGA CARAVITA ormai illeggibile. All’interno però l’atmosfera è speciale, sembra di essere in quei caffè di una volta, dove darsi appuntamento fra quadri e oggetti antichi per chiacchierare senza fretta, sorseggiando una bella tazzina fumante. Anni fa durante uno dei suoi giri per approvvigionare il negozio, in una casa da sgomberare, papà si era innamorato di una vecchia cuccuma di rame da dodici tazze. 
La figlia della defunta, vedendolo così entusiasta per quell’oggetto che sicuramente lei non avrebbe mai utilizzato gliel’aveva regalata. 
Mamma, appena l’aveva vista, aveva sentenziato: “‘Feli’ siamo già pieni, è roba inutile, e qui non la voglio”, e così lui se l’era portata in bottega. 
Tutto il negozio si era impregnato dell’aroma di caffè, che papà amava triturare da solo con un macinino, bottino di qualche altro suo girovagare.
Altro che “caffè sospeso”, al Caffè Napoli ce n’era sempre uno per tutti. Era vietato entrare di cattivo umore o trafelati, papà faceva calmare chiunque con un sorriso e la sua famosa tazzulella. Il simbolo di quella lentezza era proprio quella caffettiera, ‘a cuccumella ‘e Felice, come ormai veniva soprannominata. 

A Lidia era mancato molto il proprio padre, ed è grazie ad Alice se è ritornata un fine settimana nella sua terra. Il giorno del matrimonio di Alice e Gregorio si avvicina e Lidia sarà una bellissima damigella d’onore, grazie a sua cugina.
Ma dopo il matrimonio, accade un episodio che sconvolgerà la vita di Lidia e dei suoi familiari…
Durante il pranzo del matrimonio, all’improvviso Felice si sente male e dopo il tempestivo aiuto di Gregorio, che è un medico è stato portato d’urgenza in ospedale. 
Lidia sente un vuoto dentro di lei, si sente in colpa per non aver trascorso più tempo con il proprio padre, da quando era tornata a Napoli. 
Non sarà facile per Lidia, affrontare la perdita del proprio padre, l’unica persona che la supportava e amava veramente. Ma è con il dolore, che Lidia ritrova il legame con sua cugina Alice e una “vecchia” amicizia d’infanzia, Francesco. Francesco, adesso è diventato un brillante avvocato, ma quando lui e Lidia erano piccoli, si divertivano a essere una coppia con molti figli. 
Il destino a volte è beffardo e ha in serbo per noi una strada, talvolta faticosa e in salita, ma con una vista meravigliosa. Ed è quello che accade a Lidia, che per caso, incontra Mila, una giovane fotografa che deve ritirare un quadro dipinto da Felice, commissionato da sua madre Adriana per l’anniversario di matrimonio. 
Quel quadro, rappresenta una marina e ha un cielo spettacolare, pieno di sfumature tra il blu e il viola, lo stesso cielo che non convinceva il signor Felice. 

Mi avvolgo nei colori di tutti quei dipinti ed è come se sentissi la carezza di papà. Il mio sguardo si posa infine su un quadro messo su un cavalletto. La sfumatura del cielo è incredibile, tra l’indaco e il blu. Ed è una marina. Mi viene un nodo alla gola fortissimo, sono sicura che è il dipinto di cui non era convinto e che voleva farmi vedere prima di venderlo. Papà era così, rinunciava anche ai soldi se una sua opera non gli piaceva. 
Stavolta, però, faceva male a dubitare di se stesso: è uno dei quadri più belli che abbia mai realizzato.
Ed è pronto per far felice altre persone. Sapere che mio padre continuerà a vivere attraverso la sua arte, nelle case delle persone, mi dà sollievo. 

Accettando i soldi di Mila, Lidia ha accettato automaticamente l’eredità del padre con l’ipoteca del negozio e un grosso debito da estinguere. Lidia è disperata, non sa come risolvere la situazione, ma una sera per caso, prende una decisione:  Caffè Napoli ha bisogno di continuare a vivere. 
E’ così che Lidia, insieme a sua cugina Alice e Mila, trasformano Caffè Napoli, e per fare soldi organizzano una mostra fotografica, vendono vestiti online sul loro sito. 
Lidia è fortunata ad avere accanto persone come Alice, Mila e Francesco, che non esitano nemmeno un istante per aiutarla. 
Ed è così che la bottega che tutti davano per persa si trasforma così nel sogno di tre giovani donne, determinate a farla rinascere dalle macerie. 
Che cosa accadrà? 
Riuscirà Lidia a ritrovare sé stessa e a ripagare i debiti del padre? 
E che cosa accadrà tra lei Pietro e Francesco? 

Non l’ho mai vista così felice, e dice che è il bambino a darle l’energia per lavorare al nostro progetto. Devo ammettere che è bravissima: tutti i corsi di design che ha frequentato nella vita- e che io ho sempre deriso perchè reputavo per gente ricca e annoiata- alla fine sono serviti. Senza tutta la sua preparazione questo posto assomiglierebbe ancora a un deposito di robe vecchie e cianfrusaglie. Ogni tanto il suo fare “comandino” viene fuori ma, se prima mi sarei innervosita, adesso la guardo, con gli occhi della tenerezza. 
Si vede lontano un miglio che ci crede in questa nuova versione di Caffè Napoli. Se sin dall’inizio non ci fosse stato il suo entusiasmo, io avrei mollato. 
Anzi, non avrei neppure cominciato. 
Il merito è anche di Mila. Dispensa consigli, sistema gli oggetti -“scusa ma ho l’occhio fotografico e quando una cosa è storta la devo aggiustare”. Senza contare che grazie al sito che lei ha creato in tempi record, a fine giornata posso contare su un bell’incasso. 
Tutta questa energia nuova è un balsamo sul cuore. 
Non basta a farlo guarire, ma mi aiuta a districare almeno un po’ i nodi che ho dentro. 
Papà c’è ancora in negozio, ma ho voluto cancellare la sua parte remissiva che gli faceva dire di sì a tutto quello che gli offrivano, che pagava più del dovuto e poi non riusciva a rivendere a un prezzo congruo.

La scrittrice e giornalista Chiara Gily, napoletana di nascita e triestina per scelta, ambienta la nuova storia del suo romanzo “Aspettami al Caffè Napoli”, nelle due città che ama. 
“Aspettami al Caffè Napoli” è un romanzo intenso e pieno di calore, ambientato tra i vicoli colorati di Napoli. 
I temi trattati sono la famiglia e le radici, le seconde opportunità, la solidarietà femminile, la morte, il matrimonio, la maternità, l’arte, le passioni, l’amicizia, il tradimento, la rinascita personale, la libertà, la felicità e l’amore. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intenso, caldo e dolce come una bella tazza di caffè ben zuccherato e frizzante come un calice di spritz. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni inserite dalla scrittrice, che permettono al lettore di entrare in empatia e affezionarsi a ognuno di loro. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro piacevole, che scalda il cuore come una buona tazza di caffè. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia basata sui legami familiari, sull’amore, sul destino e sulle seconde possibilità. 
Lasciatevi avvolgere dal profumo intenso del caffè, e preparatevi a leggere una storia profonda ed emozionante!!
Buona lettura 📚📚!!

“Quando i fiori avranno tempo per me” di Sara Gambazza

Titolo: Quando i fiori avranno tempo per me 
Autore: Sara Gambazza 
Casa Editrice: Longanesi Editore 
Collana: La Gaja scienza 
Data uscita: 10 Giugno 2025 
Pagine: 372 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Il pianto di Ninfa si ruppe in singhiozzi. Lasciò cadere il grembiule guardando la margherita di carta che, attraverso le lacrime, sembrava più grande. Sentiva la testa vuota, i pensieri erano fuggiti via tutti insieme.
Eppure pesava tantissimo. […]
Ninfa si morse il labbro così forte da farlo sanguinare, ma le lacrime non ne volevano sapere di restare dentro gli occhi. Allora si accucciò, abbracciandosi le gambe e nascondendo il viso tra le ginocchia. Sarebbe stato bello scomparire un momento, chiudere la tristezza in una scatola e tornare con una faccia bella. Ma di sparire non era capace e una scatola per la tristezza non sapeva dove trovarla, perciò se ne stava lì, ad ascoltare i propri respiri spezzati e i sospiri di sua madre. Anita con un’ultima imprecazione, si sedette accanto alla sua creatura che pareva un uccellino così piccola e avvolta su sé stessa. Ne cercò il mento e lo sollevò baciandola in fronte. 
<<Ninì, lo so che sei intelligente… più di me, della Rosa e dell’Oltretorrente tutto. E vuoi sapere una cosa? M’era venuto da pensare che magari da grande diventavi un dottore e compravi una bella casa dove potevamo stare tutte insieme a far morire d’invidia la città intera. Ma le cose adesso vanno male… e io a scuola proprio non ti ci posso mandare…>>
Ninfa chiuse gli occhi perchè la sua mamma gentile, in qualche modo, le faceva più male di quella arrabbiata. 
Anita le asciugò le guance coi pollici. […] 
<<Brava, sorghetta, lo sapevo che capivi. Le cose andranno meglio, vedrai… E poi, chissà…sei così bella che magari un dottore te lo sposi.>>

Il libro è ambientato a Parma nel 1922 e racconta la storia di Anita e delle sue due figlie, Rosa e Ninfa. 
Anita vive nell’Oltretorrente, una zona estremamente povera, non ha un lavoro, non ha un marito, ma ha due figlie piccole: Rosa e Ninfa. 
Per il borgo, Anita è solo la Bórda, la puttana dell’Oltretorrente da evitare di giorno e cercare di notte. Ma Anita è molto di più, è una donna che ha dovuto crescere troppo in fretta, dopo la morte della madre, e che per sopravvivere alla fame e alla miseria ha iniziato a vendere il proprio corpo. 
Anita non è una madre come le altre, ma dietro al suo carattere forte, rigido, che la vita l’ha obbligata a crearsi, si nasconde un cuore morbido e l’amore per le sue due figlie. 
In molte occasioni, il lettore sarà partecipe di dialoghi pieni d’affetto, d’amore tra Anita e le sue due figlie, una mamma disposta a tutto per proteggere le sue figlie da un mondo che le giudica, le respinge senza pietà e umanità. 

<<Dona qualcosa alla causa. Fallo per me Anita bella.>> 
Lei fremette. 
Non per il gesto, né per le dita callose che le graffiavano i polsi, né il fiato aspro, o il sudore pungente che gli ingialliva la camicia. 
Anita bella. 
Fu quello. Veniva pronunciato così di rado il suo nome che, quando accadeva, le suonava in testa come un tintinnio e le metteva addosso la nostalgia della pelle di sua madre, della rabbia del fiume lungo il quale era cresciuta, dei lunghi baffi di suo padre, mai visti e mille volte raccontati. 
Anita rivolse a Giovanni un sorriso dei suoi, storto, a occhi stretti, e gli scoccò un bacetto in fronte spingendosi sulle punte dei piedi. 

All’inizio del libro, Rosa va a scuola per cercare di apprendere le basi: imparare a leggere, scrivere e fare di conto. Anita non aveva avuto la fortuna di poter studiare e desiderava che il futuro di Rosa e Ninfa fosse diverso dal suo. 
Ma purtroppo, l’Italia vive un periodo molto difficile a causa della guerra, in tutte le piazze si assiste alla violenza brutale degli squadristi che uccidono senza pietà.

Il Duce era in città per la consegna della Spiga d’Oro, perchè di grano se n’era prodotto più lì che in tutto il regno, e attraversava le strade su una decappottabile da cui salutava la folla accalcata sui marciapiedi. […]
<<Io la guerra la odio>> sentenziò Rosa cercando conferma negli occhi di Ninfa. 
Lei, com’era suo uso, si strinse nelle spalle: non le interessava poi molto. Odiava i fascisti piuttosto, che avevano cercato di cancellare l’anima all’Oltretorrente già in tempo di pace, odiava la maledetta tessera annonaria, che allungava le pance di fame profonda. Odiava la miseria, che si metteva continuamente per traverso sulla sua strada obbligandola a saltare anche quando i piedi le andava di tenerli per terra. 

Il clima ostile della guerra ha ripercussioni nella vita di Anita, che non ha più clienti.
Anita, non può far altro che mandare Rosa a lavorare per la Severa, una donna con gli occhi sempre arrabbiati, che ha dovuto arrangiarsi da sola, da quando il marito era morto, mentre lei aspettava la loro bambina, che in poco tempo era morta a causa della tosse. 
Per questo motivo, Severa, ha sempre un’espressione arrabbiata, di chi ha dovuto fare i conti con il destino e la crudeltà della vita. 
Mentre Rosa prenderà servizio per la Severa, Ninfa che è troppo piccola per lavorare, inizierà la scuola.

<<Chiudi gli occhi.>>
Rosa li serrò così forte da vedere blu.
<<Adesso aprili.>>
Una catenina d’oro con un piccolo ciondolo a forma di cuore pendeva tra le dita di sua madre. La sfiorò.
<<Dove l’hai presa?>>
<<E’ un gioiello di famiglia. E’ rimasto per tanto tempo sotto un sasso, nella golena del Po. Poi mia mamma è andata a prenderlo e l’ha dato a me. Mi ha detto che è di un cugino ricco che prima o poi torna qua e ci porta tutte nel suo palazzo a far la vita da signore!>>
Rosa sapeva che sua madre inventava un sacco di storie e al cugino ricco non credette, ma la dolcezza della sua voce la face piangere e le dispiacque, perchè avrebbe voluto sorridere invece. […]
Anita le asciugò le lacrime con l’orlo della gonna, aprì il fermaglio e le mise il gioiello al collo.
<<E’ tua. Avevo promesso che la davo alla mia figlia più bella.>>
Anche quella era una bugia, era Ninfa la figlia più bella, ma a Rosa non importava e l’abbracciò stringendole la camicia nei pungi.
Anita pizzicò il ciondolo e glielo infilò nell’abito. 

