“Una locanda rosso lampone” di Amanda Colombo

Titolo: Una locanda Rosso Lampone 
Autore: Amanda Colombo 
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Narratori moderni 
Data uscita: 6 Maggio 2025 
Pagine: 288
Genere: Romanzo contemporaneo 

L’ingresso di Lidia riportò gli ospiti alla realtà. 
<<Io sono Lidia, la locandiera, e sono felice di accogliervi al Rosso Lampone per questa settimana, durante la quale potrete…>> fissò negli occhi tutti i presenti, <<fare quello che vi pare!>>
Un risolino di sollievo uscì spontaneo a tutti i presenti. Lidia li scrutò, cercando in ogni volto le tracce del tormento che l’aveva condotto lì. Presto ne avrebbe saputo di più: le lettere che ognuno di loro le aveva consegnato all’arrivo la attendevano nel suo studio. 
Sapeva bene che ci sarebbe stato da fare, ma per il momento bisognava gettare le basi. 
Fiducia. Serenità. Conforto. 
Ecco cosa serviva. 

Chiudete gli occhi e immaginate di essere sul Lago Maggiore, dove si trova una ex casa cantoniera che spicca per il colore inusuale della sua facciata. Un rosso talmente caldo che, unito al profumo di lampone che emana, crea un’atmosfera magica. Il Rosso Lampone, un tempo una casa cantoniera, oggi è una locanda, una locanda per anime perse, che hanno bisogno di ritrovare sé stesse. 
I proprietari di questa locanda sono Lidia, Michele e la loro “figlioccia” Ortensia Petunia Grappi. 
Lidia è un ex bibliotecaria, che possiede una grande dote: riuscire a osservare le persone, cercando di capire la loro frattura, il dolore che stanno vivendo, provando ad aiutarle. 
E’ così che Lidia, aveva conosciuto tanti anni fa, Ortensia, una bambina, che si recava ogni giorno in biblioteca per imparare a memoria ogni libro. La mamma di Ortensia, si era ritrovata a crescere da sola quella bambina, quando era ancora una ragazza molto giovane, non aveva un lavoro stabile e non poteva permettersi di mandare sua figlia alla scuola materna. Per questo motivo, affidava Ortensia, alla vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca quasi tutti i giorni. 
Durante le scuole elementari, Ortensia aveva continuato a recarsi in biblioteca, diventata per lei un “rifugio”, il luogo in cui poteva essere semplicemente sé stessa. 
Lidia aveva trent’anni, quando ha conosciuto Ortensia, una bambina “speciale” di dieci anni, che conosceva a memoria ogni libro presente nella biblioteca. 
La mamma di Ortensia non si era mai preoccupata di scoprire, analizzare il disturbo della figlia (forse Asperger, neurodivergente o autistica), anche perchè negli anni Novanta, non vi era molta attenzione per i bambini con i bisogni speciali, soprattutto a scuola. Per la scuola, era inconcepibile che una bambina come Ortensia, bravissima in tutte le discipline, non riuscisse a creare un legame con gli altri bambini. 

Ortensia è parte della famiglia, ormai, Ha ragione, era una delle persone che entravano spaesate nella biblioteca, ma ha iniziato a farlo molto prima che arrivassi io. Vede, Ortensia è – o meglio, era- figlia  di una ragazza un po’ scapestrata, che faticava a trovare una collocazione nel mondo e che si era ritrovata, giovanissima, con una figlia da crescere, da sola. Non so di preciso come fosse arrivata a Verbania, so solo che aveva preso un minuscolo bilocale in affitto e che si arrabattava facendo le pulizie in settimana e la barista nel weekend. Da quello che mi hanno raccontato, per la madre la scuola materna era una spesa inaffrontabile, perciò affidava Ortensia a una vicina, che aveva preso l’abitudine di portare la bambina in biblioteca tutti i giorni. Quando poi aveva iniziato la scuola, la biblioteca era diventata l’unico posto dove potesse studiare o anche solo passare del tempo in compagnia di persone se non amiche, almeno non ostili. Era già chiaro quanto fosse… speciale, e lei sa come possano essere crudeli i bambini…
Per farla breve, quando io ho preso servizio, a trent’anni, Ortensia ne aveva dieci e conosceva a menadito ogni antefatto di quelle stanze. Anzi di più: sapeva a memoria ogni singolo libro che avesse letto. […] 
Asperger, neurodivergente, autistica ad alto funzionamento… Le dia la definizione che preferisce. La verità è che nessuno ha mai indagato la condizione di Ortensia. La madre era troppo occupata a mettere insieme il pranzo con la cena per consultare specialisti. All’epoca, nei primi anni Novanta, l’attenzione per i bambini con bisogni speciali non era quella che abbiamo oggi, e un’alunna come Ortensia -bravissima in tutte le materie ma incapace di instaurare un qualsiasi tipo di rapporto con i compagni- veniva vista come una bambina dal carattere timido e ansioso, niente di più. 

Da quando, Lidia aveva conosciuto Ortensia, l’aveva osservata ogni giorno e aveva capito sin da subito, quanto quella bambina fosse speciale. 
Lidia, a poco a poco, ha iniziato a creare un legame con quella bambina, riuscendo ad entrare nel suo mondo e nel suo cuore. Ortensia aveva difficoltà a comunicare con le persone, ma grazie alla sua memoria e ai libri, oltre che alla costanza, dolcezza e umanità di Lidia, quella bambina aveva iniziato a comunicare con la bibliotecaria, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, che aveva imparato in tutti quegli anni. 
Ma ben presto, Ortensia, si era ritrovata da sola… la madre l’aveva abbandonata appena compiuti i diciotto anni, ed è allora che Lidia e suo marito Michele, l’hanno accolta nella loro casa. 
Ortensia ha creato sin da subito un legame speciale con Costanza, la figlia di Lidia e Michele, diventando per lei, una sorella maggiore. 

Voleva sapere se Ortensia si sentisse mai sola, se avesse trovato un equilibrio fra ciò che desiderava e ciò che poteva ottenere, se venisse mai presa dallo sconforto per non essere capita, se temesse mai la solitudine o se la cercasse. Voleva chiederle se, insomma, si sentisse come lui spaesata, persa, in affanno, incompresa, a volte desolatamente sola e a volte fortunatamente sodissima. 
Con tutto questo in testa e nel cuore se ne uscì con un: <<Ortensia, lei è felice?>> […] 
<<Per dare degna replica a cotanta petizione giunga in mio soccorso il celebre Vate di Cellino San Marco, che esplicò l’inafferrabile sentimento con le sue imperiture parole…>> 
Un piedino che batteva il tempo si unì a naso, occhio e bocca mentre Ortensia iniziava a cantare: 

<<Felicità 
E’ un cuscino di piume, l’acqua del fiume che passa e che va 
E’ la pioggia che scende dietro alle tende, la felicità 
E’ abbassare la luce per fare pace, la felicità 
Felicità…>>

Veloci come erano comparsi, quei frammenti di Ortensia sparirono, lasciando lo scrittore davanti a una porta chiusa e a tutti i suoi dubbi. 

Lidia, Michele e Ortensia sono il cuore, l’anima della locanda, una locanda per chi ha bisogno di rifugiarsi, allontanarsi dalla routine soffocante, dagli smartphone e qualsiasi Device tecnologico, che gli ospiti devono consegnare obbligatoriamente al loro arrivo. 
Per gli ospiti, il Rosso Lampone, è l’opportunità di ritrovare sé stessi, di recuperare fiducia, di compiere scelte, di leggere buoni libri, consigliati dalla proprietaria Lidia, ma anche di gustare le leccornie preparate da Ortensia. 
Ma per accedere al Rosso Lampone, ogni ospite dovrà rispettare le seguenti regole: 

  1. L’arrivo è previsto per la domenica pomeriggio, rigorosamente alle 15, la partenza per la domenica seguente, dopo colazione. Per l’intera settimana deciderai tu quanto tempo condividere con noi e con gli altri ospiti ( a parte i pasti, di cui parleremo dopo): se vorrai, potrai fare meravigliose passeggiate nei boschi e sul lago; prendere il sole in giardino; rintanarti in biblioteca; scendere in spiaggia o gironzolare per i nostri borghi. Oppure stare con noi e raccontarti. 
  2. Appena arrivato, dovrai consegnare cellulare, tablet e ogni tipo di Device, che ti verrà restituito a fine vacanze. Per ogni emergenza, c’è il vecchio telefono fisso in salotto a disposizione dei clienti. Ricorda di lasciare il nostro numero a chi potrebbe aver bisogno di parlarti. 
  3. Ogni giorno si fanno colazione e merenda insieme, inderogabilmente. Siamo infatti convinti che – se la serenità dello spirito la daranno i boschi e i libri- quella del corpo la possono dare solo i favolosi dolci di Ortensia. Per pranzo potrai chiedere un cestino da pic-nic, per cena scendere in paese in uno dei ristoranti convenzionati. 
  4. All’arrivo, ci consegnerai una lettera scritta a mano in cui ci racconti chi sei e perchè hai sentito il bisogno di venire da noi. Questo aiuterà noi a capirti e a fare il meglio per il tuo soggiorno, e aiuterà te a mettere a fuoco le tue necessità. 
  5. La sala lettura è sempre aperta e la libreria è a tua totale disposizione, così come Lidia, che si professa una <<custode di storie>>: quelle dei libri che per anni ha consegnato come bibliotecaria e che ora può suggerirti, e quelle che tu vorrai affidare a lei. La troverai lì ogni pomeriggio, dopo la merenda. 
  6. Il sabato prima della partenza, la merenda viene sostituita da una cena, di cui ogni ospite sceglierà una portata, perchè per noi è una festa della famiglia: quella di cui anche tu fai parte. 

Lidia, Michele ed Ortensia sono pronti ad accogliere i nuovi ospiti della settimana, che hanno scelto di soggiornare al Rosso Lampone per ritrovare sé stessi, le proprie radici e per trascorrere momenti di pace e serenità. 
Tra gli ospiti del Rosso Lampone, c’è la famiglia Coci, ovvero Pietro Coci, i suoi figli, Veronica e Filippo e la moglie Gisella. Gisella si è sempre occupata da sola dei figli, ha lasciato il lavoro per dedicare tutta sé stessa a Veronica e Filippo, che sono molto affezionati alla madre, ma non hanno nessun legame, rapporto con il proprio padre. Per questo motivo, Gisella, ha accompagnato il marito e i figli al Rosso Lampone, nella speranza che Pietro riesca per una volta a fare il padre, senza pensare al lavoro. 
Pietro è agitato, non ha mai trascorso del tempo da solo con i suoi figli, figuriamoci passare una settimana con loro, senza utilizzare il suo smartphone per sentire Valentina, il suo capo. 
Ma Valentina, non è solo il suo capo perchè è da qualche tempo, che Pietro si rifugiava negli abbracci di quella donna, per nascondere i propri problemi famigliari. 
Al Rosso Lampone, Pietro ha l’opportunità di allontanarsi dal proprio lavoro, da Valentina, per imparare a conoscere davvero i suoi figli… ma non sarà facile, soprattutto con Veronica, la figlia maggiore, che cercherà in tutti i modi di mettere in difficoltà il proprio padre. 
E’ così che Pietro mette alla prova le sue capacità di padre e di marito, ha solo una settimana per dimostrare a Gisella e ai suoi figli, che è in grado di ricostruire la loro famiglia. 
Ci riuscirà? 

Fuori dalla porta bianca lo aspettavano i suoi figli, il mistero più grande della sua vita: due esseri distinti, lontani da lui ma nello stesso tempo simili: imprevedibili ma intuibili a livello profondo; quello che muove le corde dell’anima e che lui aveva dimenticato da tempo. Veronica, ad esempio: credeva di averla persa nei meandri dell’adolescenza, che ormai si dirigesse verso rotte che non contemplavano più la presenza dei genitori, e invece- in quei pochi giorni- l’aveva osservata e ci aveva ritrovato la sua stessa timidezza con gli estranei; il suo desiderio di isolarsi da tutti, anche dagli affetti più cari, e la sua insofferenza per le situazioni forzate. Era proprio sua figlia: un pezzo della sua anima celata dietro agli occhi di sua moglie. 
E Filippo!  Filippo e la sua gioia ancora bambina, l’entusiasmo uguale a quello di Gisella, così come la sua passione per le novità, i cambiamenti, le sorprese… Filippo che aveva il carattere della madre, ma somigliava a lui nei gesti un po’ stizzosi e nella camminata un po’ dinoccolata e ne aveva ereditato gli occhi scuri con le ciglia lunghe. 

