“La collana di cristallo” di Cristina Caboni

Titolo: La collana di cristallo 
Autore: Cristina Caboni 
Casa Editrice: Garzanti 
Collana: Narratori moderni 
Edizione: 2 
Data uscita: 3 Ottobre 2023 
Genere: Romanzo contemporaneo
Pagine: 336 

Il tramonto a Murano, è rosso rubino, viola ametista, blu zaffiro. Così i vetrai chiamano i colori, con i nomi delle pietre preziose che hanno decretato la loro fortuna. 
Marietta Barovier lo ammira ancora un istante mentre attende che anche l’ultima delle sue lavoranti varchi l’uscita. Il commiato è un sorriso. poi la donna, che discende da una facoltosa famiglia di abili artisti del vetro, sbarra la porta. […] 
D’un tratto, le dita si chiudono intorno alla canna da soffio. Sa di non essere più da sola e quella consapevolezza le fa battere il cuore. Tuttavia non si volta. Conosce chi ha violato la sua solitudine. Di lui percepisce tutto: la presenza, l’odore, il respiro. 

 

Il giorno in cui Juliet Meriwether soffiò per la prima volta dentro la canna cava, la massa incandescente, dalla parte opposta, si gonfiò e divenne una sfera. 
Era piccola, adatta alla mano di una bambina. I cristalli in superficie si erano fusi disegnando un motivo a spirali che lei adorava. Era anche imperfetta, lo sapeva, ma non le importava. Era la prima idea cui aveva dato forma e, affascinata, l’aveva guardata acquisire un peso e una dimensione. Nonostante gli evidenti difetti, Juliet le era molto affezionata per questo la teneva al sicuro in un cassetto. 
Quasi sempre. 

Avete amato “La maestra del vetro” e/o “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier? 
Allora, il libro “La collana di cristallo” di Cristina Caboni è la lettura ideale per te/voi!
“La collana di cristallo” è un romanzo a più voci: dal passato con Marietta Barovier e Marina, fino ai giorni nostri con Juliet. Queste tre donne, hanno in comune la passione per il vetro soffiato, il lettore si ritroverà a sognare nella città di Murano, famosa per la lunga tradizione della lavorazione del vetro.
La protagonista del libro si chiama Juliet Meriwether, una ragazza profondamente insicura, sensibile, dolce, che vive a Seattle, con la passione per il vetro soffiato.
Juliet è cresciuta in una famiglia di “perfettini”, ogni Meriwether si è sempre comportato alla perfezione in ogni ambito, proseguendo la tradizione di famiglia, ovvero di laurearsi in Medicina per diventare dottore.
Juliet, a differenza dei suoi fratelli Paul e Daniel, entrambi dei “perfetti” dottori, si era resa conto dopo qualche mese, di non essere portata per la facoltà di Medicina e aveva deciso di seguire le sue passioni: l’arte. 

<<Sì. E le somigli in modo impressionante.>> 
Povera Gina, stava invecchiando. In realtà lei era molto diversa da sua madre. Ellen era esile e bruna, lei alta e più rossa che bionda. Aveva preso dalla famiglia del padre. Si rese conto di non sapere quanti anni avesse esattamente la tata. Era arrivata negli Stati Uniti quando era poco più di una bambina insieme alla famiglia di suo nonno, di cui si era sempre presa cura. I Meriwether le erano molto affezionati, lei però l’adorava. Era stata il suo sostegno, l’aveva sempre incoraggiata ad ascoltare la voce del proprio cuore.

Sin da bambina, Juliet si era sempre sentita fuori posto, strana, i suoi familiari non accettavano che la loro unica figlia femmina fosse diversa da loro, tanto da portarla in un centro specializzato per i disturbi infanti quando era ancora piccolissima. 
Juliet non aveva nessun disturbo, non c’era nulla che non andasse in lei, era semplicemente una bambina normale, estremamente sensibile, che subiva le pressioni dei genitori, che pretendevano troppo da lei. Juliet aveva avuto la fortuna, di crescere con la sua tata Gina, che a differenze dei suoi genitori, era l’unica ad appoggiarla in ogni cosa. 