Ninfa è molto diversa dalla Rosa, ha un occhio particolare, quando si arrabbia la pupilla scende verso il naso. Ninfa ha un “dono”, se così si può definire, sente il “puzzo della morte” di signori/e che incontra per strada, che la fa subito vomitare. 
La prima volta che era successo, Anita aveva paura che sua figlia fosse impossessata dal demonio, ma è pronta a difendere sua figlia Ninfa da ogni presa in giro e pregiudizio.
A Ninfa, a differenza di sua sorella Rosa, piace andare a scuola, annusare la carta dei quaderni e dell’inchiostro, ma anche ascoltare la maestra Vincenza.
Vincenza è una donna vestita sempre bene, non appartiene all’Oltretorrente, ma dalla morte dei suoi fratelli non riusciva più a vivere come prima e per questo, aveva accettato di lavorare in un borgo povero, dove la povertà si tocca con la mano.

Ma la guerra era arrivata con l’aria vaga di chi s’infila dove non deve e, senza chiedere permesso né scusa, aveva soffocato la quotidianità con una coperta grigia d’incertezza. Aveva seppellito le domeniche. Aperto la porta al dolore. […]
Nemmeno i corpi aveva restituito quella guerra maledetta, persi chissà dove come la mente della loro madre: ingrigita, improvvisamente incapace di vedere nel cielo la porta del paradiso di cui spesso raccontava ai figli ancora bambini. Il padre, l’uomo più ricco di sorrisi che Vincenza conoscesse, dopo la scomparsa dei suoi ragazzi si era sforzato di ridere ancora. Ma lo faceva con gli occhi vuoti, tanto che la bocca pareva una ferita sul viso invecchiato. Il cuore gli si era fermato mentre piangeva da solo nella stanza del figlio maggiore.Vincenza lo aveva trovato seduto, chino sul proprio petto, e gli aveva asciugato le guance bagnate maledicendo la morte, che non si era degnata di aspettare la fine di quel pianto segreto. 
In quel momento scomparvero dalla sua vita i profumi. E i sapori, e i colori di un tempo che non sarebbe tornato. […] 
Ogni replica di ciò che era stato risultava sbiadita e intrisa di una tristezza pallida, che le cancellava lo spirito in modo inesorabile. Per questo era partita. Per questo si era sporcata le mani ficcandole nella miseria più indecente, tra figli di prostitute e poveri lavoranti, madri analfabete e padri che insegnavano il rispetto con la cinghia. 
 

Dal primo giorno di scuola, Ninfa è oggetto di insulti e pregiudizi per il lavoro che fa sua madre Anita. Ma Ninfa, ha un carattere diverso da Rosa, e dimostra ai suoi compagni che con il suo occhio e il suo carattere, non è disposta a sentire cattiverie sul suo conto. 
Ninfa impara a scrivere, a leggere, è molto intelligente e prende in prestito dalla biblioteca della scuola i libri, a cui strappa le pagine per conservarle gelosamente in una scatola di latta contenente i suoi effetti personali. 
Ma Anita non riesce a pagare l’affitto della casa, solo con lo stipendio di Rosa e deve mandare sua figlia Ninfa a lavorare. 
Per Ninfa sarà un dolore molto grande non andare più a scuola… ma la loro condizione economica si è aggravata da quando, una donna di nome Ida, aveva aperto un bordello nel Borgo della Morte. 
Per questo motivo, Anita non aveva più nessun cliente e quelli più affezionati, erano morti a causa della tosse. Anita ha il cuore e l’anima in frantumi, nessuno al borgo è disposto ad assumere una puttana, ed è costretta a far lavorare le sue figlie per sopravvivere. 
Ninfa non lavorerà per la Severa, come sua sorella Rosa, ma si occuperà di portare dei sacchi di ghiaccio. 
Ma la maestra Vincenza, che si era affezionata alla lingua tagliente e all’intelligenza di Ninfa, decide di andare in casa di Anita per convincerla a mandare a scuola la figlia. 
Per la prima volta, Anita si apre totalmente con una sconosciuta, le racconta la sua vita, la loro situazione economica e piange, liberando la propria anima dalla sofferenza. 

Coprì il viso con le mani e singhiozzò, stupita che il suo corpo si prendesse tanta libertà: lei non glielo aveva detto di sicuro di frignare così di fronte alla signora con gli occhi celesti. 
A spogliarsi nuda grattandosi il sedere si sarebbe vergognata di meno.
Vincenza si alzò e le si accostò con cautela, attenta a non spezzare il filo sottile di confidenza nato dalla disperazione. La sfiorò: prima le spalle, poi i polsi e le mani. Infine l’avvolse in un abbraccio, un po’ rigido all’inizio, ma che, alla risposta di Anita, divenne caldo e prezioso.

E’ proprio grazie a questa chiacchierata con la maestra Vincenza, che Anita prende una decisione: andare al Borgo della Morte e lavorare per Ida. 
Ida è una donna che mostra a tutti un carattere burbero e aspro, ma in realtà è molto buona, compassionevole e decide di prendere Anita e le sue figlie nel suo bordello. 
Ida come Anita, è madre di Angelo e Olga, ma anche di Quinto, un bambino robusto e grande fisicamente, ma con l’intelletto di un bambino di due anni.
Ida, aveva trovato Quinto per la strada, e dopo aver cercato i suoi genitori, che probabilmente, avevano abbandonato il figlio per la sua condizione, aveva deciso di prendersi cura di lui. 
Quinto ha un aspetto di un gigante, ma con un cuore e anima di un bambino, a cui è impossibile non affezionarsi. Infatti, Ninfa si affezionerà particolarmente a Quinto, e insieme condivideranno la passione per i libri. 

Poi con un borbottio che sa Dio cosa vuol dire, mi abbraccia. Sa di sudore e minestra, la sua barbetta riccia gratta come un sacco di juta. Credo di volergli un poco di bene. 
Quando molla la presa, lo accarezzo sulle guance. 
<<Ti piacciono le storie di avventura?>>
Fa un sorriso larghissimo. Scendo dalla cassetta e gli dico di chiudere gli occhi. Li chiude e mi scappa una risata per quanto è buffo con le palpebre che tremolano tutte. 
Sposto una pila di stracci, prendo i miei Robinson adorati e mi siedo per terra a gambe incrociate. Gli dico di guardare. Vede il libro e riesce a sorridere ancora di più. Si arrotola stretto accanto a me, perchè lui le tavelle del soffitto le coccia con la testa: gli mostro la copertina, dico uno per uno i nomi degli uomini aggrappati alla zattera. 
Lui guarda, mi abbraccia, guarda ancora, indica facendomi ripetere. Attacco a leggere il primo capitolo e mi accorgo che si scorda di tirare l’aria nel petto per quanto è preso.
Gli mostro la prima immagine: l’accarezza e dopo accarezza me con le sue mani raspose. 
<<Siamo amici?>> mi chiede con la bocca umida di saliva. 
Gli faccio segno di sì e lui mi si acciambella accanto chiudendo gli occhi: tempo di coprirlo col mio giacchetto e già russa beato.

Nel Borgo della Morte, Anita, Rosa e Ninfa, si abituano presto alla compagnia di Ida e dei suoi figli, Angelo, Olga e Quinto, ma anche di Pinna, Marianna e la signora vecchia, che vivono nel bordello. 
Da quando si sono trasferite al bordello, la loro vita è cambiata: Rosa si è allontanata da Ettore, un ragazzo di cui si era innamorata dal primo giorno, che era entrato in casa per sua madre Anita; Ninfa, aveva ripreso ad andare a scuola per ottenere la licenza elementare e Anita, era più serena di condividere le sue preoccupazioni con le altre donne del bordello. 
Ma la guerra e il fascismo, oltre a devastare la città e gli italiani volontari che decidono di combattere, porta con sé la fame. Nel Borgo si vedevano solo bambini con corpi magrissimi, donne con vestiti larghi e uomini, costretti a stringere la cintura per non perdere i pantaloni. 
Anche al bordello del Borgo della Morte, si sentiva la fame, specialmente da quando non avevano più clienti ed era stata introdotta la tessera annonaria. 
La tessera annonaria, conosciuta come “la tessera della fame”, era un libretto, tessera, introdotto in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, per razionare i beni di prima necessità, come il pane. 
Ed è proprio per la fame e la mancanza di pane, che molte donne, tra cui le ragazze del Borgo della Morte, hanno partecipato a una protesta, iniziata con il saccheggiare un camioncino che portava il pane e terminata tra le urla, davanti alla prefettura. 

La mattina del 16 Ottobre la tenutaria del Bordello di Borgo della Morte, le sue belle e le sue ragazze si ritrovarono davanti alla fabbrica di Scarpe Zanlari da dove, insieme a un numero di donne che due cifre non bastavano a numerarle, si mossero per assaltare il furgone del pane che avrebbe fatto tappa in via Imbriani. Aspettarono che il conducente scendesse a fare le consegne per saccheggiarlo, ficcando micche e filoni sotto il braccio, nelle camicette rivoltate, nelle tasche delle sottane. Qualcuna si perse nella smania di portare a casa quel ben di Dio, Pinna corse dai Donati ancor prima di addentarne un pezzo, ma le più restarono unite, rabbiose e fiere, decise a urlare alla cintera intera e al prefetto quanto la fame picchiasse duro. Marciarono al grido di Pane! Pane!, resistettero al getto d’acqua degli idranti, gridarono la loro disperazione a chi le additava con disprezzo. Giunte di fronte alla prefettura, si abbracciarono orgogliose, Pane! Pane! ripresero a urlare, finché la polizia fascista non brandì i manganelli e prese a colpirle, perchè tanta sfacciataggine meritava mani pesanti. 
Ma alle botte le donne dell’Oltretorrente erano abituate, avevano la pelle spessa, le ossa di marmo: si allontanarono stringendosi a braccetto e continuarono a far rumore fin dove c’erano orecchie a poterle sentire.
Le belle del bordello, con zia Ida in testa, tornarono al bordo festanti, col pane nelle tasche e un unico cuore a farle volare alto. 
Scesero in refettorio, buttarono il pane sul tavolo e risero di gusto, con le mani ai fianchi e i piedi a pestare al ritmo della risata. 
Fu il quel momento, quando la felicità sembrava poter toccare il cielo, che […] vide nero. 
Così, all’improvviso. 
Crollò sul pavimento come una torre di carte. E la felicità sprofondò nel nero con lei.

Tra rivolte, ingiustizie, amore e segreti sepolti sotto la polvere delle strade, si snoda la narrazione di questo libro emozionante, intenso e struggente con personaggi umani e realistici. 
Che cosa accadrà ad Anita, Rosa, Ninfa e alle ragazze del Borgo della Morte?

L’amore. 
Credeva non fosse che il fremere dolciastro che il libercolo sottratto anni prima alla donna addormentata, raccontava. 
Di quei brividi fatti di niente era convinta di poter fare a meno. Ma negli ultimi giorni, aveva sentito in corpo tutt’altra spinta: un pulsare violento, un desiderio ruvido che aveva trascinato con sé ogni altro pensiero. 
Ettore. 
Con l’odore di sale e sudore che ricordava. Con mani grandi e braccia che sapevano stringere con tenerezza. Con la guerra a piegargli la schiena e il bisogno di serenità negli occhi.
Ettore. L’amore di sua sorella. 

 Qui puoi trovare la recensione del romanzo d’esordio “Ci sono mani che odorano di buono” : https://deborahcarraro97.com/2023/03/09/ci-sono-mani-che-odorano-di-buono-di-sara-gambazza/

La scrittrice Sara Gambazza dopo il successo del suo romanzo d’esordio “Ci sono mani che odorano di buono” (Longanesi, 2023), torna in libreria con “Quando i fiori avranno tempo per me”, una nuova storia emozionante, ispirata (in parte) a sua nonna, con il personaggio di Ninfa. 
La scrittrice Sara Gambazza, al centro dei suoi libri, inserisce dei personaggi “ultimi”, proprio come Anita, Rosa e Ninfa, poste ai margini della società. 
La scrittrice Sara Gambazza, ha uno stile di scrittura scorrevole, intenso, struggente e delicato, in grado di arrivare al cuore e all’anima di ogni lettore. 
Ogni parola, ogni frase, all’interno di questo libro è un colore, un sentimento, un dolore, perchè la scrittrice utilizza parole poetiche, intense, delicate e profonde. 
I temi trattati sono la Seconda Guerra Mondiale, la fame, la guerra, la violenza, la morte, il bordello, il rapporto tra sorelle, l’amicizia, la tenacia, la dignità, il fascismo, l’analfabetismo e la difficoltà per molti/e bambini/e di andare a scuola a causa delle condizioni economiche della loro famiglia, i pregiudizi, le cicatrici, le donne e l’amore, capace di sfidare la guerra.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di rendere ogni personaggio (principale e secondario), realistico, pieno d’umanità. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia emozionante, intensa, che racconta una storia di miseria, di coraggio, di sopravvivenza e dignità. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che sono alla ricerca di un libro con una trama solida, costruita alla perfezione, con personaggi umani, che arrivano direttamente al cuore e anima del lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Gambazza e la casa editrice Longanesi editore, per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di conoscere Anita, Rosa, Ninfa, Ettore, Vittorio, Angelo, Quinto, Olga, Ida e le altre ragazze del Borgo della Morte. 
Lasciatevi travolgere dalla penna delicata di Sara Gambazza e alla fine del libro, vi sembrerà di conoscere per davvero ogni personaggio!!
Buona lettura 📚📚!!