 

Oltre alla famiglia Croci, tra gli ospiti del Rosso Lampone, troviamo una giovane coppia, Gregorio Altieri e Altea Gregori. 
Altea Gregori è una ragazza di ventidue anni, di Piacenza, che studia storia dell’arte a Milano. Altea non ha amici, amiche, non ha mai avuto un ragazzo e non si sente nemmeno bella. 
Altea vive, “isolandosi” dai suoi coetanei, dato che i suoi genitori sono molto oppressivi e le proibiscono di conoscere ogni persona. Altea aveva scoperto su Internet, dell’esistenza del Rosso Lampone e dopo aver convinto i suoi genitori, che sarebbe stato il luogo perfetto per rifugiarsi nello studio, in prossimità degli esami, aveva deciso di soggiornare alla locanda per ritrovare sé stessa, per vivere per la prima volta libera, senza la pressione dei genitori. 
Ed è proprio Altea, che aveva invitato al Rosso Lampone, Gregorio Altieri, un ragazzo che aveva conosciuto da poco sui social. Altea aveva trovato su Instagram, una fotografia che la ritraeva mentre era all’università, ed era stata scattata proprio da Gregorio, da sempre appassionato di fotografia. 
Dopo una serie di messaggi, scambiati sui social, Altea e Gregorio, avevano deciso di incontrarsi per prendere un caffè e scambiarsi due chiacchiere. E’ in quell’occasione, che Altea, aveva invitato Gregorio ad accompagnarla al Rosso Lampone, anche se era uno sconosciuto, la ragazza aveva sentito qualcosa dentro di lei, che l’aveva spinta a fidarsi di lui. 

Io credo molto al destino. Credo che esiste una forza, un qualcosa che ci spinge nella giusta direzione, quando noi non siamo in grado di vederla. E io non la vedo mai, credimi. 
E’ stato il destino a farmi scoprire il sito, e io ho deciso di assecondarlo prenotando una settimana, per stare da sola con i miei pensieri e i miei libri d’arte. 

Quando Gregorio era sceso a cercarla, l’aveva trovata sulla piccola sedia, le luci spente, in lacrime. Si era avvicinato come avrebbe fatto con un cerbiatto ferito, perchè lo sguardo di Altea sembrava proprio atterrito come quello di un animale braccato. 
Lui, invece di chiederle cosa fosse successo e abbracciarla come avrebbe voluto fare, si era seduto sul pavimento e aveva posato la testa sulle sue ginocchia. In silenzio. 
Lei, invece di fuggire come avrebbe voluto fare, era rimasta e aveva allungato una mano per fare una carezza a quei capelli così simili ai suoi. 
In quell’ora buia che era già quasi giovedì, nel salotto del Rosso Lampone, due giovani ragazzi capirono cosa è l’amore, restare, quando sarebbe molto più facile fuggire. 

Ma a soggiornare al Rosso Lampone, vi è anche uno scrittore affermato di nome Cesare Marescalchi. Cesare è uno scrittore di mezza età, che si rifugia alla locanda per “scappare” dalla pressione della propria casa editrice, che continua a chiedergli notizie sul nuovo romanzo. Cesare, non riesce più a scrivere, da quando ha conosciuto “Luce” e si è innamorato per la prima volta. 
Cesare ha paura, ha paura dei suoi sentimenti e non riesce a comunicare a nessuno che si è innamorato… sarà grazie all’amore di Lidia, Michele e Ortensia, se riuscirà a fare pace con il proprio cuore e i suoi sentimenti senza vergognarsi. 

<<I miei genitori, il mio agente, il 90% delle mie conoscenze hanno un passato segnato da divorzi e separazioni e un presente fatto di piccole passioni effimere, nate sui social o in palestra. In questo secolo, l’amore è una meteora nella vita delle persone.
Poi arrivo qui e… trovo voi. Che vi capite con uno sguardo. Che fate gli stessi gesti, ridete delle stesse cose… Come fate? […] Come avete fatto? Come si fa a capire che la persona che hai davanti passerà il resto della sua vita con te? Come si fa a capire se è amore eterno?>> […] 
<<Vede Cesare, io non so se esiste un modo universale per certificare l’amore… E tolga l’eterno, che di eterno non c’è nulla… A mio avviso non è questione di sapere, piuttosto di sentire. Quando ho conosciuto Michele fra di noi non è scattato il classico colpo di fulmine, almeno non da parte mia… Ci siamo conosciuti in biblioteca, non mi chieda il giorno perchè non me lo ricordo. Probabilmente ci siamo parlati più volte prima che io mi accorgessi di lui e lui di me, chi lo sa… Quello che so, è che un giorno mi sono accorta di aspettarlo. 
Speravo arrivasse.>> 
Lidia sorride al ricordo. <<Sa, io sono un tipo piuttosto pragmatico, il romanticismo non è proprio nelle mie corde. Eppure ogni volta che vedevo Michele,  sentivo che eravamo fatti per stare insieme. Sentivo che il nostro destino era questo. […] Quando poi ci siamo messi insieme, ho capito che mi completava.>>

L’ultima coppia di ospiti, sono i fratelli Erika e Hank Kramer, che dalla Germania hanno deciso di recarsi alla locanda per ritrovare le proprie radici. La loro nonna è mancata da poco ed Erika e Hans, avevano ritrovato una vecchia fotografia che ritraeva il nonno in Italia. 
Per tutta la vita, Erika e Hans, avevano creduto che il nonno fosse stato un nazista, che avesse compiuto atti deplorevoli, ma in realtà, il loro nonno era un disertore, che si era rifiutato di uccidere i suoi simili. 
Per Erika e Hans, il Rosso Lampone sarà l’opportunità per conoscere realmente la storia del nonno e per fare chiarezza sulle loro radici. 

Il 20 Giugno 1944 quarantatré partigiani -rastrellati dai nazisti in Val Grande- furono fucilati nei pressi del canale che unisce il lago Maggiore al lago di Mergozzo. Prima, i nazisti li avevano fatti sfilare in corteo da Intra, in modo che la popolazione vedesse che fine faceva chi osava mettersi contro gli invasori In effetti, l’eccidio fu la vendetta per i fascisti del presidio di Fondotoce catturati, ma non uccisi, dal gruppo partigiano Valdossola. […] 
Da questo e da altri scatti abbiamo scoperto che il nonno partecipò ai rastrellamenti, e quel giorno assistette alla fucilazione, di cui si occuparono i suoi commilitoni. Rimase sconvolto da tanta crudeltà, e si rese conto di non volerne più farne parte. Il giorno dopo approfittò del movimento di truppe per darsi alla macchia, dirigendosi verso le montagne. 

Ortensia e Lidia hanno solo una settimana per aiutare i propri ospiti a lavorare sulle paure che ingombrano la loro mente e il loro cuore. Una settimana al termine della quale ognuno di loro possa fare spazio in valigia alla versione migliore di sé. 
Riusciranno Pietro, Veronica, Filippo, Gregorio, Altea, Cesare e i fratelli Kramer, a ritrovare sé stessi al Rosso Lampone? 
E a voi piacerebbe soggiornare in una locanda come quella del Rosso Lampone? 
Riuscireste a privarvi per una settimana dello smartphone? 

Ecco, l’ho detto. La mia famiglia. 

Perchè è questa la grande novità. Oggi io sono la casa di una famiglia! 
E non solo. Sono anche la casa di tantissime persone che vengono qui per stare meglio, per ritrovarsi, come dice la Signora. Capite? Non è incredibile? Un tempo ospitavo persone che si occupavano di riparare strade e tenere in comunicazione i paesi, oggi sono il luogo in cui si riparano i cuori e si mettono in comunicazione le anime! […] 
Oggi posso guardare negli occhi le persone che arrivano, e vedere lo smarrimento che le accompagna e che conosco molto bene. Posso osservarle muoversi al mio interno alla ricerca di ciò che gli ridarà il sorriso, e a volte riesco a influenzare il loro destino, facendo cigolare una porta o indirizzando il riflesso di un vetro. Sono qui quando alla fine se ne vanno, ed è sempre come se andasse via un amico a cui vuoi bene, che sai che ti mancherà tantissimo ma non puoi impedire che accada. 
Oggi, ad esempio, sto seguendo la partenza di questo gruppo fantastico che mi ha abitato durante la settimana. […] 
Ecco, un attimo, scusate…
Dovevo mettermi in posa per la foto di addio. Non voglio che alle spalle del gruppo sorridente ci sia una casa sfuocata!
Che belli gli abbracci degli esseri umani… Si vede che unendosi è come se si ricomponessero i pezzi che hanno dentro…

La scrittrice Amanda Colombo, autrice di “Meno male che ci siete voi”, tradotto anche in Germania, torna in libreria con “Una locanda Rosso Lampone”, una storia felice che traccia un cammino verso ciò che si dovrebbe sempre recuperare: il coraggio di riscoprirsi. 
Il Rosso Lampone è la locanda perfetta per anime alla riscoperta di sé stessi, una finestra per anime fragili, imperfette che si incontrano per caso, aiutandosi tra di loro e godendosi la serenità del luogo, oltre che della compagnia dei proprietari. 
I temi trattati sono la tecnologia, i rapporti umani, l’amicizia, la riscoperta di sé, i libri che possono essere un rifugio, l’abbandono, l’omosessualità, i tradimenti, i rapporti con i genitori, la libertà, la fotografia, la scrittura, la Seconda Guerra Mondiale e il presidio Fondo Toce e l’amore, non solo per gli altri, ma soprattutto per sé stessi. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, semplice, emozionante e profondo, una vera coccola per l’anima e il cuore!!
I personaggi sono strutturati bene grazie alla bravura della scrittrice di inserire numerose descrizioni fisiche e psicologiche, oltre ai dialoghi, che permettono al lettore di affezionarsi a ognuno di loro. 
Personalmente, mi sono affezionata particolarmente alla storia di Ortensia, personaggio che ha un ruolo cruciale e fondamentale all’interno della storia, che dispensa consigli ai suoi ospiti, servendosi delle frasi di scrittori/scrittrici, imparate a memoria sui libri. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia profonda, piacevole, in grado di riscoprire voi stessi, di donarvi una coccola al cuore e all’anima.
Lasciatevi travolgere dalle parole di Amanda Colombo, vi ritroverete sulle sponde del Lago Maggiore, alla locanda Rosso Lampone a gustare le prelibatezze preparate da Ortensia!!
Buona lettura 📚📚!!

“Quando i fiori avranno tempo per me” di Sara Gambazza

Titolo: Quando i fiori avranno tempo per me 
Autore: Sara Gambazza 
Casa Editrice: Longanesi Editore 
Collana: La Gaja scienza 
Data uscita: 10 Giugno 2025 
Pagine: 372 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Il pianto di Ninfa si ruppe in singhiozzi. Lasciò cadere il grembiule guardando la margherita di carta che, attraverso le lacrime, sembrava più grande. Sentiva la testa vuota, i pensieri erano fuggiti via tutti insieme.
Eppure pesava tantissimo. […]
Ninfa si morse il labbro così forte da farlo sanguinare, ma le lacrime non ne volevano sapere di restare dentro gli occhi. Allora si accucciò, abbracciandosi le gambe e nascondendo il viso tra le ginocchia. Sarebbe stato bello scomparire un momento, chiudere la tristezza in una scatola e tornare con una faccia bella. Ma di sparire non era capace e una scatola per la tristezza non sapeva dove trovarla, perciò se ne stava lì, ad ascoltare i propri respiri spezzati e i sospiri di sua madre. Anita con un’ultima imprecazione, si sedette accanto alla sua creatura che pareva un uccellino così piccola e avvolta su sé stessa. Ne cercò il mento e lo sollevò baciandola in fronte. 
<<Ninì, lo so che sei intelligente… più di me, della Rosa e dell’Oltretorrente tutto. E vuoi sapere una cosa? M’era venuto da pensare che magari da grande diventavi un dottore e compravi una bella casa dove potevamo stare tutte insieme a far morire d’invidia la città intera. Ma le cose adesso vanno male… e io a scuola proprio non ti ci posso mandare…>>
Ninfa chiuse gli occhi perchè la sua mamma gentile, in qualche modo, le faceva più male di quella arrabbiata. 
Anita le asciugò le guance coi pollici. […] 
<<Brava, sorghetta, lo sapevo che capivi. Le cose andranno meglio, vedrai… E poi, chissà…sei così bella che magari un dottore te lo sposi.>>

Il libro è ambientato a Parma nel 1922 e racconta la storia di Anita e delle sue due figlie, Rosa e Ninfa. 
Anita vive nell’Oltretorrente, una zona estremamente povera, non ha un lavoro, non ha un marito, ma ha due figlie piccole: Rosa e Ninfa. 
Per il borgo, Anita è solo la Bórda, la puttana dell’Oltretorrente da evitare di giorno e cercare di notte. Ma Anita è molto di più, è una donna che ha dovuto crescere troppo in fretta, dopo la morte della madre, e che per sopravvivere alla fame e alla miseria ha iniziato a vendere il proprio corpo. 
Anita non è una madre come le altre, ma dietro al suo carattere forte, rigido, che la vita l’ha obbligata a crearsi, si nasconde un cuore morbido e l’amore per le sue due figlie. 
In molte occasioni, il lettore sarà partecipe di dialoghi pieni d’affetto, d’amore tra Anita e le sue due figlie, una mamma disposta a tutto per proteggere le sue figlie da un mondo che le giudica, le respinge senza pietà e umanità. 