La prima volta che i suoi genitori l’avevano portata in un centro specializzato per i disturbi infantili era piccola. Juliet non ricordava esattamente quanti anni avesse. Le loro espressioni però le ricordava bene: dapprima incredule, dopo affrante. Perchè non c’era nulla che non andasse in lei, e nonostante quello non raggiungeva gli obiettivi.
Era diversa. 
L’avevano abbracciata, ricoperta di attenzioni. Non si sarebbero mai arresi, le avevano detto. […]
Non era più quella bambina; eppure Juliet continuava a sentirsi come allora: inerme, diversa. Strana.

Era stata proprio grazie a Gina, che Juliet, aveva scoperto il significato della bellezza, osservando alcune opere d’arte in un Museo. Gina ha sempre supportato Juliet, invitandola ad ascoltare sempre il suo cuore. 
Juliet ama vedere il vetro soffiato che si gonfia in attesa di prendere forma, è come se con le sue mani realizzasse una piccola magia. 
Juliet aveva ascoltato il suo cuore, partecipando a una selezione molto rigorosa, per accedere in una prestigiosa scuola di maestri del vetro di Murano. Solo dieci studenti in tutto il mondo venivano ammessi nella prestigiosa scuola di Murano, e Juliet era riuscita a vincere il concorso, che le avrebbe permesso di realizzare i suoi sogni e di scoprire le sue radici italiane della sua famiglia. 

Aiutarti…Con un peso sul cuore li osservò uno per uno. Perchè non la capivano? Agitata, i pensieri che le turbinavano in testa, si domandò perchè continuassero a trattarla come se fosse una bambina sconsiderata. Poteva convincerli che si sbagliavano? 
Non sapevano, riflettè. Non la conoscevano. Non era mai stata davvero sincera con loro. Pensò al giorno in cui la tata l’aveva condotta al museo del vetro di Chihuly Garden, al mondo sottomarino sul soffitto, due enormi conchiglie riposavano su letti di alghe. Al giardino incantato che lo circondava. Qualcuno aveva posato tra gli alberi e i cespugli boccioli e corolle trasparenti, enormi opere colorate che reclamavano attenzione con il loro messaggio di fantasia e creatività. Ma era stato davanti al fautore di quella meraviglia, che aveva compreso di aver trovato il suo mondo. Il posto in cui poteva sentirsi a suo agio. Finalmente accettata per ciò che era. 
Ma loro non lo sapevano. 
Se si fosse aperta invece di continuare a nascondersi dietro qualche scarna notizia, l’avrebbero compresa? Lottò contro l’istinto che la scongiurava di tacere. Doveva essere sincera! Sconfiggere la paura del loro giudizio, smettere di farsi dominare dall’insicurezza. Erano i suoi familiari, non le avrebbero mai fatto del male. 
<<Io non sono come voi, è vero. Ma c’è una cosa nella quale io sono brava. Conosco il fuoco. So quanta potassa e soda aggiungere alla sabbia prima di infornare per quanto tempo arde il composto prima di fondere. Come accarezzarlo, il vetro, come blandirlo. Vedo le fattezze, il profilo, la forma perfetta. Percepisco il movimento, lo imprimo nella massa. Io creo. Conosco la materia. E quando sono davanti alla fornace sono felice.>> 
Il cuore le batteva forte. Non aveva mai rivelato a nessuno quelle cose. In quel momento, si sentiva esposta, ma sperava che finalmente la vedessero per ciò che era: una vetraia, un’artista. Una persona che aveva sogni e progetti, e che desiderava raggiungere i propri obiettivi. 
Anche se non era alla loro altezza.