“La fabbricante di stelle” di Mélissa Da Costa

Titolo: La fabbricante di stelle 
Autore: Mélissa Da Costa 
Traduttore: Elena Cappellini 
Casa Editrice: Rizzoli 
Collana: Le narrative 
Data uscita: 8 Aprile 2025 
Pagine: 204 
Genere: Romanzo contemporaneo 

<<Non sei una Custode. Tu disegni. Crei il cielo. Sei una fabbricante di stelle.>> 
Quello fu il giorno in cui battezzai la mamma. 
<<E’ così carino, così poetico. Grazie, Arthur.>>
La fabbricante di stelle. Fu con quel nome che firmò le decine e decine di lettere che inondarono la mia camera dopo la sua partenza. 

Si potrebbe iniziare questa storia con “C’era una volta…”, perchè Clarisse Gagnon, la mamma di Arthur (il protagonista e voce narrante), ogni giorno gli racconta dei racconti magici, proprio come se fosse una fiaba. 
Arthur è un bambino di cinque anni, un giorno sua mamma gli confida un segreto, che cambierà tutta la sua vita. Clarisse, tra qualche giorno dovrà partire per una missione segreta, un lungo e faticoso viaggio, per arrivare su Urano, il pianeta magico. 
Arthur è affascinato, ammaliato dai racconti della madre, che gli descrive nei minimi dettagli Urano. E’ così, che Arthur si immagina un pianeta ghiacciato, dove si trovano molti animali strani e insoliti, come le lumache con il guscio azzurro, che per nutrirsi, mangiano il prezzemolo polare, o alberi-cervo, che hanno appeso un campanello che produce un suono fastidioso, e tante altre creature magiche e straordinarie, che Clarisse racconta e disegna al figlio. 

Non ebbi mai l’assoluta certezza che il ronzio che sentivo non fosse quello delle macchine in strada e il cinguettio quello dei passeri in giardino. In compenso, ciò che rimase intatto fu il ricordo di quella giornata meravigliosa nel bosco e la confidenza che la mamma mi fece la sera, mentre mi rimboccava le coperte: le nuvole su Urano erano di un bel verde acqua e a volte si posavano a terra per bere. Era uno spettacolo raro, assolutamente da non perdere. 

Ma Clarisse deve svolgere una missione ben precisa e importante, che gli ha assegnato il Custode delle Meraviglie, colui che disegna il cielo con il Sole, ma anche l’arcobaleno. 
Il Custode delle Meraviglie, è ormai anziano, ha bisogno di qualcuno che prenda il suo posto e Clarisse, grazie alla sua abilità nel disegnare, ricoprirà quest’incarico. Arthur pende dalle labbra di sua mamma, ogni giorno cerca di farsi raccontare nuove curiosità sulla missione segreta. 

<<Su Urano non governa nessuno. Tutte le creature sono libere e vivono come vogliono. […] Ma c’è un Custode delle Meraviglie>> 
<<E chi è?>> 
<<Un anziano signore che veglia su tutti i tesori di Urano.>> 
<<Quali tesori?>> 
<<Gli animali, la banchisa, le piogge ghiacciate, gli alberi-cervo e tante altre cose che non ti ho ancora raccontato, Arthur! Ci sono talmente tanti tesori inestimabili lassù!>> 
Imbambolato, pendevo dalle sue labbra. 
<<Questo vecchio signore non custodisce solo i tesori di Urano. Crea il cielo. […] E’ lui che lo dipinge ogni giorno. Con il Grande Pennello dell’Universo. Quando si annoia, lo cancella con la Grande Gomma dell’Universo e ne crea un altro.>> 
Non riuscivo a parlare, tanto ero meravigliato. 
<<E le nuvole>> continuò la mamma. <<Anche quelle le fa lui. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ne disegna di nuvole, le fa di forme diverse, in modo che chi le guarda non si stufi mai. […] Naturalmente crea anche le stelle. Le stelle cadenti sono particolarmente difficili da disegnare. Si muovono in continuazione, così bisogna finire tutte le punte prima che ti sfuggano tra le dita!>> 

Con la sua fantasia, Clarisse ha inventato questa storia per nascondere la sua malattia al figlio, per evitare di provocargli una ferita troppo grande. Clarisse cerca di trascorrere i suoi ultimi giorni insieme ad Arthur, raccontandogli storie magiche, divertendosi a catturare nei contenitori di plastica il suono degli uccelli, ma anche liberando le barche al lago. 

Quel pomeriggio di primavera, mentre il polline sorvolava il lago, io e la mamma liberammo una delle due barche. La mamma disse che il giorno dopo avremmo liberato l’altra, così avrebbero avuto la possibilità di sgranchirsi le pinne. […]
Non sapevo se il lago fosse felice come diceva la mamma, ma nonostante i miei cinque anni di una cosa ero certo: di quanto fosse felice la mamma quel pomeriggio. E io con lei. 

Clarisse non perde nemmeno un secondo, un minuto, un istante e si gode, ancora per qualche giorno, prima di morire, la compagnia del figlio. 
La narrazione si alterna tra passato e presente, in cui troviamo Arthur adulto, che si trova in ospedale, mentre si prepara a diventare padre e ripensa a sua mamma. 
E’ così che Arthur, rivive i ricordi con sua madre, ripensa agli ultimi giorni che hanno trascorso insieme, quando credeva che sarebbe partita per la missione speciale su Urano. 
Ma Arthur ormai è un adulto, ha acquisito maturità ed esperienza, che lo porta a riflettere sul comportamento della madre. Quando era un bambino, il giorno del suo settimo compleanno, Arthur aveva scoperto la verità e si era allontanato dal proprio padre, che aveva partecipato a quell’inganno. 
Arthur non aveva mai compreso le ragioni della propria madre, il motivo per cui non gli aveva rivelato della sua malattia, ma adesso, Arthur, che sta per diventare padre, capisce che quella bugia meravigliosa era servita per proteggerlo dal dolore. 
In quel corridoio d’ospedale, Arthur è pronto a perdonare la propria madre e a dirle addio per sempre, pronto ad accogliere una nuova vita. 

Essere genitori significava questo. Non avere più il diritto di sbagliare. Non avere più il diritto di sparire. Mai. Temere per la propria vita, forse per la prima volta. Vivere per qualcosa di diverso da sé, per qualcosa di grande, d’immenso, che ci supererà sempre. 
Che ci illuminerà sempre. 

Il suo sguardo contiene tracce d’infinito. Dice quello che dovrei già sapere, quello che scopro solo ora. Dice che ormai sono padre, che se ce ne fosse bisogno sarei pronto a morire per lei, senza un attimo di esitazione. Dice che per lei inventerei vite su Urano, Plutone o Giove, farei nascere alberi-cervo, creerei lumache polari, disegnerei palazzi di ghiaccio, concepirei migliaia e migliaia di meravigliose bugie.
Per lei passerei le notti a scrivere, fogli su fogli, perchè non mi dimentichi, per essere al suo fianco ogni giorno, anche quando sono lontano. 
Senz’ombra di dubbio, per lei mi trasformerei in un fabbricante di stelle. 

La scrittrice più venduta in Francia negli ultimi due anni, Mélissa Da Costa, dopo l’incredibile successo di “I quaderni botanici di Madame Lucie” (2021), “Tutto il blu del cielo” (2022), “Bucaneve” (2023) e “All’incrocio dei nostri destini” (2024), torna in libreria con “La fabbricante di stelle”, una storia emozionante, che riesce a trasformare il dolore in poesia e la morte, in una bellissima fiaba. 
“La fabbricante di stelle” è una storia commuovente, in cui ogni parola penetra nel cuore e nell’anima del lettore. 
I temi trattati sono la perdita e l’immaginazione, che si fondono nella storia tra la realtà e la fantasia, creando dei luoghi incantati, magici. Ma sono molto importanti anche i temi come l’amore, il legame tra genitori e sorelle, la memoria e la natura. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, struggente, emozionante, intenso e delicato, in cui ogni parola è poesia, scelta accuratamente dalla scrittrice per fare breccia nel cuore dei suoi lettori. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni e dialoghi inseriti dalla scrittrice, che permettono al lettore di entrare in empatia con ognuno di loro.
Mi sono affezionata molto alla sorella di Clarisse, Cassie che con la sua intelligenza e dolcezza, riesce a far divertire Arthur, donandogli attimi di felicità e serenità. Cassie è un personaggio fondamentale all’interno della narrazione, che assume un ruolo molto importante nella vita di Arthur, proprio come se fosse una “seconda mamma”. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia struggente, dolorosa e commuovente, che ha la capacità di insegnare e far riflettere che per dirsi un addio, a volte, c’è bisogno di una storia meravigliosa, ambientata in luoghi incantati. 
“La fabbricante di stelle” è un pugno allo stomaco, durante la lettura mi sono commossa, sono rimasta incantata dalle parole di Clarissa, dalla sua immaginazione nell’inventare una fiaba incantata, capace di trasformare il dolore nella bellezza della natura. 
E voi, riuscireste per il bene di vostro/a figlio/a a inventarvi una storia magica, per nascondere una malattia? 
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“La catastrofica visita allo zoo” di Joël Dicker

Titolo: La catastrofica visita allo zoo 
Autore: Joël Dicker 
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra 
Casa Editrice: La Nave di Teseo 
Collana: Oceani 
Data uscita: 17 Marzo 2025 
Pagine: 272 
Genere: Romanzo contemporaneo 

In fondo, le persone sono come le stelle: solo se le guardi con attenzione ti accorgi di quanto brillano. 

Con “La catastrofica visita allo zoo”, il lettore scoprirà una nuova veste di Joël Dicker, uno stile di scrittura completamente diverso dai suoi libri precedenti. 
Non aspettatevi omicidi o rapine, ma sedetevi sul divano per avventurarvi in una storia speciale, proprio come i bambini presenti nella storia. 
La narrazione del libro avviene in un piccolo paesino, dove si trova una scuola per bambini speciali. 
Ed è proprio qui, che incontriamo la protagonista e narratrice del libro: Joséphine, una bambina che capisce le cose troppo in fretta. 
Come ogni lunedì, Joséphine è davanti alla scuola, pronta per entrare per la solita lezione della signorina Jennings, quando nota un camioncino dei pompieri e molte persone nei pressi della scuola speciale. Che cosa succede? Come mai ci sono i pompieri? 
La loro scuola, la Scuola dei Picchi Verdi, è diversa da quella posta di fianco, è costruita in legno e ha degli alunni speciali, che vi presento subito: Artie, un bambino ipocondriaco, che ha paura di contrarre qualsiasi malattia, Thomas “il karateka”, che gli ha insegnato il padre, Otto un bambino con i genitori divorziati, e poi ci sono i genitori di Giovanni, che sono molto ricchi, Yoshi, un bambino che non parla mai e infine, la protagonista, Joséphine, che da grande vuole diventare un’inventrice di parolacce. 
Ognuno di loro è speciale a modo suo, nella loro scuola speciale possono esprimersi, essere sé stessi senza pregiudizi. 
Ma la loro scuola è stata dichiarata inagibile dai pompieri, che hanno spiegato alla signorina Jennings, le cause dell’allagamento. Durante la giornata di venerdì, qualcuno si era dimenticato di chiudere il rubinetto del lavandino del bagno, che aveva causato l’allagamento della scuola. 
Joséphine e i suoi amici, dopo essere stati “interrogati” dal capo dei pompieri, un uomo che non aveva molto ingegno e aveva chiuso velocemente l’indagine, avevano deciso di trovare chi aveva distrutto la loro scuola speciale. 
E’ così, che Joséphine, Artie, Thomas, Otto, Giovanni e Yoshi, iniziano ad investigare, insieme alla nonna di Giovanni, esperta di film polizieschi. 

Una volta sistemata la faccenda della visita allo zoo, potevamo dedicarci alla nostra indagine. 
Chi mai aveva potuto allagare la scuola? 
Condurre un’indagine è più facile a dirsi che a farsi. Non sapevamo da dove cominciare. Di norma, quando facciamo per la prima volta un gioco nuovo, c’è sempre un adulto che ci aiuta e ci spiega le regole. Ma in questo caso non potevamo chiedere ai nostri genitori, che non sarebbero stati molto entusiasti all’idea di un’indagine. 
Poi abbiamo pensato alla nonna di Giovanni, che è una vera esperta in materia perchè passa le giornate a guardare le serie poliziesche in tv. 

Nel mentre, il Direttore della scuola di fronte alla loro, decide di ospitare i bambini speciali e la signorina Jennings. Ma i bambini speciali, hanno molto da insegnare ai bambini della nuova scuola e ai loro genitori, che temono questa scelta per l’istruzione dei loro figli. 
La signorina Jennings, è una donna molto intelligente, buona, ma che non accetta i pregiudizi e l’ignoranza delle persone, ed è pronta a tutto per difendere i suoi bambini speciali. 
Ma Joséphine e i suoi amici, sono determinati a trovare il colpevole. 
Chi è che ha allagato di proposito la loro scuola? 
E che vantaggio ne avrebbe ricavato?

Viviamo in un mondo dove le persone hanno dimenticato che ci si deve comportare in modo educato.