<<Dona qualcosa alla causa. Fallo per me Anita bella.>> 
Lei fremette. 
Non per il gesto, né per le dita callose che le graffiavano i polsi, né il fiato aspro, o il sudore pungente che gli ingialliva la camicia. 
Anita bella. 
Fu quello. Veniva pronunciato così di rado il suo nome che, quando accadeva, le suonava in testa come un tintinnio e le metteva addosso la nostalgia della pelle di sua madre, della rabbia del fiume lungo il quale era cresciuta, dei lunghi baffi di suo padre, mai visti e mille volte raccontati. 
Anita rivolse a Giovanni un sorriso dei suoi, storto, a occhi stretti, e gli scoccò un bacetto in fronte spingendosi sulle punte dei piedi. 

All’inizio del libro, Rosa va a scuola per cercare di apprendere le basi: imparare a leggere, scrivere e fare di conto. Anita non aveva avuto la fortuna di poter studiare e desiderava che il futuro di Rosa e Ninfa fosse diverso dal suo. 
Ma purtroppo, l’Italia vive un periodo molto difficile a causa della guerra, in tutte le piazze si assiste alla violenza brutale degli squadristi che uccidono senza pietà.

Il Duce era in città per la consegna della Spiga d’Oro, perchè di grano se n’era prodotto più lì che in tutto il regno, e attraversava le strade su una decappottabile da cui salutava la folla accalcata sui marciapiedi. […]
<<Io la guerra la odio>> sentenziò Rosa cercando conferma negli occhi di Ninfa. 
Lei, com’era suo uso, si strinse nelle spalle: non le interessava poi molto. Odiava i fascisti piuttosto, che avevano cercato di cancellare l’anima all’Oltretorrente già in tempo di pace, odiava la maledetta tessera annonaria, che allungava le pance di fame profonda. Odiava la miseria, che si metteva continuamente per traverso sulla sua strada obbligandola a saltare anche quando i piedi le andava di tenerli per terra. 

Il clima ostile della guerra ha ripercussioni nella vita di Anita, che non ha più clienti.
Anita, non può far altro che mandare Rosa a lavorare per la Severa, una donna con gli occhi sempre arrabbiati, che ha dovuto arrangiarsi da sola, da quando il marito era morto, mentre lei aspettava la loro bambina, che in poco tempo era morta a causa della tosse. 
Per questo motivo, Severa, ha sempre un’espressione arrabbiata, di chi ha dovuto fare i conti con il destino e la crudeltà della vita. 
Mentre Rosa prenderà servizio per la Severa, Ninfa che è troppo piccola per lavorare, inizierà la scuola.

<<Chiudi gli occhi.>>
Rosa li serrò così forte da vedere blu.
<<Adesso aprili.>>
Una catenina d’oro con un piccolo ciondolo a forma di cuore pendeva tra le dita di sua madre. La sfiorò.
<<Dove l’hai presa?>>
<<E’ un gioiello di famiglia. E’ rimasto per tanto tempo sotto un sasso, nella golena del Po. Poi mia mamma è andata a prenderlo e l’ha dato a me. Mi ha detto che è di un cugino ricco che prima o poi torna qua e ci porta tutte nel suo palazzo a far la vita da signore!>>
Rosa sapeva che sua madre inventava un sacco di storie e al cugino ricco non credette, ma la dolcezza della sua voce la face piangere e le dispiacque, perchè avrebbe voluto sorridere invece. […]
Anita le asciugò le lacrime con l’orlo della gonna, aprì il fermaglio e le mise il gioiello al collo.
<<E’ tua. Avevo promesso che la davo alla mia figlia più bella.>>
Anche quella era una bugia, era Ninfa la figlia più bella, ma a Rosa non importava e l’abbracciò stringendole la camicia nei pungi.
Anita pizzicò il ciondolo e glielo infilò nell’abito. 

Ninfa è molto diversa dalla Rosa, ha un occhio particolare, quando si arrabbia la pupilla scende verso il naso. Ninfa ha un “dono”, se così si può definire, sente il “puzzo della morte” di signori/e che incontra per strada, che la fa subito vomitare. 
La prima volta che era successo, Anita aveva paura che sua figlia fosse impossessata dal demonio, ma è pronta a difendere sua figlia Ninfa da ogni presa in giro e pregiudizio.
A Ninfa, a differenza di sua sorella Rosa, piace andare a scuola, annusare la carta dei quaderni e dell’inchiostro, ma anche ascoltare la maestra Vincenza.
Vincenza è una donna vestita sempre bene, non appartiene all’Oltretorrente, ma dalla morte dei suoi fratelli non riusciva più a vivere come prima e per questo, aveva accettato di lavorare in un borgo povero, dove la povertà si tocca con la mano.

Ma la guerra era arrivata con l’aria vaga di chi s’infila dove non deve e, senza chiedere permesso né scusa, aveva soffocato la quotidianità con una coperta grigia d’incertezza. Aveva seppellito le domeniche. Aperto la porta al dolore. […]
Nemmeno i corpi aveva restituito quella guerra maledetta, persi chissà dove come la mente della loro madre: ingrigita, improvvisamente incapace di vedere nel cielo la porta del paradiso di cui spesso raccontava ai figli ancora bambini. Il padre, l’uomo più ricco di sorrisi che Vincenza conoscesse, dopo la scomparsa dei suoi ragazzi si era sforzato di ridere ancora. Ma lo faceva con gli occhi vuoti, tanto che la bocca pareva una ferita sul viso invecchiato. Il cuore gli si era fermato mentre piangeva da solo nella stanza del figlio maggiore.Vincenza lo aveva trovato seduto, chino sul proprio petto, e gli aveva asciugato le guance bagnate maledicendo la morte, che non si era degnata di aspettare la fine di quel pianto segreto. 
In quel momento scomparvero dalla sua vita i profumi. E i sapori, e i colori di un tempo che non sarebbe tornato. […] 
Ogni replica di ciò che era stato risultava sbiadita e intrisa di una tristezza pallida, che le cancellava lo spirito in modo inesorabile. Per questo era partita. Per questo si era sporcata le mani ficcandole nella miseria più indecente, tra figli di prostitute e poveri lavoranti, madri analfabete e padri che insegnavano il rispetto con la cinghia. 
 

Dal primo giorno di scuola, Ninfa è oggetto di insulti e pregiudizi per il lavoro che fa sua madre Anita. Ma Ninfa, ha un carattere diverso da Rosa, e dimostra ai suoi compagni che con il suo occhio e il suo carattere, non è disposta a sentire cattiverie sul suo conto. 
Ninfa impara a scrivere, a leggere, è molto intelligente e prende in prestito dalla biblioteca della scuola i libri, a cui strappa le pagine per conservarle gelosamente in una scatola di latta contenente i suoi effetti personali. 
Ma Anita non riesce a pagare l’affitto della casa, solo con lo stipendio di Rosa e deve mandare sua figlia Ninfa a lavorare. 
Per Ninfa sarà un dolore molto grande non andare più a scuola… ma la loro condizione economica si è aggravata da quando, una donna di nome Ida, aveva aperto un bordello nel Borgo della Morte. 
Per questo motivo, Anita non aveva più nessun cliente e quelli più affezionati, erano morti a causa della tosse. Anita ha il cuore e l’anima in frantumi, nessuno al borgo è disposto ad assumere una puttana, ed è costretta a far lavorare le sue figlie per sopravvivere. 
Ninfa non lavorerà per la Severa, come sua sorella Rosa, ma si occuperà di portare dei sacchi di ghiaccio. 
Ma la maestra Vincenza, che si era affezionata alla lingua tagliente e all’intelligenza di Ninfa, decide di andare in casa di Anita per convincerla a mandare a scuola la figlia. 
Per la prima volta, Anita si apre totalmente con una sconosciuta, le racconta la sua vita, la loro situazione economica e piange, liberando la propria anima dalla sofferenza. 

Coprì il viso con le mani e singhiozzò, stupita che il suo corpo si prendesse tanta libertà: lei non glielo aveva detto di sicuro di frignare così di fronte alla signora con gli occhi celesti. 
A spogliarsi nuda grattandosi il sedere si sarebbe vergognata di meno.
Vincenza si alzò e le si accostò con cautela, attenta a non spezzare il filo sottile di confidenza nato dalla disperazione. La sfiorò: prima le spalle, poi i polsi e le mani. Infine l’avvolse in un abbraccio, un po’ rigido all’inizio, ma che, alla risposta di Anita, divenne caldo e prezioso.

E’ proprio grazie a questa chiacchierata con la maestra Vincenza, che Anita prende una decisione: andare al Borgo della Morte e lavorare per Ida. 
Ida è una donna che mostra a tutti un carattere burbero e aspro, ma in realtà è molto buona, compassionevole e decide di prendere Anita e le sue figlie nel suo bordello. 
Ida come Anita, è madre di Angelo e Olga, ma anche di Quinto, un bambino robusto e grande fisicamente, ma con l’intelletto di un bambino di due anni.
Ida, aveva trovato Quinto per la strada, e dopo aver cercato i suoi genitori, che probabilmente, avevano abbandonato il figlio per la sua condizione, aveva deciso di prendersi cura di lui. 
Quinto ha un aspetto di un gigante, ma con un cuore e anima di un bambino, a cui è impossibile non affezionarsi. Infatti, Ninfa si affezionerà particolarmente a Quinto, e insieme condivideranno la passione per i libri. 

Poi con un borbottio che sa Dio cosa vuol dire, mi abbraccia. Sa di sudore e minestra, la sua barbetta riccia gratta come un sacco di juta. Credo di volergli un poco di bene. 
Quando molla la presa, lo accarezzo sulle guance. 
<<Ti piacciono le storie di avventura?>>
Fa un sorriso larghissimo. Scendo dalla cassetta e gli dico di chiudere gli occhi. Li chiude e mi scappa una risata per quanto è buffo con le palpebre che tremolano tutte. 
Sposto una pila di stracci, prendo i miei Robinson adorati e mi siedo per terra a gambe incrociate. Gli dico di guardare. Vede il libro e riesce a sorridere ancora di più. Si arrotola stretto accanto a me, perchè lui le tavelle del soffitto le coccia con la testa: gli mostro la copertina, dico uno per uno i nomi degli uomini aggrappati alla zattera. 
Lui guarda, mi abbraccia, guarda ancora, indica facendomi ripetere. Attacco a leggere il primo capitolo e mi accorgo che si scorda di tirare l’aria nel petto per quanto è preso.
Gli mostro la prima immagine: l’accarezza e dopo accarezza me con le sue mani raspose. 
<<Siamo amici?>> mi chiede con la bocca umida di saliva. 
Gli faccio segno di sì e lui mi si acciambella accanto chiudendo gli occhi: tempo di coprirlo col mio giacchetto e già russa beato.

Nel Borgo della Morte, Anita, Rosa e Ninfa, si abituano presto alla compagnia di Ida e dei suoi figli, Angelo, Olga e Quinto, ma anche di Pinna, Marianna e la signora vecchia, che vivono nel bordello. 
Da quando si sono trasferite al bordello, la loro vita è cambiata: Rosa si è allontanata da Ettore, un ragazzo di cui si era innamorata dal primo giorno, che era entrato in casa per sua madre Anita; Ninfa, aveva ripreso ad andare a scuola per ottenere la licenza elementare e Anita, era più serena di condividere le sue preoccupazioni con le altre donne del bordello. 
Ma la guerra e il fascismo, oltre a devastare la città e gli italiani volontari che decidono di combattere, porta con sé la fame. Nel Borgo si vedevano solo bambini con corpi magrissimi, donne con vestiti larghi e uomini, costretti a stringere la cintura per non perdere i pantaloni. 
Anche al bordello del Borgo della Morte, si sentiva la fame, specialmente da quando non avevano più clienti ed era stata introdotta la tessera annonaria. 
La tessera annonaria, conosciuta come “la tessera della fame”, era un libretto, tessera, introdotto in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, per razionare i beni di prima necessità, come il pane. 
Ed è proprio per la fame e la mancanza di pane, che molte donne, tra cui le ragazze del Borgo della Morte, hanno partecipato a una protesta, iniziata con il saccheggiare un camioncino che portava il pane e terminata tra le urla, davanti alla prefettura. 