In occasione della cena di famiglia, Juliet, comunica ai suoi familiari che è stata ammessa alla scuola per vetrai più prestigiosa del mondo a Murano. I genitori e suo fratello Paul, non vogliono che Juliet parta per Murano; l’unico che si dimostra felice per lei, è suo fratello Daniel. Ma Juliet, cerca di spiegare ai suoi genitori, i suoi sentimenti, come si sente sicura di sé stessa mentre lavora il vetro… ma i genitori, non accettano che il suo mondo sia fatto di creatività, perchè per loro la cosa più importante è la razionalità. 
Ma Juliet non sente ragioni, per la prima volta decide di ascoltare il suo cuore, non vuole rinunciare all’opportunità di realizzare il suo sogno più grande, anche se questo vuol dire litigare con i suoi genitori, con Paul e anche con Daniel, per trovarsi da sola dall’altra parte dell’Oceano. 
Prima di partire, la sua tata Gina, le aveva consegnato un amuleto, una collana di cristallo, sussurrandole parole misteriose: <<E’ tua, perchè le somigli così tanto.>> 

<<No, tesoro mio. Tu sei solo te stessa. Lo sei sempre stata nonostante i loro tentativi di cambiarti.>> Le accarezzò i capelli. <<Tu sei come lei.>> 
Lei? A chi si riferiva? In quel momento faticava persino a pensare.
<<Non riesco a seguirti.>> 
<<Non ha importanza. Ciò che conta davvero è che andrai a Venezia.>>
<<Io… non lo so, tata. Non so più nulla.>> Ci sarebbe andata davvero? 
<<Devi farlo, gioia mia.>> 
Gina le afferrò la mano e ci posò sopra un astuccio. <<Adesso è nelle tue mani.>>
Non capiva, pensò aprendo il cofanetto. E poi spalancò gli occhi. 
Su un letto di velluto rosa sbiadito dal tempo un filo di perle brillava sotto la luce. <<Perle di Venezia.>> 
Lanciò un’occhiata sorpresa alla tata. Erano montate in oro. Murrine, rosette, sfere a lume. Erano antiche, preziose. Una piccola fortuna. Tra le sue dita divennero improvvisamente calde. 
<<Non posso accettarle.>>
<<Invece puoi e devi. Lei sarebbe contenta che le avessi tu. Riportale a casa, Juliet. Al luogo a cui appartengono.>>

Gina le aveva sempre parlato nella sua lingua madre, un ricordo che apparteneva ai momenti felici della sua infanzia, quelli dei loro segreti. Le aveva sempre detto che era una bambina speciale, fortunata, che discendeva da un’importante stirpe di origine italiana. A differenza di suo padre, che non amava parlarne, la tata l’aveva sempre spronata ad approfondire la sua conoscenza del Bel Paese e a coltivare la sua naturale attitudine per l’arte e la creatività. Le piccole sfere erano asimmetriche, realizzate una per una. Alla luce dei nuovi eventi i racconti della sua infanzia assumevano un contesto diverso. 
Misterioso.
E’ tua da quando sei nata. 
Apparteneva alla sua famiglia da sempre, le aveva detto. 
Ma allora perchè non era stato suo padre a consegnargliela?

Juliet non ha idea di cosa significhi ma, arrivata nella colorata isola attraversata dai canali, sente che la collana le dà la forza di affrontare ogni cosa, anche quando si ritrova senza borsa e senza un posto per dormire. 

Camminò perchè non poteva stare ferma, o sarebbe stata investita dalla marea di turisti che le si affollavano intorno. Circondata dal vociare indistinto della gente, dallo sciabordio delle acque solcate dagli scafi, guardò alla sua sinistra. Doveva raggiungere la parte opposta del canale. Salì sul Ponte degli Scalzi, così diceva la cartina che aveva acquistato all’aeroporto. 
E poi fu come se tutto si allontanasse. I pensieri, le preoccupazioni. Niente aveva più importanza mentre camminava avvolta dall’odore salmastro dell’acqua. Era come se gli occhi non gli bastassero, non riuscissero a cogliere l’immensità di ciò che la circondava. 
La bellezza era sempre stata nella sua vita. Le aveva permesso di notare aspetti che agli altri sfuggivano, e che per lei erano puntelli sui quali costruire il suo avvenire. Credeva di essere preparata alla bellezza. Di conoscerla. Ma adesso che attraversava le stradine sulle quali si affacciavano vetrine, botteghe artigiane, ristoranti ne era travolta. E più si inoltrava nel cuore della città, più le emozioni diventavano intense, come se dopo averne sfiorato la superficie, vi si fosse immersa uno strato alla volta. 
Quanti passi avevano percorso il selciato delle calli per consumarlo a quel modo? Aveva l’impressione che le smussature addolcissero la pietra, e le persone che l’avevano preceduta vi avessero segnato le loro storie. La strada si restrinse e istintivamente Juliet allargò le pareti dei palazzi che si levavano verso il cielo uno di fronte all’altro. Calle Varisco. 
Era come trovarsi in un’altra dimensione, una bolla temporale. Non c’era differenza tra lei e qualsiasi altra donna che secoli prima aveva compiuto il medesimo gesto.