 

Lo scrittore Joël Dicker, dopo aver venduto con i suoi romanzi più di 20 milioni di copie, come “La verità sul caso Harry Quebart” (La Nave di Teseo, 2013), “Gli ultimi giorni dei nostri padri” (La Nave di Teseo, 2015), “Il libro dei Baltimore” (La Nave di Teseo, 2016) e tanti altri, pubblica “La catastrofica visita allo zoo”, una storia speciale e piena di valori, di umanità, raccontata da dei bambini speciali. 
“La catastrofica visita allo zoo” è una storia universale, per i temi trattati come i pregiudizi, l’inclusione, la democrazia e la censura, i rapporti tra genitori e insegnanti e i bambini speciali. 

I genitori degli alunni normali hanno detto di essere molto preoccupati del fatto che i loro figli fossero a contatto con i bambini della scuola speciale. Alcuni avevano perfino paura che i figli venissero contagiati da noi, come se essere speciali fosse una malattia. La signorina Jennings si è innervosita molto, ci ha difeso e ha affermato che, al contrario, era una cosa molto importante che stessimo tutti insieme, soprattuto con dei genitori simili, e che questo si chiamava “inclusione e tolleranza”. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, con parole molto semplici perchè la storia viene raccontata da una bambina. Ma è anche un romanzo molto divertente e commuovente, pronto a stupire e catturare anche i lettori più scettici. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia scorrevole, speciale, emozionante, raccontata dai bambini speciali. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro, che desiderano investigare insieme alla simpatica squadra, composta da Joséphine e i suoi amici, capitanata dalla nonna di Giovanni. 
Lasciatevi travolgere dalla simpatia dei personaggi, ma riflettete molto sui temi che ricorrono nella storia, perchè lo scrittore Joël Dicker attraverso i dialoghi (a tratti) umoristici, desidera insinuarsi nella mente dei suoi lettori per farli riflettere sulla democrazia, sulle sensibilità dei bambini speciali, ma anche sul comportamento inadeguato e sbagliato, di molti genitori nei confronti di chi è diverso. 
Buona lettura 📚📚!!

“La signora del Neroli” di Chiara Ferraris

Titolo: La signora dei Neroli 
Autore: Chiara Ferraris 
Casa Editrice: Piemme 
Collana: Original Tascabili Piemme 
Data uscita: 24 Giugno 2025 
Pagine: 448 
Genere: Romanzo contemporaneo 

La vecia ha predetto la gelata o, meglio ha predetto che l’annata non sarebbe stata buona. 
Lei sa capire gli eventi. Non in maniera precisa, più che altro sono indicazioni. In tanti si rivolgono a lei, per farsi togliere il malocchio o farsi leggere la mano, e tutti credono che dica la verità.
Io, invece, l’ho sempre guardata con sospetto. Neanche volevo che leggesse, la mia mano, quella sera, alla festa di fine raccolta. […] 
La donna ha afferrato il mio palmo, l’ha osservato con scrupolosità, ha strizzato gli occhi e le rughe si sono centuplicate sulla sua fronte. Poi con un dito ha cominciato a seguire una linea, sfiorando appena la pelle con l’unghia. 
Solletico. 
Voglia di ritrarre la mano e ridere. 
<<Una frattura>> ha detto, indicando un punto preciso, che ho osservato senza capirci niente. <<Una frattura che spezza ogni legame con il passato.>> 
Non sembrava una bella notizia, detta così. Ma era difficile intuire se fosse presagio di una sorte cattiva, la vecia non ha aggiunto una parola e la sua espressione è rimasta imperturbabile come in ogni altra occasione. 
Ho guardato il punto che mi ha indicato e no, non ci ho visto nulla di strano. 
Anche oggi osservo quel punto. 
Tutto il mio destino è racchiuso nei miei palmi. Lo so benissimo, questo. Ma non scritto su una linea che si spezza. Non credo a queste sciocchezze, sono solo superstizioni. Credo nelle mie mani, perchè sanno fare bene il loro lavoro e perchè sono operose. 
Per nessun altro motivo.

La narrazione del libro si svolge a Vallebona, un paesino sul litorale al confine tra Italia e Francia, conosciuto da tutti per i suoi profumatissimi e pregiati alberi d’arancio amaro.
Immaginatevi, delle terrazze vastissime, che si arrampicano sulle colline, dove spiccano gli aranci… Lasciatevi travolgere dal profumo dei fiori d’arancio, con la loro fragranza dolce, floreale e leggermente agrumata!! 

Il nostro villaggio non è molto distante dall’aranceto e, per la strada, ci andiamo a unire alle raccoglitrici che arrivano da villaggi più lontani, addirittura qualcuna dal Piemonte. Ci sono anche molti uomini, qualche ragazzo. 
Mi avvicino a un gruppetto di mie coetanee. Non esiste momento migliore per dare uno sguardo ai giovanotti degli altri paesi, imbastire qualche conoscenza da approfondire durante la raccolta e, eventualmente, da concretizzare alla raccolta successiva. I matrimoni, da queste parti, nascono tutti così: allo sbocciare dei fiori d’arancio, sotto le fronde degli alberi, nel giro di una quindicina di giorni. Se le famiglie sono d’accordo, saranno i padri, poi, ad accordarsi, ma rimane nell’aria l’idea che una simpatia sorta durante la raccolta non possa che essere propizia. 

La protagonista del libro si chiama Emma, una raccoglitrice che insieme alle sue sorelle, porta avanti le tradizioni di famiglia. La madre di Emma, proprio come lei, era una raccoglitrice molto brava, grazie alle sue mani piccole che le permettevano di raccogliere velocemente e con delicatezza, i fiori d’arancio senza rovinarli. 
Emma ha ereditato dalla madre le mani piccole, di cui è orgogliosa e che la fanno essere un’ottima raccoglitrice. Ma Emma, non ha solo le mani piccole, ma è anche molto intelligente e svelta, in grado di raccogliere con agilità e precisione i fiori d’arancio. 
La sorella maggiore di Emma, Bianca, si è sposata da neanche un anno con un ragazzo di nome Giuseppe e presto diventeranno genitori. Solitamente, era Bianca a selezionare le sorelle con maggiori capacità per la raccolta, ma adesso, questo compito così gravoso e difficile, spetta ad Emma. 
Emma deve scegliere quali delle sue sorelle tra Elisabetta, Iolanda, Amelia e Tea, parteciperanno alla raccolta. Non è facile né piacevole scegliere, ma ormai Emma è cresciuta ed è pronta ad assumersi questa nuova responsabilità. 

Raccogliere fiori d’arancio è un privilegio. La famiglia di mia madre lo fa da generazioni e continueremo a farlo finché ci saranno figlie femmine con le mani piccole. 

Elisabetta è più piccola di un anno rispetto ad Emma, ma ha ereditato dal padre le mani tozze ed Emma, decide che sua sorella sarà una raccoglitrice, ancora per un anno per la pace familiare, visti i continui litigi tra loro due. 
Anche Iolanda e Amelia quest’anno saranno raccoglitrici, mentre Tea, è ancora piccola e si limiterà ad aiutare a dividere i fiori dai rametti. 
Emma e le sorelle arrivano nella tenuta dei Fontana, una famiglia benestante, conosciuta per i suoi fiori d’arancio, usati in pasticceria, ma anche il neroli, un’essenza molto pregiata impiegata in profumeria. 
Emma e la sua famiglia, lavorano da anni per i Fontana, e conosce bene ognuno di loro: da Tancredi a sua moglie Giulia, che gestiscono l’attività e la madre Viola, una signora anziana che partecipa attivamente alla raccolta. 
Mentre Emma, posizionava i teli sotto gli alberi d’arancio, aveva notato un fiore schiudersi e lo aveva immediatamente comunicato alla signora Viola, che aveva il compito di iniziare la raccolta. 
Emma si inebria del forte aroma dei fiori, macchia le dita dell’olio profumato che la famiglia Fontana distilla, compie ogni gesto con rigorosità. 
Durante la raccolta, Emma incontra Domenico, il figlio dei signori Fontana, che sin da bambina l’ha sempre tormentata con scherzi e giochi e ora, invece, sembra volerle stare vicino per altri motivi. 

Sorrido imbarazzata, e intanto mi domando se queste siano le promesse che si scambiano tutte le coppie quando si comincia a parlare di matrimonio. Anche Bianca ha sentito le stesse parole? E cosa significano?
In cosa risiede, davvero, questa felicità? 
Io, se penso alla felicità, penso alle zagare appena schiuse, al loro profumo che invade le cantine con un’intensità tale da nauseare, far girare la testa, penso ai bocchettoni d’acqua ai fiori d’arancio, l’aiga de sicure de sitrun, come la chiamiamo a Vallebona, pronta per essere venduta nelle pasticcerie. Penso agli alberi da curare, ai teli di stoffa bianca che vengono stesi al sole, e poi lavati e ripiegati, penso ai dolci preparati con l’acqua, al gusto che hanno, un amalgama impastato con la fatica delle raccoglitrici.

Ma Emma ha un legame viscerale con gli aranci, non è disposta a rinunciare al suo compito di raccoglitrice, neanche per l’amore. 
Durante la raccolta, Emma propone alla signora Viola di produrre lo sciroppo di rose e grazie a quest’idea, la famiglia Fontana, inizierà questa nuova attività, affidando proprio alla protagonista il lavoro. 
Nel mentre, il signor Tancredi, ha allontanato il figlio Domenico, per il suo temperamento e la capacità di allontanare i migliori istitutori. Domenico, in quanto futuro erede dei Fontana, deve studiare in collegio e imparare a gestire l’attività di famiglia. 
Emma si ritroverà con il cuore spezzato, ma nella sua terra, con i suoi fiori d’arancio e una nuova attività, riuscirà a colmare il distacco con Domenico. 
Mentre Emma si trova dai Fontana, arriva un ospite inatteso: Giordano, nipote di Tancredi e cugino di Domenico, viene da Torino dove ha studiato per molti anni per diventare avvocato. 
Giordano è molto diverso da Domenico, ha un passato molto difficile e conosciuto da tutti gli abitanti di Vallebona, ma ha avuto la fortuna di ricevere il sostegno di Tancredi e della moglie Giulia. 
E’ così che Emma, inizierà a provare qualcosa per Giordano, un sentimento nuovo e che non aveva mai provato, nemmeno per Domenico. 
Ma Giordano vive a Torino, una città diversa da Vallebona e Emma non vuole rinunciare a essere una raccoglitrice, non vuole rinunciare ai suoi fiori d’arancio. 
Che cosa accadrà tra Emma e Giordano? 
E se, dovesse ritornare Domenico? Che cosa proverebbe Emma? 

Vorrei concludere che non ho altro. Che i fiori d’arancio sono tutto ciò che ho. Che se sono qualcuno, per i Fontana, per la mia famiglia, per la gente del paese, è solo perchè faccio questo. Se non avessi questo, sarei una come tante altre, la mia vita sarebbe insignificante. Mi giro a guardarlo. Come posso spiegare a quest’uomo, istruito e colto, che ha studiato con i migliori precettori a Torino, che conosce la città, i luoghi più prestigiosi, che probabilmente ha conoscenze nelle sfere più alte della società, come faccio a dirgli che queste piante intorno a noi sono tutta la mia vita?
Aspetto la raccolta tutto l’anno, vivo in funzione del periodo dei fiori e quando tutto finisce la mia vita sembra rinchiudersi su sé stessa, tornare piccola, minuscola un granello di sabbia in una spiaggia immensa. 

<<Questo mi rende libera. E mi rende diversa.>> Riabbasso lo sguardo che fino a ora ho tenuto incollato al suo. 
<<Anche ai suoi occhi>> 
Giordano si avvicina di volata e mi afferra il volto tra le mani. 
<<Non sa quanto.>>
Poi ci baciamo.

La scrittrice Chiara Ferraris dopo il successo del suo primo romanzo “L’impromissa”, semifinalista al John Fante Opera Prima 2020 e finalista al Premio Letterario Città di Rieti, e di “Anime Qualunque” (Sperling & Kupfer, 2022) e “Lady Montagu. Le cicatrici del cuore” (Morellini Editore, 2023), torna in libreria con “La signora del Neroli”. 
“La signora del Neroli” è un romanzo familiare, ambientato sul litorale ligure, che racconta la storia di una grande donna: Emma. Emma è una donna intelligente, coraggiosa, disposta a tutto per difendere la sua terra e il suo lavoro che ama, anche a sacrificare l’amore. 
La scrittrice Chiara Ferraris, racconta una storia di rivalsa e di affermazione, evidenziando le difficoltà di una donna per emergere e far valere i propri diritti e passioni. 
I temi trattati sono i rapporti familiari, le amicizie, l’amore, la violenza sessuale, l’emancipazione femminile, l’America e l’immigrazione, il coraggio, la raccolta e la produzione dei fiori d’arancio. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, magistrale, emozionante e ogni parola esprime una figura poetica, un colore, un profumo che si insinua nella mente del lettore e gli fa immaginare ogni scena.
I personaggi sono strutturati molto bene, dalla protagonista ai personaggi secondari, ma fondamentali per lo sviluppo della storia. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia emozionante, struggente e appassionante, di una donna che ama il suo lavoro e non è disposta a sacrificarlo per l’amore. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che amano le storie familiari, a chi desidera visitare Vallebona e sentire il profumo dolce e agrumeto dei fiori d’arancio. 
Buona lettura 📚📚!!