La mattina del 16 Ottobre la tenutaria del Bordello di Borgo della Morte, le sue belle e le sue ragazze si ritrovarono davanti alla fabbrica di Scarpe Zanlari da dove, insieme a un numero di donne che due cifre non bastavano a numerarle, si mossero per assaltare il furgone del pane che avrebbe fatto tappa in via Imbriani. Aspettarono che il conducente scendesse a fare le consegne per saccheggiarlo, ficcando micche e filoni sotto il braccio, nelle camicette rivoltate, nelle tasche delle sottane. Qualcuna si perse nella smania di portare a casa quel ben di Dio, Pinna corse dai Donati ancor prima di addentarne un pezzo, ma le più restarono unite, rabbiose e fiere, decise a urlare alla cintera intera e al prefetto quanto la fame picchiasse duro. Marciarono al grido di Pane! Pane!, resistettero al getto d’acqua degli idranti, gridarono la loro disperazione a chi le additava con disprezzo. Giunte di fronte alla prefettura, si abbracciarono orgogliose, Pane! Pane! ripresero a urlare, finché la polizia fascista non brandì i manganelli e prese a colpirle, perchè tanta sfacciataggine meritava mani pesanti. 
Ma alle botte le donne dell’Oltretorrente erano abituate, avevano la pelle spessa, le ossa di marmo: si allontanarono stringendosi a braccetto e continuarono a far rumore fin dove c’erano orecchie a poterle sentire.
Le belle del bordello, con zia Ida in testa, tornarono al bordo festanti, col pane nelle tasche e un unico cuore a farle volare alto. 
Scesero in refettorio, buttarono il pane sul tavolo e risero di gusto, con le mani ai fianchi e i piedi a pestare al ritmo della risata. 
Fu il quel momento, quando la felicità sembrava poter toccare il cielo, che […] vide nero. 
Così, all’improvviso. 
Crollò sul pavimento come una torre di carte. E la felicità sprofondò nel nero con lei.

Tra rivolte, ingiustizie, amore e segreti sepolti sotto la polvere delle strade, si snoda la narrazione di questo libro emozionante, intenso e struggente con personaggi umani e realistici. 
Che cosa accadrà ad Anita, Rosa, Ninfa e alle ragazze del Borgo della Morte?

L’amore. 
Credeva non fosse che il fremere dolciastro che il libercolo sottratto anni prima alla donna addormentata, raccontava. 
Di quei brividi fatti di niente era convinta di poter fare a meno. Ma negli ultimi giorni, aveva sentito in corpo tutt’altra spinta: un pulsare violento, un desiderio ruvido che aveva trascinato con sé ogni altro pensiero. 
Ettore. 
Con l’odore di sale e sudore che ricordava. Con mani grandi e braccia che sapevano stringere con tenerezza. Con la guerra a piegargli la schiena e il bisogno di serenità negli occhi.
Ettore. L’amore di sua sorella. 

 Qui puoi trovare la recensione del romanzo d’esordio “Ci sono mani che odorano di buono” : https://deborahcarraro97.com/2023/03/09/ci-sono-mani-che-odorano-di-buono-di-sara-gambazza/

La scrittrice Sara Gambazza dopo il successo del suo romanzo d’esordio “Ci sono mani che odorano di buono” (Longanesi, 2023), torna in libreria con “Quando i fiori avranno tempo per me”, una nuova storia emozionante, ispirata (in parte) a sua nonna, con il personaggio di Ninfa. 
La scrittrice Sara Gambazza, al centro dei suoi libri, inserisce dei personaggi “ultimi”, proprio come Anita, Rosa e Ninfa, poste ai margini della società. 
La scrittrice Sara Gambazza, ha uno stile di scrittura scorrevole, intenso, struggente e delicato, in grado di arrivare al cuore e all’anima di ogni lettore. 
Ogni parola, ogni frase, all’interno di questo libro è un colore, un sentimento, un dolore, perchè la scrittrice utilizza parole poetiche, intense, delicate e profonde. 
I temi trattati sono la Seconda Guerra Mondiale, la fame, la guerra, la violenza, la morte, il bordello, il rapporto tra sorelle, l’amicizia, la tenacia, la dignità, il fascismo, l’analfabetismo e la difficoltà per molti/e bambini/e di andare a scuola a causa delle condizioni economiche della loro famiglia, i pregiudizi, le cicatrici, le donne e l’amore, capace di sfidare la guerra.
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura della scrittrice di rendere ogni personaggio (principale e secondario), realistico, pieno d’umanità. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia emozionante, intensa, che racconta una storia di miseria, di coraggio, di sopravvivenza e dignità. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che sono alla ricerca di un libro con una trama solida, costruita alla perfezione, con personaggi umani, che arrivano direttamente al cuore e anima del lettore. 
Ringrazio la scrittrice Sara Gambazza e la casa editrice Longanesi editore, per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di conoscere Anita, Rosa, Ninfa, Ettore, Vittorio, Angelo, Quinto, Olga, Ida e le altre ragazze del Borgo della Morte. 
Lasciatevi travolgere dalla penna delicata di Sara Gambazza e alla fine del libro, vi sembrerà di conoscere per davvero ogni personaggio!!
Buona lettura 📚📚!!

“La Grande Sete” di Erica Cassano

Titolo: La Grande Sete 
Autore: Erica Cassano 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Edizione: 2 
Data uscita: 4 Marzo 2025 
Pagine: 384 
Genere: Romanzo storico 

Erano le settimane della Grande Sete.
I tedeschi avevano fatto saltare l’acquedotto del Serino, le riserve si erano prosciugate e, dalla fine di agosto, la città era a secco. Sulla spiaggia di Chiaia qualcuno aveva costruito certi marchingegni che servivano a dissalare l’acqua del mare, fatti con bidoni di latta e pentoloni di rame riscaldati con il carbone. […]
L’aria era densa, irrespirabile per il tanfo, i fuochi che crepitavano nei bracieri rendevano il caldo ancora più insopportabile. Mi si era infilata, odiosa, della sabbia nei sandali. Battevo a terra i piedi per provare a toglierla, senza riuscirci, anzi, facendone entrare ancora di più. Abbassarmi per levare i granelli sarebbe stato impossibile, premuta com’ero dagli Assetati che si accalcavano e spingevano. 

Questo libro è ambientato a Napoli nel 1943, durante le Quattro Giornate e il periodo della Grande Sete, quando la città era senz’acqua a causa dei bombardamenti che avevano danneggiato le tubature. 
La storia viene raccontata dalla protagonista, Anna, una giovane donna che insieme alla sua famiglia si era trasferita da Genova a Napoli. 
Il padre Enrico Piovine, insieme al suo amico il dottor Giacomo Pittamiglio, oltre l’orario di lavoro, si occupavano di stampare molti volantini contrari al regime nella loro stamperia, che avevano allestito nella cantina del palazzo in cui vivevano a Genova Sampiardarena. Ben presto, l’attività illecita di Enrico e Giacomo, venne scoperta e a giugno, vennero cacciati da Genova. Il dottor Pittamiglio, eta stato mandato al confine mentre il suo amico, il ferroviere Enrico Piovine a Napoli, una città lontana da Genova per impedirgli di creare un’altra rete di comunicazione. 
La famiglia di Enrico, si trasferì a Napoli che la guerra era già incominciata e la moglie Dalia, non riusciva ad accettare la nuova casa e il clima di Napoli. Dalia a Genova, usciva sempre, le piaceva andare a teatro al Carlo Felice, per ammirare le prime teatrali… mentre a Napoli, non usciva mai da quelle quattro mura, che erano la loro nuova casa. 

La sua vita, a Genova, era un’alternarsi tra lezioni di danza classica, che prendeva e impartiva, eventi e prime delle stagioni teatrali. C’erano le serate da gala, a cui si recava elegante, d’inverno coi vestiti di velluto che sfioravano le caviglie e d’estate avvolta in stoffe leggere che le scivolavano sui fianchi. Non capitava mai che passasse intere giornate a casa, anche se amava il nostro bell’appartamento, con la sala da pranzo che il pomeriggio era inondato di luce, dove lei leggeva mentre Felicita e io studiavamo, in attesa che nostro padre finisse di lavorare. Faceva ancora il capostazione, a fine giornata non era stremato. Di domenica, poi, andavamo con il treno a Sestri Levante, a mangiare in spiaggia larghe fette di focaccia bianca, o a Pegli, dove, incima alla collina, sorgeva la Villa Pallavicini. Mia madre era molto affezionata alla villa e ci portava a visitare i giardini lungo i sentieri in salita. Costeggiavamo cespugli di camelie e alberi altissimi, ci fermavamo a guardare il mare dall’alto. 
Ogni cosa, in quei giardini, era una sorpresa.

Invece Anna, è una ragazza molto intelligente e capisce che Genova e Napoli, in realtà sono due città molto simili e spera che guerra finisca il prima possibile per godersi le spiagge di Napoli. 

Le due città, Genova e Napoli, s’assomigliavano: il mare di fronte, con mille barche che lo univano alla terra. Entrambe erano fatte di vicoli, entrambe erano sovrastate da alture. 
Poi erano iniziati i bombardamenti e Napoli era stata deturpata. Allora l’avevo amata davvero. 
Non avevo amato il riflesso di Genova, ma quella città, anche se martoriata. 
Ma ora mi chiedevo: era amore o pietà? 

Il libro è ambientato durante i Quattro giorni, noti a tutti come quelli della “Grande Sete” (da cui il titolo), per la mancanza d’acqua in tutta la città di Napoli a causa dei bombardamenti dei tedeschi. 
All’inizio del libro, il lettore accompagna la protagonista Anna, insieme a Giacomo Pittamiglio e alla sua compagna Catena, a prendere un po’ d’acqua. Per far fronte all’emergenza, avevano creato un modo per dissalare l’acqua del mare e tutti gli Assetati, dopo ore di coda sotto al sole, ottenevano un po’ d’acqua. Mentre Anna era in fila, un’Assetata (così vengono chiamati all’interno del libro), la esorta ad andarsene e la protagonista, assisterà a una scena terrificante, molto violenta e che mette in evidenza i comportamenti aggressivi causati dalla Grande Sete. 
Ma in realtà, Anna e la sua famiglia, erano gli unici di tutto il quartiere, anzi, di tutta la città, ad avere l’acqua in casa. 

La nostra era la Casa dell’Acqua. Eravamo gli unici, in tutto il quartiere, e forse in tutta la città, a non star morendo di sete. Da noi l’acqua continuava a uscire dal lavello della cucina, trasparente e odorosa di cloro. Per mia madre era un miracolo: diceva che Mosè era salito sul monte Oreb a battere la roccia solo per noi. Secondo mio padre, invece, era un caso, un peso più che una benedizione. Non riusciva a spiegarselo. Le nostre erano le uniche tubature a non essere state danneggiate, oppure sotto i piedi avevamo un pozzo nascosto. […] 
Comunque, lo considerava un pericolo: se l’avesse scoperto anche una sola persona, avremmo dovuto metterci a distribuire l’acqua a tutto il quartiere, anzi, come diceva lui, a tutti i fetenti di Napoli. Doveva restare un segreto, pure per quei pochi che ancora popolavano il palazzo. 

Anna, non ha mai patito la sete a differenza di tutti gli Assetati. Il padre Enrico, aveva proibito a tutta la sua famiglia di divulgare la notizia, nessuno sapeva che loro avevano l’acqua in casa, nemmeno il suo amico Giacomo Pittamiglio e Carmela, l’amica di Anna che abitava nel palazzo al quarto piano. 
Anna è una ragazza molto intelligente, ma anche lei, come molti napoletani, ha paura della guerra e dei bombardamenti. 
Durante i bombardamenti, Anna e la sua famiglia si rifugiavano in una Galleria, insieme a molte altre persone, che scappavano dalla distruzione della guerra. 
Il padre Enrico, non ha mai voluto che le sue due figlie Felicita e Anna, lavorassero perchè desiderava che studiassero e coltivassero le loro passioni. Infatti, Anna non vedeva l’ora di iscriversi all’Università di lettere, una volta terminata la guerra. 
Nel frattempo, Anna aveva sete, una sete implacabile di sapere e di apprendere nuove nozioni. Il padre, le aveva regalato una piccola grammatica inglese, convinto che questa nuova lingua sarà fondamentale per il futuro. E’ così, che Anna studia da sola l’inglese per tener la mente allenata e colmare la grande sete di sapere. 

Mi sentivo privata di qualcosa di irrinunciabile. Come agli Assetati mancava l’acqua, a me mancava quello che mi dissetava la testa. Mi sentivo prosciugata, temevo di perdere la capacità che avevo sempre avuto di mandare a memoria concetti e quindi mettevo a punto i miei marchingegni per cercare di non far rinsecchire la mente. Ripetevo ad alta voce i canti di Dante che ci avevano fatto imparare a scuola, soprattutto quello in cui Caronte arrivava a bordo della sua barca, che era il mio preferito. 
Altre volte, invece, inventavo storie e le scrivevo, cercando di riprodurre la grafia tonda e dritta per cui avevo sempre ricevuto tante lodi, e che mi aveva fatto diventare subito la migliore della classe quando da Genova ero arrivata a Napoli. 