E’ così che il lettore conoscerà Marcus Quintavalle, il figlio di Jacopo, titolare della prestigiosa scuola di vetrai. Marcus è un ragazzo molto intelligente, bello, che dopo essersi laureato in ingegneria a Vienna, aveva deciso di aiutare il padre con la scuola. 
Marcus cerca di rassicurare sin da subito Juliet, offrendole l’opportunità di alloggiare una settimana prima dall’inizio delle lezioni nella sua scuola. 
Juliet rimane affascinata dalla premura e dalla cortesia di Marcus, che le farà conoscere ogni angolo di Murano. 

Gli si lanciò tra le braccia! Fu puro istinto, e quando lui le accarezzò i capelli in un gesto dolorosamente familiare si irrigidì. <<Scusami>>, mormorò indietreggiando. […] 
Posò la mano sul suo palmo e quando lui l’avvolse nella propria rabbrividì. Non era a disagio, ma non era nemmeno abituata a stare così vicino a qualcuno. Invece Marcus sembrava affrontare il mondo con le braccia spalancate.

 

<<Sei una ragazza particolare, Juliet Meriwether.>>
<<Sono anche mezza italiana. Mio nonno lasciò l’Italia quando era giovane…>> 
<<Dunque il tuo è un ritorno?>>
Lo era? Si chiese Juliet. <<No, francamente nessuno è interessato alle nostre origini a parte Gina.>>
<<Tua nonna?>> 
<<Una specie. E’ lei che mi ha dato la collana.>> La tirò fuori, facendola dondolare davanti a sé. 
<<Rideresti se ti dicessi che indossarla mi fa stare… meglio?>>
<<Perchè dovrei farlo? Ognuno ha i suoi portafortuna. Io, per esempio, colleziono vecchie musicassette.>> 
La sfiorò con le punta delle dita, studiandola con attenzione. <<E’ molto antica…direi almeno un paio di secoli.>> […] 
<<La mia famiglia è molto… orgogliosa di quello che ha realizzato. Il passato per loro non conta. Sono tutti medici di grande successo, a parte me. >>
<<Loro non apprezzano il fatto che tu sia un’artista?>> Il sorriso le morì sulle labbra. 
<<GIà. Non sono esattamente orgogliosi di quello che faccio.>> Marcus aveva compreso ogni cosa senza dovergliela spiegare. 

Dopo una settimana trascorsa a Murano, Juliet sente di appartenere a quella città ed è determinata a dimostrare a Marcus e a Jacopo, la sua bravura. Ma Juliet è l’unica ragazza ammessa al corso della scuola di vetrai, e dovrà affrontare molti pregiudizi e ostilità, soprattutto da parte del maestro Jacopo, che cerca di ostacolarla in ogni modo. 
Jacopo a differenza del figlio, ritiene che una donna non debba lavorare in una fornace e cerca di sminuire la bravura di Juliet. 