“La morte non paga doppio” di Bruno Morchio

Titolo: La morte non paga doppio 
Autore: Bruno Morchio 
Casa Editrice: Rizzoli 
Collana: Nero Rizzoli 
Data uscita: 10 Giugno 2025 
Pagine: 240
Genere: Romanzo giallo 

<<Eh sì, morte non paga doppio.>>
Come un flash, la frase mi catapulta nel sogno del giorno prima. Senza saperlo, Anghel sta giocando con le parole sussurrate da Michelino, la frase pronunciata quando Milca stava per aprire la porta della camera da letto dove, quindici anni fa, ho trovato la mamma in un lago di sangue. 
Non sei contento? La morte paga doppio. 
<<Cosa vuoi dire?>> domando.
<<Anton è morto e nessuno può riportare lui in vita>> attacca, stringendosi nelle spalle e lasciando intendere che si aspetta un mio cenno di assenso. 
<<Lo so.>> 
<<Tu non hai ucciso Anton. […] Perciò puoi avere Alina e fare lei felice. […] Morte paga.>>

Dopo il successo di “La fine è ignota”, libro vincitore del Premio Giorgio Scerbenenco 2023, torna l’investigatore genovese Mariolino Migliaccio. 
Il protagonista Mariolino Migliaccio ha poco più di trent’anni, non è un poliziotto ed è un investigatore privato senza licenza, che riceve i suoi clienti in un bar situato nei carruggi. 
Mariolino conosce ogni angolo di Genova, individua tutti i pregi e i difetti di quella città, che contemporaneamente ama e odia. 

Provo a tendere l’orecchio, con la speranza di afferrare le note del magico violino di Anghel, ma non percepisco altro che il cicalare dei negozianti sulla soglia delle loro botteghe e il ronzio dei veicoli elettrici che raccolgono la aumenta nei carruggi. 
Le bancarelle di piazza Soziglia sono già state allestite, cappelli, borse e sciarpe colorate stanno lì in bella vista, ma non ci sono genovesi né foresti interessati ad acquistarli. Siamo in un periodo morto e la città vecchia può tirare il fiato dopo che torme chiassose di turisti vomitate dalle navi da crociera hanno imperversato nei vicoli durante il ponte dei Santi.

Mariolino è solo, un uomo ai margini, da quando ha perso la madre Wanda Lagomarsino, una prostituta, ammazzata probabilmente da un cliente. Da quel momento, Mariolino si è ritrovato solo, senza soldi e con un obiettivo preciso: trovare chi ha ammazzato sua madre. 
Grazie al suo informatore e amico Anghel, entra in contatto con un veggente, che gli consiglia di cercare una certa “Alice”, un’amica della madre e colei che le aveva procurato l’ultimo cliente. 

Una volta appurato che la Wanda Lagomarsino aveva buoni rapporti con tutti, non era coinvolta in giri criminali, lavorava in proprio senza farsi sfruttare da alcun pappone e non aveva nemici che la volessero morta, il magistrato inquirente ha concluso che si è trattato di un omicidio a sfondo sessuale perpetrato da un sadico la cui identità era destinata a restare sconosciuta. Queste conclusioni hanno determinato di fatto l’archiviazione del “caso”. 
Da quel momento non mi sono dato pace. Trovare l’uomo che mi aveva reso orfano è diventato lo scopo della mia vita. Così, dopo il diploma, non potendo permettermi di iscrivermi all’università, ho deciso di cominciare a lavorare e che il mio lavoro sarebbe stato questo: il detective privato. 

E anche se Mariolino ha perso tutto, possiede un fiuto straordinario, che gli aveva permesso di salvare Liveta, una delle “ragazze” del boss Luigi Il Vecchio. Luigi il Vecchio era una vecchia conoscenza della Wanda,  e nel volume precedente, aveva assoldato Mariolino per ritrovare Liveta. 
E’ così che Mariolino, salva una ragazzina albanese Milca Hoxha, venduta dalla famiglia alla mafia albanese e costretta per anni a prostituirsi e a subire violenze. 
Milca, grazie al protagonista, vive insieme a Soledad Mareira Flores, soprannominata da tutti “Sole”, l’amica ecuadorennia di Mariolino. Milca ha abbandonato per sempre la sua vecchia vita e frequenta il liceo turistico Edoardo Firpo, come tutti/e i/le ragazzi/e della sua età. 

Siamo arrivati alla fermata di San Giorgio e dobbiamo scendere. Usciti dalla metro la luce ci investe violenta. Qui fa meno freddo che in val Bisagno. Sbuchiamo in piazza Raibetta e ho la netta sensazione che entrambi abbiamo paura di approfondire. Se ci mettiamo a scavare chissà cosa potrebbe venir fuori. Siamo due orfani a cui la vita ha indurito il cuore perchè la nostra pelle è troppo sottile per proteggerci dal dolore: quindici anni fa, quando avevo la sua età, sono tornato da scuola e ho trovato mia mamma in un lago di sangue, assassinata da un cliente che non è mai stato identificato, quanto a Milca, i suoi l’hanno venduta per poche centinaia di euro alla mafia albanese. Con gente come noi parlare di sentimenti è come giocare alla roulette russa. 

Una mattina dopo scuola, Milca e Migliaccio si incontrano e la ragazza gli chiede di indagare sulla morte sospetta di Anton Mitrescu, un rumeno morto recentemente, Tutti i giornali e la polizia sono convinti, che Anton sia morto di overdose, ma la moglie Alina Mitrescu, nutre dei dubbi e chiede a Migliaccio di scoprire la verità. 
Mariolino non può tirarsi indietro e decide di “lavorare” gratuitamente per non appesantire le condizioni economiche della vedova rumena, che deve crescere da sola un figlio piccolo di nome Michelino. E’ così, che Mariolino scopre che la scena del crimine è contaminata e nasconde un muro di silenzi dietro cui si intravede un intreccio torbido di speculazioni edilizie, lavoro in nero e minacce. 
Con l’aiuto di un’ispettore scorbutico, Antonio Spaggiari, Migliaccio cerca di scoprire la verità. 
Ma il passato e la cicatrice della perdita della madre ritornano, Mariolino è sempre più determinato a scoprire chi ha ucciso sua madre. 
Tra i carruggi e i quartieri popolari della Superba, si svolge la nuova storia dell’investigatore Migliaccio, un uomo che inciampa, dubita, si sporca le mani ma non smette mai di cercare la verità, anche quando fa male. 

Entropia.

Ci sono nella vita circostanze in cui il cammino che ci aspetta sembra già segnato, tante sono le linee che convergono in uno stesso punto, che risulta difficile immaginare che le cose andranno in un altro modo rispetto all’esito prefigurato. Qualcuno le chiama calcolo delle probabilità, qualcun altro destino.

Lo scrittore, psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio, dopo il successo dei suoi libri con protagonista Bacci Pagano, torna in libreria con “La morte non paga doppio”, una nuova storia ambientata a Genova e con un nuovo protagonista, l’investigatore Mariolino Migliaccio. 
Il lettore, si ritroverà a percorrere i carruggi di Genova insieme al protagonista alla ricerca della verità. 
I temi trattati sono la prostituzione, l’amore, la violenza, la tossicodipendenza, l’amicizia, i pregiudizi, il lavoro in nero, le speculazioni edilizie, la mafia, i sogni, la morte e le cicatrici più profonde. 

<<Non sei contento? La morte paga doppio>> sussurrava Michelino nel sogno.
Ma perchè ho messo in bocca queste parole proprio a lui, un bambino di tre anni? E, soprattutto, come mai esse suonano come un invito ad aprire la porta sull’orrore?
Ho letto da qualche parte che nei sogni il nostro campo visivo si allarga. Secondo quell’articolo, contenuto in un libro raccattato al bookcrossing, durante il sonno allentiamo gli ormeggi del nostro controllo e questo ci permette di accedere a verità che nella veglia tendiamo a censurare. Se il tizio che l’ha scritto -di cui non ricordo il nome- ha ragione, dovrei prendere molto sul serio queste domande. 

Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, pieno di suspence. Ho apprezzato la scelta dello scrittore di inserire alcune parole dialettali genovesi, ma non condivido la scelta di riportare immediatamente la traduzione in italiano perchè rompe il ritmo, il pathos della lettura. In molti libri ambientati a Napoli e non solo, molti scrittori inseriscono parole dialettali ma raramente, riportano le traduzioni in italiano (e se avviene, viene inserita una nota a piè di pagina o alla fine del libro). 
I personaggi sono strutturati bene, dal protagonista ai personaggi secondari, grazie all’impostazione adottata dallo scrittore.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro giallo, pieno di mistero e coinvolgente, ambientato nei carruggi genovesi. 
E’ arrivato il momento di percorrere i carruggi di Genova insieme all’investigatore Mariolino Migliaccio e di scoprire la verità!!
Buona lettura 📚📚!!

“La Grande Sete” di Erica Cassano

Titolo: La Grande Sete 
Autore: Erica Cassano 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Edizione: 2 
Data uscita: 4 Marzo 2025 
Pagine: 384 
Genere: Romanzo storico 

Erano le settimane della Grande Sete.
I tedeschi avevano fatto saltare l’acquedotto del Serino, le riserve si erano prosciugate e, dalla fine di agosto, la città era a secco. Sulla spiaggia di Chiaia qualcuno aveva costruito certi marchingegni che servivano a dissalare l’acqua del mare, fatti con bidoni di latta e pentoloni di rame riscaldati con il carbone. […]
L’aria era densa, irrespirabile per il tanfo, i fuochi che crepitavano nei bracieri rendevano il caldo ancora più insopportabile. Mi si era infilata, odiosa, della sabbia nei sandali. Battevo a terra i piedi per provare a toglierla, senza riuscirci, anzi, facendone entrare ancora di più. Abbassarmi per levare i granelli sarebbe stato impossibile, premuta com’ero dagli Assetati che si accalcavano e spingevano. 

Questo libro è ambientato a Napoli nel 1943, durante le Quattro Giornate e il periodo della Grande Sete, quando la città era senz’acqua a causa dei bombardamenti che avevano danneggiato le tubature. 
La storia viene raccontata dalla protagonista, Anna, una giovane donna che insieme alla sua famiglia si era trasferita da Genova a Napoli. 
Il padre Enrico Piovine, insieme al suo amico il dottor Giacomo Pittamiglio, oltre l’orario di lavoro, si occupavano di stampare molti volantini contrari al regime nella loro stamperia, che avevano allestito nella cantina del palazzo in cui vivevano a Genova Sampiardarena. Ben presto, l’attività illecita di Enrico e Giacomo, venne scoperta e a giugno, vennero cacciati da Genova. Il dottor Pittamiglio, eta stato mandato al confine mentre il suo amico, il ferroviere Enrico Piovine a Napoli, una città lontana da Genova per impedirgli di creare un’altra rete di comunicazione. 
La famiglia di Enrico, si trasferì a Napoli che la guerra era già incominciata e la moglie Dalia, non riusciva ad accettare la nuova casa e il clima di Napoli. Dalia a Genova, usciva sempre, le piaceva andare a teatro al Carlo Felice, per ammirare le prime teatrali… mentre a Napoli, non usciva mai da quelle quattro mura, che erano la loro nuova casa. 

La sua vita, a Genova, era un’alternarsi tra lezioni di danza classica, che prendeva e impartiva, eventi e prime delle stagioni teatrali. C’erano le serate da gala, a cui si recava elegante, d’inverno coi vestiti di velluto che sfioravano le caviglie e d’estate avvolta in stoffe leggere che le scivolavano sui fianchi. Non capitava mai che passasse intere giornate a casa, anche se amava il nostro bell’appartamento, con la sala da pranzo che il pomeriggio era inondato di luce, dove lei leggeva mentre Felicita e io studiavamo, in attesa che nostro padre finisse di lavorare. Faceva ancora il capostazione, a fine giornata non era stremato. Di domenica, poi, andavamo con il treno a Sestri Levante, a mangiare in spiaggia larghe fette di focaccia bianca, o a Pegli, dove, incima alla collina, sorgeva la Villa Pallavicini. Mia madre era molto affezionata alla villa e ci portava a visitare i giardini lungo i sentieri in salita. Costeggiavamo cespugli di camelie e alberi altissimi, ci fermavamo a guardare il mare dall’alto. 
Ogni cosa, in quei giardini, era una sorpresa.

Invece Anna, è una ragazza molto intelligente e capisce che Genova e Napoli, in realtà sono due città molto simili e spera che guerra finisca il prima possibile per godersi le spiagge di Napoli. 

Le due città, Genova e Napoli, s’assomigliavano: il mare di fronte, con mille barche che lo univano alla terra. Entrambe erano fatte di vicoli, entrambe erano sovrastate da alture. 
Poi erano iniziati i bombardamenti e Napoli era stata deturpata. Allora l’avevo amata davvero. 
Non avevo amato il riflesso di Genova, ma quella città, anche se martoriata. 
Ma ora mi chiedevo: era amore o pietà? 

Il libro è ambientato durante i Quattro giorni, noti a tutti come quelli della “Grande Sete” (da cui il titolo), per la mancanza d’acqua in tutta la città di Napoli a causa dei bombardamenti dei tedeschi. 
All’inizio del libro, il lettore accompagna la protagonista Anna, insieme a Giacomo Pittamiglio e alla sua compagna Catena, a prendere un po’ d’acqua. Per far fronte all’emergenza, avevano creato un modo per dissalare l’acqua del mare e tutti gli Assetati, dopo ore di coda sotto al sole, ottenevano un po’ d’acqua. Mentre Anna era in fila, un’Assetata (così vengono chiamati all’interno del libro), la esorta ad andarsene e la protagonista, assisterà a una scena terrificante, molto violenta e che mette in evidenza i comportamenti aggressivi causati dalla Grande Sete. 
Ma in realtà, Anna e la sua famiglia, erano gli unici di tutto il quartiere, anzi, di tutta la città, ad avere l’acqua in casa. 