Anna studia e rilegge i libri che possiede, mentre aspetta che il padre ritorni dal lavoro. Ma i giorni passano ed Enrico non ritorna… nessuno ha sue notizie, nemmeno il suo amico Pittamiglio. 
Nel quartiere e nel palazzo, tutti pensano che sia morto ma Anna, sua madre e sua sorella Felicita, continuano a sperare che ritorni a casa. 
Anna capisce che non ha tempo per sognare e che deve provvedere al sostentamento della sua famiglia. E’ così, che decide di accettare un impiego come segretaria presso la base americana di Bagnoli, approfittando della sua conoscenza della lingua inglese. 
Nella base americana, Anna conoscerà molte persone come le gemelle Zelda e Milena, che diventeranno sue amiche, ma anche Robert e Kenneth. 
Kenneth ha origini italiane, la madre era immigrata dall’Italia a Oklahoma e lui, era curioso di scoprire le sue origini. E’ così che Anna sognerà ad occhi aperti il suo futuro, pieno di libertà e forse, nel suo futuro c’è una nuova terra, una terra lontana e spazio per l’amore. 

“Non puoi capire perchè non sai”, pensai. “Perchè sei nato in una casa bianca dall’altra parte del mondo. Perché a scuola non dovevi intitolare il tema Elogio del Duce. Perchè non hai mai visto la gente sperare di avere un futuro migliore solo perchè qualcuno lo annunciava da un balcone. Perchè non ti sei mai trovato a vivere in mezzo a persone che si fidavano della voce di quell’uomo che prometteva, prometteva e intanto levava, levava.
Duce che alla fame ci conduce. 
E noi andavamo, andavamo con lui, e nessuno riusciva a ribellarsi, e chi ci provava veniva esiliato, ucciso, mandato nelle città che più venivano bombardate, in cui potevi morire.” 
Certo Kenneth non poteva capire. 
Non faceva parte del popolo ingenuo che si era lasciato sottrarre la propria libertà. 

Ma Anna non vuole lasciarsi alle spalle la guerra, vuole salvarsi da sola, proprio come Napoli. E la grande Sete di sapere non è facile da soddisfare. E’ una forza che viene da dentro e parla di indipendenza, di amore per il sapere, ma anche di coraggio per farsi sentire in un mondo che non sa ascoltare. 
Riuscirà Anna a colmare la sua Grande Sete? 
Tornerà a casa il padre di Anna? 
Che cosa accadrà?

Mi accorsi di avere la gola secca e mi andai a mettere con la bocca sotto al lavello. Bevvi a lungo. Il fresco mi invase il corpo, una sensazione solida di salvezza. Eppure, pensai, non era quella la sete che dovevo soddisfare. A me non era mai mancata l’acqua. Non mi ero mai dovuta svegliare con la lingua attaccata al palato, le labbra così secche da spaccarsi. C’era qualcosa che mi sfuggiva. Mi era scomparso il callo che avevo sull’anulare e che per gli anni di scuola mi aveva fedelmente accompagnato. Da quanto non tenevo in mano un pennino, da quanto le mie dita non si sporcavano d’inchiostro. 
Quasi avevo dimenticato come si traduceva il latino. Rileggevo romanzi di cui già sapevo il finale perchè non potevo acquistare, di nuovi o andare in biblioteca. 
Avevo consumato la grammatica inglese solo perchè era l’unico libro che mi permetteva di imparare qualcosa di nuovo.
Ecco quello che veramente mi mancava. 
Leggere, studiare. Vivere.

La scrittrice Erica Cassano esordisce con “La Grande Sete”, si ispira alla storia di sua nonna, che ha scoperto tramite un vecchio diario e alcune foto ingiallite. 
Con il termine “Grande Sete”, si intende non solo le Quattro Giornate senza acqua, ma anche la sete della protagonista, la voglia di conoscere, di apprendere nuove nozioni, ma anche fame di vita, di libertà e di pace. 
I temi trattati sono l’emancipazione femminile, i legami familiari, l’amore, l’amicizia, i dolori, i sacrifici, i sogni, le speranze, il lavoro, la memoria e la cultura, indispensabile per creare un futuro di dignità senza pregiudizi. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, emozionante e diretto, la storia è strutturata molto bene, coerente con il periodo storico narrato. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie all’impostazione della scrittrice di descrivere ogni personaggio nei minimi particolari. Il lettore si affezionerà non solo alla protagonista Anna, ma anche a sua sorella Felicita, che dietro al suo carattere forte, nasconde i suoi sentimenti. 
Mi è piaciuto molto il rapporto tra Anna e la sua nipotina Silvana, di quasi quattro anni, che a causa della guerra deve crescere senza il padre Luigi e anche se la madre la tratta male, potrà sempre contare sull’affetto della protagonista. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano tuffarsi a Napoli nel periodo della Grande Sete, un romanzo che parla di emancipazione, di libertà, pura e cristallina come l’acqua, il bisogno primario ed essenziale. 
Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro con una protagonista femminile forte, determinata, intelligente come Anna, che da Genova si trasferisce a Napoli, città devastata dalle bombe in attesa degli Alleati. 
Lasciatevi travolgere dalla potenza e dalla forza della parole della scrittrice Erica Cassano!!
Buona lettura 📚📚!!

“Le furie di Venezia” di Fabiano Massimi

Titolo: Le furie di Venezia 
Autore: Fabiano Massimi 
Casa Editrice: Longanesi Editore 
Collana: La Gaja Scienza 
Edizione: 2 
Data uscita: 20 Agosto 2024 
Pagine: 400 
Genere: Romanzo giallo storico 

Venezia, 1934 
Una donna che potrebbe rovesciare le sorti di Mussolini. 
Un figlio da trovare e salvare. 
Un azzardo disperato per cambiare il corso della storia.

<<Verso quell’isola>> rispose Mutti, e virò a sua volta, sempre tenendosi a debita distanza. Quando vide il motoscafo rallentare puntando verso un alto edificio proteso sul bordo di un’isola, anche lui tolse gas al barchino. 
<<C’è un molo>> disse Sauer, che tra i due aveva la vista migliore. 
<<Lo vedo>> mentì Mutti. <<Mi fermo qui>> aggiunse, dato che Mussolini attaccava proprio a quel molo. <<C’è qualcuno o sbaglio?>> 
Un uomo vestito di bianco da capo a piedi, con indosso una sorta di mantello che svolazzava alla brezza lagunare, stava in effetti attendendo il Duce su un pontile, le gambe larghe, le braccia conserte. In testa non aveva un capello, e qualcosa gli brillava al centro del petto. 
Il motoscafo spense il motore. L’uomo in bianco si allungò a raccogliere la cima e la legò all’ormeggio. Poi la stessa figura che avevano visto uscire da Palazzo Bembo sbucò dallo sportello, strinse una mano al suo esiguo comitato di benvenuto. Poche parole e i due si incamminarono rapidi verso un portale in pietra, sparendo alla vista. 
<<Ma dove siamo?>> chiese Mutti, guardando l’isola scura con una strana ammirazione. 
<<Non lo so>> disse Sauer. <<Ma lo scopriremo.>>

“Le furie di Venezia” è una storia romanzata, di fatti storici realmente accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale, che mettono in evidenza la figura di Mussolini e il suo torbido passato. 
La narrazione si suddivide in due parti: la prima, ambientata a Venezia nel 1934 e, la seconda parte, ambientata a Milano nel 1942. 
Nella prima parte del libro, il lettore si ritroverà in Piazza San Marco per assistere al primo incontro pubblico tra Mussolini e Hitler. Piazza San Marco è piena di camicie nere, pronte ad accogliere il Duce e Hitler… Tra la folla, c’è anche l’ex soldato della Somme, l’ex commissario di polizia di Monaco, Siegfried Sauer e il suo compare Mutti, che hanno raggiunto la città di Venezia per unirsi alla resistenza antifascista. 
Siegfried Sauer è un uomo intelligente, che sul punto di morte della sua amata, le aveva fatto una promessa. Ora, Sauer è a Venezia per rispettare proprio quella promessa e, per sventare il pericolo di un’alleanza tra Italia e Germania che provocherebbe una guerra devastante. 
Sauer e i suoi compari, avevano architettato un piano per colpire Mussolini e Hitler in Piazza San Marco, servendosi delle abilità da cecchino di Sandor Baraly, amico di Sauer dai tempi della guerra. 
Ma il loro piano non può essere eseguito perchè Mussolini, da uomo astuto, si era affacciato alla folla da solo, lasciando Hitler dalla parte opposta, in un palchetto da solo. 
Ma proprio la notte di Venerdì 15 Giugno 1934, Sauer e Mutti vedono Mussolini che si dirige in gran segreto su un motoscafo nella laguna. 
Sauer e Mutti decidono di seguirlo e vedono il Duce, attraccare a un pontile buio… Mussolini viene accolto da un uomo in camice bianco, ed insieme entrano in un edificio che costeggia l’intera isola. 
Perchè il Duce si è diretto su quest’isola? 
Chi è l’uomo con il camice bianco? 
Quale è il mistero che si cela dietro quell’edificio? 

<<San Clemente. Deve essere l’isola di San Clemente.>>
<<E cosa ospita?>> […]
<<Da più di un secolo l’hanno trasformata in un manicomio.>>
<<Un manicomio.>> ripetè Mutti. 
Livio annuì. <<Un manicomio femminile.>>

Sauer e Mutti decidono di indagare e scoprono che si tratta dell’isola di San Clemente, un tempo un monastero e oggi, trasformata in un manicomio femminile.
Ed è proprio nel manicomio di San Clemente, che è rinchiusa una paziente misteriosa di nome Ida Dalser. Ida Dalser aveva conosciuto Mussolini quando era direttore del suo giornale “L’Avanti!”, prima che diventasse per gli italiani “il Duce”. Mussolini, che ai tempi non aveva nessuna notorietà e prestigio, aveva sposato Ida Dalser. 
Adesso, Ida Dalser si ritrova nel manicomio di San Clemente a rivelare ai dottori la sua storia: la storia dell’amore tra lei e Mussolini, ma anche la storia dell’erede illegittimo, Benito Albino Dalser. 
Chi è veramente Ida Dalser? 
E’ veramente, la prima e unica legittima moglie di Mussolini, come raccontava lei? 

<<E quando avete scoperto la parentela tra Bernardi e…>>
<< …e Mussolini? Ah, giusto il tempo di aprire bocca e ci informò lui stesso. Lo diceva a tutti, conoscenti o sconosciuti, amici o nemici. Era il suo argomento preferito. Il figlio del Duce! L’erede defraudato! Intratteneva le tavolare con la sua vita sventurata, il collegio infernale, il tutore malvagio…>>
Sauer si stupì della notizia. <<Vuole dire che andava in giro a raccontarlo?>> 
<<Sì, sì. Raccontava tutto. Sua madre era stata la prima moglie di Mussolini. Lui era nato prima del primogenito ufficiale. Avevano messo lei in manicomio e rapito lui. Bernardi il cognome, gli veniva da un tirapiedi del gran capo. Se l’era preso in casa da bambino e l’aveva avviato alla carriera militare per toglierlo di torno.>>

E’ così che la narrazione si sposta a Milano nel 1942, nel Manicomio di Mombello. Il lettore conoscerà la “nuova” voce narrante, un uomo di nome Fausto Armeni, che ha dovuto far rinchiudere sua moglie nel Manicomio di Mombello. 
Ma è proprio grazie a Fausto Armeni, che Sauer e Mutti scopriranno che al Manicomio di Mombello, risiede un paziente speciale, l’erede illegittimo del Duce: Benito Albino Dalser. 
Riusciranno ad entrare in contatto con Albino? 
Che cosa scopriranno Sauer e Mutti? 

Eppure è accaduto.
Eppure è accaduto.
Ecco allora le mie ultime parole .
Tutto questo è successo davvero.
Non lasciate che succeda di nuovo.
Non lasciate che sia dimenticato.