Jacopo fece per parlare, poi si allontanò dal figlio, fermandosi davanti a uno dei forni. Controllò il calore e accostò lo sportello all’imboccatura. 
<<Certo, se aveva proprio bisogno…> bofonchiò.
<<Ma sai come la penso. Ero contrario fin da subito alla sua ammissione.>>
Marcus si limitò a sollevare un sopracciglio continuando a tracciare segni sul blocco. Davanti a lui c’erano diversi prospetti, disegni che suddividevano lo spazio. <<Ho altri problemi al momento, papà. E francamente non riesco a capire perchè continui a ragionare in termini così antiquati.>>
<<Guarda che ti sbagli. Io penso solo alle difficoltà oggettive. La fornace non è un luogo adatto a ragazzine che non sono nemmeno in grado di sollevare una canna da soffio. E se inciampasse? A parte il pericolo per sé stessa manderebbe a fuoco tutto, ti rendi conto?>> 
<<E’ accaduto solo una volta e non mi pare fosse coinvolta una ragazza.>>
<<Vedi che ho ragione? Adesso sarà ancora più pericoloso!>> 
<<Rilassati, papà. Abbiamo gli estintori e siamo in grado di affrontare ogni emergenza.>> 
<<Per te è facile parlare così. Ma io sono il proprietario… sempre io quello che è responsabile di tutto. Significherà pur qualcosa.>>
La penna di Marcus si arrestò, lui sollevò lo sguardo. 
<<Sì, papà, vuol dire che sei in una posizione difficile… e io sono qui per risolverla. E’ per questo che mi hai fatto venire a Venezia, giusto?>>

E’ così che una sera, Juliet, troverà nella sua stanza un vecchio taccuino, che apparteneva a un vetraio, con tutte le spiegazioni necessarie per lavorare il vetro. 
E sarà grazie alla sua collana e al suo taccuino, che Juliet dimostrerà a tutti la sua bravura, aiutando anche gli altri ragazzi del corso. 
Ma quella collana nasconde la storia della sua famiglia, e in una perla di cristallo è incastonato lo stesso stemma che spicca sul Palazzo che ospita la fornace. 
Juliet deve scoprire quale è il segreto che si cela su quella collana e sulla sua famiglia. Ed è così, che entrano in gioco le altre due protagoniste femminili: Marietta Barovier e Marina, due donne del passato che hanno dimostrato la loro intelligenza e bravura nel lavorare il vetro. 
Tra una pagine e l’altra, il lettore si ritroverà tra calli incantate in cerca del passato. 

Marcus era a poca distanza, la guardava. L’aveva seguita, era stato lì tutto il tempo?
Lo raggiunse. Lui allargò le braccia e lei si rifugiò nel suo calore, abbandonandosi al conforto della sua stretta. 
<<Va tutto bene?>> 
Annuì. Come le era mancato il suo profumo. 
<<Ti va di andare a bere qualcosa?>>
Juliet si scostò, gli occhi nei suoi. <<Perchè?>>
Lui aggrottò la fronte. 
<<Per quale ragione?>> Chiese lentamente. 
Le accarezzò il viso con la punta delle dita. <<Perchè mi piace stare in tua compagnia, mi piace come ridi, come parli e persino quando mescoli le frasi così tanto che non capisco nulla.>> 
Non continuò, Juliet si era sollevata in punta di piedi, gli aveva circondato il viso con le mani e adesso lo stava baciando come aveva desiderato fare fin dalla prima sera, quando lui l’aveva guardata, l’aveva vista ed era rimasto al suo fianco.

La scrittrice Cristina Caboni con “La collana di cristallo” intreccia il fascino di Murano, con la storia di una ragazza che scopre la propria forza guardando alle donne che, prima di lei hanno provato a farsi strada, e a un futuro che non le fa più paura, ma è pieno di voglia di vivere. 
I temi trattati sono il cristallo di Venezia, il coraggio, i pregiudizi, la bellezza, l’arte, i rapporti con i genitori, la morte e l’amore. 
Lo stile di scrittura è scorrevole, piacevole, leggero e magico, grazie alla bravura della scrittrice di trasmettere al lettore la maestosità e bellezza del vetro. 
I personaggi sono strutturati bene, con ampie descrizioni e trasportando il lettore tra le vie di Murano, emozionandolo fino alla fine della storia. 
Consiglio questo libro a tutte/i coloro che desiderano conoscere la storia di Murano, a chi desidera leggere una storia che ha come protagoniste donne forti e coraggiose, che hanno sfidato la società maschile. 
Buona lettura 📚📚!!

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