La nostra era la Casa dell’Acqua. Eravamo gli unici, in tutto il quartiere, e forse in tutta la città, a non star morendo di sete. Da noi l’acqua continuava a uscire dal lavello della cucina, trasparente e odorosa di cloro. Per mia madre era un miracolo: diceva che Mosè era salito sul monte Oreb a battere la roccia solo per noi. Secondo mio padre, invece, era un caso, un peso più che una benedizione. Non riusciva a spiegarselo. Le nostre erano le uniche tubature a non essere state danneggiate, oppure sotto i piedi avevamo un pozzo nascosto. […] 
Comunque, lo considerava un pericolo: se l’avesse scoperto anche una sola persona, avremmo dovuto metterci a distribuire l’acqua a tutto il quartiere, anzi, come diceva lui, a tutti i fetenti di Napoli. Doveva restare un segreto, pure per quei pochi che ancora popolavano il palazzo. 

Anna, non ha mai patito la sete a differenza di tutti gli Assetati. Il padre Enrico, aveva proibito a tutta la sua famiglia di divulgare la notizia, nessuno sapeva che loro avevano l’acqua in casa, nemmeno il suo amico Giacomo Pittamiglio e Carmela, l’amica di Anna che abitava nel palazzo al quarto piano. 
Anna è una ragazza molto intelligente, ma anche lei, come molti napoletani, ha paura della guerra e dei bombardamenti. 
Durante i bombardamenti, Anna e la sua famiglia si rifugiavano in una Galleria, insieme a molte altre persone, che scappavano dalla distruzione della guerra. 
Il padre Enrico, non ha mai voluto che le sue due figlie Felicita e Anna, lavorassero perchè desiderava che studiassero e coltivassero le loro passioni. Infatti, Anna non vedeva l’ora di iscriversi all’Università di lettere, una volta terminata la guerra. 
Nel frattempo, Anna aveva sete, una sete implacabile di sapere e di apprendere nuove nozioni. Il padre, le aveva regalato una piccola grammatica inglese, convinto che questa nuova lingua sarà fondamentale per il futuro. E’ così, che Anna studia da sola l’inglese per tener la mente allenata e colmare la grande sete di sapere. 

Mi sentivo privata di qualcosa di irrinunciabile. Come agli Assetati mancava l’acqua, a me mancava quello che mi dissetava la testa. Mi sentivo prosciugata, temevo di perdere la capacità che avevo sempre avuto di mandare a memoria concetti e quindi mettevo a punto i miei marchingegni per cercare di non far rinsecchire la mente. Ripetevo ad alta voce i canti di Dante che ci avevano fatto imparare a scuola, soprattutto quello in cui Caronte arrivava a bordo della sua barca, che era il mio preferito. 
Altre volte, invece, inventavo storie e le scrivevo, cercando di riprodurre la grafia tonda e dritta per cui avevo sempre ricevuto tante lodi, e che mi aveva fatto diventare subito la migliore della classe quando da Genova ero arrivata a Napoli. 

Anna studia e rilegge i libri che possiede, mentre aspetta che il padre ritorni dal lavoro. Ma i giorni passano ed Enrico non ritorna… nessuno ha sue notizie, nemmeno il suo amico Pittamiglio. 
Nel quartiere e nel palazzo, tutti pensano che sia morto ma Anna, sua madre e sua sorella Felicita, continuano a sperare che ritorni a casa. 
Anna capisce che non ha tempo per sognare e che deve provvedere al sostentamento della sua famiglia. E’ così, che decide di accettare un impiego come segretaria presso la base americana di Bagnoli, approfittando della sua conoscenza della lingua inglese. 
Nella base americana, Anna conoscerà molte persone come le gemelle Zelda e Milena, che diventeranno sue amiche, ma anche Robert e Kenneth. 
Kenneth ha origini italiane, la madre era immigrata dall’Italia a Oklahoma e lui, era curioso di scoprire le sue origini. E’ così che Anna sognerà ad occhi aperti il suo futuro, pieno di libertà e forse, nel suo futuro c’è una nuova terra, una terra lontana e spazio per l’amore. 

“Non puoi capire perchè non sai”, pensai. “Perchè sei nato in una casa bianca dall’altra parte del mondo. Perché a scuola non dovevi intitolare il tema Elogio del Duce. Perchè non hai mai visto la gente sperare di avere un futuro migliore solo perchè qualcuno lo annunciava da un balcone. Perchè non ti sei mai trovato a vivere in mezzo a persone che si fidavano della voce di quell’uomo che prometteva, prometteva e intanto levava, levava.
Duce che alla fame ci conduce. 
E noi andavamo, andavamo con lui, e nessuno riusciva a ribellarsi, e chi ci provava veniva esiliato, ucciso, mandato nelle città che più venivano bombardate, in cui potevi morire.” 
Certo Kenneth non poteva capire. 
Non faceva parte del popolo ingenuo che si era lasciato sottrarre la propria libertà. 

Ma Anna non vuole lasciarsi alle spalle la guerra, vuole salvarsi da sola, proprio come Napoli. E la grande Sete di sapere non è facile da soddisfare. E’ una forza che viene da dentro e parla di indipendenza, di amore per il sapere, ma anche di coraggio per farsi sentire in un mondo che non sa ascoltare. 
Riuscirà Anna a colmare la sua Grande Sete? 
Tornerà a casa il padre di Anna? 
Che cosa accadrà?

Mi accorsi di avere la gola secca e mi andai a mettere con la bocca sotto al lavello. Bevvi a lungo. Il fresco mi invase il corpo, una sensazione solida di salvezza. Eppure, pensai, non era quella la sete che dovevo soddisfare. A me non era mai mancata l’acqua. Non mi ero mai dovuta svegliare con la lingua attaccata al palato, le labbra così secche da spaccarsi. C’era qualcosa che mi sfuggiva. Mi era scomparso il callo che avevo sull’anulare e che per gli anni di scuola mi aveva fedelmente accompagnato. Da quanto non tenevo in mano un pennino, da quanto le mie dita non si sporcavano d’inchiostro. 
Quasi avevo dimenticato come si traduceva il latino. Rileggevo romanzi di cui già sapevo il finale perchè non potevo acquistare, di nuovi o andare in biblioteca. 
Avevo consumato la grammatica inglese solo perchè era l’unico libro che mi permetteva di imparare qualcosa di nuovo.
Ecco quello che veramente mi mancava. 
Leggere, studiare. Vivere.

La scrittrice Erica Cassano esordisce con “La Grande Sete”, si ispira alla storia di sua nonna, che ha scoperto tramite un vecchio diario e alcune foto ingiallite. 
Con il termine “Grande Sete”, si intende non solo le Quattro Giornate senza acqua, ma anche la sete della protagonista, la voglia di conoscere, di apprendere nuove nozioni, ma anche fame di vita, di libertà e di pace. 
I temi trattati sono l’emancipazione femminile, i legami familiari, l’amore, l’amicizia, i dolori, i sacrifici, i sogni, le speranze, il lavoro, la memoria e la cultura, indispensabile per creare un futuro di dignità senza pregiudizi. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, emozionante e diretto, la storia è strutturata molto bene, coerente con il periodo storico narrato. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie all’impostazione della scrittrice di descrivere ogni personaggio nei minimi particolari. Il lettore si affezionerà non solo alla protagonista Anna, ma anche a sua sorella Felicita, che dietro al suo carattere forte, nasconde i suoi sentimenti. 
Mi è piaciuto molto il rapporto tra Anna e la sua nipotina Silvana, di quasi quattro anni, che a causa della guerra deve crescere senza il padre Luigi e anche se la madre la tratta male, potrà sempre contare sull’affetto della protagonista. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano tuffarsi a Napoli nel periodo della Grande Sete, un romanzo che parla di emancipazione, di libertà, pura e cristallina come l’acqua, il bisogno primario ed essenziale. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro con una protagonista femminile forte, determinata, intelligente come Anna, che da Genova si trasferisce a Napoli, città devastata dalle bombe in attesa degli Alleati. 
Lasciatevi travolgere dalla potenza e dalla forza della parole della scrittrice Erica Cassano!!
Buona lettura 📚📚!!

“Se esiste un perdono” di Fabiano Massimi

Titolo: Se esiste un perdono 
Autore: Fabiano Massimi 
Casa Editrice: Longanesi editore 
Collana: La Gaja scienza 
Edizione: 2
Data uscita: 24 Gennaio 2023 
Pagine: 320 
Genere: Romanzo storico 

Per molti di loro era il primo viaggio senza la famiglia, e tutto era così nuovo che non pensavano già alla vita che si stavano lasciando alle spalle, alle madri e ai padri che li avevano accompagnati in stazione fingendo serenità per affidarli a degli sconosciuti, ai fratelli e agli amici che non avevano trovato posto sul convoglio e sarebbero partiti, forse, con i prossimi. Sulle guance dei più piccoli, le lacrime della partenza avevano disegnato tracce scure, saline, come ombre indelebili, ma i loro occhi splendevano osservando il mondo che si apriva oltre il vagone, e il rombo delle ruote sui binari li riempiva di entusiasmo. Entro la fine della giornata avrebbero visto il mare -il mare!- e si sarebbero imbarcati per l’Inghilterra, un luogo remoto e inimmaginabile che fin lì era esistito soltanto nei libri. Il tempo della nostalgia sarebbe venuto più tardi. Adesso era il momento dell’eccitazione. 

Questo libro racconta una storia vera, poco conosciuta di un uomo di nome Nicholas Winton, che con il suo coraggio nelle tre settimane trascorse in Cecoslovacchia tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939, era riuscito a mettere in salvo più di seicento bambini ebrei con i kindertransport. Hilter, aveva deciso di invadere la Cecoslovacchia e le persone che risiedevano nei territori limitrofi, come i Sudeti, che avevano dovuto lasciare le proprie terre e rifugiarsi in Boemia a Praga, nei campi profughi. 

In quei giorni a Praga c’erano migliaia di profughi, per la maggior parte fuggiti dai Sudeti come me, e ancora più numerosi erano i dissidenti e gli ebrei, che dopo la Notte dei Cristalli avevano capito una volta per tutte di non essere al sicuro. Chi aveva i mezzi e i contatti era scappato di corsa, spesso senza una valigia; chi non li aveva si dannava per trovarli. Lasciare il paese stava diventando la prima preoccupazione per chiunque temesse di trovarsi nelle liste di Himmler: intellettuali, giornalisti, politici, militanti, simpatizzanti di fazioni antinaziste… Un piccolo esercito senza armi che sapeva di non avere speranze contro la Gestapo e si preparava all’esilio volontario. 

Nicholas Winton è un uomo di trent’anni, che dopo una breve parentesi nell’esercito, si occupava di gestire la borsa a Londra. Nicholas è ebreo e insieme al suo amico, decidono di rinunciare alla settimana bianca per dirigersi a Praga, per mettersi in contatto con un’associazione che si occupava di organizzare viaggi da Praga a Londra, per salvare molte persone.
E’ così che Nicholas, incontrerà per la prima volta Doreen Warriner, la rappresentante ufficiale di un’organizzazione non governativa, “impegnata ad alleviare le condizioni dei bambini nelle aree di guerra, Save the Children.” 
La narrazione del libro si suddivide in cinque parti, la storia si sviluppa da novembre del 1938 a giugno del 1939. La voce narrante è un personaggio di fantasia, ovvero Petra Linhart, una ragazza di ventitré anni che aveva perso da poco il marito e il figlio che portava in grembo. 
Un giorno, mentre Petra stava lavorando in un pub, un signore di nome Werner, decise di farle conoscere Doreen, la donna che le avrebbe cambiato la vita. Da quel momento, Petra, divenne il braccio destro di Doreen, si occupava di molte mansioni come preparare i documenti, organizzare il viaggio e di far sì, che tutto procedesse secondo i piani. 

Petra Linhart, invece, era preoccupata. A ventitré anni, era una delle passeggere più anziane sul treno, incaricata insieme a cinque colleghi di badare alle necessità dei bambini e assicurarsi che tutto filasse liscio nelle diciotto ore che separavano Praga da Londra. Sotto la sua responsabilità ricadeva non solo il vagone in cui viaggiava -il numero cinque, trentasei passeggeri fra i quattro e gli undici anni, per metà maschi e per metà femmine, quasi tutti ebrei- ma l’intera spedizione,  che aveva aiutato a organizzare. Dalla scelta dei nominativi, alla ricerca dei visti, dal controllo dell’unico bagaglio concesso a ogni bambino alla preparazione dei pasti per il viaggio, all’accoglienza delle famiglie sotto le arcate della stazione Wilson alla gestione dei rapporti con le autorità naziste lungo il percorso. […] 
Sarebbe riuscita a reggere la tensione fino alla fine? 
E se qualcosa fosse andato storto, avrebbe avuto la prontezza necessaria per reagire?

Sarà proprio grazie a Nicholas, che Doreen, Trevor Chadwick e Petra, organizzeranno dei viaggi per salvare il maggior numero di bambini. Nicholas insieme a Petra, si occuperanno di incontrare madri, padri e familiari, disposti a tutto per salvare i propri figli, anche a fidarsi di due completi sconosciuti. 
Grazie a questo programma, Nicholas e gli altri volontari, riuscirono a trovare un accordo con il Regno Unito, l’unica nazione disposta ad accogliere quasi 10.000 minori non accompagnati provenienti dalla Germania, Austria, Polonia e Cecoslovacchia. 