Lo scrittore Fabiano Massimi, dopo il successo ottenuto con “L’angelo di Monaco” (Longanesi, 2020), “I demoni di Berlino” (Longanesi, 2021) e “Se esiste un perdono” (Longanesi, 2023), pubblica “Le furie di Venezia” concentrandosi sulla figura poco conosciuta di Ida Dalser, la prima moglie di Benito Mussolini. 
Mussolini ai tempi, ha cercato con ogni mezzo di nascondere la verità, facendo rinchiudere Ida Dalser e, allontanando, nascondendo suo figlio, dato che si era risposato con una donna di nome Rachele, che le aveva dato un erede. Mussolini non poteva permettere di compromettere la sua immagine pubblica agli occhi degli italiani, ovvero un uomo bugiardo, egoista e cattivo, che si era risposato, ripudiando Ida Dalser e suo figlio. 
I temi trattati sono il fascismo, il nazismo, la propaganda del Regime fascista, l’alleanza tra Italia-Germania, il manicomio e le terribili condizioni, “terapie” utilizzate, gli interessi personali, la verità, i figli e l’amore. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, coinvolgente, emozionante e pieno di segreti, misteri da risolvere, insieme ai protagonisti. 
Il lettore si ritroverà immerso nella storia, grazie a una narrazione coinvolgente e piena di suspence, di misteri su questioni poco conosciute, che spingerà il lettore a domandarsi: davvero, Mussolini aveva sposato Ida Dalser? Davvero, Albino era suo figlio? 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla bravura dello scrittore Fabiano Massimi di descrivere i personaggi sia dal punto di vista fisico, sia psicologico. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere non il solito romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, vi ritroverete intrappolati nella storia ambientata tra Venezia e Milano, alla scoperta di Ida Dalser e del passato oscuro di Mussolini. Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che desiderano leggere un libro originale, coinvolgente che racconta episodi storici realmente accaduti e poco noti, durante il periodo del fascismo. 
E voi conoscevate la storia di Ida Dalser? 
Avete letto i libri precedenti di Fabiano Massimi? 
Fatemelo sapere nei commenti, 
Buona lettura 📚📚!!

“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman

Titolo: L’amico ritrovato 
Autore: Fred Uhlman 
Traduttore: Mariagiulia Castagnone 
Casa Editrice: Universale economica 
Data uscita: 27 Dicembre 2012 
Pagine: 92 
Genere: Romanzo classico

Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico. Non c’era niente in lui che non mi piacesse. In primo luogo il suo nome glorioso che lo distingueva ai miei occhi da tutti gli altri, von compresi. […] Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto – e chi avrebbe potuto restare indifferente? – mi facevano pensare a buon diritto che avessi finalmente trovato qualcuno che corrispondeva all’ideale d’amico da me vagheggiato.

Il libro è ambientato in Germania nel 1933, racconta una bellissima storia d’amicizia tra due ragazzi di sedici anni. Il protagonista che racconta la storia si chiama Hans, figlio di un medico ebreo che frequenta il Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo più famoso di Württemberg. Hans non ha amici a scuola, ma un giorno, arriva in classe un nuovo alunno, diverso dagli altri che si chiama Konradin, il conte di Hohenfels. Konradin appartiene a una delle famiglie più altolocate e importanti della città, sostenitrici della corrente nazista. 
Sin dal primo istante, Hans desidera diventare amico di Konradin, e inizia ad attuare un piano per farsi notare. I due ragazzi, seppur di origini e ideologie diverse, diventano amici, e lo scrittore mette in mostra gli effetti della manipolazione nazista nei ragazzi giovani. 
Hans e Konradin vivono la loro amicizia tra i banchi di scuola, ma l’ideologia nazista inizia a essere sempre più presente e le loro strade si separano. 

L’autore Fred Uhlman con “L’amico ritrovato”, si è ispirato ai luoghi e agli ambienti della sua adolescenza, per raccontare una bellissima e commuovente storia d’amicizia tra due ragazzi di sedici anni durante il nazismo, che nonostante le differenze sociali e culturali stringono una forte amicizia. 
La loro amicizia verrà messa a dura prova dal nazismo… con un finale che lascerà senza fiato il lettore!!
I temi trattati sono l’ideologia nazista, la tolleranza, le conseguenze del regime nazista sulle persone, i pregiudizi, l’esclusione, il razzismo e i loro effetti e l’amicizia forte e duratura, in grado di scavalcare ogni barriera sociale e culturale. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, semplice ed emozionante. Questo libro può essere letto da grandi e piccini, in particolare, ritengo che sia fondamentale per i/le ragazzi/e che frequentano la scuola media e prima liceo, come lettura integrante ai libri di testo scolastici. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni psicologiche inserite dall’autore, che permettono al lettore di entrare in empatia con i protagonisti. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere un grande classico, ambientato durante il nazismo, che racconta una bellissima e toccante storia d’amicizia. Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che frequentano le scuole medie/prima liceo, per conoscere e comprendere a fondo la manipolazione e l’ideologia nazista. 
Buona lettura 📚📚!!

“Aggiustare l’universo” di Raffaella Romagnolo

Titolo: Aggiustare l’universo 
Autore: Raffaella Romagnolo 
Casa Editrice: Mondadori 
Collana: Scrittori Italiani e stranieri 
Data uscita: 29 Agosto 2023 
Genere: Romanzo contemporaneo 

Addossato a una rete metallica lacerata in due punti, qualcosa che luccica. Incuriosita, Gilla si accuccia e scopre che si tratta di un planetario meccanico, un ingegnoso prototipo del sistema solare di metallo e cartapesta, la manovella per il moto di rivoluzione, i pianeti dipinti a tempera, la base con i segni zodiacali disegnati a filo d’oro. Stringe gli occhi a fessura, mentre la tiritera del direttore si allontana. Che bellezza, pensa. Se solo non fosse tutto ammaccato, i braccetti storti, inutile. Alla svelta raggiunge la testa della colonna. <<Posso prenderlo?>> chiede. 
Tornata nella soffitta di vico Luna, sistema il planetario sul tavolo della cucina. Sfoglia il libro di scienze dell’istituto magistrale finché trova la doppia pagina dedicata all’universo. Mercurio e Marte sembrano a posto. Venere manca. I braccetti di Urano e Nettuno somigliano ad arti innaturalmente rovesciati. Di Plutone manca anche il supporto e Gilla si convince che il modello sia stato costruito prima che il pianeta più piccolo del sistema solare venisse scoperto. Saturno c’è, ma ha perso gli anelli. Il braccetto di Giove è piegato in due punti, così che la traiettoria metallica del pianeta più grande ostacola quella degli altri. La Luna è rotolata chissà dove.
La Terra è spaccata a metà. […]
Tiene a bada i pensieri studiando il meccanismo, immaginandone la struttura interna. Adora immergersi negli ingranaggi. Ha imparato dal padre orologiaio. Stesse mani d’oro. Un sollievo, ma il passato è lì che aleggia. 

Il libro è ambientato tra Genova e Borgo di Dentro, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In “Aggiustare l’universo” la scrittrice unisce due storie, molto profonde e commuoventi: la storia della maestra Virgilia, soprannominata da tutti “Gilla” e, quella di una bambina di nome Francesca Pellegrini. 
La narrazione inizia ad Ottobre nel 1945, l’anno scolastico comincia in ritardo a causa della fine della Seconda Guerra Mondiale, che ha provocato distruzione, macerie e cicatrici profonde nelle persone, difficili da nascondere. Virgilia è una maestra di ventidue anni, genovese, che insieme ai suoi genitori ha dovuto abbandonare la sua città, devastata dalle macerie per recarsi in un paesino dell’appenino ligure, Borgo di Dentro. 

Nelle settimane successive Genova diventa una trappola. La Royal Air Force torna a bombardare il centro la notte del 6 e quella del 7 Novembre 1942. Colpiti i quartieri orientali, Villa Pallavicini, le acciaierie Ansaldo, la chiesa di Santa Chiara e ancora quella dell’Annunziata. […] Quartieri ridotti in macerie. Il 13 Novembre tocca a Sampiardarena, all’ospedale Galliera, alla loggia dei Mercanti. Il 15 Novembre al porto, a Carignano e alle chiese di Cosma e Damiano e di San Siro. 
La madre di Gilla passa le giornate a caccia di cibo. Gilla si divide tra le poche lezioni che è possibile fare e i soccorsi. Non tutte le macerie vengono rimosse alla svelta. I cumuli puzzano di disinfettante e carne putrefatta. L’orologiaio decide che è arrivato il momento di contare i risparmi e abbandonare la città. <<Ho un conoscente a Borgo di Dentro. E’ disposto ad ospitarci. L’affitto è alto ma ce la facciamo. In campagna c’è da mangiare e forse non bombardano>> dice a colazione. Le due donne si guardano. Poi stremate, acconsentono. 

Ma Gilla continua a pensare al suono delle sirene, ai bombardamenti, alle macerie e ai corpi senza vita, di tutte quelle persone che per scappare delle bombe sono morte schiacciate all’interno di una galleria a Genova. 
A Borgo di Dentro, Gilla conosce alcuni membri della Resistenza partigiana, e diventa la loro staffetta. E’così che Gilla conosce Michele, uno studente di medicina che ha dovuto interrompere gli studi e che adesso, aiuta i partigiani grazie alle sue competenze mediche. Gilla si innamora di Michele, della sua dolcezza e umanità e vivono il loro amore in gran segreto. 
Ma un giorno, Michele insieme ad altri partigiani, vengono catturati, torturati e uccisi dai nazisti della Wermacht e dai fascisti della Repubblica Sociale. Gilla si ritrova ad assistere a questa scena brutale e, dovrà superare il dolore di aver perso per sempre il ragazzo che amava. 
L’Italia è libera grazie ai russi, la guerra è terminata e i genitori di Gilla ritornano a Genova, la loro città natale… ma Gilla decide di restare ancora a Borgo di Dentro. 
E’ così, che Gilla accetta il suo primo vero incarico come insegnante presso una scuola elementare per l’anno scolastico 1945-1946, il primo dopo la guerra. 
Gilla ha ventitré allieve di quinta elementare a cui deve insegnare, un compito molto difficile, dopo la fine della guerra. Al suono della prima campanella, Gilla si ritrova ventitré bambine, ventitré bambine che proprio come lei, cercano di sfuggire ai traumi della guerra. Ma proprio in prima fila, è rimasto un posto vuoto. La bambina a cui è destinato raggiunge la classe poco dopo, accompagnata dalla bidella e da un biglietto del direttore. 

Francesca Pellegrini, 10 anni. 
Da gennaio ospite orfanotrofio Sant’Anna. 
Molto bene ortografia, calligrafia, aritmetica, geometria. 
Non parla. 

Che significa “non parla?” Gilla solleva lo sguardo, suora e bambina sono scomparse. 

La bambina si chiama Francesca Pellegrini, vive in orfanotrofio, è molto brava a scuola ma non parla. 
Gilla capisce che Francesca ha un trauma causato dalla guerra, i suoi occhi sono colmi di tristezza, paura, di chi si trova solo in un mondo cui non appartiene.
In realtà, la bambina non si chiama Francesca Pellegrini ma Ester, una bambina ebrea che si è dovuta allontanare dalla sua famiglia per le discriminazioni e persecuzioni contro gli ebrei. 
Ester viveva a Casale Monferrato insieme alla sua famiglia, ma le leggi razziali promulgate nel 1938, hanno stravolto la vita di tutti gli ebrei. E’ così che Ester, si ritrova nell’orfanotrofio di Borgo di Dentro, senza aver nessuna notizia dei genitori e con la paura di parlare. 
L’ultimo ricordo felice di Ester, è una gita sul Po insieme ai suoi genitori. E anche se Ester non ha più notizie dei suoi genitori, lei continua a sperare di rivederli. 
Gilla ha intuito cosa nasconde la bambina, sa che per riparare ciò che si è rotto ci vuole tempo e pazienza. Ed è con la stessa pazienza, che ogni sera, Gilla ripara un vecchio planetario meccanico, immaginando di spiegare alle sue alunne i vari pianeti. 
Riuscirà Gilla a curare le sue ferite e quelle di Ester? 

Il vecchio viene avviato nella zona della banchina dove alla spicciolata sta convergendo il grosso dei prigionieri. 
Abram fa per raggiungerlo, ma lo spingono verso un gruppetto radunato dalla parte opposta. Si ribella. Un soldato lo colpisce al fianco, lo obbliga a rialzarsi, lo trascina dove gli hanno ordinato di stare. Abram cerca con gli occhi il padre ma non lo vede più. 
Solo in questo momento si guarda intorno. Maschi. Giovani maschi. Pochi. Lui è uno dei più vecchi. 

 

<<Fuori è pericoloso. Le persone sono cattive>> gli dice Ester. Ha il pianto in gola. Gilla pensa che la bambina abbia ragione. Le persone possono essere molto cattive là fuori, qualche volta, è l’inferno. […] 
<<Vivere è correre rischi>> le sussurra. […]
<<Quando vogliamo bene a qualcuno non possiamo rinchiuderlo. Neanche per tenerlo al sicuro.>>

La scrittrice Raffaella Romagnolo con “Aggiustare l’universo”, libro finalista del Premio Strega 2024, mostra al lettore le atrocità del fascino, ambientate nella bellissima città di Genova, distrutta a causa degli incessanti bombardamenti.  “Aggiustare l’universo” racconta la storia di Gilla ed Ester, una storia di dolore, rinascita, due storie apparentemente diverse ma parallele, che finiscono per incontrarsi. La storia è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e la fine della guerra, che mette in luce i traumi causati dalla devastazione del conflitto. 
I temi trattati sono la persecuzione degli ebrei, le leggi razziali, i campi di concentramento, la libertà, i traumi, il dolore, la morte, l’insegnamento, Genova e il coraggio, la pazienza della maestra Gilla di aggiustare il planetario, sé stessa e la bambina Ester. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, la narrazione si alterna dal racconto della storia di Gilla e della famiglia di Ester Sacerdoti, a numerosi racconti storici, in cui la scrittrice riporta le norme varate in quegli anni contro gli ebrei. 

Nella prima, ciò che agli ebrei non è consentito. Prestare servizio militare. Far da tutore, Possedere terreni, fabbricati, aziende utili alla difesa nazionale. Avere domestici ariani. 
Nella seconda, i luoghi dove gli ebrei non possono più stare. Il Partito, le banche, le assicurazioni, gli enti pubblici. Un rigurgito acido in bocca. L’avvocato scarta una mentina e prende a succhiarla. 
I disegni sono in bianco e nero, il tratto è rapido. Le didascalie ci sono, ma non serve saper leggere: il contenuto lo capirebbe anche un bambino. I fumetti non sono forse roba da bambini? 

I personaggi sono strutturati bene, grazie allo stile di scrittura semplice ma toccante, utilizzato dalla scrittrice, che permette al lettore di affezionarsi ad ognuno di loro.
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano leggere una storia intensa, profonda e commuovente, la storia di Gilla e della famiglia Sacerdoti, distrutte dalla guerra. Consiglio questo libro anche a tutte/i coloro che amano leggere libri storici, a chi desidera approfondire il tema della discriminazione sugli ebrei, a causa delle leggi razziali promulgate in Italia nel 1938. 

E come diceva Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e oggi, lunedì 27 Gennaio 2025, in occasione della Giornata della Memoria, ricordiamo tutti gli ebrei perseguitati e brutalmente uccisi per la stupidità e ignoranza umana. 
E’ importante ricordare il passato, analizzarlo e studiarlo per non commettere gli stessi sbagli… perchè non esistono razze superiori o inferiori, ma esiste l’odio e l’ignoranza, che possono prendere il sopravvento e mostrare la cattiveria di un essere umano. 
Buona lettura 📚📚!!

“Il cimitero del mare” di Aslak Nore

Titolo: Il cimitero del mare
Autore: Aslak Nore 
Traduttore: Giovanna Paterniti 
Casa Editrice: Marsilio Editore 
Collana: Farfalle 
Data uscita: 4 Giugno 2024 
Pagine: 544 
Genere: Thriller/Saga familiare 

Rederhaugen distava dalla capitale un breve tragitto via mare. Sasha proseguì lungo il viale di aceri fino al piazzale per l’inversione. Il pallido riverbero del ghiaccio della notte tingeva di nuovo il paesaggio. Una folata di vento freddo le accarezzò il viso e s’insinuò nella giacca. Lei rabbrividì. 
Aveva vissuto lì tutta la vita, eppure le capitava ancora, e spesso, di sentirsi sopraffatta dalla devozione e dall’amore che quel luogo suscitava in lei. Era il suo mondo. La proprietà e la famiglia erano tutt’uno, un prolungamento di sé stessa: gli scogli lisci e arrotondati a ovest dove faceva il bagno da bambina, i pontili e le rimesse per le barche sulla punta meridionale, i prati perfettamente pianeggianti che d’estate erano di un verde smeraldo e a cui seguiva un fitto e frusciante bosco di conifere che terminava in uno strapiombo sul lato est, dove Vera aveva la sua baita da scrittrice. 

Il libro racconta la storia della dinastia dei Falk, piena di segreti e di odio, tra i due rami della famiglia: Oslo con Olav Falk e Bergen con Hans Falk. 
La storia inizia con la morte di Vera Lind, l’anziana matriarca della famiglia Falk. Vera Lind era una scrittrice, una donna molto intelligente, con tanti segreti. Con la sua morte, Vera porta con sé due segreti: il primo è legato alla sparizione del suo testamento, mentre il secondo, riguarda un manoscritto dal titolo “Il cimitero del mare”, che aveva scritto molti anni prima e non aveva mai visto la luce. “Il cimitero del mare” non era mai stato pubblicato, perchè era stato sequestrato dalla polizia. 
Il manoscritto raccontava il naufragio della DS Prinsesse Ragnhild, durante la Seconda Guerra Mondiale, che aveva causato la scomparsa del marito, Thor  “il Grande” Falk, di cui Vera era riuscita a salvarsi insieme al figlio, il piccolo Olav. 
Che cosa raccontava Vera nel manoscritto? 
Perchè la verità a volte viene considerata così scomoda? 
La nipote Alexandra Falk, soprannominata “Sasha”, dopo aver ritrovato in acqua il cadavere della nonna, inizia a farsi delle domande sulla Saga, la fondazione di famiglia. 

La nonna giaceva a faccia in giù nell’acqua, il suo corpo ondeggiava piano in superficie, come una boa, come un giocattolo in plastica gonfiabile, i vestiti erano zuppi e i colori originari apparivano più scuri. Un basso raggio di sole si posò su quel corpo facendo scintillare l’acqua. Era circondato da una miriade di meduse criniera di leone, vomito degli spiriti degli annegati, le chiamava la nonna. 
Sulla parte posteriore del gilè verde trapuntato era visibile lo stemma della Saga, un falco che sta per spiccare il volo, e sotto il motto di famiglia; a guardarlo così, attraverso l’irrequieta superficie dell’acqua, si aveva l’impressione che le ali aperte si muovessero. 

Sasha, dopo aver trovato la lettera della nonna, decide di indagare sugli avvenimenti del 1970 e sul manoscritto. Il padre Olav, un uomo di settantacinque anni, desidera seppellire tutti i segreti di Vera e della Saga, ma Sasha è determinata a scoprire la verità, anche se provocherà uno scandalo. 
Sasha inizia ad indagare su Vera, insieme al giornalista Johnn Berg, un uomo molto affascinante con un passato difficile. L’attenzione di John per la famiglia Falk non è casuale, non è spinto da un interesse professionale, ci sono altri motivi che lo spingono a scoprire la verità. 
E’ così che Sasha e Johnny Berg, scopriranno i segreti della famiglia Falk,  che potrebbero distruggere le fondamenta della Saga, di oltre mezzo secolo. 
Quali sono i segreti che nasconde la Saga, la potente fondazione dei Falk? 
Come si comporterà Sasha, sarà leale nei confronti della sua famiglia o rivelerà i segreti della Saga? 

Letteratura e spionaggio si avvalgono dell’arte della seduzione. S’inventa una realtà fittizia in grado di ingannare il nemico, o il lettore, coinvolgendolo al punto che non si rende più conto di essere ingannato. 

Lo scrittore Aslak Nore, pubblica in più di venti paesi il libro “Il cimitero del mare”, un romanzo avvincente e pieno di colpi di scena. Il lettore si ritroverà immerso nella storia, piena di intrighi familiari, di segreti che rischiano di distruggere la credibilità della fondazione Falk. 
I temi trattati sono le menzogne, gli affari controversi, i servizi segreti, l’eredità, la rivalità familiare, la Seconda Guerra Mondiale, i tradimenti, il potere, la verità e il grande amore. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, intrigante, in grado di catturare l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine. 
La narrazione si sviluppa con diversi salti temporali, mischiando e intrecciando gli eventi del passato con quelli del presente, inserendo la suspence necessaria per tenere il lettore incollato alle pagine. 
I personaggi sono strutturati molto bene, ad iniziare dalla protagonista Sasha, una donna determinata, intelligente e coraggiosa, disposta a sfidare la sua famiglia per conoscere la verità. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che vogliono leggere un libro avvincente, coinvolgente, con una trama intrigata, come i nodi di una ragnatela, difficili da sbrogliare… e anche il lettore parteciperà alle indagini indagini insieme a Sasha e Johnn Berg. 
Che cosa scopriranno? 
Fino a che punto sareste disposti ad indagare per scoprire la verità? 
Buona lettura 📚!!

“Mandorli in fiore” di Silvia Maira

Titolo: Mandorli in fiore 
Autore: Silvia Maira 
Casa Editrice: PAV Edizioni 
Collana: Contemporary romance 
Data uscita: 28 Novembre 2023 
Pagine: 208 
Genere: Romanzo rosa 
Acquista: https://www.ibs.it/mandorli-in-fiore-libro-silvia-maira/e/9791259737175

La sua attenzione fu attratta da una mail con uno strano oggetto:”Racconti di una vita fa”. Da quando lavorava al giornale, aveva ricevuto e-mail di ogni tipo: proposte di ricette da pubblicare, alcuni che volevano dichiarare il proprio amore tramite giornale, altri ancora che volevano essere intervistati e poi c’era chi non sapeva a chi raccontare la propria vita. Aprì la mail per curiosità più che reale interesse e la lesse. […]
Ida si trovò rapita dal contenuto della mail. 
C’era molta malinconia tra quelle righe schiette e partecipate, che erano riuscite a suscitare in Ida una strana sensazione. 

La protagonista del libro è Ida Russo, una giornalista di 28 anni, che lavora a Milano presso il settimanale “Noi Magazine” per la rubrica “Ricordi”. Una sera mentre è a casa, riceve un’email con un oggetto particolare, che cattura l’attenzione di Ida. 
L’email racconta, la storia vera di un signore di nome Lillo De Luca, una storia profonda, ricca di sentimenti, di povertà, di miseria, che racconta la condizione di molti italiani dopo la guerra. 
Ida rimane molto colpita dalle parole di Lillo, decide di cercare “Canicattì”, il paesino descritto nella mail. 

Il motore di ricerca le mostrò le immagini di Canicattì, un paese dell’entroterra agrigentino, immerso tra gli alberi di ulivo e di mandorlo, celebre per la pasticceria di mandorla, caratterizzato da un’economia agricola, fondata sulla produzione di uva da tavola. 

Vedendo le immagini di Canicattì, Ida si ritrovò a pensare ai suoi genitori, che avevano deciso di lasciare il loro paesino in Calabria, per andare in Argentina quando era piccola, alla ricerca di fortuna. Ma Ida è sempre stata molto ambiziosa e con le idee chiare, le mancava l’Italia, la sua terra d’origine e decise di trasferirsi dai nonni. E grazie alle parole di Lillo, Ida si ritrova a pensare alle scelte del passato, all’amore ricevuto dai genitori e dai nonni, ma con la paura e il rimorso, di non essere riuscita a dimostrargli il suo affetto. 
Ida decide di approfittare delle sue ferie, per andare a conoscere Lillo e visitare Canicattì. Il lettore si ritroverà a immaginare la campagna di Canicattì, mentre il signor Lillo racconta a Ida la sua storia, percorrendo un vero e proprio viaggio nel passato, tra la bellezza del Santuario della Madonna della Rocca, gustando la tipica granita alla mandorla o nella Valle dei Templi di Agrigento e tanti altri racconti di Lillo. 
La scoperta dei luoghi di Canicattì si unisce ai racconti di Lillo, molto profondi, emozionanti e dolorosi durante la Seconda Guerra Mondiale, che hanno insegnato a Lillo il significato della vita. 

Era difficile essere bambini nel periodo post-bellico e Lillo non si ricordava di esserlo mai stato davvero. Lui e il fratello erano sempre stati chiamati a essere maturi e responsabili, ma erano solo dei bambini. 

Ida rimane affascinata dai racconti di Lillo, imparando da lui il vero valore dell’amicizia, dell’amore e della solidarietà. A Canicattì, Ida riuscirà a superare la fine della relazione con il suo ex fidanzato Dario, ed imparerà a guardarsi dentro. 

Li vede qui mandorli?
Non immagina cosa voglia dire vederlo fioriti tutti insieme, sembravano il paradiso in terra. Venivo sempre a vederli quando erano ricoperti di fiori e, davanti alla loro bellezza, mi riempivo di gioia, mentre nutrivo la certezza che un giorno avrei avuto la vita che desideravo. 

La scrittrice Silvia Maira con “Mandorli in fiore”, descrive in modo minuzioso i luoghi tipici siciliani, oltre a raccontare la storia di Lillo, la vita di Ida e della sua collega/amica Ines, ma anche del lato romantico di Enrico, un ragazzo di 23 anni che lavora nel B&B, in cui soggiorna Ida. 
I temi trattati sono le delusioni amorose, l’amicizia, la solidarietà, le punizioni, il giornalismo, la vocazione, l’emigrazione, il richiamo della propria terra, la povertà, le rinunce e la Seconda Guerra Mondiale. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole e a tratti divertente, grazie alla presenza di alcuni personaggi molto simpatici come Ines, che ha un fidanzato di nome Evaristo moto attaccato alla madre e che non riesce a vedere quasi mai. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alle ampie descrizioni e a dialoghi coinvolgenti e allegri, che rendono la lettura piacevole. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che vogliono emozionarsi, commuoversi, avvolti nelle bellissime descrizioni della Sicilia, ma anche dei prodotti tipici locali. 
Ringrazio la scrittrice Silvia Maira, è sempre un piacere e un onore poter collaborare con te e leggere i tuoi libri pieni di sentimenti, con personaggi realistici e luoghi bellissimi. 
Buona lettura 📚!!