Salvare i rifugiati. 
Salvare i bambini.
Salvare il paese, forse. 
Ma se il paese non avesse voluto farsi salvare? 

Un nuovo sospiro, più amaro, poi aprì il cassetto della scrivania, dove erano ammucchiate le copie di tutte le fotografie che avevamo raccolto fino a quel momento: femmine e maschi, piccoli e grandi, con i capelli biondi, castani, mori oppure rossi, con occhi chiari e con occhi scuri, nasi alla francese schiacciati, appuntiti… Erano centinaia, quelle fotografie. Centinaia gli sguardi che ci scrutavano -che ci imploravano- ogni volta che aprivano il cassetto, e a ognuno corrispondeva una storia, una famiglia, un sacrificio. 
A ogni sguardo -ma solo a uno, l’unico concesso per ogni bambino- era affidato un futuro, o la sua assenza.

Fu così che Nicholas, Doreen, Trevor e Petra, riuscirono a salvare molti bambini. Ma Nicholas, si affezionerà a una bambina, conosciuta da tutti come la “Bambina del Sale”. 
La Bambina del Sale, è una bambina che durante la notte si trovava nei vicoli meno conosciuti, con pochissima luce, per vendere alla modica cifra di una moneta, un sacchettino azzurro, contenente il sale. Una sera, Nicholas, dopo una lunga giornata di lavoro, si era ritrovato in un vicolo sconosciuto, molto buio e aveva assistito a una brutta scena: Vodnick, un nazista (soprannominato dalla Bambina del Sale “il gigante”), stava trattenendo con la forza una bambina: la Bambina del Sale. 
Nicholas non aveva esitato nemmeno un secondo, e aveva salvato la Bambina del Sale dalle grinfie di Vodnick. Ma Vodnick, è disposto a tutto per recuperare quella bambina, anche a pagare una grossa somma a chiunque, gli fornisca le informazioni per ritrovarla. 
Nicholas è determinato a salvare la Bambina del Sale e ogni bambino… 
Riuscirà a salvare la Bambina del Sale e tutti i bambini? 

<<Io non so se esiste un destino>> continuò Nicholas, <<ma se esiste, il mio è salvare Margaret. Pensavo di essere venuto a Praga per tutti quei bambini senza volto e senza nome. Ed è così, in parte. Salvarne più che possiamo. Salvarli tutti, se possibile. Ma ora so: ora sento – che ero qui per incontrare Margaret Sedlàk. E se non posso portarla via con me oggi, devo essere sicuro che tu la troverai e la metterai su quella lista, in partenza con i primi treni.

Lo scrittore e filosofo Fabiano Massimi, dopo il successo dell “Angelo di Monaco” (Longanesi, 2020) e “I demoni di Berlino” (Longanesi, 2021), due thriller storici tradotti in numerose lingue e con cui ha vinto il Premio d’Asti d’Appello in Italia e il Prix Solar 2022, in Francia, pubblica “Se esiste un perdono”. 
Lo scrittore Fabiano Massimi in “Se esiste un perdono”, riporta sotto i riflettori una storia vera, poco conosciuta: la storia di tre Angeli (Nicholas, Trevor e Doreen), che con coraggio, forza, hanno salvato centinaia di bambini. 
Nel corso della storia, lo scrittore ha inserito dei fatti puramente inventati, come il quarto personaggio Petra Linhart e la Bambina del Sale per questioni narrative. 
I temi trattati sono il destino, il nazismo, la guerra, il tradimento, lo sterminio degli ebrei, la libertà, la morte, il coraggio, l’amore, l’amicizia e il male, che ancora oggi è presente nella nostra società, e che mette in evidenza la cattiveria e l’ignoranza dell’essere umano. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, magistrale, poetico ed emozionante, con molte descrizioni storiche e sulla bellissima città di Praga. 
Lo scrittore Fabiano Massimi contestualizza la storia, descrivendo nei minimi dettagli  Praga, una città magica e misteriosa, in cui per fini narrativi è stato creato il personaggio di fantasia della Bambina del Sale. La Bambina del Sale è come una creatura magica di una fiaba, che con il suo vestito bianco, il mantello e il canestro, contenente i preziosi sacchettini azzurri di sale, si trova nei vicoli meno noti, per aiutare le persone che incontra. Ma nessuno sa chi è, nessuno conosce la sua storia e su di lei, esistono molte leggende. 
I personaggi sono descritti molto bene, da quelli realmente esistiti a quelli di fantasia, che grazie alla bravura dello scrittore, si intrecciano tra loro, creando una storia unica ed emozionante.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che non conoscono la storia vera di Nicholas Winton, un uomo che insieme a Doreen e Trevor, hanno salvato molti bambini. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano una lettura emozionante, ricca di sentimenti dalla gioia alla rabbia, scritta in modo magistrale dallo scrittore. 
E voi conoscevate la storia di Nicholas Winton? 
Fatemelo sapere nei commenti!!
Buona lettura 📚📚!!

“Rosso Carminio” di Massimiliano Cappelletti

Screenshot

Titolo: Rosso Carminio 
Autore: Massimiliano Cappelletti 
Casa Editrice: Book a book 
Collana: Narrativa 
Data uscita: 27 Marzo 2025 
Genere: Romanzo contemporaneo 
Pagine: 239 

[…] Montparnasse stava freneticamente cambiando pelle. Dove fino a qualche anno prima era ancora possibile ballare all’aria aperta, sorgevano ora edifici moderni alti fino a cinque piani. Così, locali da ballo en plain air all’epoca molto alla moda erano scomparsi per sempre. Al posto della Grande Chaumière, tanto per citarne uno, sorgeva ora una breve strada che, con ironia, ne ricordava il nome. Ma a catturare la mia attenzione non era certo la strafottenze dei nuovi palazzi; era piuttosto, il continuo viavai dell’omnibus a cavalli, dei tram che sferragliavano lungo Boulevard du Montparnasse, dei carri delle consegne, delle prime fragorose automobili; soprattutto erano i numerosi caffè e i bistrot come la Closerie de Lilas, La Coupole, Le Dôme, La Rotonde, Le Sélect, La Bonne Franquette, Le Boeuf sur le Toit che, come avrei scoperto più tardi, con la loro disponibilità ad accogliere nuove idee, mode e tendenze, avrebbero contribuito ad animare la vita artistica e culturale di Parigi. 
Da tempo ormai Montparnasse non era più una maestosa arteria che si perdeva nel vuoto della campagna. Il verde dei prati e i numerosi alberi da frutto, soprattutto ciliegi, che gli studenti decantavano durante le loro scampagnate, erano un ricordo. Come, del resto, lo erano le numerose scuderie e i rimessaggi di carrozze che, con il progressivo fallimento delle imprese di trasporti si erano trasformati in locali abbandonati. Ma furono proprio quelle baracchette vuote e polverose ad attirare artisti più o meno talentosi, che le occuparono per farne degli atelier. Montparnasse si apprestava così a diventare il quartiere degli artisti, come se il nome stesso, Monte Parnaso, datogli per scherno da alcuni studenti, avesse presagito un destino di gloria. […] A quel tempo, anche se molti di loro non avevano ancora raggiunto la fama, potevi imbatterti in personaggi come Pablo Picasso, Tsuguharu Foujita, Möise Kisling, Nina Hamnett, Jacques Lipchitz, Blaise Cendrars, Henry Miller, Man Ray- che creò il suo primo studio fotografico presso l’Hôtel des Écoles al numero quindici di Rue Delambre-, Kiki, ovvero la regina di Montparnasse, e per ultimi Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne. 

Il libro è ambientato nel Novecento a Parigi, racconta la storia di Amedeo Modigliani, della sua musa Jeanne Habuterne e della cantante di cabaret Alice. 
La storia viene raccontata attraverso lettere da Alice, che dopo aver vissuto per un periodo con la nonna, deve trasferirsi a Parigi dalla madre Nicole. E’ proprio a Parigi, che la vita di Alice cambierà completamente il suo destino. Alice inizia a visitare ogni angolo di Parigi, in particolare Montparnasse, conosciuto come il “quartiere degli artisti”. 
Ma Nicole, non è una mamma come le altre, perchè critica continuamente la figlia che non aveva mai desiderato. Alice non ha mai ricevuto affetto dalla propria madre, anzi, si è convinta di essere brutta e sgraziata perché la madre, continuava a ripeterglielo. 
Perfortuna, Alice può godersi il clima parigino, assaporando un buonissimo macaron in una pasticceria esclusiva. E’ così che conosce Colette, una donna con un aspetto stravagante che offre ad Alice un biglietto con il nome di uno scultore, che sta cercando una modella proprio come lei. 
Alice non riesce a crederci: lei una modella?

<<Vallo a trovare: chissà che non ti porti fortuna!>> La fissai incuriosita. 
<<E’ di uno scultore>> mi spiego. <<Ho posato per lui qualche volte. So che sta cercando una modella. Una con la faccia pulita. […] Digli che ti manda la tua amica Colette>> 

[…] Come se il mio aspetto fosse una sciagura a cui non si poteva porre rimedio. Ed era proprio così che mi vedevo attraverso gli occhi di mia madre. Eppure, più la scansavo, più l’idea di posare mi tentava; non ero certo venuta a Parigi per vendere fiori, né tantomeno per andare a servizio! Per una come me, che veniva dal nulla, fare la modella poteva veramente rappresentare l’unica possibilità di riscatto. Così pur non senza provare un certo disagio, presi coraggio e mi recai presso l’indirizzo stampato nel biglietto. 

E’ così che diventa la modella, posando di nascosto dalla madre. Ma un giorno, mentre Alice stava posando per lo scultore, era entrata la madre facendo una scenata e urlandole i peggiori insulti. 
Fu in quell’occasione che Alice, capisce di dover abbandonare la propria madre per essere se stessa. 

Prima o poi arrivi a un punto in cui non puoi spingerti oltre. Così, non sei più disposta a tollerare che altri, compresi tua madre, distruggano la tua vita. Ma devi prenderne coscienze, entrare in contatto con la tua sofferenza, con tutta la rabbia che hai in corpo, che non hai mai saputo, o voluto, liberare. Solo allora, dopo aver pianto la tua ultima lacrima, puoi alzarti in piedi, raccogliere le poche forze che ti sono rimaste e farti coraggio, perchè sei sola e non puoi contare che su te stessa. 
Maman aveva oltrepassato il limite. Capivo che era una donna distrutta, ma non per questo ero disposta a giustificarla, né tantomeno a sopportarne la crudeltà. Una volta per tutte mi era chiaro che, se avessi voluto diventare me stessa, avrei dovuto separarmi da maman e dal fallimento della sua vita. 

Per puro caso Alice incontrerà Charlotte, una donna che forse per pietà o per senso di colpa, deciderà di ospitarla e prendersene cura. Sarà proprio Charlotte, a dare lezioni di canto ad Alice e a proporla in vari locali di cabaret. 
Nonostante il canto, Alice posa per ogni artista, entrando a far parte di quel mondo, che tanto aveva sognato e venerato da quando aveva visitato per la prima volta Montparnasse. 
Alice diventa amica di Jeanne Hébuterne, un’aspirante pittrice, figlia di uno scortese contabile. Una sera, Alice e Jeanne erano andate in un locale e si erano imbattute nel giovane pittore italiano: Amedeo Modigliani. Alice e Jeanne si innamorarono entrambe di Amedeo, rimanendo intrappolate con lo sguardo, un secondo di troppo, nelle iridi del giovane pittore. 
Jeanne inizierà ad uscire con Amedeo, soprannominato da tutti “Dedo”, ignorando i sentimenti di Alice. Infatti, Alice nasconderà i sentimenti che prova per il pittore, dedicandosi completamente alla sua carriera di cantante in un night club. 
All’interno della narrazione, oltre a ripercorrere la vita di Modigliani e delle giovani ragazze, sono descritte le sedute di psicoanalisi di Alice e del dottor Carter. Il lettore si ritroverà tra situazioni sentimentali, relazioni tossiche e arte, alla scoperta di Amedeo Modigliani, un genio incompreso e tormentato con uno spirito bohèmien. 

Lo scrittore e psicoanalista Massimiliano Cappelletti, esordisce con “Rosso carminio”, un romanzo incentrato sulla figura di Amedeo Modigliani, messo a nudo con tutte le sue fragilità. Il lettore conoscerà un nuovo volto di Amedeo, un vero artista ma anche un genio incompreso. 
I temi trattati sono l’amicizia, le fragilità, la psicoanalisi, le dipendenze, i tradimenti, le maschere, le relazioni tossiche, l’amore e l’arte che si intrecciano tra loro. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, la narrazione avviene attraverso Alice, che tra lettere, dialoghi e sedute di psicoanalisi, racconta la sua vita e quella del giovane pittore italiano e della sua musa. 
I personaggi sono strutturati bene, soprattutto Alice che con le sedute di psicoanalisi, descrive i suoi sentimenti e tormenti interiori. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano ritrovarsi a vivere nella bellissima Ville Lumiere del Novecento, alla scoperta del grande pittore italiano Amedeo Modigliani. 
Ringrazio lo scrittore Massimiliano Cappelletti per avermi inviato la copia cartacea del suo libro, che mi ha permesso di conoscere il volto fragile di Modigliani, ma anche di visitare i bistrot parigini. 
Buona lettura 📚📚!!

“Vegliare su di lei” di Jean-Baptiste Andrea

Titolo: Vegliare su di lei 
Autore: Jean-Baptiste Andrea 
Casa Editrice: La Nave di Teseo 
Collana: Oceani 
Data uscita: 3 Settembre 2024 
Pagine: 480
Genere: Romanzo contemporaneo 

Viola mi tese la mano e io la afferrai, e in quel preciso momento diventai scultore. Certo, lì per lì non mi resi conto di niente. Ma fu in quel momento, nell’unione dei nostri palmi in quella congiura di sottobosco e civette, che ebbi l’intuizione che c’era qualcosa da scolpire. 

“Vegliare su di lei”, si è aggiudicato il prestigioso Premio Goncourt 2023 e, racconta la storia di Michelangelo Vitaliani, detto “Mimo”. Mimo è un personaggio di fantasia dello scrittore ma, nella narrazione, ha rivoluzionato completamente il mondo artistico con le sue sculture controccorrenti come la “Pietà Vitaliano” (ispirandosi alla celebre “Pietà” di Michelangelo Buonarroti), o la scultura di San Pietro, realizzata per Monsignor Pacelli. 

Riporto qui di seguito, un pezzo tratto dal libro, in cui lo scrittore descrive magistralmente la Pietà di Michelangelo Buonarroti e la confronta con la Pietà Vitaliani: 

La Pietà Vitaliani presenta numerose analogie con la sua illustre antenata, quella di Michelangelo Buonarroti, esposta nella Basilica di San Pietro a Roma. E’ una scultura a tutto tondo, alta un metro e settantasei, larga un metro e novantacinque e profonda ottanta centimetri. A differenza dell’altra, però la Pietà Vitaliani, non sembra essere stata pensata per essere esposta in alto. La base vera e propria ha uno spessore di soli dieci centimetri. 
Fedele alla tradizione, la Pietà raffigura la Madonna che sorregge il figlio dopo la deposizione della croce. Anche in questo caso il modello romano non sembra lontano. Cristo è adagiato sulle ginocchia della madre. La precisione anatomica è ancora più scrupolosa che nell’opera del Buonarroti. O, per essere più precisi, la precisione è analoga, ma, a differenza del suo predecessore, Vitaliani non cerca di rendere bello il suo Cristo. Gli effetti della crocifissione sono visibili nella rigidità del corpo, saturo di acido lattico. Paradossalmente, tradurre la rigidità in un materiale duro come il marmo, non è un’impresa facile. Richiede un uso accorto dello scalpello, perchè risulta visibile solo per contrasto. Contrasto con la serenità del volto, col sorriso accennato sulle labbra dell’uomo. 
Vitaliani non cerca di rendere bello il suo Cristo, che pure lo è suo malgrado, con le guance glabre scavate dall’agonia, gli occhi chiusi sfiorati dalla mano preziosa della madre. Dall’opera si sprigiona una sconcertante impressione di movimento, ancora una volta in contrasto con lo stile ieratico di Buonarroti. 
Impressione niente affatto metaforica: molti spettatori, dopo averla fissata a lungo, hanno giurato di averla vista muoversi. 
Il contrasto raggiunge il culmine nella spettacolare figura di Maria. La madre guarda il figlio con un tenero sorriso, una strana assenza di paura e angoscia in cui molti hanno visto la spiegazione del mistero e dell’isteria. La Vergine è pura dolcezza. Una ciocca di capelli le sfugge dal velo e ricade sulla guancia sinistra. Il volto esprime una profonda serenità, piena della vita che ha appena abbandonato il figlio. 

La scultura di San Pietro, realizzata da Mimo e descritta nel libro in questo modo: 

Più volte Pacelli fece per parlare, ma cambiò idea. Sapevo cosa provava. Il mio San Pietro non corrispondeva a quello che aveva in mente. Che senso aveva realizzare ciò che la gente si aspettava? […]
Il mio San Pietro non era il saggio barbuto e paffuto che si vedeva ovunque. Aveva i lineamenti del Cornuto. Perchè aveva vissuto, sofferto come soffre un uomo che rinnega per tre volte il suo migliore amico, un tradimento che nessuno gli permetteva di dimenticare, letto anno dopo anno in tutte le chiese del mondo. E reggeva la chiave del Paradiso senza l’aria solenne degli altri. […]
San Pietro aveva lasciato cadere la chiave. Era sospesa davanti a lui, tra la sua mano aperta, contratta nel vuoto per afferrarla, e il suolo. L’avevo attaccata alla veste, che sfiorava, con un filo metallico quasi invisibile. 
L’effetto era strabiliante. 

Ma prima di diventare uno scultore, chi era Michelangelo Vitaliani? 
Michelangelo Vitaliani è nato in una famiglia di poveri immigrati italiani, che avevano lasciato la Liguria per trasferirsi in Francia in cerca di fortuna. Mimo aveva ereditato dal padre la passione per la scultura. 
Sin dalla nascita, Mimo è affetto da nanismo, considerato da tutti come un nano, un brutto scherzo del destino. Ma il destino, anche se non gli aveva donato l’altezza, aveva per lui, in serbo qualcosa di più grande, ovvero il grande talento per la scultura. 

Non ho mai portato rancore ai miei genitori. Se la pietra ha fatto di me ciò che sono, se una magia nera era all’opera, come mi ha tolto, la pietra mi ha dato. La pietra mi ha sempre parlato, tutte le pietre: calcaree, metamorfiche, persino le pietre tombali, quelle su cui presto mi sarei sdraiato ad ascoltare le storie di coloro che giacciono. 

Quando era piccolo, Mimo ha perso il padre, che era stato  chiamato al fronte per difendere il territorio francese. Il padre era uno scultore, aveva una piccola bottega dove tagliava pietre, restaurava doccioni o scolpiva delle meravigliose fontane. Il padre, aveva insegnato a Mimo i rudimenti dell’arte, durante la Prima Guerra Mondiale, quando lui era ancora troppo piccolo. 
Ma la morte del padre, ha rivoluzionato completamente la vita di Mimo. 
La madre era di nuovo incinta e non riusciva a mantenere tutti i suoi figli, pertanto, aveva deciso di affidare Mimo a “zio Alberto” (anche se non era proprio uno zio di sangue, ma suo nonno, aveva contratto un debito con il nonno di Mimo), in Italia. 
Zio Alberto abitava a Torino e anche lui, come il padre di Mimo, era uno scultore, ma dedito più alla bottiglia di vino rosso che allo scalpello. Alberto sembrava vecchio, ma non lo era, perchè aveva trentacinque anni, ma il vizio della bottiglia lo faceva sembrare anziano.
La madre, aveva mandato Mimo da zio Alberto, nella speranza che consolidasse e migliorasse a lavorare la pietra, ma Alberto non gli insegnò niente… ma Mimo aveva un grande talento, una grande passione e ogni volta che vedeva un blocco di marmo o una pietra intatti, riusciva già a immaginare l’opera finita. 
Ma un giorno, zio Alberto, decide di abbandonare la città di Torino e di acquistare una bottega a Pietra d’Alba, dove Mimo conoscerà Viola Orsini. 
A Pietra d’Alba, vi erano essenzialmente due clienti: la Chiesa e gli Orsini. Lo zio Alberto, che conduceva uno stile di vita dispendioso a causa del vizio del bere, decise di presentarsi dagli Orsini, che gli affidarono numerosi lavori e restauri importanti. 

Apparve Pietra d’Alba, stagliata contro il sole nascente sul suo sperone roccioso. La sua posizione, me ne resi conto un’ora dopo, era ingannevole. Pietra non era arroccata su una rupe, ma adagiata sul ciglio di un altopiano. Proprio sul ciglio: tra le mura di cinta del paese e l’orlo del baratro c’era un margine che consentiva a stento a due persone di incrociarsi. Poi cinquanta metri di vuoto, o più esattamente di aria pura, carica di essenze di resina e timo. 

Ma è grazie allo zio e a Pietra d’Alba, che Mimo ha conosciuto Viola Orsini. Nessuno, conosce con certezza l’origine della famiglia Orsini, ma attorno ad essa vi erano numerose leggende, che vengono narrate all’interno del libro. L’unica cosa certa, è che gli Orsini erano una famiglia importante, tra le più potenti di tutta la Liguria. 
Viola Orsini, è una ragazza estremamente intelligente e ambiziosa e ha un sogno: volare. Ma i suoi genitori, hanno in mente qualcos’altro per lei: il matrimonio. Ma Viola è determinata a non sposarsi, desidera costruirsi un futuro, ed è per questo che Viola, si reca di nascosto nella biblioteca del padre per studiare ogni manuale, in particolare le tecniche di volo, studiate da Leonardo. 

Volevo dimostrarti che non ci sono limiti. Non c’è né alto né basso. Nè grande né piccolo. Ogni frontiera è un’invenzione. Chi capisce questo infastidisce quelli che inventano quelle frontiere, e ancora di più quelli che ci credono, cioè quasi tutti. So cosa dicono di me in paese. So che la mia stessa famiglia mi trova strana. 
Chi se ne importa. Saprai di essere sulla strada giusta, Mimo, quando tutti ti diranno il contrario. 

Sin da bambina, Viola va contro le consuetudini tipiche, della classe aristocratica e sogna in grande, fregandosene delle opinioni della sua famiglia e delle persone del paese. 
Secondo gli usi della famiglia Orsini, Mimo e Viola non si sarebbero mai dovuti incontrare e parlare, ma a lei le differenze di ceto non interessano. 
E’ così, che nasce una bellissima storia d’amore platonica tra Mimo e Viola. Mimo e Viola diventeranno i “gemelli cosmici”, ovvero saranno sempre legati, oltre il tempo e lo spazio e nessuno potrà mai spezzare la loro unione. 

“Che cosa significa?” 
“Che saremmo legati, oltre il tempo e lo spazio, da una forza più grande di noi che nulla, potrà mai spezzare. […]
Viola fece un salto di gioia, mi abbracciò e mi trascinò in una piccola danza. 
“Siamo gemelli cosmici!!”

Viola crede nel talento di Mimo e grazie al prestigio della sua famiglia, riesce a fargli commissionare alcune opere per la Chiesa di Pietra d’Alba. 
Ma il loro rapporto, non sarà così facile, a causa delle differenze di ceto, che sembrano precludergli ogni possibilità di stare insieme. 
Mimo si ritroverà a viaggiare da Firenze a Roma, creando delle sculture meravigliose e controcorrenti per il periodo storico narrato. Nonostante la distanza, Mimo continuerà a pensare a Viola per tutta la vita. 

Mi ci sono voluti ottantadue anni, otto decenni di malafede e una lunga agonia, per ammettere quello che già sapevo. 
Non esiste Mimo Vitaliani senza Viola Orsini. 
Ma Viola Orsini esiste senza bisogno di nessun altro.

Sullo sfondo, vengono raccontati gli anni convulsi e turbolenti della Prima Guerra Mondiale, il dopoguerra, il fascismo e la liberazione, attraverso i quali Mimo e Viola, saranno costretti a camminare, cercando di tenersi stretti l’uno all’altra, uniti da un legame incrollabile. 

Ciò che conta non è ciò che scolpisci. E’ il motivo per cui lo fai. Ti sei mai posto la domanda? Che cosa significa scolpire? 
E non rispondermi ‘spaccare la pietra per darle una forma’. 
Sai esattamente cosa intendo. 
Non potevo conoscere la risposta a una domanda che non mi ero mai posto e non finsi di saperlo. 
Metti annuì. 
“Lo immaginavo. Il giorno in cui capirai cosa significa scolpire, farai piangere gli uomini con una semplice fontana. Nel frattempo, Mimo, un consiglio. Sii paziente. Sii come questo fiume, immutabile, tranquillo. 

Il regista, scrittore e sceneggiatore francese Jean-Baptiste Andrea, dopo il successo del suo romanzo d’esordio “Mia Regina” (2018) e “L’uomo che suonava Beethoven” (2022), pubblica “Vegliare su di lei”, ottenendo il prestigioso Premio Goncourt 2023. 
“Vegliare su di lei” è un travolgente affresco, con cui si mescolano arte, storia e passione, creando una storia avvincente ed emozionante. 
Il lettore resterà travolto dallo stile poetico dello scrittore, che attraverso le parole arriva dritto al cuore. 
I temi trattati sono la prima guerra mondiale, il dopoguerra, il fascismo, la liberazione, la morte, il nanismo, i pregiudizi, l’immigrazione e l’amore, l’amore per l’arte e quello eterno, tra un uomo e una donna, capace di sopportare qualunque cosa pur di inseguire i propri sogni. 
Lo stile di scrittura è poetico, sublime, magistrale, avvincente ed emozionante, a tratti diretta e cruda, con un tocco di cinismo, ma con l’obiettivo di scavare nel profondo dell’essere umano per scoprire i desideri più intimi. 
I personaggi, sono strutturati molto bene perchè Mimo e Viola sono due personaggi forti, pagina dopo pagina il lettore assisterà alla loro evoluzione. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia con una trama originale ed avvincente, con un finale inaspettato. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano una lettura piena di avvenimenti storici, dalla prima guerra mondiale fino ad arrivare al periodo della liberazione.
Ma la protagonista indiscussa, di questo libro è l’arte, la scultura che si mescola perfettamente alla storia, arrivando al cuore del lettore con una forza inaspettata!!
Lasciatevi travolgere dalla penna di Jean-Baptiste Andre, alla scoperta delle sculture di Michelangelo Vitaliano!!
Buona lettura 📚📚!!