“Il secondo piano” di Ritanna Armeni

Titolo: Il secondo piano 
Autore: Ritanna Armeni 
Casa Editrice: Ponte Alle Grazie 
Collana: Scrittori 
Edizione: 6 
Data Uscita: 10 Gennaio 2023 
Pagine: 288 
Genere: Romanzo storico 
Acquista: https://www.amazon.it/secondo-piano-Ritanna-Armeni/dp/8833319539/ref=asc_df_8833319539/?tag=googshopit-21&linkCode=df0&hvadid=611016476320&hvpos=&hvnetw=g&hvrand=17165189435864744034&hvpone=&hvptwo=&hvqmt=&hvdev=c&hvdvcmdl=&hvlocint=&hvlocphy=1008337&hvtargid=pla-1947074980031&psc=1&mcid=6fee87bf26ce31d29ee8aa1da7f05193

C’è un cerchio rosso minuscolo, quasi invisibile. Indica un convento e una chiesa. Nel convento abitavano sette suore. 
Qui comincia la nostra storia. 

Il libro è ambientato a Roma nel 1944, presso il Convento delle Francescane della Misericordia, situato in periferia di un quartiere romano in costruzione. 
Nel convento abitano sette suore, guidate dalla Madre superiora Madre Ignazia, di origini tedesche. Ognuna di loro ha delle mansioni da svolgere, come gestire i conti e il cibo, cucinare, coltivare un piccolo orto nel giardino del convento e aiutare coloro che ne hanno bisogno. 
Mentre nella città di Roma, accadono degli episodi inumani nei confronti degli ebrei, il Vaticano tratta in segreto la resa nazista, e il pontefice sceglie la diplomazia e la via della cautela. 
Una mattina, un gruppo di sette ebrei suona il campanello del convento, chiedendo ospitalità alle suore. 

Erano in sette. Fermi sul piccolo piazzale davanti al convento. Dopo aver suonato il campanello si erano allontanati di qualche metro e ora guardavano in alto verso le finestre. 
[…]
Quando il portone si aprì, il gruppo rimase fermo e compatto. Solo gli sguardi si spostarono alla soglia dove era incorniciata la novizia, immobile e silenziosa. 

Queste persone vivevano nel Ghetto, tra di loro c’erano uomini anziani, giovani e bambini, che sono riusciti a scappare prima dell’arrivo dei tedeschi. 

Alle otto del mattino oltre un migliaio di ebrei, catturati al Ghetto e rimasti chiusi per due giorni nel collegio militare di via della Lungara, furono stipati nei suoi diciotto vagoni. Non conoscevano la loro meta né quanto sarebbe durato il viaggio. Avevano solo sentito parlare di campi di lavoro. Il treno non partì subito. Gli ebrei catturati aspettarono al chiuso per oltre sei ore. 
I lamenti, le grida, i pianti dei bambini non arrivarono alla parte della stazione adibita al trasporto passeggeri né alle strade vicine. 

Suor Ignazia e le sue sorelle (Suor Elisabetta, Benedetta, Maria Rita, Emilia, Grazia e la novizia Suor Lina), accolgono nel proprio convento questo gruppo di ebrei, nascondendoli nel secondo piano. 
Il secondo piano diventa il rifugio di queste persone, che devono stare rigorosamente in silenzio, al buio, perché tutte le finestre erano state chiuse dalle suore, per non far vedere dall’esterno gli ospiti al suo interno. 
Ma un giorno, due tedeschi decidono di far visita alle suore per informarle che dopo Natale, avrebbero allestito un’infermieria dove avrebbero portato i soldati tedeschi in via di guarigione. 

Suor Ignazia e le sue sorelle hanno coraggio, e si ritrovano in una situazione molto delicata e sempre di più pericolosa, con l’infermieria tedesca situata al primo piano del convento e gli ebrei da nascondere al secondo piano. 
Ma con coraggio e seguendo la strada della carità, Suor Ignazia e le sue sorelle, dimostrano di avere un grande cuore, pronte a sfidare il nemico posto al primo piano. 
I tedeschi si trovano ad un passo dalla sconfitta, e attuano delle misure sempre più repressive nei confronti degli ebrei. 
La bellezza della città di Roma, lascia il posto a una città devastata dalla guerra e dalle bombe, una città povera, piena di fame e di paura, dove gli ebrei vengono deportati e uccidi con una violenza spietata, fuori controllo. 
Riusciranno Suor Ignazia e le sue sorelle a nascondere il gruppo di ebrei, fino alla fine della guerra? 

La scrittrice e giornalista Ritanna Armeni dopo il successo del libro “Una donna può tutto”, pubblica “Il secondo piano”, che racconta una storia di coraggio, di carità, ambientata in un periodo storico molto difficile, con protagoniste sette suore che nascondono al secondo piano del convento un gruppo di ebrei, mentre nel primo piano si trovano i tedeschi. 
I temi trattati sono la guerra, l’amore, l’amicizia, la forza, la fame, la paura, la violenza, la Chiesa, il coraggio, le donne e la carità. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, imprevedibile, pieno di pathos ed emozionante, arricchito da alcuni racconti sull’occupazione nazista a Roma e da alcune pagine di diario delle protagoniste. In queste pagine di diario, le suore raccontano i loro sentimenti, dalla paura, all’angoscia, al senso di inquietudine e di smarrimento, che cercano di allontanare per aiutare e dare la forza agli ebrei situati al secondo piano. 
I personaggi sono strutturati molto bene, grazie allo stile narrativo utilizzato dalla scrittrice, che permette al lettore di emozionarsi insieme a loro. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che vogliono leggere una storia di donne coraggiose, che in nome della carità e dell’amore decidono di nascondere gli ebrei dai tedeschi. 
Ringrazio la casa editrice Ponte Alle Grazie per avermi inviato la copia cartacea del libro, che mi ha permesso di leggere una storia emozionante, ricca di riflessioni e che racconta un periodo storico in una veste nuova, dove il coraggio, la carità e l’amore diventano i protagonisti indiscussi della storia, insieme alle suore. 
Buona lettura 📚📚!!

“La strada di Clara” di Diana Rosie

Titolo: La strada di Clara 
Autore: Diana Rosie
Traduttore: Francesca Toticchi 
Casa Editrice: Editrice Nord 
Collana: Narrativa Nord 
Data uscita: 14 Febbraio 2023 
Pagine: 348 
Genere: Romanzo contemporaneo 
Acquista: https://www.ibs.it/strada-di-clara-libro-diana-rosie/e/9788842934592?lgw_code=1122-B9788842934592&gad_source=1&gclid=Cj0KCQiA2KitBhCIARIsAPPMEhKU5_0nzjHJljiI1nRpQPQ0CXRCbmauz7bwROTptvMbGIUD3wsbnOoaAvLHEALw_wcB

La madre le mise il braccialetto al polso, facendolo girare due volte mentre ripeteva quelle parole misteriose. Quando ebbe finito, guardò la figlia negli occhi. 
<<E’ un cerchio d’amore, attraverso il quale resteremo sempre legati: io, tu, il papà e tuo fratello.>> Si girarono entrambe verso il bambino. <<Ovunque andrete, qualsiasi cosa farete, la vostra mamma e il vostro papà saranno sempre con voi. Anche quando non staremo al vostro fianco.>> La mamma parlava con voce commossa. 
<<E, se io non potrò, dovrai essere tu a prenderti cura di tuo fratello.>>

Il libro è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, e mostra un’Italia distrutta, straziata dalla guerra. I protagonisti del libro sono due fratelli: Clara e Filippo. 
Il loro papà era stato ucciso da alcuni fascisti, e la loro mamma aveva preparato un braccialetto rosso per i suoi figli. Questo braccialetto, rappresenta il legame tra la loro mamma, il papà, Clara e Filippo. Dopo la morte del padre, decidono di trasferirsi dalla campagna, e dopo un lungo e stancante viaggio, arrivano in città. L’appartamento è situato in un palazzo desolato, dove si trova un materasso per terra e molta puzza. Dato che è sera, Clara e Filippo sono molto provati dal viaggio e la loro mamma, li invita a riposarsi, mentre lei doveva incontrare una signora per aggiustare alcuni vestiti. 
La mattina seguente, Clara si sveglia per prima e scopre che la loro mamma non è ancora rientrata a casa. Clara decide di lasciare nel letto il suo fratellino, per andare a cercare la loro mamma. Fuori dal portone del palazzo, Clara è confusa, non conosce nessuna strada e ha due possibilità per ritrovare la sua mamma: andare a destra o a sinistra. 
Incuriosita dalla presenza di una fioraia, decide di andare a destra, dove incontra in un panificio una signora vestita in modo elegante, con un vestito verde che risalta il suo incarnato. 
Questa signora, decide di aiutare Clara a ritrovare la propria madre, ed insieme tornano nell’appartamento… ma non c’è nessuno, nemmeno il suo fratellino Filippo. 
Mentre Clara era scesa per cercare la sua mamma, il suo fratellino Filippo soprannominato da tutti “Pippo” o “passerotto chiacchierone”, perché parlava e poneva domande continuamente, si era svegliato e non trovando Clara e la mamma, aveva deciso di uscire di casa per cercarle. Ma a differenza di Clara, decide di girare a sinistra e si ritrova in una piazza piena di gente. Filippo ha paura, è spaventato e confuso, ma non si arrende e si arrampica su una cassetta di legno per cercare di distinguere le persone dall’alto. Ma vicino alla cassetta di legno, c’era un neonato (Gino) e la sua mamma Dora.
Dora è una donna molto dolce, gentile e sposata con Mario e vedendo questo bambino così spaventato ed indifeso, decide di aiutarlo a ritrovare la propria madre. 
Ed è così che Clara e Filippo si sono separati, seppure senza volere, il destino ha giocato un brutto scherzo, ma sono stati “fortunati” perché hanno incontrato due donne dolci e generose, pronte ad accoglierli in casa loro. 
La signora con il vestito verde è una benestante, sposata con il signor Salvadori in una bella casa e vivono insieme alla loro domestica Filomena. Il personaggio di Filomena conquisterà il cuore di tutti i lettori, con la sua cucina, con il suo carattere e la sua bontà, riuscirà a far sentire la giovane Clara parte integrante di quella famiglia. 
Il signor Salvadori ha un incarico prestigioso nel comune, oltre a essere un fedelissimo del regime fascista e del Duce. Dopo un’iniziale differenza del signore, la signora riesce a convincerlo ad accogliere questa bambina. Clara viene iscritta in una scuola fascista, dove incontra delle coetanee cattive che la insultano quotidianamente. 
Mentre Clara viene educata sul modello del Duce, suo fratello Filippo è stato accolto nella casa di Dora e Mario, delle persone umili, con un grande cuore. Dora e Mario hanno delle idee politiche completamente diverse da quelle del signor Salvadori, sono comunisti e antifascisti. 
Filippo crescerà con queste idee, aiutando Dora e Mario a collaborare segretamente con i partigiani. A Clara non manca niente, ha cibo a sufficienza e vestiti dignitosi, ma continua a pensare alla promessa che aveva fatto a sua mamma. A Clara manca molto il suo fratellino e spera di riuscire a incontrarlo. 
Chissà se Clara e Filippo riusciranno a ritrovarsi?? 
Chissà che cosa imparerà Clara? 
Può un legame di sangue andare oltre alle convinzioni politiche? 

La scrittrice Diana Rosie con “La strada di Clara”, racconta la storia di una famiglia divisa dalla guerra e dal destino. Racconta la storia di un fratello e di una sorella che si separano, che si perdono nel giro di pochi minuti… lei viene adottata da una famiglia fascista, mentre lui viene adottato da una famiglia di partigiani. 
E cosa accadrà?? 
I temi trattati sono l’amore, le amicizie, l’invidia, i favori, la generosità, il fascismo, l’educazione fascista, il primo amore, la guerra e i pregiudizi sugli ebrei, ma anche su tutti coloro che venivano etichettati come “diversi”: 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, serrato, toccante, profondo e coinvolgente, in grado di far emozionare il lettore fino alla fine della storia. 
I personaggi sono strutturati bene, grazie alla scelta narrativa della scrittrice di alternare i capitoli per permettere a Clara e Filippo di raccontarsi. All’interno della storia, il lettore incontrerà tanti personaggi molto importanti, la domestica Filomena, ma anche un bibliotecario ebreo di nome Leone che insegnerà la storia alla giovane Clara. 
Il lettore si ritroverà a leggere un libro con una storia originale, profonda e commuovente, una storia di una famiglia separata dalla guerra e dal destino. 
Consiglio questo libro a tutte/ i coloro che vogliono leggere un libro coinvolgente, pieno di sentimenti e toccante, in grado di catturare il cuore di ogni lettore, dall’inizio alla fine della storia!!
Buona lettura 📚📚!!